Caterina DAVINIO, “Il sofà sui binari”. Recensione di Narda Fattori.

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Caterina Davinio, Il sofà sui binari, Altrescritture, puntoacapo editrice.

                                    L’UNO E IL SUO DOPPIO

 Il romanzo è una scrittura lunga e sfaccettata; può essere di puro passatempo evasivo o, al contrario,  di riflessione filosofica; non serve a nulla qui elencare le forme in cui il genere si è espresso, credo che basti tornare a riprendere “i fondamentali”: un protagonista, altri personaggi, degli eventi, uno sviluppo temporale anche quando il tempo viene giocato fra analessi e prolessi, una situazione iniziale e una finale che può essere molto simile a quella iniziale: la serie degli eventi non è stata sufficiente a modificare una situazione insabbiata (si veda “Il deserto dei Tartari” di Buzzati). Non diversamente dalle opere umane di ingegno e creatività, molto si è studiato il romanzo, ma la consapevolezza culturale, la padronanza di strumenti conoscitivi, poco ci serve nell’analisi di questo “Sofà sui binari”, di Caterina Davinio, che, attraverso questa scrittura, si è cimentata con una riflessione impegnativa sull’identità e sull’unicità del singolo, sulla sua possibilità di smarrirsi e di ritrovarsi.

Già il titolo ci immette in una situazione surreale: un sofà che ci fa sui binari? Che tipo di conversazione o di attività potrebbe svolgersi in una situazione così carica di pericolo?

Ma gli elementi surreali che tramano il romanzo si presentano fin dalle prime pagine quando un signore garbato e dai modi sussiegosi che tiene ben salda fra le mani una valigetta, noi sospettiamo una ventiquattrore, viene verbalmente aggredito dai discorsi “fra le righe” di un individuo “alieno”: basso, perlescente, logorroico.

Presto ai discorsi fra i due, che man mano si allontanano da una verità concreta e definibile, corrisponde una non riconoscibilità dei paesaggio che lentamente la nebbia affoga.

Il lettore non tarda a capire che il mostriciattolo alieno non è che il doppio del signore che stringe la sua valigetta, la sua metà ambigua, incerta, indefinibile ma che non vuole abbandonarlo.

Il treno non ha altri passeggeri, non ha capotreno, corre verso il nulla o Chissadove, il conflitto fra i due si inasprisce, sono come bambini che s’indispettiscono l’un l’altro, che temono la meta e se c’è una meta.

L’io si disfa nella nebbia, smarrisce i ricordi, l’identità; ma che cosa serve per esistere?

Un passato? Un futuro?

E il treno va con carcasse d’identità.

Ma un treno non è tale se non incontra una stazione ove fermarsi e così accade ma le percezioni vaghe e distorte non fanno presagire altri passeggeri, una sosta per ritrovarsi.

Ma il nostro protagonista non sa più chi è, né gli importa saperlo, si lascia perfino derubare del portafoglio con i documenti.

Il testo procede con eventi che si svolgono veloci ed altri lentissimi; il tempo ha perduto la sua funzione di rendicontare l’esistenza. Solo la valigetta non è mollata, anzi diventa un’arma di difesa e di offesa: là forse c’è il tempo, l’identità, la sede dell’io smarrito.

La metafora prende il sopravvento sulla realtà, la stravolge per i suoi fini; chi è privo di identità finisce in manicomio, oggi diremmo TSO, ma anche il manicomio che chiede per qualche tempo il nostro protagonista è surreale, sovrabbondante e silente. Pochi personaggi con una parvenza di  realtà: potrà un infermiere-secondino avere l’ineffabile sorriso di Monna Lisa? In questo romanzo sì.

Nelle regioni di confine della ragione si nutrono i nostri mostri (o i nostri sogni); tutto è carnalmente vero e tutto è irrimediabilmente in sfacelo e dall’annullamento si può rinascere. E i sogni possono prendere vita. Così Ermelinda che ha le fattezze della Primavera di Botticelli, diventa reale e diventa l’amore come può essere in sogno e come possa trasformarsi in incubo.

Come l’amore Ermelinda muore, risorge, rimuore; anche essa è il doppio dell’amore, e un altro doppio aspetto seduto sul sofà collocato sui binari, che il treno lo prenda, lo sbrindelli perché con identità insicure e / o posticce non si può fare altro.

Dunque questo romanzo della Davinio, come già detto affabula sulla vessata questione del doppio; eppure qui dove i doppi sono più di uno, manca l’uno, pagina dopo pagine perde consapevolezze, ruba una presenza per dirsi esistente.

È un libro amaro, squarciato dal sarcasmo e dall’ironia di cui però come lettori non sappiamo ridere perché quel sofà pare attenderci, forse l’abbiamo visto, forse gli siamo sfuggiti. Forse.

 Narda Fattori

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