Vivalascuola. Il bambino artigiano

E’ uscito il n. 15 della rivista Gli Asini, una delle poche riviste sull’educazione che unisca resoconto di pratiche didattiche, riflessione sull’esperienza, sguardo critico sul presente. Il n. 15, particolarmente ricco, è dedicato a “Cambia il mondo, cambia la scuola“; punti d’osservazione privilegiati: la crisi della scuola media e le nuove tecniche digitali, a cui è dedicato un corposo dossier. Per gentile concessione dell’editore, che ringraziamo, proponiamo un saggio di Marco Carsetti di cui consigliamo caldamente la lettura.

Il bambino artigiano
di Marco Carsetti

All’improvviso la invase quel senso di stupore
che ciascuno di noi dovrebbe provare almeno una volta nella vita:
i bambini sono uomini nel pieno delle forze
e nella breve stagione dell’infanzia
hanno più resistenza di quanta Dio non gliene conceda in futuro.
I bambini sanno sopportare.

(Davis Grubb, La morte corre sul fiume, Adelphi)

Non far bere l’acqua di cui non si ha voglia

Leggendo Le nuove tecniche didattiche di Bruno Ciari (Edizioni dell’asino) si ristudia Freinet di cui Ciari fu sperimentatore e poi divulgatore. E rileggendo Freinet ci si imbatte in una determinazione, una forza, una motivazione così incisive che rimandano a un uomo mosso e sostenuto nel suo cammino da una profonda fede.

Ci sarebbe bisogno di una fede, quella stessa fede che riesce a smuovere le montagne. Ma dove la possiamo ancora trovare?”, si domandava.

Questa spinta, se ha ancora qualcosa da insegnarci, non è solo dal punto di vista operativo contro ogni didatticismo, ma dal punto di vista morale perché la motivazione della sua fede era riposta direttamente nei bambini, nei ragazzi i cui vizi e difetti, diceva, non sono i loro ma causati da altro, tra cui la scuola: la pedagogia del cavallo che non ha sete.

Spesso la scuola pretende di far bere l’acqua di cui il ragazzo non ha voglia; soprattutto pretende l’astrattismo, il verbalismo, la passività; esigendo silenzio impersonalità dei compiti e delle lezioni, essa riesce a togliere al bambino il gusto dello studio, ne soffoca il desiderio di conoscere, distrugge la sua sana curiosità”.

Felici i pochi, invece, che per strani e diversi motivi hanno potuto almeno una volta toccare con mano la fiducia che viene dal vedere agire l’energia dei ragazzi, controllata da loro stessi, all’interno di una comunità vivente orientata “in un certo modo” e “da un certo modo di essere”. Freinet, a guardare la sua motivazione inesauribile, era uno di questi.

La fede di Freinet non era rivolta verso l’efficacia delle sue tecniche che difendeva e divulgava a spada tratta, ma nei confronti dei bambini e ragazzi visti come possibilità, e quindi speranza in atto, che per trasformarsi in vivace realtà portatrice di valori positivi aveva bisogno di trovare la giusta luce e il giusto cammino davanti a sé. Freinet ci ha fatto intravedere questa luce e questo cammino fondato sui bambini e sui ragazzi portatori di vita. La parola vita in questo caso non è una parola ameba come direbbe Illich, cioè una di quelle parole che come un sasso lanciato nello stagno producono delle onde senza colpire nulla, ma una parola chiave di quella tradizione pedagogica di cui Freinet e poi tanti altri sono stati sperimentatori e testimoni.

I continui riferimenti alla vita nascono dalla convinzione che l’essere umano sia dotato come ogni altro organismo di autoregolazione, che ogni sua reazione e comportamento vadano alla ricerca del mantenimento o ritrovamento di un equilibrio, del soddisfacimento dei bisogni elementari mediante una diretta integrazione col mondo circostante. Questo istinto primigenio si completerà, anche grazie all’educazione, quando l’individuo tramite un dialogo costante, intimo e aperto con il suo ambiente di vita, potrà avvalersi di un’altra tecnica di vita: il tatonemment, un procedere per tentativi, che non è altro che la capacità di fare ricorso alle esperienze vissute e applicarle ai nuovi contesti esistenziali.

È da questa fiducia riposta già nel bagaglio “ancestrale” con cui si viene al mondo e poi nelle potenzialità di sviluppo del fanciullo, che bisognerebbe ripartire per avere fede nell’educazione mentre è proprio questa fiducia che sembra smarrita più che mai. È questo smarrimento, questa mancata fiducia riposta in ogni nuovo bambino che nasce, a far mancare quella determinazione necessaria a immaginare soluzioni operative adatte ai nostri tempi.

Quella che non era mancata a persone come Freinet che avevano conosciuto la guerra, le deportazioni, i campi di concentramento, la bomba atomica, lo spopolamento delle campagne, la crescita delle città satellite e dei quartieri dormitorio, la televisione, l’insorgere delle gangs giovanili e della violenza di strada, il disastro della scuola, ma che prima e dopo la seconda guerra mondiale continuavano a lottare e usare sistematicamente la parola vita e sostantivi a lei correlati per definire il loro operare: didattica viva, grammatica vivente, calcolo vivente, comunità vivente, vita di scuola, fecondità espressiva, pensiero vivo, processo vitale, libro della vita, lingua viva, atto vivo, cooperazione fraterna, gioia di donare, scuola e vita, autocorrezioni viventi, conquista viva, tecniche vitali, manifestazione vitale, processo di vita genuina e calda, slanci di vita, il soffio caldo e impetuoso della vita. E poi un continuo riferimento all’apertura e all’espressione libera per cui: apertura espressiva, manifestare se stessi, aprirsi, dire quel che si ha dentro, storia personale di ciascuno, attività comuni, prospettiva sempre aperta, lottare per qualcosa, comunità organica, sinceri bisogni, ascoltare le voci interiori del ragazzo, spinte interne, testo libero, cooperazione. A questo punto il dubbio è lecito: se c’era una necessità così impellente di affermare la vita e la libertà di espressione del ragazzo all’interno della scuola, forse è vero che innanzi si avevano morte e mortificazione del pensiero e dell’azione. Perché era alla scuola e ai maestri e insegnanti che prima di tutto ci si rivolgeva.

Portare la vita di fuori dentro la scuola?

La scuola è morta! La scuola è fallita! Basta con la separazione ancestrale tra scuola e vita! Basta con le lezioni! Basta con i compiti! Così dicevano.

E così oggi siamo di fronte alla stessa morte e mortificazione ma abbiamo ancora quelle convinzioni per lottare? Che cosa è cambiato? Freinet e gli altri come lui potevano ancora contare in un dialogo aperto e conflittuale con il mondo, la società, le famiglie, il progresso, la tecnica, la scienza, la comunicazione. È vero anche per noi, oggi? Freinet è morto nel 1966. Il mondo è cambiato ulteriormente e velocemente, il mutamento è ancora in corso e di quale mutazione si tratti è difficile dire. E la scuola?

Prima si percepiva la scuola lontana dalla realtà e cambiare, riformare voleva soprattutto dire aprire, far entrare. È ancora così?

È inutile voler continuare a credere, diceva Freinet, che i valori, quelli presenti e quelli passati, siano qualcosa di astratto, di universale; essi sono incarnati nella realtà, nell’ambiente, solo partendo dall’ambiente di vita è possibile scoprire e possedere questi valori”, chiaramente si riferiva ai ragazzi.

E questo spiega il tentativo di abbattere il muro tra scuola e vita, scuola e società. Quindi l’ambiente di vita, la famiglia, il lavoro dei genitori, il gioco, l’organizzazione sociale, tutto ciò che i ragazzi vivevano prima di essere rinchiusi dentro scuola, era in qualche modo ancora percepito come portatore di valori presenti e passati e che da lì bisognava partire, riflettere, rielaborare, socializzare, cooperare, studiare, ricercare, apprendere, comunicare, dialogare, diventare consapevoli. Più avanti, poco prima di morire, Freinet cominciò a parlare della scuola come ancora di salvezza davanti a una società che sentiva smarrire sempre di più quei valori che per lui erano ancora molto legati al mondo contadino da cui proveniva.

E oggi? La vita fuori portata dentro la scuola è ancora capace di esprimere valori presenti e passati? Se non si può e non si deve escludere l’ambiente di vita, le famiglie, la realtà sociale dalla vita di scuola è chiaro però che oggi più che l’affermazione di valori entrano contraddizioni e grandi domande aperte. Siamo in pieno mutamento, di fronte a contraddizioni apertissime, senza bussola e senza punti di riferimento. Se prima la scuola era lontanissima dalla realtà, dagli ambienti di vita ora rischia di esserne uno specchio fedele, è la realtà stessa senza alterità e senza altrove, ha pienamente assunto in sé la funzione di adattare i ragazzi alla società e non, al contrario, attraverso l’opera educativa, in prospettiva, con lentezza e profondità, adattare la società alla radice umana di cui le nuove generazioni sono i principali testimoni e protagonisti.

Ma dove scovarla questa radice? Dove riconoscerla, in cosa, in chi, come?

Partire dalla vita dei ragazzi

Le risposte non possono essere che le stesse di Freinet con molti punti fermi in meno ma sempre e proprio per questo da adattare e reinventare alle nuove condizioni esistenziali. La radice è il bambino, il ragazzo, è da lì che bisogna ripartire, dalla sua voce, dal suo istinto, dalla sua intelligenza alla ricerca di un equilibrio, dalla sua spontaneità, dalla sua curiosità, dalla sua sete di conoscenza, di tutto ciò bisogna continuare ad avere fiducia e poi dalle tecniche, da tutto il patrimonio ereditato di proposte operative, di lieviti, di tentativi. Cercare sempre soluzioni operative a partire dalla vita dei ragazzi. Anzi di più: immaginare e praticare proposte operative in cui i ragazzi possano vivere sinceramente, apertamente, naturalmente e spontaneamente in comunità organizzate, operose, in cui il controllo sociale, l’autorità non sia una formalità data e discendente, ma conquistata giorno per giorno attraverso le attività, le regole, la stessa vita di comunità.

Non ci limitiamo ad invitare i ragazzi a organizzarsi, a fissare un regolamento di vita in comune e a designare dei responsabili; offriamo loro delle reali possibilità di lavoro e il vero lavoro presuppone la cooperazione: suddivisione dei compiti, condizioni della collaborazione, buona conservazione degli utensili, ordine, pulizia, interesse generale del gruppo...

Tutto questo è cooperazione diceva Freinet.

Un’altra risposta di quell’impianto pedagogico fu il lavoro, attualissima più che mai come bisogno educativo completamente inespresso e inesprimibile non solo dai ragazzi ma anche da maestri, insegnanti, educatori. Il lavoro-gioco, l’educazione che viene dal lavorare, dal fare insieme cose vere, con una funzione e una utilità attraverso cui il bambino ragazzo può riconoscersi come membro effettivo in seno all’ambiente di vita, scuola, società, famiglia, ed essere riconosciuto come uomo nel pieno delle sue forze.

Su questo aspetto il fallimento è totale, il lavoro-gioco che era proprio di ogni bambino si è trasformato in gioco fine a stesso senza più alcun ruolo sociale o di socializzazione, nessun riconoscimento, le scuole sono ambienti del tutto inospitali e incapaci ad accogliere il corpo, l’attività manuale, la pratica e quindi il benché minimo lavoro che abbia un senso per la vita della comunità. Già solo per aver escluso questo si può affermare che la scuola è morta e con essa ogni educazione che abbia caratteristiche simili. Senza un giardino, una cucina, laboratori artigianali, utensili e attrezzi, macchinari, un posto dove tenere e accudire gli animali, che non siano concepiti come svago o extra ma che siano il centro pulsante della vita a scuola, i bambini e i ragazzi rimarranno schiavi del verbalismo, delle lezioni, dei compiti, dei voti, del gioco fine a se stesso e il risultato sarà la mortificazione della loro spinta vitale, dello spirito. Spirito e tecnica si diceva.

Che me ne faccio di quella geografia schifosa?

Tolstoj dedica l’ultimo dialogo de La saggezza dei bambini all’istruzione. La situazione in cui si svolge è questa: “Il portiere sta lucidando le serrature. Katja, di 7 anni, sta facendo delle casette con le costruzioni. Nikolàj, un ginnasiale di 15 anni, entra e getta un libro in un angolo”.

Nikolàj: “Se lo porti il diavolo quel ginnasio maledetto”.
Il portiere: “Perché, che c’è?”
Nikolàj: “Mi hanno dato un altro uno… Che il diavolo li squarti. Sai che me ne faccio io, di quella geografia schifosa. La California, pensa te. Che diavolo mi serve conoscerle, le loro Californie”. (…)
Il portiere: “Ma perché non studiate, dico io”.
Nikolàj: “Perché? Perché non le posso studiare, io, le scemate. Ah, se ne vadano a quel paese. (Si lascia cadere sulla sedia). Vado a dirlo alla mamma. Non ce la faccio, le dirò, non ce la faccio e basta. Facciano quello che vogliono, ma io non ce la faccio. E se non mi toglieranno dal ginnasio, scapperò. Scappo via, com’è vero Iddio”.
Il portiere: “E dove andrete?
Nikolàj: “Andrò via di casa. Andrò a fare il cocchiere, il portiere. Qualsiasi cosa è meglio di queste scemate del diavolo”.
Il portiere: “Ma anche a fare il portiere non è mica facile, sapete. Bisogna svegliarsi presto, spaccare la legna, caricare le stufe”.
Nikolàj: “Fiù! (fischia.) Sarebbe una festa. Spaccare la legna sì che mi piace. Dici di no? E invece ti dico che è la cosa più bella che c’è. No, altroché, provaci a studiare la geografia”.
Il portiere: “Bé, questo è giusto. A che vi serve saperla. Ma com’è vi costringono? (…) Servirà a trovarsi un impiego, a fare carriera, a prendere lo stipendio, come vostro papà, come vostro zio”.

A questo punto entra in scena la madre con un foglietto inviatole dal direttore che la informa dell’uno preso da Nikolàj in geografia. Adirata con il figlio gli dice di non pensare alle sue stupidaggini ma ai compiti.

Perché continuate a torturarmi, voi non capite” e così Nikolaj esce di corsa sbattendo la porta. A questo punto Katja di 7 anni prende le difese del fratello e comincia a rimproverare la madre.
Stai attenta a non fare anche tu come lui”, dice la madre.
Io invece è proprio così che voglio fare. A nessun costo mi metterò a studiare quello che non voglio studiare”.

Tolstoj lavorò al diario de La saggezza dei bambini tra il 1909 e il 1910. Eppure, Nikolaj, quella geografia, quell’uno, quella voglia di “stramaledire”, “squartare” e scappare e quella difesa dei compiti da parte della madre contro le stupidaggini (i pensieri) del figlio li abbiamo conosciuti tutti, li continuiamo a conoscere attraverso i nostri figli, nipoti, conoscenti, qualcuno attraverso il lavoro da educatore. Tutti o quasi, avendo vissuto infanzia e adolescenza, siamo stati un tempo dalla parte di Nikolaj e Katja e più o meno tutti crescendo siamo passati dalla parte della madre. Soprattutto dalla parte delle parole che chiudono il dialogo, che ammoniscono Katja e l’avvertono che quando sarà grande la penserà come lei. Un ammonimento per tutti noi, parole profetiche dell’inevitabile passaggio dall’altra parte.

Tutta la storia e la realtà della scuola passata e moderna, anche quella che dice di mettere al centro l’individualità del ragazzo è la storia di questo tradimento, della sottomissione, alla fine, dei Nikolaj alle ragioni di adulti, “maturi” solo nel loro utilitarismo, che credono o fingono di credere in certi mezzi, perché adatti a certi fini come ci ricorda il portiere: “a trovarsi un impiego, a fare carriera, a prendere lo stipendio”. Ma è questo il fine ultimo della scuola? In termini utilitaristici neppure l’università risponde più ormai da molto tempo a quei fini, figuriamoci la scuola primaria, le medie, il liceo. I fini raggiunti da questa scuola, come effetti, conseguenze di certe cause e mezzi sono però sotto gli occhi di tutti, non da oggi. Ovvero tutti vedono gli effetti devastanti della scuola, che sbaglia tanto i mezzi quanto i fini del suo mandato educativo.

Eliminare il muro tra vita e scuola

Siamo convinti come lo era anche il Freinet che all’origine del pervertimento sociale, antropologico, culturale, valoriale dei nostri tempi non ci sia solo la scuola, ma sicuramente la scuola doveva tentare una risposta “operativa per illuminare diversamente la strada delle nuove generazioni, essere un ancora di salvezza. Questo compito non se lo è saputo assumere perché irrimediabilmente specchio della società stessa, strumento asservito e forma di potenziamento di quel pervertimento e peggio ancora forma e contesto di frustrazione e mortificazione dell’energia vitale dei bambini e ragazzi.

Ma tutto sommato cosa siamo in grado di offrir loro per illuminarli e incoraggiarli alle soglie della vita, per indicar loro uno scopo ai loro sforzi? Essi possono intravedere soltanto un lumicino acceso lungo la strada dove vogliamo che si incamminino e non sono completamente responsabili se si lasciano ingannare da bagliori artificiali che qualche volta posseggono la falsa luminosità dei chiarori ancestrali di cui esaltiamo i pregi e le virtù. Una scuola disadattata, esami disumani, un lavoro immotivato, e in prospettiva, lo sfruttamento e la guerra! Valutiamo le responsabilità e cerchiamo, ora, di trovare delle soluzioni operative”.

Cosa sia diventato Nikolaj non ci è dato sapere, lo possiamo solo immaginare. E non possiamo sapere cosa sarebbe diventato e con lui la società se avesse potuto seguire la sua inclinazione a lavorare, a spaccare legna, a fare il cocchiere. Se la sua protesta fosse stata riconosciuta e ascoltata e se a scuola avesse potuto spaccare legna insieme ai suoi compagni all’interno di una vita comunitaria ordinata e utile alla crescita della sua coscienza e consapevolezza di uomo e cittadino.

In fondo quello di Nikolaj era un grido che richiamava a sé la vita, la voglia di vivere realmente, concretamente, indirizzando le proprie energie in attività vere e utili, contro il nozionismo esasperante e aleatorio, fine a se stesso.

Tutto lo sforzo dell’educazione attiva da Dewey a Freinet alla testimonianza di Ciari che da lì discende, è stato il tentativo di eliminare quell’incomprensibile muro che si era alzato tra vita e scuola. È stato provare a rendere la scuola come contesto il più armonico possibile alla realtà viva dei ragazzi, che non voleva dire inseguire il mito della naturalezza e della spontaneità, ma di regolare e vivere secondo autentiche regole comunitarie in cui il maestro fosse padre e regista, modello di attività organizzate intorno a tecniche precise, sviluppo delle potenzialità del bambino-ragazzo.

Un esempio tra tutti fu la tipografia a scuola che era la scuola e non come si potrebbe pensare un’attività di sfogo ed extrascolastica. A Nikolaj un maestro “simpatico” ovvero empatico con la sua energia e voglia di vivere avrebbe potuto proporre di spaccare legna per sfogo e continuare a studiare la geografia nello stesso modo odiato da Nikolaj. Freinet, Ciari e tanti altri invece invertirono l’ordine e magari avrebbero detto dentro un piano di lavoro organizzato e condiviso con gli altri ragazzi:

studiamo la geografia a partire dalla qualità del legno che spacchiamo per le nostre stufe e andiamo a vedere dove è prodotto, come, a quali altitudini cresce, in quale stagione si raccoglie, come si organizza l’attività sociale ed economica intorno a questa risorsa“.

E così si sarebbe fatta geografia e tanto altro. Non è questo un modo per ingerire meno faticosamente la medicina, per aggirare le resistenze del ragazzo.

Scimmiottare la realtà, insulto all’intelligenza

Oggi la scuola è piena di questi sotterfugi e stratagemmi che sono un insulto all’intelligenza dei ragazzi. Ultima tra queste è l’introduzione della LIM (Lavagna interattiva Multimediale) che non significa portare a scuola strumenti tecnologici o tecnici per fare ricerca scientifica, ma solo scimmiottare la realtà e replicare l’instupidimento e la passività da schermo, l’immobilità ulteriore dell’esperienza corporea. Nella scuola non sono state ancora introdotte videocamere, registratori, macchine fotografiche, elementi basilari per la stampa digitale, e si pensa di fare questo salto tecnologico che come la televisione serve ai genitori per imbalsamare i figli, perché non gli pestino i piedi, nello stesso modo la LIM è solo un ulteriore gradino della degenerazione da finta interattività.

Oggi nessuno tra gli adulti che presiedono nelle classi di scuola hanno mai spaccato la legna. Non sanno riconoscere un ciocco di faggio da uno di quercia o di abete, o di noce, non sanno che il salice che cresce lungo i fiumi non è buono da ardere perché è cresciuto velocemente, è pieno di acqua e quando si asciuga pieno di aria e non fa la brace ma la cenere. Se il nostro adulto insegnante non sa queste cose come può organizzare un’attività viva intorno allo spaccare la legna? È lecito domandarsi allora se un insegnante può essere tale se ha perso ogni rapporto corporeo ed empirico con il mondo. Nel 1938 durante un convegno a Orleans così si esprime Freinet nei confronti degli educatori:

Pensiamo con preoccupazione alla gran massa di educatori formata in maniera scolastica, statica e libresca, per i quali avvitare un bullone, raddrizzare un chiodo, mettere in moto una macchina significa spesso (e purtroppo!) fare qualcosa che è al disopra delle loro forze e della loro competenza. Rilevare un fatto come questo non significa disprezzare degli educatori che invece vogliamo servire; significa invece condannare la loro formazione”.

Attività intorno allo spaccar legna

Proviamo a immaginare quali e di quale natura potrebbero essere le attività da organizzare intorno allo spaccare legna in una scuola. Intanto c’è il lavoro così caro a Freinet, il centro di tutta la sua pedagogia, poi c’è la lingua che chiama in causa sostantivi e aggettivi specifici per nominare cose e azioni legate a quell’attività, poi c’è l’organizzazione del lavoro, chi taglia, la mano che aiuta a posizionare il ciocco, chi raccoglie, chi fa la catasta e poi come si fa perché non crolli, il peso della legna fresca e dopo qualche mese verificare come sia cambiato per mezzo della seccatura, e poi il processo chimico del fuoco, come brucia e perché, e il calore, e il calore per riscaldarsi e per cucinare e come l’energia intrappolata in un ciocco di legno, che non è altro che l’energia del sole, come ci viene restituita e che utilizziamo per passare dai cibi crudi a quelli cotti, il vero grande passaggio dalla preistoria alla civiltà. E come cuocendo, gli elementi subiscono una trasformazione e quindi come il cuoco è un trasformatore. Si può lavorare sulla matematica, sul peso specifico, sul metro cubo, 10 quintali di legna occupano circa un metro cubo. Cosa dire poi dell’attività manuale, l’uso dello strumento, la conoscenza attraverso il taglio delle specificità di un materiale così prezioso come il legno. Come si impugna una sega, un accetta, come si arrota e qual è il sincronismo necessario, ovvero la concentrazione necessaria per svolgere un lavoro così delicato e anche pericoloso? La rispondenza mano/occhio/testa, la scoperta che in ogni attività manuale la precisione è determinata dal rilascio della forza, dalla cooperazione delle due mani, e della terza, quella cooperativa di chi appunto dà una mano e aiuta il compagno e quindi il lavoro si fa collaborando e quindi cooperando e quindi collettivo, comunitario.

E poi questa attività diventa il cuore pulsante di una piccola comunità di fatto e il centro del nostro interesse. Il buon esito di questo procedere sta nel fattore tempo. La scuola più delle famiglia ha a sua disposizione i nostri figli e non separati e isolati l’uno dall’altro come quando stanno ognuno nelle proprie case davanti a uno schermo, ma tutti insieme e potenzialmente attivi. Ma che vantaggio! Che privilegio hanno questi maestri e insegnanti e non sanno che farsene, che spreco!

Evidentemente si obbietterà che nelle nostre scuole le famigerate leggi sulla sicurezza, il tipo di ambienti scolastici non permettono di avere una falegnameria, un deposito legname. Non ci sono stufe a legna su cui mettere a scaldare un tè, del latte, una torta da mangiare insieme ai propri compagni. Figuriamoci cucinare piatti più complessi. Non si tratta di una provocazione ma l’amara constatazione che essendo così, la scuola non può che dirsi morta e condannata al nozionismo o solo a un certo tipo di esperienze. La tipografia di Freinet a scuola oggi non si potrebbe fare per il semplice fatto che per pulire gli stampi serve la benzina. La partita è quindi da considerare persa? In una certa misura sì. L’esempio della legna è evidentemente estremo ma non potevamo non seguire la provocazione di Nikolaj e vedere come poteva essere recuperata all’interno di una scuola senza vederlo fuggire.

Sviluppare e non frustrare desiderio di cultura

Tanto Freinet quanto Ciari non si stancano di ripetere che l’impianto pedagogico delle loro scuole non sta a un metodo e a tecniche fisse perché il principio ispiratore è sempre come la scuola possa mantenersi in comunicazione con la società e con le famiglie in una dialettica costante. Il principio e i valori da loro espressi valgono sempre e comunque in qualunque condizione, le tecniche e la programmazione del lavoro non possono far altro che reinventarsi a partire dal contesto sociale. Per cui si tratta di impegnarsi in questa ricerca e trovare il modo, i modi, le tecniche per rispondere all’imprescindibile desiderio di cultura con cui ogni bambino nasce e che invece di frustrare bisogna sviluppare nel migliore dei modi perché domani sia un buon cittadino. Domandarsi come e perché. Sapere che è necessario riunire le due facce della stessa medaglia “l’animal laborans” di Sennet e “l’homo faber” di Anna Harendt. Un bravo educatore non può fare a meno di tenere insieme queste due domande “come” e “perché”.

Ogni insegnante che fa in un certo modo sa che se la catasta di legna non se l’è inventata lui ma è stata portata dalla curiosità, dal racconto, da un bisogno di uno dei ragazzi potrà diventare interesse generalizzato, si potrà strutturare in un buon programma di lavoro, e tutto questo mobiliterà la curiosità, la ricerca del gruppo intorno a un oggetto così tipico ed essenziale nella vita dell’uomo come la legna, lo scaldarsi, il cuocere, il lavorare attraverso strumenti. Poi mediante i testi liberi, la tipografia, il giornalino, la biblioteca, la corrispondenza tutto questo lavoro si potrà trasformare in un numero monografico che attraverserà racconti, ricordi, interviste, scienze, mestieri e materie. Si può star certi che quello che si imparerà a partire dall’esperienza fatta intorno a un ciocco di legna ci accompagnerà per il resto della nostra vita e non sarà perso o stramaledetto come nel caso di Nikolaj.

Quando la madre irrompe nel dialogo riportato da Tolstoj accenna a un tipico lamento genitoriale: “Ah quante me ne ha fatte passare. E lo so, lo so io da dove gli viene tutto questo. E tutto perché non pensa a quello che deve, non soltanto alle sciocchezze: ai cani, ai polli”. “Ma mamma, non ti ricordi, sei stata proprio tu a dirmi che non si può non pensare all’orso bianco”.

“Non si può non pensare all’orso bianco”

Non si può non pensare all’orso bianco” è un detto proverbiale per dire che non si può smettere di pensare a qualcosa finché ci obbligano di smettere.

Tolstoj stesso fece esperienza del significato del proverbio quando era ancora piccolo e il fratello maggiore, Nikolenka, lo sfidò a restare in un angolo finché non fosse riuscito a non pensare a un orso bianco. Una sfida che il piccolo Tolstoj accettò anche se scriverà poi: “Non ce l’ho fatta a tenere lontano dai miei pensieri la creatura ursina”.

A quali e quanti orsi bianchi che non hanno legittimità agli occhi e alle orecchie degli adulti costringiamo a non pensare ai ragazzi imponendogli di rimanere sommersi dentro pensieri inconfessabili, inesprimibili? Il primo obiettivo della scuola di Freint era quello di liberarsi degli orsi bianchi, quella era la prima materia di scuola. E così la mente si liberava e progrediva. Invece la separazione tra loro e la scuola che imponiamo ai ragazzi li costringe a immergersi come sommergibili in fantasticherie inesprimibili fino all’annullamento attraverso lo schermo. Sarà mica che quello che comunemente chiamiamo “disturbo da deficit di attenzione” non sia altro che il rimanere legati al pensiero dell’orso bianco proprio in virtù dell’imposizione a non pensarci?

Dove, come e quando i bambini, i ragazzi sono liberi di esprimersi e far vedere i propri orsi bianchi, bisogni e desideri, fantasticherie e avventure, prendere forma magari in una dimensione collettiva, cooperativa, comunitaria? Mai e poi mai. I bambini sommergibile non hanno a disposizione che un periscopio per capire quando non c’è pericolo per salire in superficie e guardare il mondo alla loro altezza. Basterà offrirgliene l’occasione e loro verranno come è naturale che sia. Tutta la scuola frenettiana a cui partecipa anche Ciari e il suo Le nuove tecniche didattiche risponde a un tentativo in funzione di questa emersione. Restituire ai ragazzi la vita che la scuola gli toglie e oggi anche tanto altro, totalmente indifesi.

E così già sappiamo che diventeremo grandi e allora… tradiremo…

Katja: “E quando sarò grande e avrò dei figli, a nessun costo li obbligherò a studiare. Se vorranno studieranno, sennò, no”.
La madre: “Quando diventerai grande non farai così”.
Katja: “No, farò proprio così, invece”.
La madre: “Vedrai che non lo farai”.
Katja: “No, lo farò, lo farò, lo farò”.
La madre: “E allora sarai una stupida”.
Katja: “La njanja dice che Dio ha bisogno anche degli stupidi e delle stupide”.

Quello che esprime la madre di Nikolaj e Katja è qualcosa di molto comune e che tutti conosciamo bene ovvero le piccole virtù. Per cui la madre si affretta a ribadire, negando l’orso bianco, negando la ricerca di Nicolaj della sua vocazione, la piccola virtù del pensare ai compiti ed essere conseguente al volere degli adulti. Allora la scuola dovrebbe insegnare non le piccole virtù ma le grandi.

Non il risparmio ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore per la verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio per il successo, ma il desiderio di essere e di sapere” (Natalia Ginsburg, Le piccole virtù).

Dobbiamo essere consapevoli che un clima, un ambiente tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù porta insensibilmente al cinismo e alla paura di vivere. Quella paura di vivere a cui si ribella Nikolaj e Katja.

Dovrebbe invece starci a cuore che nei bambini e ragazzi non venga mai meno l’amore per la vita. Questo amore è la vera vocazione del bambino. E che cos’è la vocazione d’un essere umano se non la più alta espressione del suo amore per la vita? E così ritorniamo ancora a Freinet, a quelle parole che continuamente rimandano alla vita.

Rimettere al centro il lavoro-gioco

Se il fine ultimo è la società di domani e in mezzo c’è la qualità dell’esperienza e della crescita del bambino-ragazzo come si può pensare che domani potrà essere un buon cittadino, non nel senso della capacità di adattarsi ma di trasformare, se non ha mai avuto la possibilità di imparare a far bene una cosa spinto dalla motivazione a far bene? Anche lo studio è un lavoro, ma lo si farà bene solo se la spinta interiore sarà auto-motivata e non indotta dall’esterno da voti e minacce per esempio. I bambini e i ragazzi imparano a studiare nella nostra scuola? Imparano a fare ricerca, imparano la concentrazione, imparano la soddisfazione di un risultato raggiunto valorizzato dal mondo circostante e quindi il valore della loro fatica, del loro sforzo, del loro lavoro?

Bisogna rimettere al centro dell’educazione il lavoro-gioco svolto come membro attivo di una comunità e il lavoro-gioco come trasformatore, creatore di cose materiali attraverso l’acquisizione di abilità tecniche, in poche parole il lavoro artigianale. Il bambino-artigiano, artigiano nella costruzione dei suoi libri di studio e ricerca, artigiano quando lavora in funzione della sua comunità, artigiano quando produce cose vere che funzionano. E quindi la scuola non si avvale di laboratori, ma è laboratorio e il bambino il suo apprendista, il maestro in alcuni casi il mastro, in altri la guida, in altri la regia, in altri il sollecitatore, il modello e tante altre cose insieme. Ma la scuola è il laboratorio del bambino e il maestro la sponda.

Perché sarebbe così importante il lavoro-gioco nelle scuole? Che accada fuori, in corsi o saltuariamente a scuola attraverso laboratori dedicati non ci interessa perché non è strutturante di un piano di lavoro, poi si torna sempre al verbalismo, ai compiti, al nozionismo. Coltivare un orto, costruire con la falegnameria, la ceramica, stampare un giornalino, produrre i propri materiali di ricerca e la propria biblioteca, cucinare, creare momenti pubblici, feste, costruire i propri giochi ecc. ecc. vuol dire impostare un processo di apprendimento per imparare a fare bene una cosa, a svolgere bene un lavoro e questo è uno dei fondamenti della cittadinanza, non domani, ma qui ed ora.

Il lavoro artigianale, le varie arti utili a fabbricare oggetti fisici ci insegnano gli ostacoli, le difficoltà, le soluzioni e l’apertura di nuove strade di ricerca. Ci insegnano l’unità tra mente e corpo, atti semplici come l’afferramento e la prensione e atti complessi come l’imparare dalla resistenza e dall’ambiguità dei materiali che voglio trasformare come degli strumenti che utilizzo. Ci insegnano come gli atti fisici della ripetizione e dell’esercizio consentono alla persona di sviluppare abilità tecniche che interiorizziamo e di riconfigurare il mondo materiale attraverso un lento processo di metamorfosi. Le difficoltà e le possibilità di fare bene le cose valgono anche per la costruzione dei rapporti umani, ci forniscono spunti sulle tecniche che possono aiutarci nei rapporti con gli altri. E poi il fabbricare cose ci dà lo spunto per riflettere su uno degli aspetti più incisivi dell’educazione dei bambini e dei ragazzi che è proprio l’educazione delle cose, i “discorsi” che subiamo delle cose soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza.

I bambini sanno resistere: perciò la scuola e il mondo non crollano

Abbiamo già detto che non è solo la scuola oggi diseducativa, ma soprattutto il resto. 

Il solo fatto che l’Italia è per esempio uno degli ultimi paesi europei in cui i bambini possono andare da soli a scuola ci fa pensare che non solo lo stare a scuola è diseducativo ma anche l’andarci in macchina, da soli con uno dei genitori, invece che a piedi, in bici, insieme agli amici, con i mezzi pubblici. Allora la scuola non è la principale esperienza diseducativa, il suo ruolo oggi sembra più che altro di incapacità nel far fronte, nel migliore dei casi, e di scimmiottamento e adesione al reale nel peggiore.

Siamo naturalmente immersi in un mondo fatto di cose, di oggetti, di beni materiali. Consumatori più che fabbricatori di cose. Quelle cose che furono offerte agli uomini dallo scoperchiamento del vaso di Pandora. Pandora che significa “tutti i doni”. Quando il vaso viene aperto soltanto il più immateriale dei doni, la speranza, non vola fuori per diventare una forza distruttiva. Sono gli attrezzi materiali, gli elisir e i medicamenti in esso contenuti a provocare il danno; i beni materiali costituiscono un male bellissimo. Pandora scoperchia il vaso solo dietro le pressioni degli uomini; il pericolo risiedeva nella loro fame di cose materiali, nella curiosità di impossessarsi delle cose contenute nel vaso. Pandora soddisfece il loro desiderio, ma sollevando il coperchio trasformò i dolci profumi in esalazioni venefiche, le spade d’oro ferirono le mani degli uomini, le morbide tele soffocarono coloro che le manipolavano.

Così oggi i bambini e i ragazzi, attraverso “i discorsi delle cose”, quello che le cose comunicano loro, subiscono una forza distruttiva, un preoccupante impoverimento della loro esperienza.

L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale, rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma dello spirito”.

Così scriveva Pasolini parlando a Gennariello e poi continuava insistendo sul punto che ci interessa:

Io potrò cercare di scalfire, o almeno mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e sopratutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell’apprendimento, si sono formate”.

Le cose nella nostra esperienza, ormai da molto tempo, rimandano solo al giogo della proprietà e del consumo. Le cose sono linguaggio e messaggio e sono inattaccabili perché si riproducono ipertroficamente distruggendo il mondo.

È doveroso, davanti e con i ragazzi, provare a mettere in discussione questo giogo e il suo potere distruttivo, provare a criticarlo a rendersene consapevoli. Ma senza prediche, senza giudizi, facendo insieme. Il bambino-artigiano nell’apprendimento dell’arte di fabbricare attraverso il lavoro-gioco non è completamente innocente, ma è possibile quanto meno aprire uno spiraglio, vedere nel bambino lo spiraglio, nella sua possibilità di riscoprire facendo cosa c’è dietro le cose e quindi il nesso “anima/occhio/mano”, un nesso che è l’essenza stessa del linguaggio delle cose, quella sostanza etica che regge la vita materiale e spirituale e rinserirla nella Storia, rinarrarla facendo, risvegliarla.

Se la migliore educazione, come diceva Dostoevskij, sono i sacri ricordi dell’infanzia, noi abbiamo il compito, il dovere di aiutare la creazione di questi momenti che si iscriveranno nell’esperienza di crescita come sacri ricordi e che risveglieranno l’infanzia nell’adulto di domani. Il futuro come tempo ritrovato attraverso il ricordo di ambienti, momenti, esperienze, oggetti materiali, risonanze emotive. Se tutto ciò si impoverisce come si è impoverito non si può sperare in nulla di migliore.

Una risposta possibile alla ricerca di soluzioni operative che illuminino la strada nel difficile compito educativo sta nel risvegliare in noi il bambino-artigiano, il lavoro-gioco e provare con i mezzi che abbiamo, negli ambienti a disposizione, con le poche risorse, a praticarlo. Risvegliare il bambino-artigiano significa ridare valore all’intimo nesso tra mano e testa, affermare che tutte le abilità anche le più astratte nascono come pratiche corporee, e che una buona educazione è quella che conduce un dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero.

Intanto la realtà è di grande crisi e disagio, di genitori e figli, di maestri-insegnanti e studenti. Intanto la realtà continua a reggersi soprattutto grazie ai bambini. I bambini sanno sopportare e resistere e questa è l’unica ragione per cui la scuola e il mondo rinvia il suo definitivo crollo e autodistruzione.

* * *

SEGNALAZIONE

Artigiani delle parole qui.

Eccovi
bambini cattivi
eccovi accucciati qui
sul pavimento a schegge della scuola
come giovani belve
con gli occhi inflessibili
e il corpo che scatta
pronto
a ogni scricchiolio
eccovi
a spaccare le uova
di uccello piccolo
per non accarezzare l’infinito,
per sbirciare
che dentro non c’è
che il vuoto
e prenderlo a pugni
fracassarlo il vuoto
raggirato
proibito
a voi così pieni
sazi così inzuppati.
Eccolo
caro vuoto
lampante e insensato
passiamocelo da mano
a mano stringiamolo
cospirando con il sudore,
si chiama io si chiama
tu, ci chiama a un appello
senza cognomi
e non ha metafore
ma scrive una poesia gigante
una testa lanciata a 200 all’ora
in avanti
in avanti
verso il non conosciuto
a dorso di asino
e di matita:
“la poesia è conoscenza e passione”
ha detto uno di voi
uno di otto anni.
(Chandra Livia Candiani, qui)

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Enrico ha più buon senso dei test

Delle volte davvero ti sembra un sistema tirannico, quella maniera di valutare lì.

Per esempio, prendiamo Enrico (il nome è di fantasia). Che si è trovato davanti al quesito X in cui gli si davano tre participi passati sottolineati e gli si chiedeva: “Se dovessi andare a cercare il loro significato sul vocabolario, cosa cercheresti?

Sì, lo so che l’autore della domanda intendeva capire se Enrico era in grado di andarsi a cercare l’infinito presente del verbo, partendo dal participio citato. Ma Enrico, che è un bambino molto sveglio, quel “Se dovessi” non l’ha inteso così. E ha risposto candido candido, con la sua bella grafia paffutella: “Ma io non ho bisogno di cercarli perché i significati li so già!” Aggiungendoci un bel punto esclamativo alla fine, tutto pieno di orgoglio.

Noi che correggiamo gli INVALSI ora dobbiamo contare la risposta di Enrico come se fosse sbagliata.

Sì, lo so che per la logica del test è sbagliata.

Ma Enrico ha più buon senso del test, e non è giusto che sia penalizzato, no.

Così Mariangela Galatea Vaglio esprime un disagio personale e didattico di fronte ai test Invalsi, che hanno tenuto ancora la ribalta della settimana scolastica.

La protesta contro le prove. Ha raggiunto il suo apice nelle scuole superiori. A Mantova 2.700 studenti hanno boicottato le prove e fioccano su Twitter le risposte burla. C’è chi, ad esempio, alla richiesta di “Giustificare la propria risposta” ha invocato la presenza del proprio avvocato. Numerose le iniziative di protesta, dal boicottaggio, alle assenze mirate, alla consegna in bianco o con risposte sbagliate. Molte le denunce di “domande intelligenti” e di scorrettezze da parte di dirigenti scolastici: ad esempio la sospensione di studenti dell’Ipsia Sisto V di Roma per aver consegnato in bianco i test.

Discriminati gli allievi disabili. Accuse di discriminazioni anche per l’Invalsi. I genitori del Cesp (Centro studi per la scuola pubblica) hanno avviato una raccolta di firme denunciando l’esclusione e la discriminazione dai test dei 200.000 alunni disabili. Infatti è la stessa normativa predisposta dall’Invalsi che autorizza i dirigenti scolastici ad escludere i soggetti portatori di handicap dai test. A pagina 3 della “Nota sullo svolgimento delle prove Invalsi 2012/2013 per gli allievi con bisogni educativi speciali” si legge che, per gli alunni con disabilità intellettiva, il dirigente scolastico potrà decidere di “non far partecipare a una o a tutte le prove Invalsi gli alunni con disabilità intellettiva o altra disabilità grave, impegnandoli nei giorni delle prove in un’altra attività”. Il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza l’ha definito un “fatto grave” e non ha escluso l’ipotesi di un’inchiesta.

Prove da rivedere. Pare che le proteste di quest’anno abbiano fatto breccia a livello amministrativo e i Cobas sono stati ricevuti dal sottosegretario Marco Rossi Doria, che ha affermato la volontà di rivedere il ruolo delle prove, soprattutto per quanto attiene la maturità.

I Cobas hanno chiesto che la somministrazione dei test venga decisa dai collegi, che vengano eliminati dagli esami di licenza media, che venga cancellato il sistema di valutazione attuale fatto approvare dall’ex ministro Francesco Profumo a governo scaduto.

Un sistema di valutazione che traballa. Fra l’altro il decreto non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Questo potrebbe aprire la strada a una revisione delle regole del nuovo sistema di valutazione delle scuole, su cui pesano i rilievi sollevati dalle commissioni parlamentari, dal Consiglio di stato e dal Cnpi e che il governo Monti, in sede di approvazione del decreto, ha in larga misura ignorato: per esempio sul ruolo dell’Invalsi, la marginalizzazione degli ispettori, la scarsa revisione degli obiettivi di apprendimento che valorizzino la personalizzazione degli apprendimento. Ma anche la confusione tra valutazione del sistema e valutazione dei dirigenti delle scuole.

Manca il corpo ispettivo. Al contempo l’Anp lancia un allarme: il sistema di valutazione architettato da Profumo, che comprende la collaborazione di Invalsi, Indire e Corpo ispettivo, è privo di una gamba. Infatti, il Corpo ispettivo evidenzia una gravissima carenza di personale, determinatasi a seguito del pensionamento dei dirigenti tecnici che ne fanno parte (infatti, sono in servizio attivo circa 30 membri, tutti prossimi alla pensione). A questa carenza, si aggiunge la denuncia di una riduzione del corrispondente organico, che dai 700 membri degli anni ’90 è sceso negli anni a 191.

La scuola non è una priorità dei “100 giorni”

Proteste dei sindacati. Altri allarmi sono sorti quando tra le priorità dei primi 100 giorni del suo governo il premier Letta non ha incluso la scuola. Protesta Francesco Scrima della Cisl scuola:

Istruzione e formazione grandi assenti nelle priorità indicate dal presidente del consiglio per i primi cento giorni del suo governo. Cento giorni, o poco più, sono anche quelli che ci separano dall’avvio di un nuovo anno scolastico, che vorremmo si aprisse in un clima finalmente nuovo e diverso.

Scrima ricorda le grandi emergenze “edilizia scolastica, stabilizzazione del lavoro, adeguato riconoscimento delle professionalità“.

Per Massimo Di Menna della Uil scuola

Non si può più perdere tempo. Serve una politica di interventi e di sostegno alla scuola pubblica con un graduale avvicinamento agli standard europei nel rapporto tra spesa per l’istruzione e spesa pubblica.

Anche per Domenico Pantaleo della Flc Cgil

Il Governo non può ignorare tra le priorità la scuola pubblica. Dopo i tagli epocali della Gelmini e quelli della Spending Review del Governo Monti è necessario investire in istruzione, formazione e ricerca. Aumento degli organici, piano di stabilizzazione per i precari, edilizia scolastica, messa in sicurezza delle scuole, rinnovo dei contratti nazionali, valorizzazione professionale, rivisitazione del regolamento sulla valutazione e della funzione dell’Invalsi, lotta alla dispersione scolastica e Mezzogiorno sono le priorità fondamentali per ridare dignità e funzione sociale alla scuola pubblica.

Anche 81 dirigenti scolastici dell’Ufficio Scolastico di Verona hanno scritto una lettera aperta al nuono ministro dell’Istruzione per protestare contro quella che viene definita una “logica esclusiva di risparmio e senza un progetto chiaro e coerente di innovazione.

Il gruppo della VII Commissione della Camera del Movimento 5 Stelle ha presentato una mozione con la quale chiede al nuovo Governo una radicale inversione di rotta nei confronti delle politiche in materia d’istruzione, cultura e ricerca, con un piano per ripristinare in 2 anni i tagli alla scuola, assorbire in 3 anni i precari, intervenire nell’edilizia scolastica e sostenere le scuole in difficoltà. I fondi necessari, secondo il M5S, possono essere reperiti tagliando province, spese militari, finanziamenti alle scuole paritarie e rimborsi elettorali.

Ma il ministro Maria Chiara Carrozza continua ad assicurare:

Scuola università e ricerca sono centrali nell’azione di governo. Noi dobbiamo investire su edilizia scolastica e residenze universitarie, sui precari e sui giovani professori. Dobbiamo recuperare il rapporto con i nostri interlocutori, gli insegnanti, i ricercatori e i professori. Dobbiamo predisporre in tempi rapidi un libro bianco su istruzione, università e ricerca con una visione unitaria per il nostro Paese. Il diritto allo studio e la lotta alla dispersione scolastica e universitaria saranno prioritari per il prossimo futuro“.

Svolta o non svolta. Sembra di assistere a una inversione di rotta quando la Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento che cancella i tagli per la scuola che sarebbero dovuti scattare nel 2015. Tagli al bilancio dell’istruzione scolastica per un totale di 75 milioni di euro da operare in due anni: il 2014 e il 2015. L’istruzione universitaria avrebbe dovuto rinunciare a 47,5 milioni e la ricerca scientifica a 13,5 milioni, quasi tutti a scapito della ricerca di base.

C’è chi titola “Una boccata d’ossigeno“. Ma gli entusiasmi vengono ridimensionati da Reginaldo Palermo:

L’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio stabilisce molto semplicemente la cancellazione di questa sforbiciata (che, per dire la verità, è cosa modesta se soltanto si pensa che – giusto per fare un paragone – i 26 milioni di euro riferiti all’istruzione rappresentano il 2% dell’intero ammontare delle risorse per il fondo di istituto).

Non c’è dunque nessuna restituzione di risorse alle scuole e men che meno un incremento delle stesse. Insomma, l’emendamento, pur apprezzabile in questi tempi difficili, rappresenta più che altro un intervento a costo quasi zero per raffreddare un po’ le polemiche e le proteste.

Per dare un po’ di ossigeno alle scuole occorre ben altro che impedire un ulteriore taglio di 26 milioni di euro.

Un’ultima annotazione: per ora è stato approvato soltanto un emendamento in Commissione, l’intero decreto legge dovrà ancora essere esaminato dalle Assemblee di Camera e Senato e quindi non è neppure detto che, alla fine, venga accolto dal Parlamento.

Meno male che il presidente della Camera Laura Boldrini, rivolgendosi agli alunni della scuola Sarria Monti, nel quartiere San Giovanni a Teduccio, zona orientale di Napoli, ha avuto parole “forti” per gli insegnanti:

L’istruzione è fondamentale per creare il vostro futuro, gli insegnanti sono gli eroi del nostro tempo, l’Italia migliore che c’è e non si vede, un’Italia sana, bella e forte che reagisce”.

Dall’epica delle parole alla prosa dei tagli

Come è noto, il Consiglio di Stato ha dato parere favorevole alla proroga al 31 dicembre 2013, con effetto sull’anno 2014, dei blocchi degli scatti di anzianità introdotti dall’art. 9, comma 23, del decreto legge n. 78 del 2010, riguardanti il personale docente, educativo ed Ata.

Il decreto prevede:

  1. la proroga, fino al 31 dicembre 2014, del blocco della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti
  2. il blocco, senza possibilità di recupero, delle procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013-2014
  3. il blocco del riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti a decorrere dal 2011
  4. il blocco, senza possibilità di recupero, del riconoscimento di incrementi a titolo di indennità di vacanza contrattuale

Il governo Letta bloccherà l’iter di questi nuovi tagli o si dimetterà?

Intanto la Commissione Bilancio valuta favorevolmente, Sel è contrario, il M5S chiede il rinvio della discussione.

La Flc Cgil chiede il ritiro del decreto e fa il calcolo che gli statali perdono 3000 euro tra il 2010 il 2012. Nel 2013 perderanno 600 euro mensili e la situazione si aggraverà se il blocco del 2014 venisse confermato.

Dipartimento della Funzione Pubblica: nuova agenzia recupero crediti

Il Governo prima dà e poi ritoglie. Dopo aver seguito un particolare percorso formativo, personale Ata e collaboratori scolastici hanno potuto avere tra i 600 e i 1800 euro in più, lordi, all’anno, in base a un accordo siglato col Miur nel 2011. Per due anni tutto è filato liscio, ma adesso il ministero dell’Economia sta pensando di richiedere indietro i soldi. Il motivo? La legge Tremonti, che risale al 2010, ha detto no alla progressione dello stipendio. E dato che l’incentivo offerto agli Ata è stato assimilato ad una sorta di avanzamento economico, ecco che il Mef adesso pensa di chiedere indietro tutti i soldi versati in questo biennio. Così, un collaboratore dovrebbe restituire 1200 euro, cifra doppia per i tecnici. Mario Piemontese ricostruisce l’iter della vicenda.

Non assume e penalizza i lavoratori. Ma questo non è il solo problema riguardante il personale Ata. La mancata soluzione del problema degli inidonei continua a essere utilizzata come pretesto per non immettere in ruolo gli Ata. Questo comporta supplenze super provvisorie “fino all’arrivo dell’avente diritto” e penalizza i lavoratori sotto il profilo contrattuale (ferie, retribuzione durante la malattia); comporta inoltre il loro licenziamento al termine delle lezioni e cioè il prossimo 9 giugno.

La Flc Cgil riferisce di un impegno, assunto dal Miur nell’incontro del 15 maggio, a superare le criticità e gli ostacoli che impediscono le immissioni in ruolo degli Ata e il pagamento delle posizioni economiche. Nel frattempo il Miur darà indicazioni ai propri uffici territoriali di prorogare, su richiesta dei dirigenti scolastici, le attuali nomine “fino all’avente diritto” secondo la tipologia del posto occupato (30 giugno – 31 agosto). Il sindacato minaccia sciopero in mancanza di soluzioni adeguate e tempestive.

Pensioni, concorso, dimensionamento

Gilda degli insegnanti e Cisl chiedono maggior flessibilità nelle regole per i pensionamenti della scuola, per

sanare in una volta sola due grandi problemi della scuola: quello di decine di migliaia di precari abilitati, fermi nell’eterna lista di attesa, e quello di altrettanti docenti anziani che, stoppati dalla riforma Fornero, fanno sempre più fatica a reggere il carico di lavoro“.

La legge Fornero nella scuola ha infatti più che dimezzato i pensionamenti: dai 21.000 docenti e 5.336 Ata del 2012, ai 10.000 docenti e 3.343 ATA di quest’anno. Dati che mettono a rischio future assunzioni.

Lavorare non per soldi ma per spirito di servizio. Mancano i docenti per le commissioni che dovranno giudicare i candidati per una cattedra. Circa 500 euro netti è la retribuzione per tutta un’estate a lavorare, senza ferie, domeniche comprese. “Mi sento umiliata, mortificata” è la denuncia di una professoressa di Palermo, Silvia Parroco, contattata dall’Ufficio scolastico regionale per fare parte della commissione esaminatrice del concorso a cattedre di Latino voluto dall’ex ministro Francesco Profumo. “Perché dovrei accettare l’incarico? chiede la docente, avendo saputo che il compenso è di 209 euro lordi più 50 centesimi per ogni compito corretto e altri 50 centesimi per ogni candidato. “Lo faccia per spirito di servizio“, si sente rispondere.

Questo il commento di Reginaldo Palermo a questo “disastro annunciato“:

Se le regole di “ingaggio” di presidenti e commissari non verranno cambiate d’ora in poi il reclutamento dei docenti potrebbe essere affidato non a professionisti seri e preparati ma a chi sarà disposto a lavorare per quattro spiccioli.

L’anno prossimo 500 scuole in meno. La ragion di Stato è superiore alla continuità didattica. A decretarlo è il Tar della Calabria con la sentenza n. 543 dell’8 maggio, che conferma la legittimità dei provvedimenti assunti in tema di dimensionamento della rete scolastica, nonostante la loro dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

Scadenze: Bologna riguarda l’Italia

Si avvicina il Referendum del 26 maggio a Bologna. La popolazione sarà chiamata a esprimersi sulla destinazione dei finanziamenti comunali: alle scuole private o a quelle comunali. La consultazione, promossa dal Comitato art. 33, con la presidenza onoraria di Stefano Rodotà, che dichiara fra l’altro:

Quel che dovrebbe sorprendere non è che qualcuno abbia avuto l’ardire di promuovere un referendum, ma che questo referendum si debba fare…

Non siamo di fronte a una questione contabile. Si tratta della qualità dell’azione pubblica, del modo in cui lo Stato adempie ai suoi doveri nei confronti dei cittadini. La consapevolezza di questi doveri si è assai affievolita in questi anni, e le conseguenze di questa deriva sono davanti a noi. È ottima cosa, allora, che siano proprio i cittadini a ricordarsene e a chiedere con un referendum che la legalità costituzionale venga onorata.

Così spiega la necessità del referendum Giovanni Cocchi:

Immaginate di avere un figlio di 3 anni.

Immaginate di volerlo o doverlo (probabilmente tutte due) iscrivere alla scuola materna.

E’ un vostro diritto, perché lo Stato ha l’obbligo costituzionale di darvi quella scuola (art. 33, comma 2: La Repubblica… istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi).

Ma la scuola pubblica per voi non c’è. E però vi dicono che potete iscriverlo alla scuola privata parificata.

Immaginate che voi non abbiate i soldi o non vogliate (o tutte due) iscriverlo a una scuola “bianca”, o “rossa” o di qualsiasi altra “tendenza” preferita dai suoi genitori, ma lo vogliate iscrivere alla scuola pubblica, “arcobaleno“, perché abbia a che fare con tutti i colori, perché il suo colore se lo scelga da solo quando potrà e vorrà… (continua qui)

Sull’argomento segnaliamo gli interventi di Giuseppe Caliceti, di Marina Boscaino e Giorgio Tassinari. Mentre il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi si schiera per il finanziamento alle scuole private, sostenuto a spada tratta dal sindaco di Bologna Virginio Merola.

No ai buoni scuola. Ricordiamo inoltre che è ancora in corso la raccolta di firme per una petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia, che per i criteri stabiliti sono diventati un modo per sostenere la scuola privata.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

5 pensieri su “Vivalascuola. Il bambino artigiano

  1. Grazie, e grazie a Marco Carsetti che ci ha illuminato l’anima di maestri!
    Che magnifico saggio….non so davvero che dire e che commentare ad uno Scrittore che ci “passa” la sua passione di scrivere col cuore per aiutarci ad entrare in quella dei nostri scolari.

    Grazie a tutti , che bolg interessante!

    Ernestina.

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  2. Grazie a te, Ernestina.

    Questo articolo sul “bambino artigiano” mi è particolarmente caro, e il testo a cui si fa riferimento nell’articolo, “Le nuove tecniche didattiche” di Bruno Ciari, è un testo tutto da riscoprire.

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  3. Pingback: Viva la scuola, Il bambino artigiano | intelstoria

  4. Conoscendo da tempo il testo di B.CIARI, condivido l’invito ai riscoprirlo o, tanto meglio, a farlo conoscere agli insegnanti più giovani…Buona lettura

    "Mi piace"

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