Nomen Omen, di Fabrizio Centofanti

Nomen Omen receNomen Omen di Fabrizio Centofanti – Photocity edizioni, 2012

Nota di lettura di Rosa Salvia

Fabrizio Centofanti con la sua silloge Nomen omen consegna alla poesia, semplice nella lingua secondo il dettame petrarchesco, e profonda di livelli di significato, la sua personale visione “gloriosa” dell’essere e della vita. Una voce che ci rammenta la luce di un destino che chiama, anche dentro le ombre della nostra epoca, dentro i meandri del male e i misteri della morte. Una voce asciutta e animatissima che unisce un vivo sentimento del reale a un teso ascolto dei minimi movimenti del cuore. Una voce temperata da un’esigenza etica fermissima che accoglie in sé il dolore dell’esistere e lo sconfinamento metafisico, riuscendo a coniugare il visibile con l’invisibile attraverso il respiro e il silenzio, l’ascolto e la preghiera:

facile dire l’oltre nominare / sentire gocce contro la tua pelle / e dichiarare: è pioggia / oppure fare finta di partire / e dire: è fuga / che non esista un ultimo ricordo / e che la terra autonoma decida / il nome e il fatto e il fato di quell’acqua / e il rovinare sordo delle scarpe / lo stesso schianto turgido del bacio / che nella sera nutre il destinato / nome l’esoso nume del rapporto / il tuo calore il corpo che si placa / l’acqua e la pioggia l’umida incavata / risuona appena l’unico barlume”. ( Nomen omen, pag. 80)

Fuori da sterili verbalismi, ogni componimento ha un messaggio, un’intuizione, un pensiero da comunicare, attorno al quale è possibile far fiorire una meditazione breve, un’illuminazione intima, un fremito della coscienza. Il caleidoscopio dei versi liberi, sciolti, si compone, dunque, in un mosaico dai mille colori e forme, al cui interno, però, si intravede un profilo: è quello dell’uomo che pensa e che ama, e che pascalianamente scommette su Dio (come rileva Giuseppe Panella nella prefazione), su quel Deus insita omnibus e su quel Deus super omnia di cui scriveva Giordano Bruno.

Ecco allora scorrere, pagina dopo pagina, un universo di parole che, come l’acqua, sono veicolo di vita, e ci invitano a confrontarci con i temi fondamentali dell’umanità e dell’esistenza, con i doveri di amore, verità e giustizia che ognuno ha nei confronti di se stesso, della propria storia, dei propri simili e della casa comune che è il mondo. Innervate da quel “grande codice” di riferimento della civiltà occidentale che è il Cristianesimo.

Eppure a mio avviso l’aggettivo che qualifica questi componimenti è “laico” nell’accezione odierna (non in quella tradizionale e storica). Questo perché lo sguardo del poeta è rivolto a tutti, credenti e non credenti, a chiunque abbia dentro di sé il fiorire delle domande, la vivacità della ricerca, il desiderio dell’introspezione. C’è la visione dell’amore del Simposio platonico, l’amore visto nella sua scalarità: dall’amore terreno, l’amore per un’altra persona, l’amore per la natura, all’amore per le idee-valori fino al Sommo Bene, Dio nella teologia cristiana. Tanti sono i componimenti delicati e struggenti dedicati a persone care, che sia la donna amata un tempo:

non parli mai, tesoro: soltanto a tratti / esplodi come a ottobre la tempesta / che mozza il fiato; o come un fuoco fatuo / errante indisturbato fra le tombe. / si sporge il tempo, in questo nostro oscuro ricordare / che non perdona; eppure ripara sempre al porto / sicuro della sera, in cui scaviamo / un gesto, un patto di silenzio, appena scuote l’aria / il mare, che c’invade come assenzio”.(Assenzio, pag.28)

Che sia Don Mario, il parroco “fratello” scomparso nel 2008:

quando c’eri, Mario, mi domandavo / come sarebbe stato / il giorno che sarei rimasto solo: / un pugno nello stomaco, credevo / che sarei morto anch’io, / ancora non sapevo / che amare è morire, che in fondo al cuore / c’è una luce nascosta in una tomba / e che solo scendendo fino in fondo, / esalando quell’ultimo respiro / nascosto in ogni battito del dare, / ancora non sapevo / che il lampo che ora vedo in questa foto, / l’illusione di averti qui per sempre / era la profezia di chi sa già / che all’alba arriva uno che ti dice / chi cerchi, perché piangi non è qui, / non vedi che ti sta aspettando ancora / non senti che ti chiama dalla porta / del cuore? dimmelo, se sei felice”. ( Se sei felice, pag.148)

Che siano persone scomparse tragicamente, come il pacifista Vittorio Annigoni o il giovane pilota motociclistico Marco Simoncelli.

In ogni caso la poesia di Centofanti vibra di una singolare forza, capace di esprimere il senso dell’abissale condizione umana e le umbratili percezioni degli alti e bassi dell’esistenza attraverso una lingua spesso espressa più per sottrazione che per abbondanza: […] “ scriverò di parole senza corpo / di linguaggi perduti d’un’erotica / assenza d’ogni frase / lo so / inibita dalla logica”. (Etica poetica, pag.97)

Il poeta ci offre d’altro lato una sorta di testimonianza della luce e alla luce, innestando nel pessimismo di fondo, un palpito di viva speranza che permette ai dolori più atroci di attenuarsi, ai nodi più tenaci di sciogliersi:

il bene, dici, vince sempre. Come / caligine, che prima o poi dilegua. Invece di cantare / il merlo, a volte, salta sopra il muro e guarda verso il / nulla, / ti pare. Puoi pensare che il poeta sia il punto di / contatto / tra il canto e il muro, tra il nulla dello sguardo / e il bene che la nebbia ha contraffatto”. (Elegia, pag. 27)

Eppure vi sono dolori che nemmeno il tempo potrà mai cancellare:

una scritta sbilenca, come un gioco / per bambini a cui servono favole / per crescere felici. / un albero stecchito a ricordare / che se hai qualcosa di tuo, / se t’illudi d’essere qualcuno, questa è la prospettiva che smentisce, è l’indice di tutte le sconfitte, / anche quella finale con te stesso. / ma saranno le facce, / gli occhi stupiti di chi non capisce, / l’attesa opaca dentro le garitte / gelide della sua disperazione, / sarà il binario che avete orientato / verso la porta dell’inferno a strisce, / saranno quelle tracce / dentro le fosse senza paragone / a dirvi chi vi aspetta, / all’ultima stazione. (Stazione della memoria (Shoah), pag. 152)

In questi versi il poeta rievoca un momento di profonda disperazione attraverso una serie di correlativi oggettivi, che sono immagini che creano angoscia e smarrimento (gli occhi stupiti di chi non capisce); poi, riesce a guardarsi dentro e descrivere il proprio stato d’animo: una denuncia violenta che arresta tutto il flusso e l’energia positiva che è dentro di lui ( sarà li binario che avete orientato verso la porta dell’inferno a strisce …). Non c’è salvezza, no, ma un richiamo a quel Dio che aspetta all’ultima stazione.

Mi vien da aggiungere in conclusione che per Centofanti il compito della poesia è salvare le cose, come per Rilke, ossia affiancare all’“opera dello sguardo”, talora riduttiva, “l’opera del cuore”, la sola che possa schiuderci un varco verso l’Assoluto. Salvare le cose vuol dire salvarle in “noi”, compiere la metamorfosi che le fa rinascere nella diade indivisibile di spazio del mondo e spazio interiore dell’io. Ed è questa inscindibilità la strada che Centofanti ci indica per uscire dal labirinto in cui ci smarriamo, una strada da percorrere con una sorta di operoso abbandono che trova forse la sua espressione più bella in questi versi che chiudono la raccolta:

la stanza chiude dentro l’invisibile: / i rami fuori sono un’illusione / che resta ferma, come nella mente / lo sguardo estraneo, l’ombra delle foglie. / nel buio si nota subito la luce, seppure impercettibile. / non hanno più pareti, le presenze, / adesso splendono / di un oro femminile, acceso d’ambra, / sofferto nella carne. / ma il suo segreto è l’ombra sul selciato, / la chiave nella stanza e l’inudibile”. (La poesia e lo spirito, pag. 156)

11 pensieri su “Nomen Omen, di Fabrizio Centofanti

  1. Grazie,
    Al nostro bravo scrittore Don Fabrizio Centofanti, quanti regali ci fai con i tuoi libri.

    Ernestina.

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  2. Sono versi che scolpiscono attimi che nascono da un sentire profondo, hanno la fluidità dell’acqua, elemento che ricorre spesso nelle poesie contenute in “Nomen Omen”.
    Molto bella e delicata la recensione, complimenti all’autrice Rosa Salvia, leggerla è sempre un grande piacere.

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  3. Il libro ha una copertina bianca, sobria; immagine essenziale e generosa, da riempire con fotogrammi emotivi, pensieri e stati d’animo. Ognuno scriverà nel bianco del proprio cuore quanto riuscirà a trarre dalla lettura di questi versi, lasciando al tempo il difficile compito di trasformarlo nel sogno prezioso attraverso il quale continuare a vivere

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  4. Mi fa piacere che si ricordino con tanta delicata attenzione i bei componimenti poetici di Don Fabrizio. Ringrazio voi tutti per l’attenzione.

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  5. è un libro,piccolo ma potente, con quale mi piace viaggiare. Leggo le poesie tante volte e spesso lo trovo qualcosa di nuovo, nascosto tra le parole. E’ un libro piccolo ma grande nel valore.

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  6. ‘il compito della poesia è salvare le cose, come per Rilke, ossia affiancare all’“opera dello sguardo”, talora riduttiva, “l’opera del cuore”’.

    Concordo pienamente. Entrare nelle pieghe più profonde per cogliere l’essenziale e l’eterno.
    Grazie a Rosa Salvia per questo post ricco di attenzione a quel respiro universale contenuto nella poetica di Don Fabrizio.

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  7. Le poesie di Don Fabrizio arrivano a toccare il cuore forse perché in ognuna di esse si nasconde un pizzico della Vita Vera ,quella che si tocca con il cuore in quanto raggiunge il centro dell’ anima, il punto di equilibrio tra gioia e dolore.

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