Axis Mundi. Racconti della Brianza

hippy-bus

Attica 73

di Gianni Fumagalli

Ma potrebbe anche titolarsi il viaggio dell’incoscienza. Eravamo giovani,spensierati e un po’ immaturi, almeno nel ristretto spazio dell’otium vacui della vacanza, ma godevamo della spontanea protezione del Nume Tutelare degli irresponsabili – rigorosamente in buona fede.
Ci sono vacanze che restano nella memoria dei protagonisti per svariate ragioni: incantevole bellezza del luogo, particolari amicizie o galanti avventure nate in quel momento speciale, imprevisti e contrattempi rovinosi, esilaranti coincidenze. Le ferie del 73 hanno contenuto queste e numerose altre esperienze al punto da renderle, per tutti noi, la “Vacanza”.
La novità più rilevante era rappresentata dal mezzo. Per la prima volta non eravamo distribuiti in diverse macchine ma tutti raccolti su un unico veicolo: il Volkswagen nove posti dai colori giallo-blù della Società Sportiva, con tanto di scritta posticcia sul portellone posteriore A. S. USMATE. Il pulmino era stato offerto dalla ditta di Fausto, sponsor ufficiale della Società. L’avercelo dato in prestito per una vacanza poteva essere letto come un atto di
riconoscenza verso il figlio del maggiore supporter.
Non ricordo con precisione perché fu Sergio a compiere il gesto (forse perché la Società aveva affidato il mezzo alle cure meccaniche di un esperto) ma la consegna delle chiavi si svolse con tempi e modalità da rito religioso, con tanto di esortazione. – Fasic tuscos ma fasic minga mancà l’oli (Fategli di tutto ma non fategli mancare l’olio) – fu la sentenza-preghiera dell’amico
Sergio; poi l’atto della consegna, calando nelle mani di Fausto le reliquie-chiavi. Noi però eravamo già altrove e nell’eccitazione del momento forse già in viaggio. La raccomandazione suonò per tutti come un dettaglio irrilevante, un inutile monito da padre a figlio, qualcosa a cui bisognava prestare attenzione per dovere. Quindi via!
Si via, e per duemila chilometri non una goccia d’olio, ma andiamo per ordine.
Occorre riconoscere che il viaggio era stato preparato per bene, per quanto l’apparenza avrebbe portato a pensare il contrario. Noi cinque, componenti l’equipaggio del pulmino: Fausto, Giorgetto, Ferruccio, Fabio ed io, ci eravamo suddivisi equamente i compiti. A me ad esempio toccò il recupero delle tende e la registrazione su cassette della musica che ci avrebbe accompagnato per tutta
la vacanza. Le tende non costituirono un problema, per la musica scelsi i gruppi del rock progressivo a noi più cari, in particolare tre dischi risultarono i più ascoltati, tre autentici capolavori: Foxtrot dei Genesis, The Court of The Crimson King dei King Crimson e Close to the Edge degli Yes.
Naturalmente non mancavano i gruppi e i cantautori italiani per noi più rappresentativi: Il Banco Mutuo Soccorso, Guccini, Tenco, De Andrè e i Pholas Dactilus (se non li avete mai sentiti datevi da fare, siete ancora in tempo, anche se il ritardo è imperdonabile).
Alla programmazione del viaggio collaborammo tutti, anche Mimmo e Stefano che ci avrebbero raggiunti con un mezzo proprio la seconda settimana. Aleggiava un’esuberante eccitazione che ci faceva rimbalzare da una proposta all’altra.
Animati da tale insensato spirito, eravamo ciechi ad ogni problema, vedevamo una realtà edulcorata e senza ostacoli, semplicemente naif. La scelta cadde sulla Grecia; la Grecia dei colonnelli e dell’attentato all’aeroporto di Atene ma, soprattutto, del mar Egeo, delle infinite e bianche isole adagiate su un mare di cobalto, del suo caldo sole, della sua storia epica e, se le cose poi
fossero andate bene, del Peloponneso e di chissà quali altri magici luoghi. Le tappe intermedie sarebbero state in Jugoslavia, una in Istria, una seconda a Spalato e la terza a Dubrovnik, dove avremmo atteso l’arrivo degli altri amici.
Una delle discussioni preparatorie più calde dibatteva il fatto di portare o meno sedie e tavolino. Fabio, sedicente anarchico integralista, considerava un’intollerabile debolezza cedere alle comodità borghesi di una cucina reazionaria con tanto di tavolino e corrispettivi seggiolini. Riteneva ancora più blasfemo,
in una vacanza come quella che andavamo programmando e che doveva essere all’insegna dell’on the road più radicale, affidarci a simili comodità. Fabio si batteva per una linea più che spartana, direi monastica. Ma dopo numerosi tentativi di persuasione decidemmo di ignorare il suo appello portando tutto l’occorrente da cucina con qualche piccola concessione extra all’agio. Fummo anche d’accordo che tutti gli autostoppisti avrebbero goduto di un passaggio
sul nostro mezzo, fino ad esaurimento posti, ovviamente, e senza alcuna discriminazione. Questa volta le “fighe” non le avremmo cattate in spiaggia,ma raccolte per strada e avrebbero goduto del privilegio di un posto con un leggero vantaggio sui maschi.
Dunque, contro la più incerta previsione che vede naufragare ogni armata brancaleone come la nostra, che osa avventurarsi fuori dagli angusti confini della propria adolescenza, una mattina d’inizio agosto riuscimmo a partire. E fu una corsa sfrenata verso la frontiera in una spasmodica ricerca di aria nuova, volti nuovi e nuove avventure. Si, possiamo proprio scomodare Rembeau: “salpiamo, l’aria marina ci brucerà i polmoni”.
Arrivammo in Istria d’un fiato, assaporando l’aria insolita della terra straniera. Mentre avevamo programmato di scendere gradualmente la costa dalmata. La prima settimana la impiegammo a percorrere i milleduecento chilometri che separano l’Istria da Dubrovnich. Strade tortuose ma di una bellezza mozzafiato che costringevano a tenere una velocità media molto bassa. Le soste furono numerose e il primo approccio col popolo della strada in perenne esodo si rivelò promettente. Nel primo campeggio dove piantammo le
tende, conoscemmo quattro ragazze milanesi con le quali allacciammo una simpatica amicizia. Nacquero dei flirt Il viaggio sembrava aver dissipato tutte le incertezze, ponendosi fin dall’inizio sotto una buona stella. Cedemmo al richiamo di queste meritevoli sirene e restammo due giorni più del previsto nel campeggio ripartendo con la determinazione di recuperare il ritardo sul programma. Non avevamo fatto che poche decine di chilometri che incrociammo altre due sirene: Michelle e Murielle, due autentiche bellezze dal fascino
squisitamente transalpino. Partite da Parigi alla guida di un maggiolino, erano, ai nostri occhi, l’incarnazione della conquistata libertà femminile, delle Thelma e Louise antelitteram. Restarono con noi per tutta la vacanza anche quando le nostre disavventure ci costrinsero ad una sosta forzata per quasi due giorni in un non luogo della Grecia settentrionale. La loro presenza è stata una costante luce che ingentiliva relazioni e cose. I guai cominciarono
appena lasciata Dubrovnik quando, ricomposto il gruppo al completo con Mimmo e Stefano, ripartimmo per la Grecia. Avevamo deciso di fare più strada possibile guidando fin quando avremmo resistito e fermandoci, semmai ne avremmo sentito il bisogno, con le tende al bordo della strada. Erano circa le undici di sera e alla guida c’era Giorgetto, io ero al suo fianco. Stavamo attraversando un piccolo paese del Montenegro, in una zona di montagna scarsamente abitata
quando improvvisamente il mezzo non frenò più. L’attimo prima tutto funzionava regolarmente e immediatamente dopo il pedale del freno affondava drammaticamente senza rallentare di un millesimo la velocità del pulmino. Il rischio che corremmo attraversando un semaforo rosso senza neppure rallentare dissipò all’istante, in Giorgetto, tutti i colpi di sonno con i quali stava combattendo da quando si era messo alla guida. Ci accordammo di trovare un
posto lungo la strada dove poter montare le tende rimandando il problema meccanico alla mattina seguente. Anche la macchina delle ragazze francesi non volle essere da meno; quasi nello stesso momento si spensero definitivamente le luci per non riaccendersi più. Percorremmo i pochi chilometri per trovare una sistemazione in questo assetto: prima la cinquecento di Mimmo, perfettamente
funzionante, poi, a ridosso, il maggiolino delle francesi che frenava bene ma non avendo le luci sfruttava l’illuminazione della macchina che lo precedeva, per ultimo il nostro pulmino, ma ad una distanza di sicurezza di circa cento metri, nell’eventualità di una brusca frenata. Visti in questo modo eravamo veramente un’armata brancaleone motorizzata. La sorpresa che ci attendeva il
mattino seguente era che non esisteva un meccanico in grado di risolvere il nostro guasto nel raggio di cento chilometri. Avremmodovuto proseguire in quelle condizioni fino a Scopie, in Macedonia, lì potevamo trovare un’officina adeguata. Si trattava di percorrere strade di montagna mal segnalate, strette, ripide, senza guardrail e per di più, non avendo assolutamente freni, con la
possibilità di rallentare col solo freno-motore. Il nostro Nume Tutelare ebbe il Suo gran da fare; comunque arrivammo incolumiall’officina dopo aver miracolosamente scongiurato più di una catastrofe. Appena ripartiti la strada era sbarrata da alcunilegni incrociati che fermavano il traffico su un
baratro. Stavano costruendo un viadotto ma non c’era alcuna segnaletica e tantomeno illuminazione ad indicarlo. Semplicemente si arrivava di fronte allo sbarramento su un precipizio di cinquanta metri per scoprire che la strada proseguiva con una deviazione a destra attraverso un tortuoso sterrato che scendeva a valle. Con i nostri freni evitammo la tragedia per miracolo. Mentre, il giorno successivo, in un tratto in discesa ci trovammo, nel bel mezzo diuna
curva, un carro trainato da cavalli che procedeva ad un’andatura per noi troppo lenta. Ferruccio, che era alla guida, tentò di rallentare scalando rapidamente le marce, ma, per alcuni istanti, tememmo l’impatto. Percorremmo la parte finale della curva vicinissimi alla collisione, poi, appena avuta la visuale lo superammo tirando un grande sospiro. Ma l’aspetto sorprendente consisteva nel fatto che tutti questi rischi sono stati vissuti come tali solo dal conducente
e da chi era seduto al suo fianco. Tutti gi altri, autostoppisti compresi – mediamente caricavamo dalle quattro alle sei persone – erano così impegnati a cantare, suonare e ad intrattenere relazioni che, qualora fossimo precipitati in un baratro, avremmo continuatoignari fino all’impatto. Il meccanico di Scopie sentenziò: perdita totale della pressione dei freni causa rottura di un
condotto dell’olio. Riparammo il guasto e ripartimmo in giornata. Passammo la frontiera nel tardo pomeriggio di una domenica di agosto e bastarono pochi minuti, trascorsi in uno slargo al bordo della strada ad organizzare una rapida cena, per renderci conto che eravamo entrati in un paese militarizzato.
Improvvisamente arrivarono come furie quattro camionette dell’esercito che vomitarono una ventina di militari in assetto da guerriglia. Ci circondarono con le armi spianate, esibendo in viso l’arroganza ed il disprezzo tipici dei servitori del potere. Ingiunsero di mostrare i documenti, lasciandoci in una sospensione che avrebbe preoccupato chiunque, ma non noi, ignari dei rischi di
una dittatura e al tempo stesso illusi e fiduciosi che lo spirito pacifistico dei giovani fosse immune da qualsivoglia pericolo epositivamente contagioso. Ci lasciarono con la stessa baldanza con la quale comparvero. Piantammo le tende in quello spazio al bordo della strada; sarebbe stata l’ultima tappa di trasferimento, poi la Magna Grecia. E’ stata una notte che gli amici ricordano con un certo divertito turbamento. Le tende erano vicine alla strada e mi
coricai col pensiero che qualche grosso camion, che passavano con un gran fracasso, avrebbe potuto travolgerci Questa preoccupazione si trasformò in un terribile incubo. Sognai che un mezzo pesante ci stava investendo e nella furia del salvataggio afferrai Ferruccio per un piede cercando di trascinarlo in salvo con tutta la forza della disperazione. Fu dura per il povero amico, recalcitrante ad essere salvato, resistere ai possenti e disperati tentativi
aggrappato al paletto della tenda. Ripartimmo la mattina seguente avvolti ancora in un’aura di divertita perplessità, dritti e ignari incontro all’inevitabile. Stavamo percorrendo l’ultimo tratto di superstrada che porta da Salonicco ad Atene e come sempre il nostro pulmino era carico di autostoppisti.
A bordo, oltre a noi cinque, c’erano due ragazzi e una ragazza tedeschi più una ragazza francese. Dopo una breve sosta ad un distributore ripartimmo per l’ultimo tratto di strada verso Atene e contemporaneamente ricominciarono, musica e canzoni cantate a squarciagola. Alla guida c’era Giorgetto, io ero al suo
fianco. Fatti pochi chilometri mi insospettii per un rumore metallico che proveniva dal motore, superava appena il frastuono dell’abitacolo, ma era così persistente da non poter essere notato. Chiesi a Giorgetto se nel caos della musica avesse sentito anche lui quel rumore. Premesso che la nostra competenza in fatto di motori rasentava il ridicolo, la risposta di Giorgetto fu semplicemente sconcertante, serena e sicura di sé, per certi versi, tanto da
risultare rassicurante: “sarà qualche vitina (piccola vite) che si è staccata dal motore – poi aggiunse – io non mi preoccuperei. Avevamo semplicemente fuso il motore, sbiellato, colato. Lasciato dalla partenza senza una goccia d’olio, il nostro povero mezzo di locomozione, a pochi chilometri dalla meta, aveva esalato l’ultimo respiro piantandosi sulla strada come un mulo. Inchiodato in
un monoblocco di metallo fumante sulla corsia d’emergenza dell’autostrada per Atene, attendeva solo un miracolo per ripartire. E il miracolo si materializzò nella figura di un fantomatico meccanico comparso, se fossimo un po’ superstiziosi diremmo, dall’asfalto, che promise di tirarci fuori dai nostri
guai. Dopo un consulto che vedeva coinvolti un autostoppista tedesco che sapeva un po’ di greco, ma non l’italiano che, comunicando col meccanico, riferiva poi in tedesco ad una delle francesi la quale, a sua volta, ci parlava nella sua lingua, finalmente a noi comprensibile. In due parole la sintesi suonò chiara, lapidaria e senza scampo: motore kaput. Eravamo nelle mani di questo sedicente
e sconosciuto meccanico e decidemmo di restarci, non rimanemmo delusi. Dotato di una sola cassetta di ferri, nemmeno tanto rifornita, smontò tutto il nostro motore, poi condusse due di noi, Fausto e Fabio, attraverso un breve ma enigmatico viaggio nella campagna greca fino a raggiungere un casolare isolato il cui seminterrato era colmo di auto straniere, probabilmente tutte rubate. Fu chiesto agli attoniti acquirenti di sceglierne una, dalla quale il nostro “salvatore”, che cominciava a mostrare un lato preoccupante, avrebbe prelevato il motore. Tutto filò liscio e dopo un’attesa di alcune ore furono di ritorno con il motore di ricambio e una storia di sospetti e paura da raccontare. Noi impiegammo l’attesa intrattenendo relazioni. Tentammo di dissuadere, invano,
gli autostoppisti che avevamo a bordo nel momento del’incidente a non perdere inutile tempo nell’attendere la sostituzione del motore e di ripartire per il loro viaggio. Loro mostrarono una simpatia così calorosa tanto da declinare senza indugi il nostro invito, preferendo rimanere con noi. L’incontro più emozionante riguardò una famiglia del Bangladesh, padre, madre e due figlie adolescenti, in fuga dalla guerra Indo-Pakistana che stava gettando il paese
nel terrore e mietendo vittime a non finire. Avevano lasciato la loro terra con una macchina d’altri tempi che a noi sembrava di cartone e che conteneva tutti i loro pochi averi, compreso un sitar. Tutti portavano sul volto il sorriso smorzato dalla prolungata sofferenza e un bagliore negli occhi che implorava quella comprensione vitale per il disperato che ha perso tutto e deve
ricostruire in terra straniera. In nostro onore il padre suonò il Va pensiero e per me fu la prima volta che sentivo dal vivo quello strumento indiano dalle risonanze evocative e misteriose. Mostrammo loro una gratitudine sincera fatta prevalentemente di gesti e sorrisi. La piazzuola del distributore che ci ha ospitato per due giorni sembrava una finestra sul mondo carica di inesauribili
sorprese. Intanto il meccanico era già al lavoro rimontando, sul nostro pulmino, che ripartì miracolosamente al primo giro di chiave, il motore acquistato solo mezza giornata prima. Il costo di tutta l’operazione fu di duecentomila lire, cifra enorme per noi se si considera che lo stipendio medio di allora era di centomila lire. Faticammo molto ad assorbire il colpo che aveva infranto quell’aura di sogno che ci aveva accompagnato sin dalla progettazione. Questo viaggio, nel nostro immaginario, aveva assunto i toni epici della terra che avevamo eletto come nostra nobile, mitica e fascinosa
meta.
La stangata, dura e imprevista, si era abbattuto sulla vacanza come un fulmine a ciel sereno lasciandoci un amaro stordimento, oltre ad aver prosciugato tutte le nostre risorse economiche.
Dopo l’incidente meccanico fu un’altra vacanza. Mestamente e con pochissimi soldi raggiungemmo un camping alla periferia di Atene, in prossimità dell’aeroporto dove, impossibilitati a muoverci perché dominati dall’imperativo del risparmio, spendemmo l’ultima settimana del restante sogno a leggere i nomi delle compagnie sui timoni degli aerei che ogni dieci minuti rombavano sulle nostre teste.
Il ritorno non lasciò tracce nella memoria, semplicemente ciritrovammo a casa.
Attics of my life

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