Vivalascuola. A.s. 2012-2013: l’anno del gioco delle tre carte

Questa è l’ultima puntata di vivalascuola dell’anno scolastico 2012-2013, a meno di necessità impreviste la rubrica riprenderà il prossimo settembre. Concludiamo con un bilancio dell’anno che contiene anche una sintesi dei provvedimenti per la scuola da Gelmini a Profumo. Un grazie di cuore a collaboratori e lettori e l’augurio di una buona estate a tutti.

Anno scolastico 2012-2013: l’anno del gioco delle tre carte
di Tullio Carapella

Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? (Samuel Beckett, Aspettando Godot)

Innanzitutto: grazie Bologna! Un grazie di cuore a tutte quelle donne e quegli uomini che hanno creduto fortemente nella possibilità di combattere vincere un fronte ampio ed economicamente attrezzatissimo che sta portando avanti una politica di lenta e costante erosione del diritto per tutte e tutti ad una istruzione gratuita, laica e, per quanto possibile, libera. Un grazie a chi ha lavorato instancabilmente a costruire il successo del referendum del 26 maggio a nome di tutti quelli che hanno a cuore i destini della scuola statale e un grazie in particolare da parte mia, perché senza questa ultima buona notizia il compito di chi si accinge a tracciare un bilancio “politico” di questo ultimo anno scolastico sarebbe stato ben più ingrato.

Si è trattato, infatti, di un anno sostanzialmente senza movimento e non solo per quanto riguarda la scuola. Un anno nel quale il percorso “riformista” di chi vuol demolire il mondo dell’istruzione pubblica non si è arrestato, anche se è andato avanti, per fortuna, in modo accidentato, con frenate e bruschi scossoni, mentre ci siamo arrestati noi, che pretendiamo di difendere quello stesso mondo, noi che ci siamo cullati nell’illusione che le garanzie per il futuro nostro, dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, possano esserci regalate dal fato o possano venire da un’urna elettorale o dalle aule di un tribunale.

Bologna capitale

Per il secondo anno consecutivo l’Emilia si pone al centro dell’attenzione nell’ultimo scorcio d’anno scolastico. Dodici mesi fa lo era stata per i drammatici eventi sismici che l’hanno ferita, provocando una chiusura d’anno anticipata e molto triste, e anche per quell’Urlo della scuola che ha rappresentato una delle poche iniziative a difesa della scuola pubblica degne di nota.

Anche oggi vale la pena di partire da Bologna, fortunatamente soltanto per un evento lieto. Lieto non solo perché il quesito referendario per la soppressione dei finanziamenti pubblici agli asili privati ha avuto un successo netto e indiscutibile, ma ancor prima perché ha costretto tutti, a partire dalla “grande” stampa, a rimettere al centro dell’agenda la scuola statale e la sua difesa contro la deriva degli ultimi anni. I giornali si sono visti quasi costretti a parlarne ancora, anche se, a dire il vero, l’hanno fatto soprattutto prima che i risultati sorprendessero i saggi analisti, dimostrando che la “grande coalizione” Pd-Pdl, pur marciando al fianco dell’esercito pontificio, poteva essere sconfitta da un manipolo di insegnanti e cittadini disarmati, se la causa è giusta e viene compresa da tutti.

Le analisi successive al voto hanno visto la stessa stampa in alcuni casi “defilarsi”, rimuovendo il fatto, e in altri sminuire, sottolineando che si trattava di un quesito solo consultivo e solo bolognese, e che in fondo, considerando l’astensionismo, hanno votato 4 gatti. Peccato che questo l’abbiano sottolineato quelli che di gatti al seguito ne hanno avuti 3, PD in testa, nella “propria” Bologna. Eppure quel potente e ambidestro apparato di potere aveva invitato a votare no (opzione B) e non ad astenersi, e dallo stesso PD era arrivata una precisa indicazione: il referendum avrebbe avuto significato se avesse ottenuto più di 80.000 votanti, cifra che è stata effettivamente superata.

Così il referendum ha travalicato i confini della “rossa” Bologna, ha fatto venire allo scoperto i “chi sta con chi, ha reso palese che, anche oltre i confini del capoluogo emiliano, la maggior parte degli italiani conosce il valore della scuola statale e, anche se spesso non la ama, non si lascia incantare da chi vorrebbe convincerla che “privato è bello” o, quantomeno, “è meglio”.

E allo scoperto è venuta anche il ministro Carrozza che, a pochi giorni dal voto, è scesa in campo, apparentemente per gridare con forza la sua contrarietà nei confronti di chi vorrebbe tagliare ancora sulla pubblica istruzione e sulla cultura, promettendo immediate dimissioni se questa linea dovesse passare. Un intervento che ha suscitato più di un soddisfatto commento tra i colleghi docenti, direi anche giustamente. Non sarebbe però dovuto sfuggire che parte integrante dell’intervento del ministro era anche un chiaro invito ai bolognesi a votare per l’opzione B, cioè affinché si continuino a finanziare le scuole private. Anche per il neoministro, infatti, Bologna sarebbe un felice esempio di come il privato svolga una preziosa “azione di sussidiarietà” rispetto al pubblico e, in fin dei conti, aiuti il pubblico a risparmiare.

La propaganda è sempre la stessa e, a ben vedere, accomuna felicemente da anni “destra” e “sinistra” ed è così sintetizzabile: reggendosi sulle rette delle famiglie, più che sui finanziamenti pubblici, l’intervento privato in tema d’istruzione aiuterebbe a risparmiare. Il ragionamento è peraltro viziato in premessa da una bugia non piccola, dato che le scuole private si basano anche, in spregio al dettato costituzionale, su fondi pubblici, in una misura che, spesso, può essere ampiamente maggioritaria. Anche se però quanto propagandato fosse del tutto vero, cioè se fosse vero che le scuole private si reggono solo su fondi privati, il discorso risulterebbe comunque non poco pericoloso. Se portato, infatti, alle sue estreme conseguenze, si dovrebbe aggiungere che, qualora in Italia si avessero solo scuole private, il risparmio risulterebbe massimo, potendosi spendere addirittura zero nell’istruzione.

Sarebbe una vera manna dal cielo per il partito dei fanatici della riduzione della spesa pubblica, un partito che in Italia costituisce una coalizione ancora più ampia dell’elefantiaco apparato PD-PDL, includendo a pieno titolo anche leghisti, montiani e non solo. Lo stesso Movimento 5 Stelle infatti, malgrado a Bologna sia stato al fianco della scuola pubblica, predica la necessità di una drastica riduzione della spesa pubblica, che è uno slogan non proprio rassicurante, perché da molti anni si traduce sempre in nuovi tagli, alla scuola, alla sanità e in generale ai servizi per chi ha meno mezzi, ma più bisogno.

Il disinteressamento dello stato nell’istruzione e la delega ai privati, quindi, sarebbe forse “assai economica” ma presupporrebbe l’accettazione di una scuola mossa da filosofie e fedi “private”, che recluta il personale con metodi discutibili e al tempo stesso insindacabili, che comporta il pagamento di salate rette (altrettanto insindacabili) da parte delle famiglie ponendo ogni uomo, sin dalla scuola dell’infanzia e anche prima, in condizioni di assoluta disparità, più di quanto già non sia.

Per l’analisi sul voto bolognese e sui sistemi di integrazione pubblico-privato, che prevedono sempre finanziamenti pubblici per profitti privati, rinvio ai tanti articoli che ognuno potrà trovare. Qui mi premeva sottolineare che il referendum è stato utilissimo anche per guardare in faccia tutti quelli che a parole dicono di voler difendere la scuola statale, ma nei fatti fiancheggiano gli interessi della scuola privata e delle lobby, economiche e religiose, che ne sono proprietarie.

Tanto più utile nell’anno in cui si è raggiunto il punto più basso del movimento in difesa della scuola pubblica e non solo di questa, perché in generale tutte le categorie e i settori della nostra società maggiormente colpiti dalla crisi hanno mancato, in Italia, di far sentire la propria voce e hanno ripiegato in una scheda elettorale i propri sogni di riscatto. In questo contesto il caso di Bologna, anche se domani i poteri “democratici” dovessero decidere di andare avanti come se nulla sia successo, è stata una felicissima eccezione, l’esempio di un protagonismo dal basso, che oggi più che mai appare come l’unica strada percorribile.

Di tutte le riforme

Le zucche giganti, i soufflé al formaggio e i discorsi d’inaugurazione sono gonfi in proporzione alla loro vacuità. Niente di rassicurante in questo: i poteri del vuoto sono terrificanti. (Amelie Nothomb, Le catilinarie)

A voltarci indietro per indagare questi ultimi mesi dobbiamo anche ammettere di essere stati “fortunati”. Le elezioni di febbraio per il popolo della scuola, che le ha attese come la possibile panacea di tutti i mali, si sono trasformate in una palude. Quella stessa palude, però, ha frenato anche il composito schieramento che ci sta di fronte, tanto che, tra bruschi stop, come sulla “nuova Aprea”, e apparenti marce indietro, come quella sull’aumento di orario, la nostra controparte è sembrata aver smarrito la strada. Non facciamoci illusioni, però, perché è chiaro che è stata frenata principalmente dalla paura di dover pagare troppo, nelle urne, lo scotto di “riforme, sapendo che sarebbe stato difficile far digerire l’ennesimo boccone amaro con il semplice contorno delle solite quattro palle. Eppure anche nel vuoto di pensiero dei tronfi proclami di Profumo e nei piccoli grandi furti che pure sono stati perpetrati in questo anno nei confronti della scuola pubblica, dei suoi lavoratori e dei suoi studenti, c’è l’avanzare di un piano che prosegue in piena coerenza almeno dal 2008.

Ripercorrere i fili di quel discorso può essere utile per comprendere che solo apparentemente è stato interrotto, che la gestione Profumo-Monti si è posta in piena continuità con la gestione Gelmini-Tremonti e che la stessa gestione Carrozza, recependo le indicazione dei tagli previsti dal documento di programmazione economica per i prossimi anni, non potrà che proseguire il programma di smantellamento, magari proprio a partire da dove s’era interrotto Profumo.

Proverò quindi a richiamare qui schematicamente le “riforme” della scuola a partire dal 2008, per comprendere in che misura questo anno scolastico che si conclude si ponga in continuità con i precedenti e ci dia elementi utili a tenere alta la guardia per il futuro. Divido, per comodità e non senza una qualche forzatura, dette “riforme” in due grandi categorie: quella delle riforma/taglio e quella delle riforme/esercizio di potere. Due grossi capitoli che, a mio modesto parere, includono tutte le novità legislative in tema di scuola degli ultimi anni. In altri termini: non c’è una sola proposta del MIUR, da diversi anni a questa parte, che non vada in direzione di una di queste due categorie. Questo equivale a dire, è evidente, che manca il capitolo 3, quello più importante, perché dovrebbe riguardare le riforme pensate per migliorarla, la scuola, per far sì che quei milioni di alunne e alunni che la frequentano ogni giorno, la possano vivere con serenità, con migliore profitto, imparando il valore dell’inclusione e della collaborazione, che possano entrare sempre in aule sicure emagari un po’ meno tristi.

Capitolo 1. Le riforme-risparmio

Racchiudo con questa dicitura le misure che riguardano la riduzione delle risorse per la scuola pubblica. Come è facile immaginare si tratta del capitolo più corposo, talmente vasto e articolato che sono certo sin d’ora che dimenticherò molti passaggi, magari anche importanti, e di tanto mi scuso in premessa.

Fermo restando che tanto con il ministro Gelmini quanto con Profumo si è assistito ad un sostanziale azzeramento dei fondi per l’edilizia scolastica, i restanti tagli sono stati perseguiti agendo lungo due direttrici: la prima delle quali è data dalla riduzione del personale impiegato nel settore istruzione, la seconda dalla riduzione del salario reale per ogni singolo lavoratore. Ognuna di queste due direttrici, a sua volta, porta a misure diverse. La riduzione del personale, ad esempio, può essere ottenuta sia da una diminuzione del numero di classi (che a sua volta può darsi mediante un aumento degli alunni per classe), che da una diminuzione delle ore di lezione, o, ancora, grazie ad un accorpamento dei plessi scolastici. La riduzione del salario, invece, si può ottenere, ad esempio, mediante un blocco degli scatti, o negando il pagamento delle ferie, o riducendo il salario accessorio.

Tutte queste strade sono state già battute o si stanno battendo in questo momento, in alcuni casi con così tanta insistenza che diviene quasi impossibile “spremere” più di tanto. Alle nostre vecchie scuole e nelle nostre piccole aule, ad esempio, non si può chiedere di infilare ancora più alunni, tanto più che già le norme previste dalla Gelmini hanno finto di ignorare le leggi vigenti in materia di sicurezza. Alcune misure sono quindi “sature” e dovranno inventarsi altre strade, come pure è richiesto dal documento di programmazione economica, per tagliare ancora sulla spesa per l’istruzione, scendendo finalmente il solo gradino che manca e raggiungendo l’ultimo posto tra i paesi occidentali in questa speciale classifica.

Data la complessità delle misure riguardanti questa categoria di “riforme”, provo a costruire uno schema che renda di più facile e immediata lettura la filosofia di fondo che unisce le norme di questi anni e provi a dare un senso al caotico affastellarsi di misure sulla scuola.

Categoria 1.a: RIDUZIONE DELLO STIPENDIO REALE DEI DIPENDENTI DEL MIUR (anche con riferimento all’intera esistenza del lavoratore)

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Blocco dei contratti. Una misura, si dice, legata alla crisi e/o alla necessità di legare i futuri aumenti salariali non più all’anzianità ma a una fantomatica produttività. Sia come sia, gli stipendi dei lavoratori della scuola si fanno da diversi anni ogni giorno più magri.

Stato di avanzamento
2012/2013: in progress. Carrozza lo eredita da Profumo che a sua volta lo ha ereditato dalla Gelmini. Probabilmente il Governo nei prossimi giorni ne approverà definitivamente la proroga contenuta nello schema di regolamento approvato dal Governo Monti il 21/3/2013.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione del salario accessorio (Taglio del Fondo per le Istituzioni Scolastiche – FIS). Essendo inclusa nella cosiddetta Spending review, si deduce che per il MIUR le attività pagate con il FIS fossero superflue. Peccato che con quei fondi si organizzino spesso attività preziose per alunni/e.

Stato di avanzamento
2012/2013: Fatto! Deliberato in questo anno scolastico. Era Profumo (Legge di stabilità 2013 – Art. 1, comma 51, legge n. 228/2012)

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Ulteriore riduzione del salario accessorio (Taglio del fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa – MOF). Per recuperare l’utilità 2011 ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali il MOF sarà ridotto a regime del 25%

Stato di avanzamento
2012/2013: Fatto! CCNL 13 marzo 2013 sottoscritto da CISL, UIL, SNALS e GILDA. Per compensare il taglio nel prossimo contratto una serie di attività oggi straordinarie diventeranno obbligatorie.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Blocco degli scatti. Ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali l’utilità 2012 non è stata recuperata. Probabilmente anche il 2013 non sarà utile agli stessi fini. Il tutto va di pari passo con il blocco dei contratti.

Stato di avanzamento
2012/2013: in progress. Il CCNL 13 marzo 2013 ha recuperato solo l’utilità 2011 e non l’utilità 2012. Lo schema di regolamento approvato dal Governo Monti il 21 marzo 2013 prevede che il 2013 non sia utile ai fini delle progressioni stipendiali. Probabilmente il Governo Letta approverà definitivamente tale regolamento.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Ai precari non si pagano le ferie non fruite. Ai lavoratori con contratto per supplenza breve o con scadenza al 30/6, saranno liquidati un numero di giorni di ferie pari alla differenza tra il numero di giorni di ferie maturati e il numero di giorni in cui avrebbero potuto fruire delle ferie. Il Ministero non ha nemmeno sentito l’esigenza di inventare una scusa qualunque.

Stato di avanzamento
2012/2013: Fatto! Era Profumo (Legge di stabilità 2013 – Art. 1, comma 55, legge n. 228/2012). Attualmente il Ministero si è impegnato a verificare se la norma sia in violazione con il contratto nazionale, consultando il proprio ufficio legale, che non ha fretta di pronunciarsi.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione indennità di direzione per gli assistenti amministrativi che sostituiscono i DSGA. La misura, che pure costituisce una chiara violazione del contratto nazionale, è giustificata semplicemente dalla necessità di contribuire al pareggio di bilancio

Stato di avanzamento
2012/2013: Fatto! Era Profumo (Legge di stabilità 2013 – Art. 1, comma 45, legge n. 228/2012)

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione del compenso per i docenti esaminatori del concorso a cattedra. Sempre in nome del pareggio di bilancio si viola quanto concordato all’atto del reclutamento dei commissari

Stato di avanzamento
2012/2013: Fatto! Era Profumo (Legge di stabilità 2013 – Art. 1, comma 47, legge n. 228/2012)

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Trattenute per malattia pari a 1/30 per ogni singolo giorno di malattia, fino a un massimo di 10 per ogni periodo, della RPD (retribuzione professionale docente) per il personale docente o del CIA (compenso individuale accessorio) per il personale ATA

Stato di avanzamento
2008/2009: Fatto! Era Gelmini (Art. 71, comma 1 della legge n. 133/2008). Con il pretesto di limitare l’assenteismo si punisce chi ha la colpa di ammalarsi.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Aumento dell’età lavorativa e Calcolo della pensione con sistema contributivo e non retributivo, che determinerà un significativo alleggerimento delle pensioni e la tendenza a smettere di lavorare il più tardi possibile, anche ben oltre i 66 anni. La norma è stata giustificata, oltre che dall’immancabile riferimento alla crisi, da una campagna strisciante contro i vecchietti parassiti che, non decidendosi a morire, sono colpevoli delle miserie dei giovani.

Stato di avanzamento
2011/2012: Fatto! Era Profumo. “Riforma Fornero” (Legge n. 214/2011)

Categoria 1.b: RIDUZIONE DEL PERSONALE IMPIEGATO NEL SETTORE ISTRUZIONE

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Transito forzoso nei ruoli ATA dei docenti fuori ruolo cosiddetti “inidonei. Il MIUR e il MEF ormai da anni si stanno accanendo contro 3 – 4 migliaia di docenti fuori ruolo, pensando che le sorti del bilancio dello Stato dipendano esclusivamente dalle loro retribuzioni.

Stato di avanzamento
2012/2013: in progress. Profumo il 21 marzo 2013 ha firmato il decreto interministeriale previsto dall’art. 14, comma 15 della legge n. 135/2012 (Spending review). Gli altri ministeri coinvolti non hanno ancora firmato il decreto.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Mancata assunzione del personale ATA per l’a.s. 2012/2013. Contrariamente a quanto accaduto per il personale docente, per il personale ATA l’amministrazione non ha predisposto assunzioni in ruolo in attesa del passaggio forzoso nei ruoli ATA del personale docente fuori ruolo.

Stato di avanzamento
2012/2013: in progress. Il MIUR e il MEF non intendono sbloccare le assunzioni fino a quando non si risolverà la questione del passaggio forzoso nei ruoli ATA del personale docente fuori ruolo.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Contratti fino all’avente diritto per assistenti amministrativi e tecnici. Sempre in attesa del passaggio forzoso nei ruoli ATA del personale docente fuori ruolo, gli assistenti amministrativi e tecnici precari sono stati assunti con contratti fino all’avente diritto. Per quasi tutto l’a.s. hanno lavorato senza tutele adeguate con una forma di contratto, introdotta per legge, che dovrebbe essere utilizzata per un tempo brevissimo e non per mesi.

Stato di avanzamento
2012/2013: in progress. Il MIUR ha disposto alla fine di maggio la “chiusura” dei contratti fino all’avente diritto confermando il personale in servizio, senza individuare effettivamente l’avente diritto. Nel mese di giugno i dirigenti scolastici saranno impegnati in questa operazione. Molti lavoratori firmeranno un contratto a pochi giorni dalla sua scadenza.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione del personale ATA. Una misura accompagnata da una campagna ignobile contro la categoria dei bidelli, additati in toto come degli inguaribili fannulloni.

Stato di avanzamento
2008-2009 e triennio seguente: Già fatto! Era Gelmini (art.64, legge 133/2008)

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Dimensionamento scolastico con conseguente riduzione del numero di DS e di DSGA. Nell’a.s. 2011/2012 le istituzioni scolastiche erano circa 10.000, nell’a.s. 2013/2014 saranno circa 8.500.

Stato di avanzamento
In progress. Cominciato già in era Gelmini, si è andati avanti sulla stessa strada con Profumo. Le istituzioni scolastiche stanno assumendo dimensioni da centro commerciale.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Aumenta il numero degli alunni, ma non quello delle classi, con conseguente aumento del numero di alunni per classe.

Stato di avanzamento
Dpr 81/2009. 2009-2010: Già fatto in era Gelmini. Propagandato come “Allineamento ai parametri europei

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione delle ore di lezione. Nelle scuole elementari tramite lo stravolgimento del tempo pieno, nelle scuole medie tramite la cancellazione dei laboratori pomeridiani delle “educazioni”, nelle superiori con una sensibile riduzione dei quadri orari per tutti gli indirizzi con le sole eccezioni dei Licei Scientifici e Classici tradizionali.

Riduzione e/o cancellazione delle attività laboratoriali e conseguente riduzione del personale tecnico-pratico.

Cancellazione delle compresenze in laboratorio

Stato di avanzamento
2009-2010: Già fatto in era Gelmini. Con l’approvazione del cosiddetto “Piano programmatico” allegato all’art. 64 della legge 133 del 2008, si hanno le cosiddette “riforme” della scuola primaria e secondaria di primo grado. Nell’anno seguente si ha l’approvazione degli ordinamenti di Licei, Istituti Tecnici e Professionali.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Cancellazione o drastica riduzione dei docenti di sostegno. Le recenti indicazioni ministeriali in materia di bisogni educativi speciali (BES) ricorda forse troppo da vicino il rapporto sul sostegno a scuola redatto nel giugno del 2011, da fondazione Agnelli, Caritas e associazione Treellle (area Comunione e Liberazione). Anche in quello, infatti, si sottolineava la necessità di creare sportelli territoriali e soprattutto si parlava della necessità che tutti i docenti fossero di sostegno. Un auspicio certo condivisibile, se non fosse che il definire tutti di sostegno era esplicitamente finalizzato, in quel rapporto, all’eliminazione dell’intervento di sostegno specializzato.

Stato di avanzamento
In cantiere. Già in era Fioroni si è provveduto a bloccare il numero totale dei docenti di sostegno nella scuola italiana a poco più di 90000 unità (molte delle quali precarie). Oggi, con la direttiva del MIUR del 27/12/2012 e la conseguente circolare n.8 del 6/3/2013, c’è chi teme, credo a ragione, che le recenti indicazioni (era Profumo) sui BES nascondano la volontà di affidare ai consigli di classe la gestione di ogni tipo di bisogno Speciale, ivi inclusi, in un domani prossimo, i casi di alunni con disabilità, “liberandosi” dei docenti di sostegno.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Aumento del 30% dell’orario di lavoro (a salario bloccato). L’opera di propaganda che ha accompagnato questa proposta ha visto impegnato in prima persona anche il presidente del consiglio Monti, che in un’intervista a Fabio Fazio dichiarò che i docenti si stavano mostrando egoisti, non volendo lavorare “un paio di orette in più” (erano 6 e non 2, ma poco conta) per salvare la nostra gloriosa patria, la casa di tutti noi. Lì e altrove si sottolineava che detti docenti vivono da privilegiati, lavorando (nei rari casi in cui non siano fannulloni) part-time e per pochi mesi all’anno. Lo affermano soloni del calibro di Profumo e Monti, che da professori universitari svolgevano al più 4 ore di insegnamento a settimana.

Stato di avanzamento
In cantiere. La norma per portare a 24 le ore di insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado era scritta a chiare Iettere nella prima stesura della cosiddetta Spending review. È stata stralciata a causa delle proteste del mondo della scuola e dell’avvicinarsi della data delle elezioni politiche, ma è probabile che venga ripresa in futuro, magari puntando a un risultato provvisoriamente più modesto, di 20 o 22 ore di insegnamento settimanale.

La misura e gli strumenti a suo sostegno
Riduzione di un anno del percorso di studi degli alunni italiani. La scusa è che dobbiamo allinearci ai percorsi di studio europei (che spesso prevedono il diploma a 19 anni, proprio come il nostro). È evidente invece che il ministro punta a rendere “non più necessari”, su per giù, altri 50.000 docenti.

Stato di avanzamento
L’annuncio dell’avvio della sperimentazione viene dallo stesso ministro Profumo nella seconda metà di marzo 2013. Si sperimenta contemporaneamente: l’avvio anticipato della primaria a 5 anni, la cancellazione della IV o V primaria, cancellazione della I o II media.

Per il prossimo futuro? Per cominciare:
• Permane la “clausola di salvaguardia” prevista dalla legge di stabilità del 2013, che prevede nuovi tagli se gli obiettivi di risparmio previsti per il settore scuola non dovessero essere raggiunti.

• Ancor più minaccioso si presenta il Documento di economia e finanza (DEF) 2013, che prevede che la spesa italiana per l’istruzione, che nel 2010 era pari al 4% del PIL (tra le percentuali più basse d’Europa) debba ulteriormente ridursi, per raggiungere il 3,6% nel 2015, e il 3,4% nel 2020.

Capitolo 2. Le riforme-esercizio di potere

Sono tutte quelle recenti riforme non immediatamente riconducibili a ragioni economiche, cioè ad una volontà di riduzione di investimenti per la scuola pubblica. Si tratta quindi del capitolo relativo al controllo sempre più verticistico del popolo della scuola e alle limitazioni dei margini di libero pensiero. È chiaro che questo tipo di “riforme” è sempre strettamente collegato al precedente, tanto che esistono misure legislative che potrebbero a ben diritto rientrare in ognuno dei due capitoli.

• Si tratta anche di quelle leggi, che, come il cosiddetto decreto Brunetta sulle sanzioni disciplinari (D.L. 150/2009), rendono i dipendenti più ricattabili, limitando nei fatti le possibilità di far valere i propri diritti nei confronti dei propri superiori.

• Sono norme sul modello della legge Aprea, il cui cammino quest’anno si è interrotto, concepita per accrescere le distanze tra studenti e docenti, cancellando i pochi spazi dibattito e iniziativa, tanto per i primi che per i secondi; pensata per creare rigide gerarchie tra gli insegnanti (tra quelli di ruolo e quelli precari, tra quelli di ruolo di fascia A e quelli di fascia B e poi C), e ancora tra questi e il dirigente, sempre più accentratore di poteri e sempre più rinchiuso nella sua torre d’avorio. Appare evidente che strutture piramidali rigide e inviolabili servono a creare conflittualità tra i sudditi e a prevenire, per il futuro, episodi di ammutinamento delle truppe come quelli che si sono verificati nel 2008/2009 tra i docenti e tra gli studenti, ossia sono pensate per prevenire espressioni di dissenso.

• Fa parte di questa categoria di “riforme” anche quel complesso di norme che prevedono la valutazione delle scuole, degli insegnanti e di alunni/e, con la novità, a mio parere grande e grave, dell’approvazione l’8/3/2013 del Sistema di valutazione nazionale da parte di un governo già morto e che avrebbe dovuto regolare solo l’ordinaria amministrazione:

• con il ruolo che ricopre l’Invalsi nelle nostre scuole, ogni giorno più asfissiante, perché comincia a modificare la natura stessa dell’insegnamento. Ciò che conta, infatti, nella scuola dei test, non è più fornire strumenti di interpretazione della realtà che viviamo, ma saper “crocettare” la casella che dei grigi funzionari ritengono giusta, e non è la stessa cosa. Non è un caso, infatti, che proprio mentre in Italia la propaganda ci racconta che è l’Europa a imporre la cultura a crocette, nel resto del continente la pratica dei test è sottoposta a significative critiche. Malgrado ciò, qui da noi si accelera decisamente in questa direzione e presto l’Invalsi rischia di imporsi anche nei cosiddetti esami di maturità e di divenire strumento di selezione per l’accesso all’università. Può così succedere che gli stessi docenti, oltre che le alunne, gli alunni e i loro genitori, vengano colti da ansie da prestazione e suggeriscano per le vacanze, anche alle elementari, non già la lettura di un buon libro, ma l’acquisto di manualetti di test Invalsi sui quali esercitarsi.

Sta realmente succedendo e secondo me è grave. I ragazzi vengono privati del piacere, puro perché fine a se stesso, della lettura, o della “scoperta” non immediatamente spendibile, dell’interpretazione di un brano come ci pare e piace, non come potrebbe piacere ad un anonimo signor Invalsi. Si inducono i docenti a modificare forzatamente il proprio modo di insegnare, per non essere additati come ultimi in classifica (a proposito di “classifiche” suggerirei la lettura di un intervento di Mario Piemontese e un articolo di Marina Boscaino). L’Invalsi viene infatti presentato già oggi come uno strumento infallibile di suddivisione in scuole buone e scuole cattive, di buoni e cattivi insegnanti. Come afferma Roger Abravanel, che da più parti è presentato come un grande esperto di istruzione, “le scuole che hanno i risultati migliori sono scuole migliori”, affermazione che da sola dovrebbe far sorgere il sospetto che il nostro esperto c’entri con l’istruzione come i cavoli a merenda.

• con quel progetto VALeS che, anche se per il momento solo su base volontaria, comincia ad individuare buoni e cattivi tra gli istituti italiani sulla base anche e soprattutto dei risultati ottenuti nei test Invalsi, promettendo gratificazioni in soldoni per le scuole che otterranno i risultati migliori.

• Con l’aberrante meccanismo del cheating che accompagna l’Invalsi. Un meccanismo che pretende di stabilire a priori come dove e quando si copia di più, sulla base di discutibili principi: si copia di più laddove ricorre lo stesso errore o laddove si risponde bene a quella che il signor invalsi ritiene una domanda difficile e male ad una ritenuta facile, si copia di più al sud… e sulla base di questi (pre)giudizi si arrotonda, talvolta sensibilmente, verso il basso il risultato complessivo ottenuto da una classe.

Con i TFA e con i “Concorsoni, e con tutti i meccanismi perversi che ogni nuovo ministro si sente in dovere di improvvisare per il reclutamento, o per l’illusione di un futuro reclutamento, del personale docente della scuola.

Non si sa tutt’ora cosa si intende fare delle decine di migliaia di precari che hanno seguito il percorso delle scuole di specializzazione per l’insegnamento e che da anni affollano le graduatorie. Non s’era ancora ben capito cosa s’intende fare dei precari che a proprie spese hanno affrontato il percorso dei Tirocini Formativi Attivi, che il ministro Profumo ha partorito l’idea geniale di un nuovo concorsone, per sfornare qualche altra migliaia di precari, da infilare in un nuovo canale, il terzo, o forse il quarto.

A voler pensar male si direbbe che queste iniziative scomposte servano solo ad aumentare la conflittualità tra poveri cristi. Ma forse, purtroppo, non è solo questo, e il valore aggiunto del Concorsone sta proprio nel fatto che, quando e se arriverà una conclusione, sancirà la promozione di un 11/12.000 nuovi precari a fronte di un numero di “vecchi” 10/15 volte maggiore e a fronte di 300.000 iscritti. Creerà una nuova classifica tra chi ce l’ha fatta e chi, magari pur presente nell’altro canale, è stato bocciato. E i bocciati, è matematica elementare, saranno 290.000 circa. La loro forza contrattuale, anche agli occhi dell’opinione pubblica, sarà minore. Del resto è una selezione e selezionare vuol dire escludere.

Chi sa coglierne il valore è, ancora una volta, il nostro Abravanel, che oltre ad essere esperto è pure assai schietto. Il 9 novembre 2012 scrive un editoriale per il Corriere della Sera nel quale indica la strada affermando: “finalmente 12.000 insegnanti selezionati con qualche criterio di merito, resta la totale assenza di meritocrazia per gli altri 700.000”. Lo stesso meccanismo, insomma, dovrebbe puntare più in alto, per poter scremare un po’ anche la massa dei docenti di ruolo. E questa è la nuova frontiera.

Della difesa della scuola statale

Dato questo quadro di “riforme”, che a ben vedere, anche a voler considerare solo quelle di questo ultimo anno, non sono poche, né di poco conto, ce ne sarebbe stata d’avanzo per arrabbiarsi alquanto e per far sentire la nostra voce. Non si può dire, fortunatamente, che il movimento sia stato del tutto silente, ma si è espresso ”timidamente” e quasi esclusivamente in un autunno tiepido più che caldo. A risvegliarci ci ha pensato pure il buon ministro Profumo, che l’8 ottobre, a Genova, ha dichiarato testualmente:

Credo veramente che il Paese dobbiamo un po’ allenarlo, dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota, qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota, altre volte viceversa ma non troppa carota“.

Una dichiarazione che sta a metà tra un paternalismo da monarchia illuminata e un conato neofascista e che la dice lunga su chi il progressista Profumo ritiene di dover governare: bestie, asini per l’esattezza. Dobbiamo in parte anche al ministro e alle sue sagge affermazioni, quindi, il successo almeno parziale delle tante manifestazioni che si vedranno in giro per l’Italia il 12 ottobre, in occasione dello sciopero CGIL del settore istruzione, quando migliaia di ragazze e ragazzi marceranno armati di carote, molte più carote di quelle che il ministero di Profumo ha elargito loro.

Un nuovo momento significativo, per il movimento, si ha con la proclamazione di una giornata di sciopero da parte di Cub, Cobas, Unicobas, Cgil, Usi e Sisa per il 14 novembre, in concomitanza con la giornata europea di protesta contro le politiche di austerità. Le piazze italiane in quel giorno fanno la loro parte, anche se non con i numeri che avevamo sommato negli anni precedenti, e tanti ragazze e ragazzi, in particolare a Roma e Torino, provano sulle proprie teste il valore educativo del bastone invocato dal ministro Profumo. Anche i dati sull’astensione dal lavoro sono confortanti, malgrado la vicinanza con lo sciopero proclamato per il 24 novembre, che forse per qualcuno aveva sin dalla sua indizione lo scopo di depotenziare la data del 14.

C’era infatti chi, malignamente, affermava già a fine ottobre che Uil e Cisl scuola non stavano facendo sul serio e che alla fine avrebbero revocato lo sciopero che “coraggiosamente” avevano proclamato, insieme alla Cgil. Personalmente, proprio perché faccio parte della schiera dei maligni, sono rimasto sorpreso (per un attimo) dall’attivismo delle RSU dei sindacati incolore, che hanno organizzato una quantità impressionante di assemblee sindacali, proprio per promuovere lo sciopero del 24 e, guarda caso, proprio alla vigilia dello sciopero del 14! Tutto è tornato al suo posto quando, a una trentina di ore dal 24, Cisl e Uil hanno puntualmente revocato, per parte loro, lo sciopero, per motivi che preferisco non commentare, per decenza.

La via parlamentare alla difesa della scuola pubblica (il gioco delle tre carte)

Chiedevano, per prima cosa, di rinunciare alla revisione dei titoli di proprietà della terra per recuperare l’appoggio dei latifondisti liberali. Chiedevano, poi, di rinunciare alla lotta anticlericale per ottenere l’appoggio del popolo cattolico. Chiedevano, per ultimo, di rinunciare alle aspirazioni all’uguaglianza di diritti tra figli naturali e legittimi per preservare l’integrità delle famiglie. “Vuol dire” sorrise il Colonnello Aureliano Buendia “che stiamo lottando soltanto per il potere… (Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine)

Altre significative iniziative di piazza per il popolo italiano della scuola mi pare non ve ne siano state. Anche per chi ha più a cuore le sorti della scuola statale è cominciata alla fine dell’autunno l’attesa delle elezioni di febbraio, nelle quali si sono riposte sin troppe speranze. Si è, anzi, provato ad utilizzare opportunamente l’avvicinarsi della scadenza elettorale per mandare messaggi molto chiari a quelle forze politiche, PD in testa, che ritengono di poter contare “sulla fiducia” sulla stragrande maggioranza dei voti degli insegnanti.

La nostra voce è arrivata forte e chiara, non solo dalle parti del centro-sinistra, quando in Parlamento hanno provato a far passare in gran segreto la “nuova Aprea o quando è stata avanzata la proposta di aumento delle ore di cattedra per i docenti. In entrambi i casi, come già accennato, il governo e la sua composita maggioranza sono stati costretti a fare marcia indietro. Sebbene non siamo riusciti a mettere in campo chissà quale grande forza possiamo quindi dire di aver ottenuto il nostro piccolo successo.

Una battaglia vinta, però, anche e soprattutto grazie alle particolari contingenze del momento (l’avvicinarsi delle elezioni), rischia di essere una vittoria di Pirro, qualora un domani, come è verosimile che accada, le misure solo frenate dovessero essere riproposte. In quel caso conosciamo già la posizione della destra nei confronti della scuola statale, per averla dovuta saggiare sulla nostra pelle e su quella dei nostri alunni/e in tanti anni di governo, ma sappiamo pure di non poter contare su un contrappeso a centro o sinistra, vista la pochezza dell’opposizione nell’ultimo lustro e la perfetta continuità tra Gelmini e Profumo. Aver riposto così tante aspettative nella tornata elettorale di febbraio, quindi, non poteva che tradursi nel coltivare illusioni, per chi ha creduto di poter contare su un’alternativa a sinistra agli sfaceli della destra, anche a prescindere da quelli che sono poi stati i risultati.

Qualcuno obietterà che questa volta, forse per la prima volta, c’era una terza carta su cui contare, quel Movimento 5 Stelle che è un’assoluta novità nel panorama politico italiano, che non è né destra, né sinistra, ma che vola alto, o meglio vola impalpabile nello spazio senza confini della rete e che ha promesso chiaramente in campagna elettorale la “cancellazione della riforma Gelmini”.

In effetti quasi un terzo tra chi è andato a votare ha voluto scommettere su questa terza carta, facendo del M5S l’unica forza veramente vincente nella contesa elettorale di febbraio. L’analisi del voto non è materia in oggetto, ma qui vale la pena di ricordare che per gli altri c’è poco da stare allegri, malgrado la destra continui a presentare come una vittoria l’aver perso appena 8-9 milioni di voti, e malgrado il centro-sinistra sia risultato la coalizione più votata, dato che, mettendoci pure le miserie di Fini-Monti-Casini, si può dire che abbia avuto la metà dei voti che si aspettava. Il successo del M5S è stato così tanto evidente che c’è chi legittimamente si è chiesto se non fossero già maturi i tempi per fare qualcosa di buono per la scuola statale, sin da subito in Parlamento.

Nel gioco delle tre carte, però, anche questa terza via appare pericolosa, in primo luogo per le conseguenze, perché porta il popolo della scuola, e non solo, a rinnovare un meccanismo di delega che sempre, nel passato, ci ha penalizzati, in secondo luogo per i contenuti, perché la linea politica del M5S non appare molto convincente, per non dire peggio.

In relazione al primo punto i Wu Ming hanno sviluppato osservazioni molto interessanti, scrivendo, tra l’altro, che “L’M5s amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia. C’è uno spazio vuoto che l’M5S occupa… per mantenerlo vuoto”, ponendosi di fatto come una forza che funge da tappo per i movimenti reali e, quindi, da efficace “difensore dell’esistente” . Resta da capire se sia davvero il Movimento di Grillo a provocare un vuoto, o se non sia piuttosto quel vuoto di iniziativa ad aver consentito la crescita improvvisa del M5S.

Per quanto riguarda i contenuti proposti dal M5S, cioè dal punto di vista del programma politico ci sono elementi che stonano e non sono pochi. Non convince l’ostentata vaghezza con la quale si affrontano temi centrali, una vaghezza che forse aiuta il M5S a raccogliere consensi dai soggetti più disparati, ma sulla base della quale credo sia impossibile allestire uno straccio di campagna politica per la difesa di alcunché.

Prendiamo il “nostro” tema: il movimento di Grillo pone al primo punto la “Abolizione della legge Gelmini“, ma non spiega né cosa si intenda per “legge Gelmini” (io, ad esempio, non saprei rispondere), né cosa ritengono debba andare al posto di ciò che si abroga. Confesso inoltre di avere grosse perplessità sulla possibilità che chi teorizza una drastica diminuzione della spesa pubblica possa nello stesso tempo difendere la Scuola statale, a meno che non si voglia credere davvero che i problemi economici dell’Italia siano risolvibili solo con il taglio alle prebende per politici, manager e altri parassiti. Per quanto odiose siano queste voci a bilancio, infatti, sono ben poca cosa rispetto all’ammontare del debito o anche solo della spesa pubblica.

L’Italia, paraltro, non è nuova al presentarsi di “movimenti assai nuovi”, che spesso dichiarano programmaticamente di travalicare i confini della “vecchia dialettica tra destra e sinistra”, movimenti che non hanno fatto mai la fortuna del nostro Paese. Senza scomodare il fascismo, che pure si presentava come una grossa novità, in tempi recenti abbiamo prima avuto il boom dei leghisti (che si erano visti costretti ad allestire la farsa delle correnti interne: destra, sinistra, centro per prendere il voto sia dell’operaio che del padrone). Poi la discesa in campo di Berlusconi, il “nuovo che avanzava”, oltre destra e sinistra, anticomunista compagno di merende dei socialisti, presidente-operaio, padrone che viene dal popolo e che ama il popolo. Poi ancora il moralizzatore Di Pietro, l’uomo di destra che riempie il vuoto creatosi a sinistra, anche in questo così simile al Grillo di oggi… e non è un caso gli Scilipoti e i Razzi provengono dalla schiera dei moralizzatori di ieri, perché l’ostentato superamento degli ideali e delle categorie politiche di un tempo non viene sostituito da ideali nuovi, ma da un vuoto farcito di qualunquismo e populismo, un vuoto che senza grosse remore può essere riempito dalla cura dei propri privati interessi.

Ma non basta: un “movimento” che aspira a raggiungere l’80% dei consensi deve saper intercettare gli istinti più bassi delle persone, deve assecondare i nostri egoismi e la tendenza a scaricare le colpe dei nostri guai su chi è più debole di noi, deve trattare bonariamente con fascisti o evasori, lanciando intanto slogan buoni per ogni stagione, contro i soliti ladri, contro lo straniero.

Tutto bene, si fa per dire, se non fosse, ad esempio, che è il contrario di quanto quotidianamente ci sforziamo di fare nelle classi della scuola pubblica, dove promuoviamo l’integrazione tra le diverse culture, dove proviamo a fare dell’inserimento di Fatima o di Fofana una occasione di crescita collettiva e non ci sogneremmo mai di sottoporli a referendum, facendo votare al bambino bianco se è giusto accettare il nero o il giallo, anche se formalmente potrebbe sembrare quanto di più democratico vi sia al mondo.

La via giudiziaria alla difesa della scuola pubblica

Ma con l’andar del tempo, i nostri signori del Senato si abituarono ai processi come ci si abitua alla pioggia: si indossa un mantello… Per far un processo ci vogliono soldi. Dunque rubarono a quelli che avevano svaligiato anche le eventuali spese processuali. (Bertold Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare)

Kafka scriveva che davanti alla porta della legge c’è un guardiano, che stabilisce se e quando l’uomo può entrare. La porta è aperta, ma l’uomo può attendere anche tutta la vita che giunga il momento per lui di varcare la soglia, senza che ciò accada.

Il movimento in difesa della scuola pubblica si è rivolto spesso, anche in questo ultimo anno, alla Legge, talvolta ricavandone soddisfazioni, con sentenze che sono state disattese o contro le quali la controparte si è appellata, in qualche più raro caso ricavandone addirittura giustizia (perché è importante che la porta, almeno formalmente, sia aperta) in altri casi ancora incassando inaspettate sconfitte. Può succedere pure che la legge si pieghi, ora da un lato, ora dall’altro, a seconda di come tira il vento, o dei voleri del guardiano, perché, sebbene sia scritta, non è sempre uguale a se stessa, e anche su controversie assolutamente identiche può pronunciarsi in modi opposti.

È di questi giorni, ad esempio, la notizia che la Corte di appello di Torino ha riconosciuto ad alcuni precari della scuola il pagamento dei mesi estivi e il diritto alla ricostruzione di carriera, come mi pare giusto che sia, esattamente al pari dei colleghi di ruolo che svolgono il loro stesso lavoro, né più, né meno. Peccato che negli scorsi mesi, a pochi chilometri di distanza, la Corte di appello di Milano sulla stessa identica materia abbia sentenziato in modo diametralmente opposto. La Legge è volubile. Per entrambi i gruppi di docenti precari è molto probabile si finisca in Cassazione, così come in migliaia di altri casi in tutta Italia, con la sola differenza che i colleghi di Milano dovranno sacrificare parte dei loro cospicui averi per pagare il contributo obbligatorio introdotto da Berlusconi, mentre per quelli di Torino sarà il Ministero a dover pagare, ma lo farà con disinvoltura, perché tanto sono sempre soldi nostri. La Legge è al di sopra delle umane miserie e non bada a chi tira fuori la grana. E dopo la Cassazione è probabile vi sia la Corte Europea, ed è inutile dire che anche questo eterno trascinarsi delle dispute giuridiche giova soltanto alla parte che si trova in una posizione di forza.

Ma non solo in tema di diritti sindacali la Legge è stata chiamata ad esprimersi, visto che anche la materia legislativa che regola la didattica può essere soggetta ad interpretazioni, allora dei lavoratori hanno chiesto alla Legge, che è super partes, di esprimersi in merito all’obbligatorietà della somministrazione e della correzione dei test Invalsi. In due casi, dal TAR di Trieste e dal Tribunale di Parma, è giunta la doccia fredda, che i Dirigenti Scolastici non hanno mancato di far pesare: le prove Invalsi sarebbero quindi obbligatorie e vanno somministrate anche se il Collegio docenti non avesse deliberato in tal senso in occasione della programmazione dell’attività annuale. In merito vale la pena sottolineare che gli scioperi proclamati per il mese di maggio proprio per impedire, laddove possibile, la somministrazione delle prove avrebbero meritato maggiore attenzione da parte dei colleghi, perché in alcune scuole si sono rivelati uno strumento efficace.

In merito, più in generale, alla questione dell’efficacia della via giudiziaria alla difesa della scuola Statale, credo che sia uno strumento che vale la pena di utilizzare, ma che va maneggiato con cura, perché, come credo sia dimostrato anche dagli esempi qui riportati, da sola non basta e non può certo sostituire l’azione “di piazza. Può esserne un efficace complemento, questo sì, perché può servire a portare a galla tante ingiustizie (come è stato, per esempio, per le sentenze sui tagli al sostegno per gli alunni con disabilità).

Analogamente la messa in moto di un movimento, o anche solo la possibilità e capacità di tenere desta l’attenzione sui temi che ci riguardano, offre maggiori garanzie di riuscita delle stesse azioni legali, perché pare, per strane congiunture astrali, che nell’oblio generale tendano a prevalere i poteri forti, mentre nell’occhio del ciclone anche la Legge pone maggiore cura nella lettura degli atti processuali.

Note di cronaca dell’anno scolastico. Le 24 ore, l’Aprea e altre meteore: pericoli scampati?

L’inganno, ripetendo la voce popolare, è come il mangiare e il grattarsi, tutto sta a cominciare. (José Saramago, Caino)

Giunto quasi alla fine di questo resoconto, mi rendo conto che sono tante le cose che pure andrebbero ricordate, così come sarebbe stato giusto dedicare ben più spazio a questioni centrali, come il concorsone per i precari o il controverso tema del merito, che qui sono state richiamate in modo schematico nel mare magnum del capitolo sulle “riforme”.

Sarebbe stato giusto dedicare più spazio allo strano fenomeno dei tanti errori contabili registratisi in particolare nei mesi autunnali, quasi come se la fatalità si stesse accanendo in particolare contro i precari, per far sì che il governo Monti potesse iscrivere alcune uscite solo a bilancio dell’anno successivo, o non lo so.

Non so, ad esempio, quanti lavoratori della scuola abbiano avuto problemi con il pagamento della disoccupazione, ma ho avuto la sensazione che in tanti l’abbiano ricevuta con gran ritardo o in misura sbagliata, chiaramente per difetto.

Non so come sia potuto accadere che tanti supplenti della scuola siano rimasti per mesi senza alcuno stipendio, tanto da spingere gli istituti più giocherelloni a promuovere dei sorteggi per stabilire a quale dei precari offrire uno stipendio con i pochi fondi a disposizione.

Non so come sia potuto accadere che 21.000 docenti neo-immessi in ruolo non abbiano percepito alcuno stipendio per diversi mesi proprio a partire dal primo settembre, data dell’assunzione. Mi dicono che la ragione è legata al fatto che tutti i contratti andavano trascritti a mano, a Latina, ma naturalmente non ci credo, perché a noi umili esecutori di ordini hanno spiegato che è l’anno della “smaterializzazione” dei documenti, dei registri online (che spesso non funzionano) e delle iscrizioni ai portali, con annesso codazzo di codici pin.

Non so, quindi, come si siano potuti avere, nella nostra moderna scuola telematica, così tanti disguidi informatici, che hanno riguardato non solo i docenti (categoria notoriamente poco avvezza a recepire le novità), ma anche il personale di segreteria, che ad esempio faticava ad accedere all’apposita piattaforma per pagare i compensi accessori, le famiglie, che non riuscivano a collegarsi al sito per iscrivere i propri figli o questi ultimi, che spesso e volentieri si lamentano che il loro “libretto elettronico” non funziona e non riescono ad accedere ai propri voti o alla consultazione dei compiti assegnati per casa.

Varrebbe la pena di raccontarvi di quella volta che ho visto dal vivo il Ministro Profumo. Mi limito a un resoconto breve. È stato bello, era ad una festa del PD (in quel periodo ne avrà girate decine), parlava della scuola, diceva che ogni euro speso per l’istruzione è ben speso, perché se ne pianti uno ne spuntano almeno quattro, come nel Campo dei Miracoli, e che quindi vale sempre la pena di investire sulla scuola, quasi non sembrava lo stesso Ministro che intanto stava tagliando sull’istruzione e forse davvero non lo era, era tornato ragazzino, l’aria sognante e felice, anche perché tutti quelli che intervenivano gli facevano i complimenti, lo ringraziavano, gli facevano domande carine alle quali rispondeva con puntualità.

L’unica nota stonata è stato un collega, chiaramente un precario (hanno qualcosa di cattivo nello sguardo che li denuncia), che con insistenza, ma con apparente buona educazione si rivolgeva al senatore Rusconi, moderatore della serata, per fare una domanda, ma il senatore non cedeva mica, e allora ho vinto la mia timidezza e sono intervenuto, suggerendo all’onorevole Rusconi di darla la parola, a quel precario inveterato, mostrando a tutti con fierezza il perché dell’aggettivo “democratico” accanto al sostantivo “partito”, che tanto il nostro ministro era bravo e non avrebbe certo vacillato di fronte ad una domanda non concordata, e ero sicuro che a quel punto Profumo sarebbe intervenuto, imponendo la sua autorità per dirimere la questione, per dire qualcosa del tipo “e tirala fuori, caro il mio precario, la tua domanda, che ti faccio vedere io come risponde un ministro con la M maiuscola!”, ma Profumo sembrava lontano, sempre con il suo sorriso, guardava un punto misterioso sulla parete bianca sul fondo della sala e sembrava ancora sognante e felice, ma in silenzio, con se stesso.

Varrebbe la pena di tornare sul dopo-concorsone, per dire di come, anche grazie a quello, il MIUR abbia scoperto che esiste una questione meridionale e abbia dato in pasto agli squali della propaganda secessionista dei dati che, senza una lettura adeguata, sono linfa vitale per il razzismo. Da questi si evince che i toscani hanno una percentuale di promossi ai test che è più che doppia rispetto alla media registrata al Sud. Lo stesso Miur, a onor del vero, ha messo in guardia da una lettura troppo meccanicistica dei dati statistici, ma ciò non ha impedito che si facessero avanti commenti non proprio nuovissimi. Già nel 1926 Gramsci scriveva ne La questione meridionale:

È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: Il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale…

Può essere qui utile, per completezza, far notare che tra i candidati toscani la percentuale di meridionali era probabilmente altissima e che un problema al sud esiste anche per quanto riguarda la scuola. Esistono tanti giovani, o nemmeno più giovani, che hanno perso ogni speranza di trovare un lavoro e che hanno vissuto anche questo concorso come una cosa da fare tanto per provare, magari per compiacere i genitori anziani, ma senza crederci abbastanza nemmeno per comprare il biglietto per Firenze.

Varrebbe la pena dirci ancora qualcosa sulle 24 ore, che è un tema grosso e non marginale, per raccontare cosa fa realmente chi insegna, che non è vero che lavoriamo solo 18 ore, che non è vero che solo in Italia è così, che non è vero che abbiamo tre mesi di vacanze all’anno, che… ma l’abbiamo già detto, tutti i docenti l’hanno gridato fino alla nausea, forse perché viviamo una sindrome da accerchiamento, e ora varrebbe la pena di smetterla di parlare, e di prepararci ad agire, quando torneranno all’attacco, perché lo faranno.

Varrebbe la pena di ricordare il moltiplicarsi degli episodi di violenza nelle nostre scuole negli ultimi mesi, delle ragazzine picchiate dal branco, magari perché con la pelle più scura, delle scuole incendiate, della professoressa finita in ospedale perché un alunno le ha sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Varrebbe la pena interrogarsi sui tanti episodi, prima che sia troppo tardi per porvi rimedio, perché la scuola italiana così tanto bistrattata ne ha sempre conosciuti molti meno di quella francese, inglese o americana.

Varrebbe la pena di interrogarsi sull’iperattivismo di Profumo, sulla valutazione, della quale si è detto, ma non solo, alla fine del suo mandato.

Varrebbe la pena di parlare più diffusamente della circolare sui BES, bisogni educativi speciali, per provare a capire non solo se davvero nasconda una volontà di eliminare il sostegno, ma anche perché tanti genitori di alunni con disabilità l’abbiano accolta se non con favore almeno con tante speranze.

Le aspettative di quei genitori andrebbero comprese, perché ciò che chiedono è che i loro figli non siano più una questione privata che riguarda soltanto l’insegnante di sostegno, ma che vengano realmente presi in carico dall’intero consiglio di classe. Hanno ragione e dovremmo cercare di concepire, tutti insieme, una nostra nuova idea del sostegno, che non butti a mare quanto di buono si fa già, ma che lo migliori, perché di meglio si può fare. Si può far sì che ogni docente sia realmente preparato ad intervenire sui diritti speciali di tanti alunni (non solo quelli con disabilità), magari addirittura costringendo, dopo aver conseguito un’opportuna preparazione, ogni docente a svolgere un paio di anni di insegnamento di sostegno, per imparare sul campo, per facilitare la condivisione delle strategie e delle conoscenze.

Una riforma seria e senza virgolette in questo senso, però, dovrebbe necessariamente prevedere un moltiplicarsi delle compresenze e non la loro cancellazione. In assenza di un intervento potenziato anche dal punto di vista delle risorse umane e professionali, infatti, ogni nuova proposta rischia di tradursi in una farsa, riproducendo all’ennesima potenza, per i BES e per gli alunni con disabilità, ciò che sta accadendo spesso nelle nostre classi per gli alunni DSA. I consigli di classe, non potendo “star dietro a tutto”, si limitano a compilare ad inizio anno un modello prestampato dove si riportano le misure compensative e dispensative previste. Poi, in corso d’opera, si danno verifiche con qualche quesito in meno o si sta larghi con i voti e, infine, si cerca di fare in modo di non bocciare l’alunno DSA, per evitare ricorsi e/o critiche. Non è un progetto di integrazione, è una pagliacciata, ma forse è questo che ci chiedono.

Di tutte le ricchezze: Può la scuola aiutare a superare la crisi?

Abbiamo fretta, abbiamo paura del fulmine. È questo che ci fa sbagliare… (Stefano Benni, Di tutte le ricchezze)

Forse è il caso di interrogarsi sul perché di certe riforme e sulla possibilità che una scuola nuova possa porsi in contrasto con la crisi economica che stiamo vivendo e che si inasprisce ogni giorno di più. “Da sinistra” potrebbe essere forte la tentazione di affermare, come spesso ha fatto lo stesso ministro Profumo, che una scuola migliore potrebbe risultare un ottimo antidoto contro la crisi.

Sono parole assai sagge, ma che in fondo non vogliono dire (ancora) niente, in primo luogo perché bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa si intende per “migliore. Se sta ad indicare una scuola che offra agli alunni e alle alunne più conoscenze e più solidi strumenti di analisi della realtà che li circonda, questo non costituisce un elemento utile al superamento della crisi economica, ma al più un elemento che consenta a quel singolo alunno di vincere la competizione con il suo compagno.

Partiamo da un dato: se si escludono Paesi come la Germania e gli Stati Uniti, che scaricano almeno parzialmente i costi della crisi su chi li circonda, perché partono da rendite di posizione privilegiate, la crisi attuale riguarda la maggior parte dei paesi occidentali. In controtendenza appaiono nazioni, spesso molto popolose, come l’India e la Cina, le cui economie continuano a crescere, anche se meno degli scorsi anni. Ma cosa distingue, ad esempio, il lavoratore cinese da quello italiano? E soprattutto, per quanto ci riguarda, è mediamente il lavoratore cinese più colto, più scolarizzato o più istruito di quello italiano? Così non pare. Si può dire, invece, che la grande “fortuna” dell’economia della Cina e di tanti altri Paesi emergenti la fanno i milioni di uomini che vivono come topi negli stessi stabilimenti industriali nei quali lavorano, che hanno turni ben più lunghi dei nostri, che guadagnano infinitamente di meno, che non hanno nemmeno il tempo di chiedersi a cosa serve campare così.

La ricetta più facile per superare la crisi, o meglio per superare la nostra crisi per farla rimbalzare di nuovo in Oriente, potrebbe quindi risultare diventare più cinesi dei cinesi. Chiamiamola, per semplicità, la “ricetta Marchionne. Di fatto sarebbe facile prevedere che tanti imprenditori nostrani sarebbero in tal caso pronti a montare di nuovo in Italia i macchinari che hanno trasferito in Romania, in Serbia o in Polonia, per far fare loro il viaggio di ritorno nei capannoni vuoti di mezza Italia.

Se questo è ciò che vogliamo, allora anche la scuola può essere d’aiuto: deve educare a credere ciecamente nella forza del progresso, ad obbedire senza discutere ai superiori, a combattere senza esclusione di colpi contro i musi gialli di ogni latitudine. Deve essere una scuola più “verticistica”, che promuova la competizione ad ogni livello, che rifugga e inibisca gli spiriti critici, nella quale non si perda tempo a coltivare informazioni non immediatamente monetizzabili, che induca a credere che le domande devono necessariamente avere un’unica immediata risposta. Insomma: esattamente il tipo di scuola che sta “venendo fuori” dalle recenti riforme. Una scuola che dia il proprio contributo per plasmare i nostri giovani come tante piccole operose formiche pronte a sacrificare la propria vita in nome di un bene collettivo sempre più astratto, fino alla crisi successiva, da accettare e subire come un’ineluttabile fatalità.

Mi piace credere, invece, che il ruolo della scuola possa essere, all’opposto, quello di aiutare ragazze e ragazzi a comprendere la complessità del mondo nel quale li abbiamo messi, le sue ingiustizie e le sue potenzialità, i suoi perversi meccanismi di funzionamento, sempre basati sulla selezione e sull’esclusione, e che siano poi loro a cercare strade veramente nuove per concepire un mondo non più schiavo di una spietata competizione. Se riuscissimo a fare questo, difendendo un modello di istruzione completamente diverso da quello che vogliono imporci, allora sì, la scuola potrà dare un contributo ad un vero superamento della crisi.

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Da Gelmini a Carrozza

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Le ragioni della scuola pubblica escono rafforzate dal referendum di Bologna

Il referendum del 26 maggio sulle paritarie non è solo una questione locale. E’ in ballo la libertà di educazione.

Così in prima pagina il settimanale ciellino Tempi.

Lo stesso settimanale il giorno dopo le elezioni scrive tutto il contrario:

Va ricordato che il referendum era consultivo. Quindi l’amministrazione bolognese può tenere in considerazione il risultato oppure no.

E’ una bella sintesi e un bell’esempio di come siano possibili letture opportunistiche di qualsiasi dato. Il blog Giornalettismo documenta il brutto spettacolo degli sconfitti.

Sulla stessa linea le dichiarazioni di vari esponenti dei sostenitori dei finanziamenti alle scuole private “paritarie“.

Il quesito – afferma Francesca Puglisi (PD) – era costruito come un sondaggio d’opinione“. Della stessa idea anche il sindaco di Bologna, Merola, che afferma che in questo referendum nessuno ha vinto o perso, che si trattava di un referendum consultivo e non decisionale e non mette in forse i finanziamenti alle scuole non statali.

Di diverso avviso l’ex premier Romano Prodi:

Io ero per l’opzione ‘B’, ha vinto l’opzione ‘A’ e i referendum si accolgono“.

Anche il Presidente di AGeSC (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) Roberto Gontero ammette essersi trattato di

un rischioso precedente per tutto il Paese, visto che i referendari hanno espresso l’intenzione di riprodurre l’iniziativa in altre città“.

Breve e chiaro il comunicato del Comitato Articolo 33:

La scuola pubblica ha vinto il referendum nonostante una larga alleanza di forze politiche ed economiche abbia sostenuto l’opzione B con tutto il proprio peso… Un risultato del quale l’Amministrazione dovrà tenere conto, a partire dal Consiglio comunale che entro tre mesi ha l’obbligo di deliberare in merito.

Oggi le ragioni della scuola pubblica escono rafforzate dal referendum di Bologna: i diritti contano, i cittadini contano.

Dalla parte di chi ha sostenuto le ragioni della scuola pubblica, segnaliamo una intervista ai Wu Ming:

Il dato politico è che il Pd, la Curia e tutte le forze che hanno appoggiato l’opzione «B» hanno perso. Non era affatto scontato che questo referendum ottenesse il risalto nazionale che ha avuto. Il livello di consapevolezza tra le persone è aumentato e non solo a Bologna. Da oggi chi vorrà parlare di scuola pubblica e di sussidiarietà dovrà considerare questo risultato come un punto di non ritorno. Altre città potrebbero pensare a una consultazione analoga.

Segnaliamo anche gli interventi di Paolo Flores D’Arcais (Miracolo a Bologna: Davide batte Golia), di Maria Mantello (Il referendum di Bologna e la sindrome suidida del PD), di Giuseppe Caliceti (Una scelta popolare che spaventa i poteri forti). Qui si può prendere visione di una rassegna stampa sul referendum e il suo esito.

Il comitato promotore del referendum cita una sentenza della Corte dei Conti della Campania che ha acconsentito all’assunzione di 300 maestre da parte del Comune di Napoli nonostante il patto di stabilità. Ciò dimostra, dice il Comitato Articolo 33, che “il comune non può esimersi dall’obbligo, previsto dalla Costituzione, di istituire scuole pubbliche, a partire dai tre anni“. Il diritto costituzionale alla scuola pubblica viene prima del patto di stabilità.

Proroga del blocco dei contratti? Provvedimento particolarmente lesivo

La VII commissione cultura di Palazzo Madama ha dato all’unanimità parere negativo alla decisione di bloccare l’adeguamento degli stipendi degli insegnanti fino al 2014.

La commissione istruzione pubblica del Senato ha dato all’unanimità parere negativo, per quanto di competenza, al regolamento presentato dal Governo sulla proroga del blocco della contrattazione per tutti i pubblici dipendenti“.

Così si legge nella nota diffusa dalla commissione:

Oggi i docenti italiani hanno, a parità di orario di lavoro, stipendi più bassi rispetto ai colleghi europei. Il blocco della contrattazione è particolarmente lesivo anche perché i docenti non hanno progressione di carriera ma solo gli scatti (non più corrisposti dal 2010). In questo modo la Commissione istruzione pubblica intende mantenere fede all’impegno preso nei giorni scorsi dal ministro Carrozza“.

La parola ora passa alla commissione Bilancio e soprattutto al Governo e al ministro dell’Economia. Il ministro della Funzione pubblica Giampiero D’Alia invece conferma la linea dei tagli:

Il blocco dei rinnovi contrattuali dobbiamo prorogarlo perché non ci sono risorse“.

Suscita opposizioni da parte dei sindacati (Gilda: “si apra confronto“, CISL: “misura iniqua“, ANIEF: “si viola la costituzione“, SNALS: “Inaccettabile“, così anche per la UIL).

La Cgil ha calcolato l’ammontare delle perdite salariali dei dipendenti pubblici: circa mille euro l’anno dal 2010 fino a tutto il 2012 ma, con il congelamento delle buste paga anche per il 2013 e 2014, i 3 milioni e mezzo di dipendenti statali dovranno affrontare una perdita complessiva di 4.100 euro medi lordi.

I test Invalsi, una vera follia

Passati i test Invalsi, non si fermano le contestazioni dell’Istituto e della sua valutazione. Innanzitutto per le condizioni di lavoro imposte:

La correzione dei test Invalsi è una vera follia: ore e ore di lavoro praticamente gratis e in condizioni assurde“.

Anche i test in sé vengono analizzati e le conclusioni sono per nulla rassicuranti, come queste di Giorgio Israel sulle prove di Matematica per la scuola secondaria di primo grado:

Siamo di fronte a un conglomerato di test di cui una parte è elementare e potrebbe anche essere accettabile come verifica di capacità minime, essenziali. Altri sono difficili, mal formulati o intrisi di un deplorevole sadismo. Altri ancora sono ispirati alla più deplorevole mentalità da quiz: vediamo se spari il numero esatto o metti la crocetta giusta, come ci sei arrivato non mi interessa affatto.

Non poteva darsi una dimostrazione più chiara del carattere deteriore di queste prove.

La crescita e la valutazione dello studente si fanno in classe, nel lavoro con l’insegnante, in un dialogo approfondito, in cui il problema matematico viene posto, discusso, sondato in tutti i suoi aspetti. La valutazione ha senso soltanto in questo contesto.

Altro sconcerto sucitano i provvedimenti disciplinari di cui via via si viene a conoscenza nei confronti di studenti e docenti che in vario modo si sono opposrti alla somministrazione dei test. Esemplare è il caso reso noto da Marina Boscaino del maestro Flavio Maracchia, insegnante della scuola primaria F. Crispi di Roma, che ha ricevuto dalla dirigente una lettera che configura l’inizio di un procedimento disciplinare per “omissione svolgimento atti dovuti inerenti alla funzione docente (art. 493 Dlgsl 297/94)“.

Lo stesso articolo contiene il parere dell’avv. Corrado Mauceri sulla presunta obbligatorietà dei test, argomento su cui l’avv. così conclude:

Poiché l’anno scorso era stato a lungo dibattuto proprio di obbligatorietà e la questione si è riproposta anche quest’anno, se il legislatore avesse voluto stabilire l’obbligatorietà delle prove Invalsi, avrebbe potuto affermarla esplicitamente.

Nuovo sconcerto crea tra gli insegnanti il fatto che, nonostante si sia sempre sostenuto che i risultati dei test sono segreti e che non devono servire a stilare una graduatoria delle scuole, l’Invalsi dal prossimo anno fornirà un apposito “form” attraverso cui le scuole potranno divulgare sul sito del ministero dell’Istruzione i risultati conseguiti alle prove. Per alcuni insegnanti siamo alla temuta classificazione tra scuole di serie A e serie B. Contraria l’Anief:

Le prove Invalsi sono delle verifiche nate per suggerire buone prassi, linee guida di intervento e programmazione. Quanto vuole fare il Miur, invece, significa dare spazio ad una valutazione nazionale che non tiene conto né delle diversità del territorio né delle peculiarità dell’utenza. E che affosserà proprio le scuole per vari motivi più bisognose di aiuto.

La Flc Cgil lancia una raccolta di firme con la quale chiede di rivedere il sistema di valutazione nazionale varato da Profumo.

Il profilo professionale degli insegnanti e i concorsi che vedranno trionfare il merito

Mentre Benedetto Vertecchi riflette da par suo sul profilo degli insegnanti qui e qui, l’ultima settimana ci offre un saggio della considerazione in cui è tenuto. Così scrive a Orizzonte Scuola una docente impegnata come commissaria al “concorsone:

Sono un’insegnante votata allo spirito di sacrificio che ha accettato di far parte della commissione giudicatrice ambito 9 classe di concorso A051, con uno stress enorme ho portato a termine la correzione dei compiti, tra turni massacranti (partenza da casa alle 13.00 e rientro alle 21.30), in locali sporchi, polverosi, senza neanche la carta igienica, senza un calendario dei lavori e con la continua sollecitazione a finire presto anche a discapito della lucidità e la obiettività del lavoro da svolgere.

Terminati i lavori il presidente coordinatore propone un calendario degli orali che richiedeva un impegno continuo, dalle 8 di mattina alle 21.00 comprese le domeniche e parte del mese di agosto senza contare il tempo da impiegare per raggiungere la sede delle prove.

E tutto questo per una cifra irrisoria? Ma qui, non si chiede lo spirito di sacrificio ma atti di eroismo!!! mettendo a rischio anche la propria salute.

E un’altra docente scrive sullo stesso tema:

La correzione degli scritti ha richiesto un lavoro quasi quotidiano compresi i sabati a giornata intera; la disorganizzazione è totale: la sede in cui è avvenuta la correzione non è stata subito disponibile per il numero di ore necessario a finire il lavoro in tempi più ragionevoli, dal momento che non vi sono soldi per pagare gli operatori che tengano aperta una scuola in orario preserale o al sabato…

Le operazioni sono partite in ritardo e la disorganizzazione è incredibile. Mi sono sentita rispondere che al momento non è più possibile rinunciare alla nomina per un lavoro la cui fine nessuno riesce a ipotizzare dal momento che non ci si è posto il problema della ricerca di una sede adeguatamente aperta… Sono valutabili (ma da chi) solo esigenze di salute…

Insomma, quasi al termine della correzione delle prove scritte, a ridosso dei mesi estivi, esplode il disagio dei commissari che, spinti dalla possibilità di una nuova esperienza professionale, hanno accettato che non ci fosse esonero, ma adesso si trovano a dover espletare la funzione anche nei mesi estivi, vedendosi negato il diritto costituzionale alle ferie, mentre l’Amministrazione incalza affinché facciano presto.

Non dissimile la situazione dei commissari ai concorsi di abilitazione dei docenti universitari, col compito di eggere 1.610 pagine al giorno.

Così sono organizzati e condotti i concorsi che vedranno trionfare il merito.

Pensioni, tra errori tecnici, ingiustizie, flessibilità e penalizzazioni

Una linea politica trasversale pare concorde nel riconoscere l'”errore tecnico” commesso dal governo Monti e intenzionata a porre fine all’annoso problema proponendo al governo una modifica che colmi, in tempi brevi, la grave lacuna sui docenti della cosiddetta “Quota 96“.

A spingere a sanare una ingiustizia è anche la necessità di liberare posti per i giovani insegnanti. La riforma Fornero infatti ha fatto crollare i pensionamenti dei lavoratori della scuola, che quest’anno sono la metà del 2012.

Si pensa allora a un ripensamento più generale, che comprenda ad esempio un percorso diverso per il personale femminile. Si pensa ad una riduzione dell’anzianità anagrafica e contributiva per accedere alla pensione di vecchiaia o a qualla anticipata. Il risultato dovrebbe essere un ritocco al ribasso dell’età della pensione. Le penalizzazioni per chi anticipa però sarebbero fino a -209 euro al mese, – 2.709 annue.

Non siamo contrari alla flessibilità – dice la Cgil – purché non si parli di penalizzazioni ma di incentivi per favorire l’entrata in pensione, perché se si punta esclusivamente su un modello penalizzante ancora una volta si finisce per scaricare tutto sui pensionati”.

Non è più ascensore sociale, la scuola conferma la disuguaglianza

La Conferenza dei rettori (Crui) lancia un nuovo allarme, il quarto in pochi mesi. Rispetto al 2009, quando lo Stato erogò 7,450 milioni di euro, il finanziamento ordinario per gli atenei italiani è sceso a 6,690 milioni: in quattro stagioni la decurtazione è stata pari all’11% (meno 4,6 rispetto al 2012). Il taglio porterà la metà degli atenei a rischio fallimento.

Il finanziamento del diritto allo studio per il 2014 è “in percentuali ridicole, sottolineano i rettori italiani: la copertura dei “capaci e meritevoli” per l’anno in corso è attorno al 60%, sotto il 50% in diverse università del Sud. Il prossimo anno, a finanziamento attuale, le borse di studio non potranno essere più di duemila.

Intanto i dati Istat denunciano una disoccupazione ai massimi dal 1977 e una disoccupazione giovanile al 41,9%. Non c’è da stupirsi allora se in 10 anni sono fuggiti dall’Italia 316.000 giovani “cervelli.

In tempi di crisi, la scuola dovrebbe esercitare una funzione di ascensore sociale, così come fu concepita nel 1962 la “media unica”, per garantire a tutti lo stesso diritto all’apprendimento fino a 13 anni. Invece, come riflette Marina Boscaino, la scuola conferma la diseguaglianza: le carenze che diventano incolmabili nel proseguimento degli studi hanno origine proprio in una fascia di età – la pre-adolescenza – che richiederebbe il massimo della cura.

Gli studenti con genitori con la licenza media rischiano infatti ritardo scolastico quattro volte più dei figli di laureati. È tradito il mandato che la Costituzione affida alla scuola: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

* * *

 SEGNALAZIONE

No ai buoni scuola. Ricordiamo che è ancora in corso la raccolta di firme per una petizione proposta dall’Associazione Nonunodimeno per abolire i buoni scuola erogati dalla Regione Lombardia, che per i criteri stabiliti sono diventati un modo per sostenere la scuola privata.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

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