Gli imprenditori invocano misure per l’occupazione. Intanto portano le loro fabbriche all’estero – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI

Contro la disoccupazione giovanile fatti, e non parole! invocano gli imprenditori. Intanto chiudono le fabbriche in Italia e le portano all’estero.

E’ opinione diffusa che uno dei problemi più urgenti, e più drammatici, del nostro paese sia rappresentato dalla disoccupazione. Ogni anno, ogni mese si bruciano posti di lavoro. In particolare la disoccupazione giovanile è una piaga che appare senza soluzione, nonostante i proclami e gli appelli che provengono da ogni parte, politica, imprenditoriale e sindacale. I giovani sembrano addirittura avere perso la prospettiva di un impiego. Chi ha figli che si affacciano al mondo del lavoro, o che stanno per farlo, conosce il loro senso di rassegnazione, che chiude lo stomaco e fa stringere il cuore.

 

E’ colpa della crisi, si dice. Lo dicono tutti. La crisi sembra un’entità metafisica, incorporea, maligna, che cala sulle nostre vite come una pestilenza. Chissà da dove viene, e perché. Bisogna fare qualcosa! Dobbiamo assolutamente combattere la disoccupazione giovanile!

 

In prima linea a lanciare questi appelli accorati ci sono molti imprenditori. Come cittadini, come uomini e donne, sono sinceramente preoccupati, colpiti, indignati. Almeno così sembra. Siamo tutti sulla stessa barca, pare, uniti nella ricerca di una soluzione. A qualunque costo.

 

Peccato che proprio tra gli imprenditori italiani ci siano i maggiori responsabili di questo dramma. La crisi non è una pestilenza. E’ generata da un sistema capitalistico malato, anarchico, predatorio, dominato dalla finanza e dalla speculazione. E molti imprenditori italiani hanno pensato di risolvere la situazione di un aumento dei costi non con la ricerca, non con la qualità e gli investimenti, ma delocalizzando le imprese.

 

E’ questa una piaga gravissima. Fiat, Geox, Bialetti, Omsa, Benetton, Ducati, Dainese, Calzedonia, Stefanel, solo per citarne alcuni, hanno chiuso stabilimenti, o li hanno fortemente ridimensionati, per delocalizzare il lavoro Polonia, Russia, Cina, Vietnam, Croazia, Bulgaria, Tunisia. In quei paese il lavoro costa fino al 75% in meno, e i diritti sindacali sono quasi o del tutto inesistenti.

 

E i lavoratori di quelle imprese? Licenziati, o in cassa integrazione. Che viene pagata da noi. Lo stato paga il prezzo dei fallimenti di molti, o la ricerca di maggiori profitti a costo quasi zero. E tra quei lavoratori ci sono molti giovani. Che sono stati espulsi dal mondo del lavoro o che non vi entreranno mai.

 

La delocalizzazione selvaggia non solo causa disoccupazione e pesa sulla collettività, ma danneggia il made in Italy, che costituiva una delle nostre eccellenze. E quindi produce altra crisi, altra disoccupazione. Questo gli autori degli appelli non lo dicono. Mai.

 

E tra gli imprenditori lanciatori di appelli c’è anche il loro presidente, Giorgio Squinzi. Non dubitiamo del suo patema d’animo quando si duole per la disoccupazione giovanile: “Con i dati tragici sull’occupazione giovanile dobbiamo essere capaci di creare al più presto le condizioni per nuovi posti di lavoro” ha dichiarato recentemente.

 

Creare al più presto le condizioni. Peccato che proprio qualche giorno fa abbia inaugurato la quarta fabbrica polacca del suo gruppo, a Barcin. E sia ormai in fase di chiusura la Promer srl di Bari, una controllata dalla sua Mapei (fonte l’Espresso). Così, oltre alla disoccupazione giovanile, si dà anche una bella mano al Mezzogiorno!

 

 

 

7 pensieri su “Gli imprenditori invocano misure per l’occupazione. Intanto portano le loro fabbriche all’estero – di Mauro BALDRATI

  1. Qui si parla solo di grandi imprese, di quelle che hanno mercato all’estero, di quelle che godono della cassa integrazione. Ci si dimentica delle piccole e medie, con un mercato tutto italiano o i cui “padroni” non hanno la possibilità ne’ di delocalizzare all’estero ne’ di investire nella ricerca, avendo nella maggior parte dei casi utilizzato anche il patrimonio privato per poter pagare gli stipendi ai pochi dipendenti rimasti. E per chi hanno per forza di cose dovuto mandar via non ci sono i soldi per la cassa integrazione.

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  2. Accanto alla disoccupazione giovanile vi è quella, non meno devastante, della fascia di età fra i 40-50 anni: è quella della massima maturità lavorativa in cui si dovrebbe essere al top della propria produttività materiale ed intellettuale. Invece si è è troppo giovani per la pensione, paradossalmente troppo qualificati, e con necessità retributive e contributive non riconoscibili dalle imprese che intendono contenere i costi del personale.
    Delocalizzazione ma anche – quasi certamente nella malattia del sistema italiano – appalti pubblici al massimo ribasso che escludono implacabilmente, condannandole, piccole e medie imprese magari virtuose nella qualità del lavoro, fiscalmente e retributivamente, ma non in grado di condurre economie di scala o di lavorare sottocosto, e la mancanza di appetibilità del nostro paese per gli investitori stranieri. Questo mi sento di scrivere per testimonianza vissuta.

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  3. Il titolo di questo post è eloquente… non aggiungo altro, se non la mia indignazione che si unisce alla vostra!

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  4. Ciao a tutti e grazie. E’ un argomento che suscita parecchio dibattito, anche di là dove è stato pubblicato, in tiscali (a parte qualche insulto – dove tra l’altro non riesco a postare commenti per motivi tecnici!). Direi che, fatta salva una distinzione doverosa tra grande e piccola industria, questo commento secondo me riassume bene la vera entità del problema: “forse se anche le imprese tornassero al concetto del giusto profitto, non avrebbero bisogno di delocalizzare. sec me è fallito il concetto del capitalismo selvaggio a tutti i costi” (giovanna)

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  5. Resta da capire dove venderanno i prodotti delle loro fabbriche “delocalizzate” .
    Nei paesi che hanno abbandonato ? Ma non sono forse questi paesi in crisi , proprio a causa della delocalizzazione ?
    Venderanno allora lì dove la produzione costa il 75% in meno ? Ma non dovranno forse ridurre anche i prezzi del 75% ?

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  6. Il prestigioso settore calzaturiero da tempo è in notevole flessione, molti
    subiscono, alcuni chiudono c’è chi riconosce, “IL SUCCESSO NON E’ INFINITO”,
    con un’idea valida, entrò imponente nel mercato internazionale, merito dei
    grandi.
    A sostegno dell’impero creato, attendevo come estimatore del Marchio del
    Patron e del Suo Staff la messa in campo di uno dei brevetti decantati, per una
    scattante ripresa per smentire commenti catastrofici, beffandosi dello slogan
    più apprezzato, espressioni come, de profundis, aria di crisi, asma, fiatone,
    affanno e così via.
    I tempi cambiano in fretta, dimenticando lesivamente, eppure sembra ieri,
    aver ricevuto, elogi, encomi, riconoscimenti, esaltanti, le posizioni in
    classifica Forbes.
    E’ una sconfitta per chi è considerato Imperatore, reputare esubero le
    stesse maestranze che hanno contribuito nel trasformare un’azienda in un
    “COLOSSO” gli artefici positivi degli anni di “VACCHE GRASSE” coloro i quali
    hanno dato lustro tale da considerare “ IL FIORE ALL’OCCHIELLO DELL’
    IMPRENDITORIA ITALIANA”, ora tremano, in base al rapporto, addetti/calo dei
    ricavi, sono maggiori, è questo il bollettino di guerra a cui bisogna far
    fronte, per estendere l’impero.
    Sono un pensionato piuttosto maturo, lo puntualizzo per non essere
    considerato un perditempo.
    Ricordo quando il Patron Dott. Mario asseriva “SOSTENERE CHI HA IDEE”, la
    mia la propongo a Lei e la sottopongo al Suo attento e autorevole Staff
    Dirigenziale consentendo eventuali elaborazioni e personalizzazioni, il
    concetto è la funzionalità, dell’innovazione, convincerà che non c’è bisogno di
    nuovi P.V. né di particolari distributori, la massima concentrazione sulla
    produzione e il made in Italy, non è utopia.
    Breve sintesi, aver avuto l’esigenza di soffermarsi a riflettere come dare
    sollievo alle sofferenze causate dalle estremità inferiori accaldate e sudate
    con tutte le conseguenze negative ben conosciute, disagio comune a moltissimi.
    Analizzando attentamente la deambulazione, in ogni minuziosa fase, lo
    studio particolare e l’abbinamento di particolari, specificità professionali,
    realizzò qualcosa di estremamene valido e funzionale.
    Per motivi economici non è brevettato, (non per incapacità di gestire) a
    questo proposito, chiederei e gradirei anche in caso di mancato interesse, di
    sottoscrivere e rispettare, IL PATTO DI NON DIVULGAZIONE.
    Se interessati o solo incuriositi, contattatemi.

    Cordialità.
    Michele Greco Torino tel.0114375023 cell.3924012855.

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