Aggiornamenti dal crollo

maggio-agosto 2008

di Eliana Petrizzi

Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.

Una nuvola bianca sale da dietro la montagna come lo sbuffo di un vulcano. Ai miei piedi, formiche in riga trasportano una falena come un santo in processione. Molte finestre chiuse: chi ci abitava è morto, o se mi ha vista non mi ha riconosciuta.

Mia zia ha 85 anni. Rispetto all’anno scorso vedo le ossa delle dita, la pelle sugli zigomi cerulea e senza rughe. Parla un dialetto sempre più stretto, che non capisco. In cucina, il ticchettio della sveglia, appesi ai muri i calendari di dieci anni fa, spenta da mesi la televisione. Fuori, cigolii di lamiere, uccelli immobili portati dalle correnti; l’aria tra gli ulivi col rumore della pioggia che arriva. Sulle pietre dei muri, la scia delle lumache notturne.

Dopo le solite domande sul lavoro e sulla salute, si comincia a fare l’elenco dei morti nuovi in paese. Al cimitero solo io ne ho contati 9; i loculi col cemento fresco, ghirlande appassite, lombrichi accanto alle cappelle arrotolati come liquirizie. Questo mese è morto Giovanni, 50 anni, di tumore. Poi tre vecchi, uno del ’13, uno del ’17 e uno del ’31. Tonia è morta a 96 anni d’infarto, da sola in casa, mentre scaldava la verdura. Margherita è morta di vecchiaia da sola all’ospedale. Mia zia parla di Giuseppe, morto a 60 anni tra molte sofferenze, mentre il suo vicino, persona crudele, a 95 anni è vivo e sta bene. Dice la stessa cosa pure di mio padre, morto a 61, e di Annetta, morta a 59. Finito il conto dei morti, il discorso passa alla vita dei vecchi nell’ospizio del paese, e in generale al destino della vecchiaia, poi al nostro di nipoti nubili che non vogliono avere figli, che moriranno sole, senza pensione, senza assistenza e senza nessuno cui lasciare il poco che avranno costruito; che nella vita avere ambizioni è peccato, che si deve ringraziare se si ha un tetto sulla testa, un piatto caldo davanti, qualcuno a cui dire buongiorno e buonasera, e che ti porterà un fiore al cimitero quando sarai morto. Dopo, nessuna di noi sa più che dire. Allora mia madre chiede a mia zia se crede che dopo la morte incontreremo i nostri familiari e i nostri amici, se può mai essere che in una vita che si spera così grande, tra miliardi di anime devi andare a ricongiungerti proprio coi tuoi parenti e con quelli del tuo paese, e se non è invece più probabile che farai amicizia con anime di un altro posto, o addirittura di altre razze. Mia zia risponde che coi forestieri non vuole fare amicizia, che lei per sicurezza prega ogni giorno, ma che dall’altro mondo nessuno è mai tornato. Quindi mia madre le racconta la storia della processione dei morti, che molti dicono di aver visto il 6 gennaio a mezzanotte, quando i defunti, liberi dal 2 novembre, la notte del 6 gennaio si ritrovano per rientrare nelle loro tombe. Chi non ha visto la processione dice di aver condotto un calesse, che davanti al cimitero i cavalli si sono bloccati per una buona mezz’ora, e che non c’è stato verso di farli ripartire.

Venerdì

Vedo da lontano una signora vestita di nero con due stampelle. Una volta vicina, la saluto e la riconosco: le feci una foto 10 anni fa. Lo scatto la ritraeva di spalle, vestita di nero già allora, la faccia contro un muro di calce bianca. Mi chiede chi sono, a chi appartengo e che sto facendo. Visto che sto fotografando case che crollano, mi chiede di fotografare anche le sue. Filomena mi mostra 3 casupole che una volta erano stalle e cantine, aggiustate alla buona per i tre figli che vivono in Germania, che vengono a trovarla una volta all’anno, a volte anche ogni due. Si scusa per la voce bassa, zitta da giorni perché non ha nessuno con cui parlare. Ogni tanto Filomena se ne va all’ospizio, quando le viene la paura di restare sola in casa per via dei giovani che vanno a rubare in giro. La borsa è sempre pronta: dentro, un paio di cambiate e il vestito che le devono mettere nella bara se dovesse morire all’improvviso. Mi fa vedere l’orto, il giardino con molte rose profumate, la terrazza che finisce a strapiombo sul fondovalle. Mi mostra le radiografie dell’intervento all’anca che ha fatto a dicembre, mi presenta uno ad uno i Santi nell’altare sopra il letto, le foto del marito morto, poi quella del loro matrimonio, in cui Filomena ha un viso disperato. Mi parla poi di tutte le cose che vanno in malora: dei ladri che aumentano, dei giovani sfaticati, del vicinato che muore, dei figli che non tornano, dei nipoti che si conoscono appena, della frutta che si perde sugli alberi, della gente che non parla, e se parla dice cose disgraziate. Mentre andiamo in piazza insieme, io vado piano, ma lei dice che non devo rallentare, che lei al mio passo ci può stare. Poi, all’ultimo scalino dice: “Mi sono fatta vecchia. Che peccato per la mia giovinezza scomparsa”.

Sabato mattina

Si è alzato uno scirocco pieno di sabbia che riempie le distanze di foschia. In piazza, tre vecchi immobili sulle scale guardano la montagna con le mani in grembo. Dopo poco uno di loro si alza e si avvicina. Mi saluta, si siede accanto a me, chiedendosi com’è possibile che ieri era una bella giornata e oggi si è alzato questo vento, che ieri le cose stavano in un modo e oggi in un altro. Mi domanda se so che quello alle mie spalle è il palazzo del Conte. Sì, lo so. Dice che però è vuoto, che pure quella famiglia ha fatto una brutta fine.

Ore 13,30, domenica

Il fischio dei falchi sui tetti, mosconi, tanti, come adunati su un cadavere. Deserte le strade, la piazza, i vicoli. Chiusa la chiesa, le finestre, le porte. Vecchi infissi crollati, betoniere, impalcature montate senza operai. Un copri-water e altri rottami infilati tra due muri. Piante grasse cresciute tra i lastroni delle strade, un cane che inizia ad abbaiare con un rancore stanco, dopo una mezzora che sono seduta lì vicino. Sole senza ombre. Sensazione di fine del mondo accaduta in pieno giorno, senza dolore. In cima a una scala, il bagno esterno di una casa abbandonata, con la finestra di legno che sbatte al vento. In basso, un albero pieno di albicocche mature che nessuno raccoglie. 30 anni fa in questo bagno è morto un vecchio, ma non se ne è accorto nessuno per giorni. Dopo una settimana, il suo corpo gonfio è scoppiato, e tutti i liquidi sono colati giù lungo le scale fino ai piedi dell’albero. Gesù Cristo ne ha fatta scendere di pioggia in 30 anni, dice uno che passa, ma le albicocche da quel giorno non le coglie più nessuno.

Programma della domenica pomeriggio: andare con mia zia al cimitero. Il cimitero è ripido, coi viali di pietra a gradoni, i loculi che da lontano sembrano crollare gli uni sugli altri. Nelle foto, soprattutto vecchi devastati dalle malattie o dall’età, quasi tutti in abiti neri, sopravvissuti a loro volta ad altri lutti. Mia zia saluta il marito, poi i vicini e i loro parenti, con un bacio lanciato a distanza. Ritornando in paese in macchina, nessuno di noi parla. Solo mia zia ad un certo punto mi chiede se lo straccio lasciato per mesi fuori al nostro balcone è ancora lì, o se l’è portato il vento.

3 pensieri su “Aggiornamenti dal crollo

  1. – com’è possibile … che ieri le cose stavano in un modo e oggi in un altro?

    La vita passa via veloce, senza aspettare nessuno, e tutte le cose cambiano in continuazione, alcune finiscono: ma il vero dramma, ciò che porta alla disperazione, non è la vecchiaia o la morte, è la solitudine…

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  2. Alcuni giorni sono più lunghi del solito, altri volano che nemmeno te ne accorgi. Per più di una settimana non sono entrata in quella stanza. L’insalata di riso mi ha portato ad un’estate fa. Sì, il vento spazzola via tutto, con grande velocità, ma lo straccio è ancora appeso sul balcone, le mollette lo reggono con forza. E’ tutto ciò che resta!

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  3. Rivedere i luoghi di un tempo è come fare un viaggio nel passato pur rimanendo nel presente dove la vita abbandonata a se stessa si riduce a un niente, con i ricordi che restano nella mente imprigionati tra le ragnatele del presente.

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