Obiettivo: de-formazione. Fisionomia di una smorfia

elefant man

Obiettivo: de-formazione

Fisionomia di una smorfia

di Stefanie Golisch

Soltanto ciò che non insegna, ciò che non chiede a gran voce, ciò che non convince, ciò che non accondiscende, ciò che non spiega, è irresistibile.

W. B. Yeats

L’uomo tetrapak

L’obiettivo primario – benché non dichiarato – della scuola di oggi è la produzione di un individuo ben funzionante nella società così com’è. Un essere anonimo, senza caratteristiche specifiche, e, ovviamente, privo di spirito critico. Ben gestibile, addestrato all’ubbidienza cieca, e devoto a una visione del mondo presuntamente razionale che gli impedisce a priori lo sviluppo di qualsiasi forma di utopia politica, sociale e individuale.
L’uomo tetrapak, facilmente immagazzinabile, usabile e abusabile, ossia, l’uomo senza sogno.

La parola d’ordine è: normalità.
La linea di condotta è uguale per tutti. L’istruzione pubblica con il suo apparato burocratico tragico-grottesco tende sempre più a uniformarsi affinché tutte le differenze – e con esse gli stimoli che ne derivano – vengano cancellate senza lasciare traccia alcuna. Chi fuoriesce dal coro, chi sviluppa attitudini personali, inconfondibili – per non parlare di stravaganze e bizzarrie – viene individuato e richiamato immediatamente agli ordini.
Il famoso: o con noi, o contro di noi, motto da secoli ben consolidato in ambienti ecclesiastici e nella Realpolitik dei regimi totalitari, sembra essersi distaccato da un potere centrale, definibile (e, eventualmente, attaccabile!). Chi detta oggi le regole del gioco, è, così si dice, il mercato. Il linguaggio usato quotidianamente nelle scuole lo esprime con la massima chiarezza: l’utenza, debito, credito, media dei voti, rendimento….

Ma chi è questo “mercato”? Qual è il viso del burattinaio che ha in mano il potere diagnostico (termine introdotto dalla filosofa tedesca Marianne Gronemeyer) di stabilire il codice comportamentale della vita individuale e collettiva secondo il criterio della “normalità”?

La realtà è la realtà è la realtà

Ciò che “il sistema” (lo chiamo così in assenza di un termine migliore) deve impedire con tutte le sue forze (e lo fa dove può!) è il mettere in questione dei principi ben camuffati, della propria meccanica. La programmatica denigrazione delle scienze umanistiche e sociali è un’espressione assai chiara per quell’operazione clandestina che invade oramai tutti gli ambiti della nostra vita. Tali scienze che non sono produttive, che non contribuiscono a produrre merci e, conseguentemente, ad accumulare capitali, secondo l’opinione pubblica, non solo non hanno alcun senso, ma costituiscono forse l’ultimo pericolo reale proprio perché, stando al di fuori del circolo produttivo, sono le uniche a poter sviluppare ancora uno sguardo oggettivo, non corrotto dall’interesse personale o di casta.
L’obiettivo dei ceti dominanti nella società odierna è quindi l’eliminazione mirata del senso critico, della fantasia e – nell’ampio senso della parola – della poesia della vita, affinché l’uomo, o ciò che è rimasto di lui, possa essere strumentalizzato in modo più efficace possibile.

L’umanesimo del nostro – in gran parte – triste oggi è la caricatura dell’umanesimo rinascimentale e del suo ideale dell’uomo completo, in cui confluiscono ratio e sentimento, impulsi etici ed estetici.
Nella maggior parte dei micro-mondi contemporanei, l’uomo viene identificato quasi esclusivamente con la funzione che ha all’interno della grande macchina. E siccome la sua funzione è oggettiva, non più legata alle sue personali capacità, ai suoi talenti o propensioni, egli è facilmente sostituibile.
Le sue mani non creano più nulla d’unico.
Nel suo viso non si legge alcun vissuto specifico.
Le sue abilità, così gli è insegnato fin da piccolo, devono essere “spendibile sul mercato”, “attestabili” e, soprattutto, “paragonabili” a quegli degli altri. In cambio della sua sottomissione incondizionata (il sistema è totalitaristico, la sottomissione deve essere totale, o non è!), gli viene “fornito” un pesante “bagaglio culturale”: conoscenze che non devono avere alcun legame con le sue proprie esigenze, domande e tormenti.
E questo non perché quei nessi non ci siano, ma perché vengono programmaticamente – o per la semplice ignoranza da parte degli addetti al lavoro – oscurati. Così “l’insegnamento” della letteratura si riduce non raramente alla mera conoscenza della vita dell’autore e le sue opere principali. La iper-didattizzazione, l’idea fatale di dover rendere l’incommensurabile a tutti i costi commensurabile, fa il suo per uccidere in modo sistematico tutto ciò che nella letteratura è vitale, punto interrogativo, provocazione e – consolazione.

La realtà della scuola d’oggi è una realtà ermeticamente chiusa, una funzione del sistema, dove la conoscenza nella sua forma più intima e nobile, cioè come strumento per eccellenza di autoconoscenza, è scomparso totalmente dall’orizzonte – e con essa il suo potenziale visionario, l’audacia di pensare che tutto possa cambiare, che le forme di vita sociale e politica possano essere totalmente diverse da come sono.

Diventa chi sei

Mi piace l’idea della disubbidienza creativa.
Di un progetto educativo che tramite degli stimoli non solo cognitivi ma anche emotivi farebbe uscire da ogni individuo il suo meglio. Non delle prestazioni standard, predefinite, insignificanti e ridondanti, ma un contribuito inconfondibile, non sostituibile da nessun altro.

Nulla di nuovo sotto la luce del sole.
Tutto ciò, gli antichi lo sapevano molto bene e purtroppo non possiamo nemmeno pensare di averlo semplicemente dimenticato, ma dobbiamo proprio renderci conto che l’attuale status quo non è casuale, correggibile con delle “ riforme” istituzionali o con un poco di buona volontà individuale, ma fa parte di un processo di ri-definizione dell’uomo e della sua funzione nel mondo del futuro.

Che ci piaccia o meno, siamo costretti, ognuno nel proprio orto, a prendere posizione davanti all’ultimo grande progetto dell’umanità: la propria auto-abolizione.

Un pensiero su “Obiettivo: de-formazione. Fisionomia di una smorfia

  1. Sono totalmente d’accordo con quanto scrivi. E’ quel lento, subdolo e progressivo processo di omologazione che abbiamo osservato in questi ultimi 10/20 anni, ma non solo nella scuola. Di fronte alla complessità sempre maggiore, alla problematicità, alle contraddizioni e all’impossibilità di scioglierle si è andata formando l’idea e, di conseguenza, la tendenza alla semplificazione (sconvolgente e significativo che nell’ultimo governo Berlusconi sia nato il Ministero della semplificazione, assegnato a quell’individuo che già aveva partorito quel capolavoro di legge elettorale comunemente definita “porcellum”), all’abbassamento, alla riduzione che non è ricerca di essenzialità, che sarebbe un processo ancora più arduo e complesso, ma puro e semplice impulso a rendere tutto semplice, per poterlo governare. E la scuola, invece di opporsi a questa tendenza, si è resa il braccio armato della società ed è diventata (ma lo è sempre stata) esecutrice di tale intenzione. Non dimentichiamo che anche gli insegnanti hanno vissuto/subito, a loro volta in quanto individui, questo processo di de-formazione e sappiamo bene che nella categoria docenti non molti sono quelli, per formazione, per convinzione e per autoconsapevolezza, in grado di riconoscere e resistere all’attrazione esercitata dalla facilità, che, una volta trasmessa allo studente, rende il docente anche più apprezzato e stimato sia nell’ambito scolastico sia presso le famiglie, che non chiedono altro di delegare e rendere responsabile la scuola delle proprie mancanze. Ma anche qui il problema è complesso. Quali famiglie? Non tutte sono uguali. Quali ordini di scuola? I licei o gli istituti professionali? C’è una bella differenza. Quali insegnanti? All’istituto onnicomprensivo di Cinisello e al liceo Tasso di Roma ci saranno insegnanti simili? Si aprono continuamente domande che avrebbero bisogno di un’approfondita e lunga ricerca socio-psico-pedagogica, per tornare al luogo da cui la riflessione ha avuto inizio!
    E sul tema si potrebbe andare avanti all’infinito, aggiungendo sempre maggiori fattori ed elementi di riflessione.

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