A ritroso, di Danilo Mandolini

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Appunti su A ritroso di Danilo Mandolini, edizioni L’obliquo, Brescia 2013

di Anna Elisa De Gregorio

Quando un autore decide di riproporre in un unico volume la sua produzione, avverte che è arrivato ad un giro di boa, a un redde rationem: un farsi domande sul proprio lavoro di scrittura, un guardarsi indietro… Ogni giorno si è diversi dal giorno avanti e questo continuo divenire può portare a una “crisi”, ad una necessità di aggiornamento della propria opera poetica. È questa necessità che ha mosso Danilo Mandolini, dopo sei libri pubblicati, a ripubblicare dopo averli rivisitati (ancora una volta con la sua elegante casa editrice di elezione L’Obliquo) testi per la maggior parte poetici, ma alcuni anche in prosa, dal 1985 al 2010. Con la caratteristica, anticipata dal titolo A ritroso, di cominciare dall’omega (sono le poesie più recenti, ancora inedite, ad essere proposte per prime) per arrivare infine all’alfa (le poesie giovanili inserite nella sezione Nove, in uno stile più acerbo, ma sempre ben riconoscibile). Facendone in buona sostanza un lavoro nuovo, come dice lo stesso autore.

Ne viene fuori un Libro grosso, (Ennio Cavalli nel 2009 mise questo titolo alla raccolta di tutti i suoi testi), un volume antologico, nel quale si evidenziano “i vari periodi” trascorsi dal poeta. Il percorso di Mandolini è cosparso di architetture di parole mai finite, un work in process (materiale in corso di lavorazione): si aggiornano le parole del vecchio per dire il cambiamento e si aggiungono le “nuove stanze”, e chi legge ha la possibilità di una visione dall’alto, quasi un eterno oggi.

Forse è la comune (di tutti noi) ossessione del tempo che Mandolini vuole, prima di tutto, raccontare “sia in forma che in sostanza”, che riecheggia come un’eco anche nel titolo (l’andare a ritroso è un escamotage letterario per recuperare il “tempo perduto”): ‹‹Provo a trattenere un po’ del tempo/che sgorgando cancella le parole››; ‹‹…Forse, soltanto, le viscere del vuoto››; ‹‹La pena affonda e si dilata nel dolore/ come fosse-di un albero, nel turbine/ delle stagioni che passano-radici e rami››; ‹‹Penderà, improvviso, verso l’una o l’altra parte/l’ago che ricuce gli strappi ed imbastisce/ i giorni dimenticati e persi della vita››. ‹‹L’estate è alle porte e mi sembra/ d’incontrarla sempre, ogni anno,/nello stesso luogo, lo stesso giorno,/allo stesso, inspiegabile modo››; ‹‹Oggi va lasciato laggiù, immobile,/inerte con in grembo il destino/ ad aspettare quel fiato di vecchiezza/ che ogni giorno puntuale si palesa/ con la quiete disperata della sera.››; ‹‹Pioverà di certo questa estate/ e non importa quanto impiegherà/il disco del sole a tramontare; non importa a nessuno, adesso,/le giornate che si allungheranno››.

I frammenti, scorrettamente scelti saltando qua e là, indicano come Mandolini vada oltre il tempo lineare, fisico, intransigente (cronos), che va dritto per la sua strada verso la fine, creando un tempo meta-fisico (kairòs), quello ondivago della scrittura, a volte contato al contrario, a volte ritornante nell’andamento delle stagioni, oppure il tempo “circolare” della memoria e del ritrovamento, tempo dei poeti, come direbbe Antonio Prete; anche nei componimenti recenti, che si fanno sempre più essenziali, nitidi e consapevoli, il poeta si misura con il “suo” tempo, giorno dopo giorno, sconfortato dalle mancanze e dalle “sottrazioni” continue, che la vita ci mette davanti, a fronte delle poche addizioni: ‹‹Si sceglie svagati un tempo minore;/quel tempo bruciato come negli occhi,/ quel dire soffuso che vive morendo/ che non ha radici se non nei ricordi››.

Altro topos dell’opera di Mandolini -e motivo conduttore della sezione Due– è il gioco del doppio e degli specchi, il mettersi dietro finestre e vetri a sbirciare quello che è nascosto, nascondendosi a propria volta, a immaginare o a creare atmosfere, dove si vive di riverberi, di rimandi, di cose improbabili e rovesciate, dove i rami sono albero, ma, con uno sguardo sovvertito, anche le radici lo diventano: un ennesimo modo per creare una “sospensione” del tempo, mescolando icasticamente, eppure metafisicamente, la luce e l’ombra, senza giorno o notte o luogo. La luce astratta, perlacea, viene da dire, della scuola olandese che fa capo a Vermeer, quando i colori erano impastati a mano dai pittori, con la cura e la certosina pazienza delle infinite ore invernali.

La pacatezza, come la disperazione calma di Caproni o di Larkin (che sono presenti in un paio di epigrafi), ma aggiungerei anche la serena disperazione di Saba, è un’altra costante dell’opera mandoliniana: tra le “sottrazioni” appena nominate, oltre le guerre subite pur se non guerreggiate, la più tragica e lungamente raccontata, è quella del padre, che viene a “mancare” due volte (‹‹Altri come noi respirano l’assenza;/ come te: morti e vivi dentro un corpo››), una prima quando subisce un grave ictus, l’altra quando sopraggiunge la morte biologica. Ma è proprio in questo farci partecipi della storia che troviamo i versi più distesi e distaccati dove il linguaggio poetico acquista una profondità rara tra narrazione di accadimenti e divagare di sensazioni (sono i più ispirati dell’intero volume), un andamento apparentemente colloquiale, sostenuto dal doppio registro, quasi una cassa di risonanza, delle lettere datate e scritte dal padre alla moglie, quando era giovane militare, lontanissimo dal pensiero della morte. Come se ricevesse da lui in eredità la stessa sua pacatezza: ‹‹ (i morti sui campanelli delle case)/ Fessure e riflessi che danno sul vuoto,/parole randagie che sono dei nomi,/folle a seguire che sono derive/ e nulla che parli del dire che cade…/ Ora li sfioro col dito e con gli occhi/ quei segni che sanno di noi che giungiamo,/ quei nomi tra i quali c’è anche mio padre/ che vive appartato nel soffio di sé››.

È dentro il tempo della morte che il poeta trova quello della nascita e del ricreare: ‹‹Guardo mio padre guardarmi/ negli occhi parlarmi./ Guardo mio figlio guardarmi,/ negli occhi ascoltarmi›› e poi, per uno spostamento minimo di lemmi, ma in un completo ribaltamento dei ruoli, scrive ancora: ‹‹Guardo mio figlio parlarmi,/ negli occhi guardarmi.// Guardo mio padre ascoltarmi,/ negli occhi guardarmi››.

L’endecasillabo, il verso privilegiato da Mandolini, a parte rare eccezioni, è levigato, disteso durante tutta l’opera in maniera magistrale. Pochi gli enjambement, spesso il verso è finito in sé senza rimandi al successivo, le pause danno il ritmo primigenio del battito del cuore a tutto il racconto. Appare chiara la lezione di essenzialità e di cura quasi maniacale della parola e del verso appresa da Scarabicchi, fatta subito propria e superata nei contenuti personali, nelle fonti di ispirazione, nei ritmi. Mi viene in mente, a questo proposito, che À rebours (A ritroso)è un famoso romanzo di Joris Karl Huismans, tradotto in italiano anche con la parola Controcorrente. Il libro di Mandolini si potrebbe chiamare “controcorrente” (null’altro accomuna i due autori se non il titolo dell’opera) in una sfumatura di senso che la locuzione “a ritroso” non possiede, e cioè “fuori schema”, per l’ingegneria articolata delle sezioni arricchite da parentesi graffe, quadre e tonde, maiuscoletti e corsivi, per il complesso incasellamento delle “stanze” e la numerazione dei componimenti simile alle classificazioni di un entomologo mai pago. Ma, soprattutto, è controcorrente perché ben lontano dalla pletora di versi prodotti oggi da improvvisati poeti. Dice di questi versificatori Alfonso Berardinelli in Leggere è un rischio: ‹‹…meglio evitare la punteggiatura, il verso venga indicato dal semplice andare a capo, usare molto gli spazi bianchi che sono sempre suggestivi…››.

La poesia di Mandolini è una poesia “seria”, meditativa e meditata, nasce dalla continua domanda sul senso dell’esistere (quasi un pressante bisogno), è una ricerca seguita da considerazioni o constatazioni o semplicemente attese (uno stare a guardare) in toni sempre lievi, dubitanti: ‹‹Il seme dell’angoscia si coltiva/ tra gli individui come tra le cose,/ lungo il limite che netto ci separa/ gli uni e gli altri dal mondo che verrà››; ‹‹Conservo delle notti ciò che resta/ un fremito, il vuoto, il far del giorno;/lascio un po’ di me sopra gli oggetti/ ed attendo gli uomini apparire››.

Danilo Mandolini è una delle presenze letterarie più riservate nel panorama della poesia marchigiana…”, questo l’incipit della prefazione al libro scritta con puntualità e partecipazione da Fabio Franzin, che così prosegue: “Pur riconoscendogli la riservatezza di cui sopra, Mandolini è tutt’altro che una presenza appartata o riflessa solamente in sé stessa, visto che ha ideato, e da anni dirige, la piattaforma on line Arcipelago-Itaca, una specie di rivista-sonda sulla realtà letteraria contemporanea dove ogni scrittore invitato è presente con un denso corpo di testi, così che il luogo può dirsi una vera e propria antologia virtuale sul meglio della poetica attuale: Un poeta che sa farsi lembo di terra, zattera accogliente per i propri sodali, quindi, non un solitario che se ne sta, discosto dagli altri, a lavorare solo sulle proprie parole”. Prelevo ancora uno stralcio importante dallo scritto di Fabio Franzin, a chiusura di questa nota, dove il prefatore evidenzia, oltre alla militanza generosa al servizio della poesia di Mandolini, anche il suo impegno civile: “L’altro momento dove la parola dell’autore si fa incandescente è nelle sezioni La Disciplina dell’Usura e la Linea del Fronte, dove il poeta alza la voce, civilmente, verso il mostro di una guerra invisibile, dove anche il suo sguardo riparatore non può arrivare: la guerra inferta alla società ‹‹delle genti tutte e disarmate››; quella attualmente in corso, le cui munizioni sono lo spread e le carte bollate, entità non certo balistiche, ma capaci di ferire e straziare più ancora di un conflitto a fuoco. Qui, quello che è davvero impressionante, oltre alla portata del verso, alla sua forza espressiva, è che questi testi sono in gran parte stati scritti agli inizi di questo terzo millennio, quando il succitato conflitto in atto era ancora lontano da ogni pur pessimistica previsione”.

Danilo Mandolini è nato a Osimo (AN), dove vive, nel 1965. Ha pubblicato, in versi: Diari di bagagli e di parole (1993), Una misura incolmabile (1995), L’anima del ghiaccio (1997), Sul viso umano (2001), La distanza da compiere (2004) e Radici e rami (2007).

Nel 2010 ha ideato e iniziato a curare Arcipelago Itaca: un nuovo progetto di diffusione gratuita in formato digitale e su base on-line (www.arcipelagoitaca.it) della poesia contemporanea e non solo.

2 pensieri su “A ritroso, di Danilo Mandolini

  1. E’ molto interessante leggere l’opera di un poeta ” a ritroso”. Si possono fare valutazioni e avere in dono l’ampia visione di tutta la sua opera. Dalle prime poesie alle….ultime (le più recenti) oppure dalle ultime alle prime. C’è chi preferisce il senso orario e chi l’antiorario….Mandolini è un eccellente poeta, ebbi la fortuna di leggere le sue prime poesie inviatemi su un foglio stampato..Dava un senso anticonformistico ai suoi versi di libero viaggiatore.Grazie,Danilo, continua a viaggiare con la tua bella poesia!
    lucetta

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  2. Pingback: Riflessioni sulla “marchigianità” di Danilo Mandolini in occasione dell’VIII edizione del festival “La punta della lingua” di Martina Daraio | Poetarum Silva - the meltin'po(e)t_s

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