“L’esternazione di Fassina dimostra il fallimento della politica dei due pesi e delle due misure” – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI

 

La recente esternazione del viceministro Fassina sull’evasione di sopravvivenza ha scatenato un putiferio: giustificazione dell’evasione, che è sempre inammissibile, anche per chi ha un reddito al di sotto del livello minimo di sussistenza. Fotografia di una realtà malata che non può essere in alcun modo scusata né tollerata.

Non c’è dubbio che l’evasione fiscale in sé sia un concetto irricevibile e inammissibile. Tutto il sistema pubblico, l’assistenza, i servizi, si basano sul prelievo fiscale, cioè sul contributo di tutti i cittadini. Ma il coro unanime sa molto di retorica, e di ipocrisia. E non solo: l’enunciato di Fassina equivale a una dichiarazione di fallimento. E un viceministro che dichiara il fallimento del proprio ruolo e rimane al suo posto rappresenta una macroscopica contraddizione.

Partiamo dall’inizio. Non c’è dubbio che si tratta di una fotografia della realtà. Prendiamo un piccolo professionista che lavora poco. Per esempio una donna con figlio piccolo che dedica solo parte del suo tempo al lavoro, per curare la famiglia. Oppure, semplicemente, in tempo di crisi il lavoro scarseggia. Con l’attuale sistema incontra enormi difficoltà di gestione della propria attività. Le fatture vengono tassate all’origine (20-23 %), poi avrà le aliquote corrispondenti nel 730. Se non avrà spese extra da scaricare (alcune delle quali di comodo), del reddito resterà poco. Perché? Perché si presume che un professionista non possa lavorare poco e mantenere uno studio. Si chiamano anche “studi di settore”, che vari governi introducono, altri eliminano, poi di nuovo introducono ecc. Sei una psicologa? Sei un avvocato? Sei una sarta? Hai uno studio? Hai un laboratorio? Sei iscritto/a a un ordine professionale? E’ impossibile che tu abbia un reddito così basso. Quindi devi aumentare il tuo gettito fiscale. Devi entrare nella “normalità”.

Su un altro versante, invece, una pletora di leggi di comodo ha di fatto legalizzato forme di grande evasione. Gli enormi capitali esportati clandestinamente all’estero, per fare un altro esempio: si pagano cifre ridicole per farli rientrare. Il resto è evasione “sanata”. Il resto è regalato. Gli evasori ringraziano. Oppure i complicati “giochi” delle fondazioni, di cui si parla sui media per qualche giorno all’anno e poi più nulla: investimenti fantasma attraverso scatole cinesi, tutto legale, tutto esentasse. Ogni tanto qualcuno esagera, inciampa e finisce sui media con un arresto a tempo determinato. Poi tutto torna “normale”. Invece il “rigore” è soprattutto sui pizzaoioli da asporto, sui piccoli negozianti, sugli artigiani. Molti dei quali evadono, si sa, ma in un paese senza una guida etica, senza equità, dove i grandi evasori non vanno in carcere ma usufruiscono di benefici e di “perdoni”, si può pretendere un’etica da parte delle vittime?

Nessuna giustificazione dell’evasione, siamo d’accordo. Ma anche nessuna volontà risolvere davvero la sperequazione, le diversità di trattamento, la disponibilità e la “comprensione” dei forti e la persecuzione rigorista dei deboli. Il fallimento del viceministro deriva dalla mancata volontà di mettere davvero mano al meccanismo fiscale italiano, di renderlo equo e virtuoso, per far sì che veramente i proventi delle tasse servano per i servizi pubblici.

E qui non siamo per niente d’accordo.

Un pensiero su ““L’esternazione di Fassina dimostra il fallimento della politica dei due pesi e delle due misure” – di Mauro BALDRATI

  1. Ormai siamo arrivati a un punto in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri, proprio come succedeva nella civiltà ellenistica post Alessandro Magno, in cui un improvviso avvento della ricchezza, dovuto a tanti fattori, no è stato ben gestito e ha creato una disparità enorme tra i grandi mercanti, gli aristocratici e i ceti meno abbienti. La stessa cosa accade ora, anche se naturalmente per cause diverse, non riusciamo infatti a gestire la crisi, come i successori di Magno non riuscirono a gestire la ricchezza e chi ci rimette è sempre la parte meno abbiente, mentre il nerbo della società pensa solo ai propri interessi. “é giusto che i poveri e il popolo contino più dei nobili e dei ricchi, giacchè è il popolo che fa andare avanti le navi e ha reso forte la città” Così disse lo storico greco Senofonte ed è questo che devono capire i nostri politici: come loro, anche i ceti meno abbienti hanno il coltello dalla parte del manico, poichè in una industria ben organizzata, la manodopera conta come la mente organizzativa, la quale, difficilmente riuscirebbe a reprimere una rivolta operaia. Quindi, secondo me, in Italia non abbiamo una vera e propria democrazia, che viene troppo spesso affiancata al solo suffragio universale o alla sola possibilità di tutti di partecipare alla vita politica, quando dovrebbe invece essere intesa come tutela da parte di chi è al potere sia dei ricchi, sia dei ceti meno abbienti, creando una(sempre nelle giuste misure)parità tra i ricchi e i poveri.

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