Prêt(re) à porter

pret(re) a porter

di Barbara Pesaresi

Una evidente continuità lega Guida pratica all’eternità, Prêt(re) à porter e Non superare le dosi consigliate, di Fabrizio Centofanti, vuoi per gli argomenti trattati, i personaggi, la forma breve del racconto e la prosa sobria, priva di fronzoli. Ciascun libro nasce dall’innesto di dettagli, di note scritte a margine, provenienti da quello precedente. Ma questa è una peculiarità che riguarda tutta l’opera di Centofanti.
È come se ogni volta l’autore ripartisse dalla domanda: Dove eravamo rimasti?, per riprendere il filo del discorso interrotto e raccontarci storie nuove e storie vecchie rimesse a nuovo. Questi tre libri in particolare sembrano essere stati lavorati in stile patchwork, e gli inserti colorati, tenuti insieme dal filo della scrittura, raccontano frammenti di vita che traggono ispirazione da episodi di ordinaria quotidianità, fatti di cronaca, brani della Bibbia o ricordi. Come Agatino, che ricreava i colori del mondo dando con la scrittura consistenza a pensieri, intuizioni, impressioni, per timore che questi volassero via, così fa Centofanti.
Guida pratica all’eternità, Prêt(re) à porter e Non superare le dosi consigliate formano una sorta di “trilogia dell’attimo”. È ciò che accade dietro le quinte dell’apparenza a interessare l’autore, più precisamente l’istante in cui succede qualcosa che ci cambierà per sempre. L’attimo, quindi, questo velocista del tempo, così intimo e inafferrabile, chicco di eternità che tutto contiene e in cui tutto si decide, salvezza o perdizione. Dopo, la vita sarà soltanto il compiersi dell’inevitabile.
Se Guida pratica all’eternità termina con la domanda: Perché la vocazione? (Il canto del gallo), e la consapevolezza di quanto sia difficile raccontare, comunicare come e quando tutto è cominciato, e non soltanto agli altri ma anche a se stessi, Prêt(re) à porter inizia con un trasloco, un’esperienza che può essere triste o felice e che prima o poi capita a tutti di fare nella vita. Per Centofanti, allora, un trasloco diventa motivo di riflessione sull’esistenza, soprattutto su quei momenti in cui siamo costretti a guardarci allo specchio e fare un bilancio, a conservare e buttare via, fare spazio o riempirlo, dare un nuovo ordine alla nostra vita. Pertanto anche un’esperienza del genere, seppur banale e ordinaria, può diventare occasione per riavvolgere il nastro della nostra vita e andare alla ricerca di ciò che in noi, essendo rimasto sempre uguale, ci permette di riconoscerci, contribuendo più di altro a definire la nostra identità. Quale filo tiene uniti i tasselli della nostra vita? Una cosa mi resta dei sogni di bambino, proprio così com’era: un filo tenue, presente con la stessa precaria, immutata consistenza: la scrittura. È ancora lì, a registrare perdite e guadagni in un libro invisibile che a volte ho il timore di sfogliare, per non spezzarne l’incanto inalterato. (Una cosa)
In Prêt(re) à porter i racconti si susseguono senza una logica apparente, come se l’autore saltasse di palo in frasca assecondando l’estro del momento. E, in effetti, conoscendo la sua avversità nei confronti di ogni tipo di schema narrativo precostituito, potrebbe sembrare proprio così. Ma naturalmente non è vero, o almeno lo è soltanto in parte.
Centofanti, allargando progressivamente l’inquadratura, ci permette di intravedere, sotto l’insensatezza che troppo spesso pare caratterizzare la realtà, un disegno che va formandosi passo passo, una tessera alla volta. L’autore assembla materiale umano, vi aggiunge realtà e finzione in dosi che in cucina vengono indicate con la formula QB (quanto basta), e tesse una trama che a noi svela per lampi, macchie di luce e zone d’ombra.
Anche in questo libro sono presenti storie di, purtroppo, ordinaria disperazione, dove non arrivano i nostri a salvarci, come nei vecchi film western americani. E allora chi o cosa ci salverà dallo sfacelo di un mondo dove l’unica globalizzazione ben riuscita è quella dell’egoismo? Fraternità / sei forse l’unico residuo / di umanità / in questo mondo che cerca / soltanto il suo interesse / ma un gesto solidale / un’ora persa per l’altro / questo ci salverà / non la bellezza / non l’effimero momento / di felicità. (Nomen Omen)
Prêt(re) à porter è dedicato a don Mario Torregrossa: Non desidero le pentole di carne dell’Egitto, non rimpiango il passato: tutto quello che ho vissuto con te fa già parte del futuro, mi aspetta all’angolo dell’eternità, come i passeri che tentano di entrare attraverso la finestra della canonica d’estate, in cerca di fresco. Siamo noi i passeri che entrano ed escono da una finestra senza tempo, sulla soglia di una memoria che, al primo battito d’ali è già futuro. Ma sappiamo che don Mario è presenza viva in tutti i libri di don Fabrizio.
Centofanti è scrittore della memoria. Nella vita spirituale la memoria ha un ruolo decisivo. Dio si comunica all’uomo in un modo speciale; non è quello della dottrina, del catechismo, dell’educazione ufficiale alla fede. Un certo giorno, ad una certa ora, (“Erano circa le quattro del pomeriggio” Gv 1,39), si compie un’esperienza di Dio particolare ed essa resta dentro, per tutta la vita. Accadranno mille cose, si cadrà mille volte e si camminerà per mille strade, ma quell’esperienza sarà sempre lì, a mostrare l’unica strada da percorrere, l’unico punto in cui Dio si lascia trovare, e parla. I padri della fede ponevano una pietra sulla terra per ricordare questo incontro (cfr, per es., Gn 2,18). La pietra che molti costruttori scartano è precisamente questa, senza di essa non si costruisce nulla. È la memoria dell’amore. (Le parole della felicità)
Ed ecco, allora, che il fatto autobiografico non è più aneddoto o autocompiacimento fine a se stesso. Poco importa chi si nasconde dietro a un nome o un paio di occhi verdi, quanto ci sia di reale o inventato in una storia narrata, queste sono quisquilie, bazzecole, pinzillacchere, direbbe Totò. Perché ogni fatto che ci viene presentato, filtrato dalla memoria ed elaborato attraverso la scrittura, è il risultato di uno scavo interiore certosino, passo faticoso di un percorso a ritroso alla ricerca dell’attimo in cui tutto si è compiuto. Quell’attimo infinitesimo in cui si è espressa la divinità. Finito e infinito.
Fabrizio Centofanti conosce il dolore e la grazia, il dubbio e la rabbia, sa che la vita può essere molto dura: La vita, per me, è un precipitare all’improvviso, seguito da un rialzarsi lento, un apprendere aspramente il distacco dalle cose amate. (Le chiavi del regno)
E se Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza, allora il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente. (Rose)
Proprio perché uomo di profonda fede, Centofanti non nasconde che questo dono è per chi guarda la strada da fare e ne ha paura (Campo giovani), e la domanda che poniamo a noi stessi quando ci chiediamo se crediamo in Dio può celare molte insidie, pertanto l’unica risposta possibile è forse quella data dal protagonista del romanzo La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi: solo Dio sa.
La vita in cinque righe: continuità di un percorso o destino, precarietà dell’umana esistenza, alterità che ci intrappola o ci libera, mondanità folle e spesso priva di senso, novità che ci spiazza, nel bene e nel male. La vita, nonostante.
Un’altra parola che termina con la lettera “a” accentata compare spesso nei libri di Centofanti: felicità. Potrebbe essere la sesta riga, quella che non c’è. La felicità, in fondo, è qualcosa che già esiste. Qualcosa per cui, forse, non abbiamo ancora trovato le parole. (Le parole della felicità).

8 pensieri su “Prêt(re) à porter

  1. Penso che la felicità si nasconda nelle piccole ,nel cogliere quelle rose che Dio ci lancia continuamente per coltivarle come perle nel nostro cuore.

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  2. Grazie a voi per la dolcezza e la pazienza 🙂
    E complimenti per la tenacia, io sono molto meno brava di voi e ultimamente sono un po’ latitante nei commenti, sarà colpa del caldo. Come vedete ho molto da imparare.
    Però vi leggo sempre e siete una bella compagnia.
    State bene!

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  3. È come se ogni volta l’autore ripartisse dalla domanda: Dove eravamo rimasti?

    Bella domanda, cui potremmo far seguire “Dove andiamo?” Ciascuno è in grado di conoscere il proprio percorso, più o meno accidentato o lineare, soltanto se riesce a mettere a nudo la propria anima, senza vergogna, davanti allo specchio della Verità, eliminando ogni cornice di protezione, ogni barriera di ipocrisia; soltanto nella semplicità e nella sincerità con noi stessi possiamo costruire un cammino che ci rende complici uno dell’altro, credibili e spontanei, altrimenti sarà delusione per noi e per chi ha creduto che fossimo altro. In ogni caso non sta a noi giudicare; certo è che davanti a Lui non servono orpelli né apparenze, ma l’umiltà di essere e mostrarsi per quello che siamo, spesso in bilico fra voglio e devo.
    Una bella rilettura, questa recensione, di appunti di vita messi lì dall’autore, per trovare l’occasione e il coraggio di scoprire noi stessi, fra una pagina e l’altra della strada.

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  4. ”non è quello della dottrina”
    Incontro che non infrequentemente si risolve in delusioni o allontamento dettato da senso di non appartenenza. Ma è vero, parola di atea, che il Signore della vita dispone di canali multiformi e sorprendenti per farsi trovare o ritrovare: un’attività solidale, una poesia letta per caso, una persona, un trasloco (evento non banale quando è una vita a spostarsi). Un Incontro che può essere anche tardivo, o forse una rosa lanciata da Dio nel giusto momento in cui provare a coglierne la fragranza. Si avverte la forza portante di quella pietra quando ogni altro mattone dell’essere non può più non poggiare su quel punto di finito-infinito accaduto.
    Grazie Barbara per il post che scava nella scrittura di Don Fabrizio, ma anche nelle nostre esistenze personali.
    Un saluto. Buona estate.

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  5. Le parole GIUSTE:
    Queste di Barbara le definirei parole giuste, non nel senso che si potrebbe dare all’aggettivo , figlio di Giustizia, ma parole che, servendosi di pensieri-chiave di Fabrizio Centofanti, assolvono in modo perfetto al loro compito: fare sintesi, chiara, ed essere guida concreta del pensiero. Che poi dovrebbe essere sempre il compito della parola, quando non è detta a vanvera. Se poi dal pensiero questo tipo di parole ci spinge ad un’azione “diversa” allora possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una scrittura “seria”con dentro il dono della semplicità, forte (che è poi la parola di Fabrizio). Grazie a Barbara e grazie a Fabrizio.

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  6. Grazie per i vostri bellissimi commenti!
    Ovviamente la mia è soltanto una delle possibili letture, e non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. Ciascuno di noi “adatta” ciò che legge alla propria esperienza personale, e lo fa scavando prima di tutto dentro se stesso.
    Quanto il proprio sentire e le parole che lo esprimono siano sinceri è difficile dirlo: ci si crede, si prova. Ci si guarda riflessi nello specchio che è la nostra coscienza dopodiché la domanda: “ma io sono proprio così?” fa capolino. Non lo so se quello che dico mi rispecchia, forse non sta a me dirlo, tutto quello che posso fare è cercare di accorciare le distanze tra ciò che sono e ciò che vorrei essere, nonostante la fatica, l’inevitabile delusione e la consapevolezza di non essere perfetta.
    Buona estate anche a voi!

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