Il ragazzo e il mare

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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana, ma ogni volta che vedeva il vecchio tornare a riva con lo scafo vuoto si sentiva colpevole d’averlo abbandonato.
Nel villaggio tutti dicevano che quando la mala suerte scendeva nelle reti di un vecchio pescatore, a quel pescatore non restava che salire i gradini in pietra che conducevano alla Terrazza del porticciolo e sedersi insieme agli altri salai sulle panchine che guardavano verso il mare.
Ma il ragazzo era convinto che il tempo di sedersi sulla panchina a guardare il mare, per il vecchio, non fosse ancora giunto.
Il ragazzo era magro e aveva braccia ossute e nervose e spalle strette, ed era cresciuto in barca col vecchio, e considerava il vecchio come un padre. E sebbene suo padre gli avesse detto di lasciare il vecchio al suo destino, si recava ogni sera in spiaggia per aiutarlo a serrare la vela e trasportare l’attrezzatura via dalla barca.
“Domani uscirò prima dell’alba” disse il vecchio mentre il ragazzo prendeva la gaffa e l’albero dal fondo dello scafo, “la marea è calante e la luna sarà piena, e ci saranno molti pesci ad aspettare quelli più piccoli portati dalla corrente”.
Il vecchio amava ripetere al ragazzo le cose che il ragazzo già sapeva, ma non gli aveva mai detto quanto difficile stesse diventando riconoscere il luccichio delle pinne sulla superficie dell’acqua.
“Potrei pescare qualche tonno” disse. “La fortuna gira sempre quando la luna cambia il suo corso”.
“È vero”.
“O magari un bel merlin”.
“E perché no?” disse il ragazzo. Ma in cuor suo pensava che se il vecchio avesse pescato un pesce troppo grande gli sarebbe stato impossibile tirarlo su senza nessuno a dargli una mano.
Raggiunsero il punto della collina in cui si trovava la capanna del vecchio e il ragazzo lo aiutò a sistemare l’attrezzatura sotto la panca su cui dormiva e rifiutò garbatamente di condividere con lui il riso avanzato del giorno prima. Poi gli augurò un buon riposo e si avviò verso casa, dove i genitori lo stavano aspettando per la cena.
Aveva appena cominciato a scendere il buio, e il ragazzo si sentì immergere in tutta l’appassionata disperazione della luce che svaniva. Mentre tornava verso il villaggio, rigirandosi nelle tasche le poche monete guadagnate quel giorno, ripensò alle cicatrici nelle mani dei salai che stavano seduti sulle panchine della Terrazza, e alla loro pelle ricoperta da macchie e tumori, e ai loro occhi opachi, e realizzò che le mani e la pelle e gli occhi del vecchio erano come i loro.
E accorgendosene, come qualcosa che fino a quel momento non aveva voluto vedere, avvertì un senso d’abbandono invaderlo, e per un istante gli venne il desiderio di tornare di corsa dal vecchio a dirgli che il mattino dopo avrebbe preso il largo insieme a lui.
“Santiago” gli disse suo padre non appena lo vide apparire sulla porta di casa. “Dove sei stato fino a quest’ora?”
Stava seduto a un tavolo in legno tenuto insieme da chiodi e corde.
“Ho aiutato il vecchio con l’albero e la gaffa” disse il ragazzo.
Il padre fece un gesto d’assenso.
“Ho saputo che anche oggi è tornato a mani vuote”.
“Prima o poi la fortuna girerà”.
Il padre tirò fuori il tabacco da una sacca che teneva accanto alla sua ciotola vuota e cominciò ad arrotolarsi una sigaretta.
“Dovresti venire subito a casa quando rientrate” disse. “Tua madre ha bisogno di una mano e io non riesco più a dargliela. Quando un pescatore non riesce più a portarsi a casa l’albero…” ma non finì il discorso.
“È vecchio” disse il ragazzo.
“Siamo tutti vecchi” disse il padre.
E per un istante nessuno dei due aggiunse nulla. Il ragazzo si sedette al tavolo e attese che la madre versasse la sua parte di zuppa nella ciotola da cui in precedenza aveva mangiato il padre. Aveva voglia di parlare. Aveva voglia di chiedere tutto ciò che ancora non capiva.
“Alle volte penso che dovrei tornare in barca con lui” disse.
“Ne abbiamo già discusso”.
“Almeno finché la mala suerte non l’avrà abbandonato”.
Ma il padre tacque. Sapeva che il figlio era a conoscenza delle ragioni per cui non si poteva risalire sulla barca di un salao. Ché la mala suerte non lasciava mai un uomo finché non ne aveva trovato un altro che ne prendesse il posto.
Accostò un fiammifero alla sigaretta e l’accese. Aspirò, avvolgendo il proprio capo in una nuvola acre di tabacco e disse “è la legge delle cose, adesso che sei un uomo non puoi più ignorarla”.
Allora il ragazzo gli osservò le mani. E senza doversele guardare considerò anche le sue, e realizzò che aveva già da tempo cominciato a sentirsi dentro i palmi il bruciore provocato dai tagli delle scotte e dal salmastro.
La prima volta che avevano preso il largo insieme, il vecchio gli aveva detto che quella sensazione non sarebbe mai più andata via: “se vuoi sapere come sarai tra vent’anni” aveva detto, “vai sulla riva a guardare i pescatori che ritornano”. E il ragazzo l’aveva fatto. Si era seduto sulle scale che portavano alla Terrazza e aveva guardato i pescatori più anziani che passavano con le reti sulle spalle.
Quella sera, dopo che suo padre ebbe finito di fumare e il fuoco fu spento, mentre steso sulla panca della cucina cercava di prendere sonno, il ragazzo ripensò alle parole di suo padre e a quelle del vecchio, e decise che molti anni prima, su quegli scalini, insieme all’amore per il mare e per il vecchio e per i genitori e per la dura legge che tutti non smettevano mai di ricordare, era nato in lui anche il desiderio di salire sul pullman in partenza per l’Avana e andarsene in un luogo dove quella legge non esistesse e nessuno potesse dire di vedersi, ogni sera, a vent’anni di distanza, nel proprio futuro.
E nel sonno si ritrovò in una città, immensa e luccicante, con strade infinite ad intrecciarsi come i fili di una grande rete al cui interno si muovevano uomini simili a pesci, ma tutti troppo liberi, e troppo piccoli e veloci, per restare intrappolati al suo interno. Poi, quando si svegliò, non era ancora l’alba, e raggiunta la riva scoprì che il vecchio aveva già da tempo preso il largo. E quando alla sera rientrò, con gli occhi di due tonni a fissarlo dal fondo dello scafo, vide che il vecchio non era rientrato. Allora alcuni dei pescatori scossero la testa e non dissero nulla, altri invece mormorarono che tutto poteva essere e che le pesche più fortunate erano quelle che duravano più a lungo. Il ragazzo però aveva sentito rinascergli dentro il petto l’angoscia del giorno precedente, e si avviò verso casa senza scambiare parola con nessuno.
“Tornerà” gli disse il padre vedendolo entrare in cucina. “Adesso mangia”.
“Non ho fame” disse il ragazzo.
“Ti ho detto che tornerà”.
“Ti ho detto che non ho fame” gridò il ragazzo. E uscì di corsa, sparendo nel sentiero che portava fuori dal villaggio. ‘Se non tornerà’ pensava correndo ‘salirò sul pullman per l’Avana e me ne andrò’.
Poi, durante la notte, mentre disteso per terra cercava di ripararsi dal fresco con dell’erba secca trovata lungo il sentiero, non sognò la città ma il vecchio. Era distantissimo da riva, più lontano di quanto qualunque altro pescatore fosse mai andato, e stava ingaggiando la più grande delle battaglie contro il più fiero dei marlin.
Il pesce era gigantesco, con una pinna alta e affilata come una falce, e aveva branchie larghe e lucenti, che tutte le volte che affioravano in superficie si allargavano come bocche affamate. Continuava a inabissarsi per centinaia di tese, dentro crepacci profondi e sconosciuti, poi risaliva d’improvviso balzando fuori dall’acqua fino ad oscurare la luna.
“Avanti!” gridava il vecchio stringendo le lenze e sentendo tutte le vecchie ferite tornare ad aprirsi e sanguinare, “è questo che vuoi? Vieni a prendermi! Vieni a prendermi!”. Ma più il pesce si dibatteva e più il vecchio stringeva la lenza, e più l’acqua e il sale allargavano le sue ferite e meno era il dolore che sentiva: ora le sue braccia si erano fatte di nuovo forti e giovani, e tiravano le lenze con l’energia con cui si tirano le barche a riva quando bisogna ripulirle.
“Sveglia” sentì il ragazzo. Aprì gli occhi e vide che un pescatore gli stava facendo cenno d’alzarsi.
“Tra poco la luna uscirà e andremo fuori con lei a cercare il vecchio”.
Il ragazzò afferrò la sua mano e si alzò.
“Uscite presto anche voi?” chiese, pensando d’essere ancora addormentato.
“Andremo a cercare il vecchio” riprese quello, “cercheremo il vecchio prima di pescare e lo cercheremo mentre pescheremo, e quando avremo finito di pescare. E non torneremo finché non lo avremo trovato”.
E mentre scendevano lungo la strada vennero affiancati da uomini scalzi con sulla schiena l’albero e la gaffa delle loro barche. Camminavano tutti in silenzio, come rivoli di torrenti verso il fiume, immersi nel battito dei loro piedi e nell’ultimo frinire dei grilli tra i cespugli delle colline.
Poi le barche presero il largo una dopo l’altra, col loro carico di gaffe e di fiocine e di uomini e di sguardi e di reti e di scafi da riempire, e l’intero villaggio rimase sulla riva ad attendere che facessero ritorno.

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