Vivalascuola. Precariato nuova schiavitù

L’istruzione richiede continuità, cura e perseveranza. Anche il governo dell’istruzione. In Italia invece un governo cade prima che sia riuscito ad approvare una legge – il decreto L’istruzione riparte – a prescindere dai meriti della legge. La precarietà è una situazione tipica della scuola italiana, che non riesce a essere una scuola “normale“, così come l’Italia non riesce a essere un Paese “normale“. Insomma, Italia precaria, scuola precaria. In questa puntata di vivalascuola Carlo Seravalli legge i numeri annunciati dal ddl L’istruzione riparte, indice di una politica che non risolve la precarietà ma la crea; Emanuele Rainone riflette sulla condizione dell’insegnante precario; Marina Boscaino presenta la precarietà come la nuova schiavitù. Continua a leggere

Il rasoio vanitoso e borioso

di Antonio Sparzani

ecco a voi il prode Leonardo da Vinci (1452 – 1519), che si lancia in questo breve ma succoso apologo contro la deplorevole inerzia . . .

Uscendo un giorno il rasoio di quel manico col quale si fa guaina a sé medesimo, e postosi al sole, vide lo sole ispecchiarsi nel suo corpo: della qual cosa prese somma groria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire: «Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? Certo no. Non piaccia agli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella la qual mi conducessi a radere le insaponate barbe de’ rustichi villani e fare sì meccaniche operazione? Or è questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi vogli[o] nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare la mia vita». Continua a leggere

I monti non dormono più

burri per marzabotto

I monti non dormono più

alle vittime di Marzabotto

I monti hanno chiuso gli occhi
I monti hanno chiuso le orecchie
Non chiamano più le stagioni
Non distinguono più tra buio e luce
In un solo giorno sono invecchiati di millenni
Contano gli anni, ma i conti non tornano
Ho ottantasei anni, ventisette giorni, diciotto anni, sei giorno, trentadue anni e un ora
Non so quanti anni ho
Gli anni sanno di sangue, i giorni sparano colpi, le campane non suonano più
Avevo cinquecento anni, tredici mesi, quarantatre giorni e qualche minuto
Amavo ed ero amata, ora di più ora di meno, lo sapevano la pioggia il vento la terra
Era tarda estate
Erano pronte le mele
Ci stavamo preparando per l’autunno, l’inverno, primavere prossime

Stefanie Golisch

Il quadro è di Alberto Burri

Crisi

da qui

Proviamo a giudicarci da lontano,
da un loggione chiassoso, dove i fischi
si abbattono in platea come rimorsi
e gli attori non sanno se restare
o fare le valigie. Perché andarsene
potrebbe rivelarsi lo spettacolo
migliore, il più sensato; o almeno dare
indietro il prezzo del biglietto. Appena
chiudi gli occhi ti viene un’immagine
alla mente: un sogno che finisce
col trillo della sveglia; il palcoscenico
è vuoto; c’è soltanto, lassù,
un mormorio d’attori che il loggione
trasforma in una scena che stupisce,
un’invettiva, che si cambia in canto.

La dimora del tempo sospeso *

VOLANTINO  reading… quel che sono andata a dire a loro, agli ospiti delle dimore del tempo sospeso, è che siamo tutti dimore di tempo sospeso e che il tempo lo facciamo prezioso noi e che la poesia è un diritto. (Chandra Livia Candiani)

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* “La dimora del tempo sospeso” è il nome del blog di Francesco Marotta, da cui la Caritas ha tratto il titolo di un ciclo di laboratori di poesia tenuti da Chandra Livia Candiani in Case Alloggio per persone con Hiv-Aids della Lombardia. Una selezione dei lavori sarà proposta in un reading che si terrà venerdì 4 ottobre 2013 alle ore 18 presso il Teatro Delfino in via Dalmazia 11 a Milano. L’ingresso è libero e gratuito.

La dimora del tempo sospeso
di Chandra Livia Candiani

Da novembre ad aprile, sono passata da una casa alloggio per malati di aids all’altra della Lombardia insieme a Mario, in treno, quasi sempre di venerdì. Continua a leggere

Parigi, senza passare dal via, di Francesco Forlani

Forlani
di Massimo Rizzante

Il libro di Francesco Forlani è la storia della nascita di una rivista letteraria, La bête étrangère, avvenuta a Parigi agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Nulla di più improbabile, in apparenza. Ricordo che già all’epoca tutti gli agenti dell’informazione planetaria erano concordi: le riviste erano morte, avevano perso il loro fascino, la loro aura, la loro capacità di sobillare l’anima dei lettori, di condurli in qualche luogo ignoto alla ricerca di se stessi. A vent’anni di distanza, quel certificato di morte giace o meglio naviga, senza alcuna scialuppa di salvataggio, nel mare della Rete. Perché dunque raccontare oggi la nascita di qualcosa che tutti ritengono già defunto? Continua a leggere

62. Per la morte di un passero

da qui

La folla aumenta a vista d’occhio: ti chiedi come facciano, laggiù, a sentire cosa dici. La tua predicazione è un canto che si modula sulla lunghezza d’onda degli uditori più lontani. Continua a leggere

GLI “AFFARI DI CUORE ” DI PAOLO RUFFILLI. Sogni e materia dell’amore. Saggio di Giuseppe Panella

Barricate_Cop08_dgt«Per pronunciare davvero il sublime, penso che occorra partire dal calco, dall’orma, da una traccia sottile. Per una legge dell’inversamente proporzionale: quanto più è basso il tono, tanto più alto è l’effetto. Non è che intenda, per carità, rinunciare alla “grandezza” delle cose. Ma trovo giusto rilevarla nella loro “piccolezza”. E mi piace soffiarci dentro quell’arietta frizzante che fa, del castello di Atlante, l’attracco delle astronavi per il resto dell’universo» (Paolo Ruffilli, Appunti per una ipotesi di poetica).

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di Giuseppe Panella

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GLI “AFFARI DI CUORE ” DI PAOLO RUFFILLI. Sogni e materia dell’amore

1. Ruffilli, ieri

Fin dalla sua prima opera (La quercia delle gazze, Forlì, Editrice Forum, 1972), la sostanza trasversale della scelta lirica di Paolo Ruffilli è ben chiara al suo lettore: dal suo viaggio in Grecia, apparentemente legato e frutto di una temperie spirituale di tipo romantico, il poeta ricava la convinzione che il mito non è più sostanza delle cose e di esso non si può fare che uno scavo interno, critica immanente e devastata, definizione archeologica del passato che è inerte nel presente. Ma già dal suo secondo libro (Quattro quarti di luna, sempre Forum di Forlì – l’anno è il 1974), i tempi ritmici e le cadenze toniche della sua poesia mutano. Non bisogna dimenticare, infatti, che il libro di poesia italiana più amata dal poeta trevigiano resta (e resterà indenne nel tempo) proprio Satura di Eugenio Montale, la raccolta che segnò il ritorno di quest’ultimo alla poesia e uno dei testi più discussi e contrastati del suo percorso poetico. Non a caso è proprio in questo volume montaliano tardo che, a differenza degli episodi precedenti della sua storia lirica, avviene l’abbandono del linguaggio più rarefatto e linguisticamente alto delle opere precedenti a favore di uno stile più orientato verso il parlato e il quotidiano – uno “spartiacque” della poesia del Novecento, come dichiara autorevolmente anche Daniele Maria Pegorari, nella sua Introduzione al bel volume di Giovanni Inzerillo, l’unico finora dedicato a Ruffilli (La virtù della frivolezza. Saggio sull’opera di Paolo Ruffilli, Bari, Stilo Editrice, 2009) e suo mentore editoriale.

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Lucia GRASSICCIA – ELEVATOR. Recensione di Marco Scalabrino

Grassiccia - ELEVATOR - copertina

 

di Marco Scalabrino


Sei qui da due settimane. A parte il nome e il piano in cui abiti, so poco di te. Ho imparato a distinguere il tuo passo. Due settimane possono bastare. Mi sento felice. Per la prima volta qualcuno è lì dove sono anch’io. Prendi corpo nei miei sogni. E comincio a sapere di essere innamorato. Irrimediabilmente. Ora so che forma ha un desiderio, ragazza dolce cui tutte fanno un baffo. Continua a leggere

61. Il potere di salvarti

da qui

In tanti t’invitano a tavola: è un onore incontrare un rabbi ormai famoso; o mirano a coglierti in fallo, a mostrare dove il tuo insegnamento si discosti da quello della tradizione; denunciarti, magari, perché il popolo non può essere traviato. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.55: Lucido e spietato, sognatore dell’Altro, artefice del Sé. Salvatore Martino, “La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012)”

Salvatore Martino, La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012)Lucido e spietato, sognatore dell’Altro, artefice del Sé. Salvatore Martino, La metamorfosi del buio (poesie 2006-2012), prefazione di Donato di Stasi, Milano, La Vita Felice, 2012

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di Giuseppe Panella

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Salvatore Martino compie nel suo nuovo libro un “viaggio di vita e conoscenza”, un tentativo di andare oltre la pura poeticità della tradizione lirica per sfondarne le esili pareti liristico-biografico e cercare nella “notte oscura” dell’anima la verità di una visione totale.

La metamorfosi del buio scava l’inferno interiore, la più remota origine dell’essere, l’atra abissalità, con il ritmo insistente dei suoi versi, con il pieno della sua ruvida musicalità, con la sua abilità di saper tessere insieme saperi diversi (il mito e la postmodernità), codici differenti (gergo scientifico e letterarietà), secondo una visione plurima e borgesianamente unitaria dell’enciclopedia fattuale e cosale” – scrive Donato di Stasi nella sua densa Prefazione al volume di poesie di Salvatore Martino che, non certo a caso, reca come titolo il titolo paolino di Videmus nunc per speculum et in aenigmate – e poi aggiunge: “La via d’uscita dalla genericità poetologica viene individuata nella sapiente combinatoria degli stili, nella somma di polarità opposte (distesa narratività e condensata liricità, crudo espressionismo e rastremato canto elegiaco pro natura): Salvatore Martino sa emanciparsi dallo sterile mimetismo del reale, interpretandolo e ricostruendolo su piani differenti, attraversandolo, dissolvendolo per aprirsi la via all’impenetrabile, al buio che va metamorfosato in presenza di una forte istanza di progettazione dell’agire, perché si tratta di spezzare l’incantesimo dell’insignificanza e del caos che inondano con il loro vuoto e spengono la vita”[1]. Si tratta, di conseguenza, di scrittura fatta di una potente irrealizzazione della realtà, dunque, scavo del quotidiano per raggiungere una profondità che lo riscatti e lo consacri contro se stesso.

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7 libri per sette poeti, chi si salva e chi no

7libri
Antonio Bux, Claudio Finelli, Riccardo Lanfranchi, Giorgio Mobili, Antonino Natale, Fausto Nicolini, Rosa Salvia

di Max Ponte

Benvenuti alla mia nuova serie di brevi recensioni o commenti sulle sortite poetiche di questi mesi, un modo per consigliare (e sconsigliare) libri per l’autunno e le stagioni che verranno. Schiettezza a partire dal titolo. Continua a leggere

60. Delle tue parole

da qui

Te ne accorgi, sì che te ne accorgi. Gli occhi scintillano, come vedessero qualcosa di stupendo; le bocche sono aperte, come quando si beve in un’oasi nel deserto; i corpi sono immobili, tesi nell’ascolto, decisi a non perdere nulla della tua espressione verbale e non verbale. Continua a leggere

Vivalascuola. Ssis, Pas, Tfa: a che pro?

Le promesse della ministra Carrozza di “riportare gradualmente l’investimento almeno al livello medio dei Paesi OCSE (6% del PIL)” sono un lontano ricordo. Il decreto “L’istruzione riparte” assegna alla scuola 400 milioni in 3 anni, mentre le sono stati tolti 8 miliardi nel triennio Gelmini. Non sono state riparate le incostituzionalità dei tagli operati dall’ex ministro Gelmini e del dimensionamento scolastico. Il nuovo anno scolastico comincia con la sensazione che in Italia nulla possa cambiare. A tutti buon anno scolastico 2013-2014! Nonostante tutto.

La ministra inaugura l’anno scolastico esortando: “Ragazzi, siate ribelli e non accettate le cose come sono“. Proveranno a farsi sentire il 26 settembre i laureati che hanno frequentato i TFA, il perché ce lo dicono Renata Morresi e Eleonora Tamburrini. L’11 ottobre manifestano gli studenti medi, il 12 ottobre coloro che hanno a cuore la Costituzione. Perché “Non c’è più tempo“.

Di cosa parliamo quando parliamo di Tfa
di Eleonora Tamburrini

è una questione di qualità
o una formalità
non ricordo più bene, una formalità

Non ultima tra le cose di minor conto viene la reazione della gente. Spiegare ai non addetti ai lavori cosa sia stato il Tfa e cosa significhi adesso non è semplice. Continua a leggere

Marco SCALABRINO – Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini

Parleremo dell'arte vol  1 - SAGGI

Prefazione di Pietro Civitareale

Nell’uso corrente, critica vuol dire sinteticamente “scelta del meglio” e, se poi ci riferiamo alla letteratura, il problema della critica letteraria si apre da molti angoli e secondo diverse sollecitazioni. Ecco allora la critica nella poesia, la critica cioè che si determina all’interno della vita stessa della poesia nel suo prodursi; ecco la critica dei poeti agli altri poeti, la critica cioè che si attua su di un piano paritario di specializzazione e di affinità operative, ed ecco la critica della poesia intesa come attività appropriata ed orientata, per se stessa, al giudizio secondo la linguistica, la sociologia, la psicoanalisi, la filosofia, eccetera. Le domande, e le risposte che ne scaturiscono, possono essere molte e sommuovono tutto il contesto del discorso generale sul tema. Continua a leggere

Il grado zero del pianto: “Come una lacrima” di Federico Scaramuccia ( di DIEGO CONTICELLO)

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È davvero raro nella poesia d’oggi, fatta per lo più di smielati accenti egotistici e di flebili strutture progettuali, che giunga sotto gli occhi un testo che, con poche pennellate insieme studiate ed istintive, riesca a riesumare la stessa cupa atmosfera di silenzio e morte che tutti noi abbiamo avvertito all’indomani dello schianto di inizio millennio che ci ha lasciato in eredità il disastro di ground zero, in cui l’estremo sconvolgimento vitale non ammetteva più colori per essere descritto.

Nel poemetto bipartito di Federico Scaramuccia (Come una lacrima. Napoli, d’If 2011) vi è, oltretutto, una parte cosiddetta del “coro”, la quale non fa altro che accentuare, amplificare – e, insieme, rendere dignitoso – il senso di dolore per quella che è forse la più grande tragedia che l’occhio mediatico abbia mai avuto la ventura di esperire.

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INTERVISTA A GIUSEPPE CONTE

di Marino Magliani

da Nazione Indiana

MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all’opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese… Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto Il terzo ufficiale con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e La Casa delle onde, l’aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era Il male veniva dal mare (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la grande trilogia del mare?

GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisca, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino. Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto. Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di “Mediterraneo”. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita. Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in Equinozio d’autunno ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal Terzo ufficiale a La casa delle onde a questo Il male veniva dal mare. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del Terzo ufficiale ha intitolato: Schiavi della libertà), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in Il male veniva dal mare, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione. Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano. Continua a leggere