I nostri padri ci hanno detto

Unknown

C’è un’immagine, usata come pubblicità di una famosa marca di vestiario, che negli ultimi tempi sta comparendo sempre più spesso sulle pagine dei quotidiani. Nell’immagine tre adulti – tre anziani – stanno seduti su tre sedie davanti a un gruppo di bambini accovacciati sul pavimento. Siamo all’interno di un’aula scolastica e c’è una bella atmosferia bucolica. Sulla lavagna qualcuno ha disegnato un fiorellino sorridente. A lato, su di un ripiano, la foto del presidente della repubblica sbuca da dietro un mappamondo, con sullo sfondo le stelle della bandiera europea. Uno degli adulti (gli adulti sono di fronte, i bambini, invece, sono tutti di spalle) mostra un libro aperto, l’altro sta parlando, il terzo sorride. Se si scende più nel dettaglio si vede che due dei bambini hanno la mano alzata e sembra stiano attendendo il loro turno per porre una domanda. La didascalia, nella parte alta dell’immagine, dice: I NOSTRI PADRI CI HANNO DETTO.
Eppure più guardo questa immagine e più mi rendo conto che questa cosa delle vecchie generazioni che trasmettono alle nuove i segreti della propria saggezza sia forse la più inattuale (ed irritante) fra quelle a cui si possa pensare nell’Italia (e dell’Italia) di oggi. I miei ‘padri’ sono cresciuti in un’epoca in cui appena laureati si poteva scegliere con quale ditta lavorare. Hanno vissuto in un’epoca in cui si poteva decidere se fare dell’Italia un grande e civile e moderno paese di cui essere fieri o uno piccolo, vile e corrotto di cui vergognarsi. Cosa ne sanno i miei ‘padri’ di quello che significa vivere in un piccolo, vile e corrotto paese dove ovunque si guardi c’è qualcosa di cui vergognarsi? Cosa possono dirmi, questi ‘padri’, più di quanto già non sappia sul nepotismo, sull’iposcrisia, sulla corruzione, sul sistema baronale, sul consumo del territorio, sulla mentalità mafiosa e sulla sfiducia nel futuro in cui hanno costretto a vivere i propri figli? Più passa il tempo, ecco, e più mi rendo conto che la maniera in cui la generazione dei miei ‘padri’ percepisce questo paese (e con loro gli autori di questa pubblicità) sia irriducibilmente distante dalla maniera in cui viene percepita dalla mia. Più il tempo passa e più ho la sensazione che non solo non sentirò mai la generazione dei padri scusarsi coi propri figli per l’assenza di valori che hanno creato e per la disarmante incapacità che hanno dimostrato ma che anzi ci si aspetti alle volte che, come dire?, siamo noi a doverci scusare con loro, noi a doverci vergognare per non riuscire a trovare lavoro e per non poter pagare l’affitto, o per non essere in grado di competere coi nostri coetanei oltreconfine, e il tutto mentre sui giornali si continua a leggere di settantacinquenni milionari che si rifiutano di fare i lavori sociali, di fidanzate ventenni che giurano amore eterno, e di dirigenti di sinistra che non riescono a governare se non con l’aiuto di quanti, fino al giorno prima, avevano accusato di non essere in grado di farlo.
E così, più guardo questa immagine sul giornale, (con la sua fiabesca ambientazione da scuola d’altri tempi, con la sua bella atmosfera confortevole…, e confortante…, e conformante…) e più mi domando cosa diavolo avranno questi tre ‘padri’ da dire a questo gruppo attento di figli.
“Ecco, figliuoli, questa è la maniera in cui fregare il prossimo e farla franca, e questo è il sistema per ridurre un paese sul lastrico. Questo è come evitare di prendersi le proprie responsabilità, vedete?, bisogna avere una scusa sempre pronta, utilizzare il voltafaccia e mantenere in vita il sistema delle raccomandazioni. Questi sono gli agganci di cui c’è bisogno se si vuole far carriera, viviamo in un sistema mafioso, non dimenticatevelo. Questa invece è la mia casa in montagna, questa è la mia macchina, questi sono i tagli alla spesa pubblica che abbiamo dovuto fare per continuare a permetterci entrambe…”

6 pensieri su “I nostri padri ci hanno detto

  1. Non lo dimentico mai , comunque pur essendo d’accordo con lei su questo punto dolente, mi dispiace contraddirla, ma io ai miei tempi e parlo del 1975, già ero in Africa( Costa D’avorio), a lavorare a 50 gradi all’ombra e devo dire che non ci siamo più fermati da allora!
    Non per questo do la colpa a mia madre o a mio padre… penso solo che ogni generazione ha le sue “colpe” e la vostra ha quella di lamentarsi troppo senza combattere per ciò che ritiene giusto gli sia concesso come un diritto sacrosanto: LAVORARE QUI!

    grazie comunque non voglio giudicare ma capire e farmi capire.. combattere e una cosa coraggiosa che i ragazzi di oggi non hanno intenzione nemmeno di provare a fare.

    ernestina.

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  2. Mio padre mi ha insegnato il sacrificio, l’umiltà, il rispetto: se avessi avuto figli avrei insegnato lori le stesse cose per guardare avanti, sempre a testa alta, senza vergogna. Per me questo può bastare, per disconoscere veline e reality e riconoscere l’impegno fattivo di chi vuole portare avanti un progetto imperniato sull’onestà. Oggi, alla soglia dei 50, devo comunque riconoscere, che il disfattismo e la poca volontà d’impegno che caratteristica molti ragazzi sia anche frutto del nostro egoismo, volto a soddisfare pretese superficiali del tutto e subito, e poco propenso ad insegnare i valori del sudore necessario per la riuscita di un progetto autentico, privo di raccomandazioni. Probabilmente stiamo parlando la stessa lingua: chissà se per una volta, un piccolo passo indietro permetterebbe un grande salto in avanti!

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  3. Robysda, devo dire che per un padre come il tuo che insegnava il sacrificio, l’umiltà e il rispetto ce ne sono stati altri (e ce ne sono tutt’ora, te lo assicuro) che hanno praticato la furbizia come valore, la raccomandazione come mezzo, e la corruzione come realtà immodificabile…

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  4. Gentile Ernestina, per carità, esprimere la propria opinione per farsi comprendere è il primo passo per avviare quel dialogo/dialettica generazionale che secondo me in Italia non ha mai davvero avuto luogo.
    Al di là di questo resta il fatto che (sarà che ho passato gli ultimi anni a lavorare in un paese estero dove la prima cosa che i figli imparano dai padri è quella di assumersi le proprie responsabilità e di pagarne le conseguenze) ma non ho ancora sentito nessuno, in Italia, prendersi la colpa di vent’anni (o forse più) di disastrosa amministrazione (culturale, finanziaria ed economica). Non sarebbe una bella cosa, oltre che un meraviglioso messaggio per le nuove generazioni, se, invece di chiedere d’essere nuovamente votato, chi ha governato finora ammettesse davanti al paese le proprie colpe e si togliesse finalmente dalle palle?

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  5. eppure potrebbe darsi che molti di quella generazione, questa responsabilità per gli ultimi vent’anni, o quaranta (o, a ben vedere, anche 150 e più), non vogliano prendersela, per il semplice motivo che non gli appartiene.
    in questo paese si è combattuta una guerra, contro la generazione dei nostri padri, e loro, o quelli di loro che quella guerra la combatterono, l’hanno persa (oggi poi è l’8 settembre, perchè anche i nostri nonni combatterono una guerra, e con il loro sangue guadagnorono una nuova verginità ai loro padroni di ieri, ma non lo dimenticarono: loro non vinsero, ma non furono neanche sconfitti).
    chi ha vissuto gli anni ’80 sa che ci fu una guerra sporca e sa chi la vinse, non avrebbe senso infierire sui nostri padri sconfitti e rinfacciargli che siamo nati in cattività.
    noi, a differenza di quell’altro famoso popolo, abbiamo lasciato appeso alle fronde dei salici tutto, tranne le cetre. e cantiamo, quanto cantiamo…
    “Là ci chiedevano parole di canto/coloro che ci avevano deportato,/canzoni di gioia, i nostri oppressori:/«Cantateci i canti di Sion!».
    e noi cantiamo, e i nostri padroni sono più generosi, perchè ci lasciano anche cantare canzoni di dolore (siamo democratici, no?), l’importante è cantare, e cantiamo le canzoni del Signore in terra straniera, coi nostri padroni (i figli dei padroni dei nostri padri, sono già lì per noi, pronti) che applaudono, perchè gli piace sentirci cantare, gli piace vederci arrovellare su come esprimere al meglio la nostra sofferenza, piuttosto che su come porle fine.

    e alla fine resta questo: che prendersela con chi ci ha fatti come siamo per il fatto che ci ha fatti come siamo non ha senso, dal momento che siamo come siamo…se non fossimo come siamo non ce la prenderemmo con chi ci ha fatti come siamo, d’altronde…

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  6. Gentilissimo Matteo,
    sono molto felice del suo scritto e sono assolutamente d’accordo con quanto dice: sarebbe davvero un grande cosa se qualcuno in questo benedetto Paese, che amo tanto, finalmente si prendesse seriamente le sue responsabilità!
    Se era questo il succo del suo scritto, non avevo capito proprio niente!
    Lei mi scuserà, sono sicura, non solo per gentilezza ma perché, dalle sue parole, è chiara una cosa che ci accomuna: amiamo la nostra bellissima Italia e ci brucia tanto tutto quello che succede ogni giorno.

    La saluto e spero di leggerla presto.

    ernestina.

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