“LA PARTE DI NIENTE”, DI ANGELO RICCI

di Giovanni Agnoloni

la parte di nienteLa parte di niente (Errant Editions) di Angelo Ricci, primo atto di una trilogia narrativa intrisa di letteratura, sulla (e nella) quale aleggiano presenze autorevolissime della storia di quest’arte, e soprattutto della sua stagione novecentesca. Su tutti, Roberto Bolaño. Un’opera di grande spessore, che ho cercato di approfondire insieme all’autore in questa intervista.

La parte di niente: una concatenazione di storie, narrazioni, visioni, sulla scia di sonorità di grandi maestri della letteratura mondiale, in primis Roberto Bolaño. Quanto ha contato per te il modello delle sue opere, e in particolare di 2666?

Credo che per ogni lettore i libri rappresentino le tappe di un percorso infinito, di un viaggio che prescinde dai tempi e dal tempo; un viaggio che cerca di giungere alla costruzione di un universo nel quale il lettore stesso arrivi a potersi in qualche modo specchiare, nel tentativo di scorgervi forse il riflesso della propria anima.

Sono sempre stato un lettore di quelli che l’accezione giornalisticamente condivisa definisce “forte”, e questa esperienza di lettore a un certo punto si è unita a quella di scrittore, in una simbiosi in cui le parole lette diventavano inevitabile formazione per quelle scritte (e forse anche il contrario). Il mio viaggio da lettore parte da molto lontano, dalla scoperta, agli inizi degli anni Ottanta, di Borges e della letteratura fantastica sudamericana, scoperta unita a quella, e non sembri ciò una contraddizione, dei postmoderni nordamericani, tra tutti DeLillo, quando ancora in Italia lo pubblicava Tullio Pironti. E da questa fusione di esperienze e di letture è nata in me l’idea, e la consequenziale ricerca, della possibilità che potesse esistere, da qualche parte, un romanzo inteso come tentativo di ricomporre l’universo, scavando in quella zona mediana tra la vita e la morte, tra la gioia e l’orrore. Questa sonorità, come giustamente la definisci, l’ho trovata in Roberto Bolaño, geniale e inarrivabile creatore di mondi e di concatenazioni letterarie, il quale, e non a caso, ha sempre considerato Borges come uno dei suoi maestri imprescindibili, e che proprio in 2666 ha fuso piani narrativi e temporali, definitive indolenze del passato e ineludibili urgenze della contemporaneità e forse del futuro.

– L’idea sottesa al tuo scrivere è quella di un percorso/viaggio tra gli autori o uno scavo interiore/confronto col mondo, nel quale scrittori come Bolaño, Borges, DeLillo e altri sono sponde filosofiche di riferimento?

Certamente l’idea del percorso, del viaggio inteso come pellegrinaggio dalle tonalità quasi iniziatiche, che ti avvicina e nel contempo ti allontana dagli autori amati e dalle loro parole, nella ricerca di un insondabile punto Omega di DeLillo (autore che a sua volta cita Teilhard de Chardin, in quel gioco infinito di assonanze/dissonanze che è la letteratura) o linea d’ombra conradiana, scegli tu, di un comunque importante momento di immobilità, di stasi, di inerzia, che approssima forse a una risposta che tuttavia non esiste, perché borgesianamente non può esistere. Lo scavo interiore e l’inevitabile confronto col mondo ne sono inesorabili conseguenze. Scavo e confronto che assumono forse le forme di una sfida con l’universo della parola, universo nel quale le stesse figure degli scrittori (figure titaniche, ciclopiche) assumono il ruolo, la forma di boe di segnalazione nel mare delle narrazioni o di pulsar nell’universo della parola.

– Quale sarà la natura e l’articolazione dei tre atti di questa “saga”? Più che di trama, la mia impressione è che si possa parlare di un discorso narrativo modulato in tre fasi…

Mi affascina molto questa tua definizione di discorso narrativo. Credo che vada inteso proprio in questo modo, in questa articolazione di fasi. Forse esiste un personaggio nascosto, invisibile, che va oltre la stessa natura di “saga” e in qualche modo addirittura ne sia all’origine. Ed è la letteratura, o meglio il rapporto tra la letteratura e il mondo, inteso non solo in senso poetico o sentimentale, ma come vero e proprio rapporto di potere, di dominanza. Rapporto sottotraccia, ma che avviluppa da sempre l’uso della parola scritta. Ricorderò sempre la frase che Robert Darnton riportò nel suo saggio Il futuro del libro: a una bibliotecaria alla quale chiedevano quale fosse la vera essenza del suo lavoro, lei non rispose, come forse ci si poteva aspettare, i libri e/o la cultura, bensì “Il potere e il danaro”.

– Una trilogia colta: scelta coraggiosa, in un momento in cui, purtroppo, si legge sempre meno. È frutto della consapevolezza che bisogna valorizzare le “nicchie”?

Non credo di possedere consapevolezze di questa natura. Credo tuttavia fermissimamente nelle sfide, e credo che le vere sfide narrative non si debbano misurare con il presente, bensì con l’atemporalità, cosa ben più difficile e forse anche, in un certo qual modo, devastante.

– La parte di niente – titolo evocativo, che si richiama alle varie sezioni di 2666 – è uscito per ora in formato digitale. È una scelta di mercato ben precisa o una tappa di avvicinamento al cartaceo?

La parte di niente è uscito (così come le prossime due sezioni) con Errant Editions, casa editrice digitale diretta da Francesca Mazzucato, che ha fatto del digitale il suo luogo di espressività narrativa e narrante. Anche questa è una sfida.

– A parte la trilogia, a che cosa stai lavorando adesso? Altre opere in vista di pubblicazione?

Sono scaramantico da sempre sul mio lavoro letterario e perciò, mi dovrai per questo perdonare, alla tua domanda rispondo con il silenzio.

5 pensieri su ““LA PARTE DI NIENTE”, DI ANGELO RICCI

  1. Pingback: Una bella intervista ad Angelo Ricci e un’attenta lettura de “La parte di niente” | ERRANT EDITIONS SMALL DIGITAL PUBLISHER

  2. sempre belle le tue interviste.
    mai scontate.
    così come mai scontati sono gli autori che incontri e le loro parole.
    il grazie di sempre.
    eli

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  3. Grazie di cuore, Elisabetta. Nel caso specifico, Angelo ha dato anche a me preziosissimi spunti di ricerca e approfondimento. Ma in ogni caso un’intervista viene bene sempre per merito di tutti e due 🙂 Un caro saluto

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