La musica a scuola in Italia

ALLIONE ANDREA
Interviste a Furio Rutigliano e ad Andrea Allione

di Guido Michelone

Da pochi gironi è iniziato il nuovo anno scolastico è la musica resta la materia cenerentola degli interi ordinamenti scolastici dalla materna all’università. La ministar Maria Stella Gelmini, due anni fa, con un colpo di spugna, cancellò i pour timidi esperimenti di rinnovamento che un suo ben più illustre predecessore al Ministero della Pubblica Istruzione e Università, il prof. Luigi Berlinguer, aveva tentato con l’idea di inserire la musica – patrimonio universale dell’umanità e vanto italiano, considerato il Paese del Bel canto – in un più articolato progetto culturale. Per capirne di più abbiamo voluto intervistare due esperti in materia, entrambi musicisti ed entrambi impegnati nell’attività didattica e propedeutica, sia pur in contesti diversi. Da un lato il vercellese Furio Rutigliano, compositore e tastierista, a lungo docente presso un istituto magistrale, dall’altro Andrea Allione, virtuoso di chitarra jazz e didatta all’Associazione Musicainsieme di Luserna San Giovanni. Alla fine dell’intervista tre libri per tutti sulla musica da usare come lettura, studio o passatempo.

Furio Rutigliano

Furio, anzitutto, cos’è per te la musica?
Per me la musica è un’arte, cioè la capacità di fare costruzioni sonore, di tirar su architetture nel tempo. Una tecnica, un gioco (serissimo, come tutti i giochi degni di questo nome).

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al linguaggio musicale?
Il linguaggio musicale può accostarsi a idee, concetti, sentimenti, ma a differenza del linguaggio verbale non li può rendere che in forma analogica e simbolica. Perciò il linguaggio musicale non li può esprimere in forma determinata; in ciò consiste non il suo limite, bensì la sua ricchezza. Nella musica vado a cercare, e mi interessano innanzitutto, le caratteristiche musicali proprie, cioè la musica stessa. Idee, concetti e sentimenti ne scaturiscono in seguito.

L’Italia è al 104° posto al mondo per insegnamento musicale: il paese del bel canto! Una vergogna o no?
Una vergogna. Ma la vergogna della vergogna è che in Italia quasi nessuno se ne vergogna. Gli italiani sono mediamente molto ignoranti in musica, per svariati e complessi motivi: sta di fatto che un italiano qualsiasi non chiederebbe mai chi è Michelangelo, e anche se non sapesse nulla di lui si vergognerebbe terribilmente di chiederlo, mentre chiederebbe tranquillamente senza vergogna chi è Monteverdi, che è il corrispettivo di Michelangelo in campo musicale, il più grande musicista occidentale tra il ‘500 e il ‘600, un gigante. E non so quanti italiani sappiano che le note sul rigo sono state inventate in Italia, così come il pianoforte, il violino, il basso continuo, il concerto, la sonata, la musica sinfonica, l’opera lirica e il canto lirico; non so quanti italiani sappiano che se ai musicisti di tutto il mondo dici, in italiano, parole come ‘allegro’, ‘andante’, ‘coda’… essi ti capiscono.

Anche la musica è un problema politico in Italia così come per quasi tutte le altre questioni (culturali e non)?
La musica è un problema politico, ma ai partiti non interessa; i partiti mi paiono per lo più comitati d’affari, che gestiscono il denaro pubblico. Non elaborano cultura. La DC e il PCI, tanto per dire, elaboravano cultura, nel senso che avevano una visione del mondo, delle coordinate ideologiche. Ormai invece, la parola ‘ideologia’ è diventata un insulto, come a dire che si dovrebbe vergognare chi ha un sistema di pensiero, una visione del mondo. Chi dice di non avere un’ideologia fa un’affermazione ideologica, ma non se ne rende conto, per ignoranza e superficialità di pensiero. Credo che alla politica italiana poco interessi della musica, se non come fatto commerciale, come business, e di immagine, non come fattore formativo nella cultura dei cittadini.

Come sarà la didattica musicale in Italia per l’immediato futuro?
Non solo la didattica musicale, bensì la didattica tout-court è messa malissimo; la scuola tutta (non solo nella musica) è messa malissimo, tenuta in conto dalla politica solo in quanto settore da tagliare, da ridimensionare per risparmiare. Le scuole di musica, pubbliche e private, arrancano per la crisi economica, ma anche perché le Amministrazioni Pubbliche talvolta puntano di più agli eventi spettacolari (che premiano in immagine e prestigio apparenti) che alla più oscura, umile ma molto più significativa e costruttiva promozione di una cultura musicale diffusa, di base, coi risultati della quale però il politico di turno si può pavoneggiare molto meno.

Dunque il futuro?
Il futuro, se accettiamo questo tipo di politica, sarà pessimo, nella musica, nella cultura in generale e perciò nella vita sociale, perché la cultura, quindi la musica che è in essa, formano persone migliori, più sensibili, più fini, più educate, più gentili, più profonde, più rispettose, più critiche e più autonome. La cultura è pericolosa.

Andrea Allione

Andrea, tu come vedi la situazione della musica in Italia?
La mia curiosità musicale mi ha portato a sentire da sempre tantissime cose e diverse… oggi purtroppo non vedo proprio questo, nemmeno una giusta cultura della musica che vada in questa direzione… o la incoraggi…dato che più o meno l’assioma è che di fatto ‘l’uomo ama ciò che conosce’: se dai a qualcuno un I-Pod con mille brani, tutti o quasi vanno a sentire i brani che già conoscono…

Quindi sei pessimista verso le tecnologie?
Vedo un’invasione industriale che sta nella logica “marketing e media” con la tendenza come di costruire dei miti indistruttibili da tifare tipo bandiera, un prodotto, una marca… questo sarà molto funzionale a livello imprenditoriale, e nel tempo infatti alcuni diventano veri miti e direi vere e proprie industrie, da comprare, da avere, tipo “io c’ero” o “ce l’ho”…

La quantità contro la qualità, dunque?
Se a dodici milioni di persone è capitato (!!!) di comprare lo stesso disco e a tutti e dodici i milioni piace, perché sono così tanti, capisco anche, ma ne consegue una, visione piramidale (per me senza senso )che non tiene conto delle vere possibilità del linguaggio della musica nei suoi tantissimi idiomi: diciamo che ci starei a «meno “star” e più musica» e più musica dal vivo specialmente nelle scuole!!!

Hai toccato un nodo cruciale della discussione: le scuole!
Invece di tre concerti-evento costosissimi, evidentemente remunerantissimi, ne farei venti e più i più svariati, portandoli anche a scuola, dagli asili alle università. Nella mia adolescenza andava più o meno così e quindi ho visto tante cose che non conoscevo e ho avuto la fortuna di conoscere gran bella musica, invece che recarmi solo a celebrare quel che già sapevo.

Ma in tal senso come vedi gli studenti oggi di fronte alla musica?
Tra gli ascoltatori, mi sembra che proprio certi giovani si comportino con chi suona a tre metri da loro come se vedessero la televisione e non mi sembra tengano conto del fatto che se parlano o disturbano influiscono sulla musica… sembra il mondo è casa mia… salvo che non abbiano pagato un biglietto (più è alto il costo e più pare alta l’attenzione) tipo “ho visto il jazz in quel locale pagando 30 euro… , e chi hai sentito? boh?”.

Da musicista quale sei, ottimo jazzista, non certo una rockstar, come vedi i giovani ai tuoi concerti?
Pochi si ricordano cosa suoni nello specifico, ma solo se hai suonato bene. Quindi preferisco comunicare nello specifico di musica con chi oltre sentirla anche la ricorda. In realtà ognuno ha il suo suono e il suo talento; qualcuno ce l’ha più di qualcun’altro e quindi, essendo più riconoscibile, spicca maggiormente. La musica però va nel profondo, davvero e secondo me più che classifiche e classificazioni (e andare sul sicuro) bisognerebbe aprire le orecchie sul serio (anche tapparsele dopo pochi secondi quando serve… talvolta succede).

Dunque pensi che gli studenti di oggi, non avendo riferimenti a scuola, si scelgano modelli sbagliati o negativi a livello musicale?
Beh, è naturale scegliere un modello, ognuno nel suo piccolo può stabilire il numero uno, poi però finisce che ascolti sempre le stesse cose o quello che passa il convento (i media, la radio, la tv); in altri termini auguro a tutti di avere in poco tempo così tante variazioni su chi è il Numero Uno da stufarsi di cercare di capire chi lo sia e ascoltare e magari trarre un giorno serie conclusioni su ciò che può essere la musica.

Cosa augureresti quindi ai giovani per quest’anno scolastico appena iniziato?
Mi piacerebbe più apertura, capacità e disponibilità ad ascoltare e basta! E mi pare comunque che, rispetto ai maschi, le donne abbiano tendenzialmente più libertà di ascolto…

Potrà migliorare a breve il livello della cultura musicale in Italia?
Nei palazzi dove si decide come e cosa sia la cultura si va piuttosto sul ‘sicuro’; poi, ci sono gli amici che chiamano gli amici e quelli che si autorappresentano, come praticamente accade in tutte le italiche situazioni: pochissime chances insomma per chi probabilmente amerebbe più movimento artistico e maggiore cultura applicata (piuttosto che eventi qualunque venduti per cultura).

Tre libri da leggere e rileggere:

Massimo Mila, Storia della musica, Einaudi, Torino 2013.
Ennesima ristampa per il testo del maggior storico italiano della musica classica: torinese, antifascista, coltissimo, amico di Pavese, Bobbio, Einaudi, Calvino,Vittorini, scrive questa deliziosa sintesi nel 1959, che poi modifica nel 1964 e aggiorna di continuo fino alla morte (1988).

John Powell, Come funziona la musica, Salani, Milano 2011.
Si tratta di un buon manuale per chi voglia imparare a suonare ma non sa come orientarsi; per l’ascoltatore di musica classica, jazz, rock, che vuole conoscere meglio l’oggetto della propria passione; per lo studente di musica desideroso di un punto di vista più ampio; per l’insegnante in cerca di nuovi spunti didattici. Un saggio a tratti divertente, che alleggerisce la materia affrontata pur presupponendo un lettore disposto a un po’ di matematica quando è necessario; che insegna ad avvicinarsi alla musica con la giusta apertura mentale, da una canzone pop a una sinfonia romantica, perché ogni tipo di musica è in primis piacere e divertimento. E, tolto il timore reverenziale che può incutere la terminologia della musica classica, Beethoven diventa accessibile quanto il rock and roll.

Silvia Bencivelli, Perché ci piace la musica, Sironi, Milano 2012.
L’autrice cerca di rispondere ad alcune domande di uso corrente: è vero che Mozart rende più intelligenti? Perché nei ristoranti di lusso si ascolta musica classica? È possibile che alle mucche piaccia l’opera e agli squali Barry White? Cosa c’entra la chitarra di Jimi Hendrix con il suo sex appeal? Secondo Darwin, per i nostri progenitori la musica era una tecnica di corteggiamento che avrebbe poi dato luogo alle parole. Per altri, il ruolo evolutivo della musica sarebbe pari a quello di una deliziosa torta alla panna: esattamente nullo. Quel che è certo è che la ascoltiamo proprio tutti. Da Neanderthal ai Metallica, da Pitagora alle neuroscienze, ecco il punto sulla capacità dei suoni di emozionare e di curare, descrivendo le forme dell’evidente propensione umana per l’arte musicale, oggetto di curiosità, di fascinazione e poi di indagine scientifica.
RUTIGLIANO

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