A lezione di poesia da Luigi Socci

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Per rovesciare il dolore, a lezione di poesia da Luigi Socci.

Il rovescio del dolore di Luigi Socci, edizioni italic pequod, 2013, pp.144, € 10,00.

di Anna Elisa De Gregorio

Soffermarsi sulla copertina è un buon modo per cominciare la lettura di un libro. Nel caso di Il Rovescio del dolore troviamo il disegno elegante di una caffettiera per masochisti (con il beccuccio posto dalla stessa parte del manico), uno dei tanti oggetti introvabili o improbabili di Jaques Carelman: si entra subito in un teatrino dell’assurdo, dell’ironico, dell’inquietante a rischio di grave scottatura. Il titolo del libro, un preciso tributo gaddiano, ci farebbe sperare in un ribaltamento della “cosa consueta” che è il dolore, sembrerebbe promettere una possibilità di fuga da quest’ultimo, ma, ancora una volta, l’autore ci fa sbandare nell’inquietante. Infatti, in Certi rovesci Luigi Socci chiarisce subito il senso del “suo” titolo: ‹‹Rovescio del dolore il suo discuore./ Allegri! Oggi si muore››. C’è poco da ridere, quindi, se non a denti stretti. Il comico Benigni, parlando del suo film La vita è bella, dice: “…una risata che ci resta di traverso in gola… lì non sono più comico, ma orribile e, come dice Montale, ‹‹Tra l’orrore e il ridicolo il passo è un nulla››”. Ed è proprio questo che ci aspetta, entrando all’interno del volume: versi in bilico fra il comico, l’ironico, il ridicolo, sfiorando “felicemente” l’orribile. Parafrasando il Montale di tre righe addietro: fra il tragico e il comico il passo è un nulla, perché la cifra del tragico pertiene al Socci, come ad ogni comico “serio”, e, nell’attuale temperie dove, in poesia, il tragico è rimosso e il comico disconosciuto, questo è grande titolo di merito.

(Auto)ritratto dell’artista da giovane: ‹‹Chino nel mio cunicolo./ Munito di binocolo./ Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo››. Campi di interesse e di ricerca del libro in oggetto: a trecentosessanta gradi, dalla pata-fisica leggiadra di Le reliquie venerabili di un pollo tratte da Immobiliario (che riescono a resuscitare e far ridere il nostro io fanciullo), alla meta-chimica disperante della strage di stato perpetrata con gas venefici in un teatro moscovita di Ultima prima al “Na Dubrovka”: ‹‹…Io quella sera/ proprio io non c’ero/ e se c’ero dormivo e morivo/ già cascavo dal sonno e mi gasavano/ (posto 12 fila C)/ la testa mi andava giù.//Epidemie di tosse/ rumore di giunture che disturba/la già pessima acustica, asfissiando/ è difficile farsi sentire./ L’emissione vocale del morire/ non arriva alle ultime file…››. Parole incongrue, spiazzanti, anti eroiche, assolutamente poetiche e fatalmente tragiche.

Ma “il tragico” prediletto da Socci è quello della banalità del quotidiano, dei mostri di provincia, dei natali di plastica, dei luoghi comuni; lo sguardo strabico del poeta si appunta sul “comico” involontario con risultati esilaranti, dissacranti, irrispettosi di ogni canone, anche di quello “ultimo” che è la morte: ‹‹Ci stanava dal covo/ del nostro rogo e rovo,/ la morte sul parquet senza pattine/ lasciava brutte righe›› oppure: ‹‹Da una soglia che taglia/ come un filo di lana/ qualcuno è appena uscito/ qualcuno è uscito appena››. Versi garbati, quasi bonari (endecasillabi e settenari –sempre intelligenti e puliti- sono i preferiti di Socci): è una via difficile quella del grottesco e dell’assurdo, perseguita dal poeta, che si dichiara anche performer confessional e (ri)animatore di poesia: si dondola nelle parole come un funambolo, con occhialetto tridimensionale recita a memoria, da perfetto teatrante, i suoi versi con voce straniata. E tutti ridiamo alla magia del teatro, qualche volta sorridiamo, qualche volta ci sentiamo disperati, oppure tutte queste cose insieme, magari quando ci capita una Seratina di quelle che te le raccomando (come questa): ‹‹Stasera sarà un pianto/ di terra, di cuscini/ smangiati ai bordi/ di scarpa destra al piede/sinistro e viceversa/ di maglia col davanti/ di dietro, di controllo/ perduto dei calzoni/ di etichette di fuori/ di fili penzoloni››. Ci riconosciamo in questa epica casalinga, in questi attimi di piccolezza, ci specchiamo in una routine, che ci fa compagni tutti, poeta compreso. Ribadisce Massimo Raffaeli nella sua postfazione: ‹‹…si tratta di una poesia a vocazione epica e sia pure di un’epica portatile, miniaturizzata, forse la sola epica deducibile qui-e-ora dall’orizzonte della vita quotidiana: cioè si tratta di una poesia misurata e scandita sull’universo della più minuta finitudine, in un’opera di attento giardinaggio – ne scrisse ab origine Andrea Cortellessa – che ha abolito l’infinito”.

Luigi Socci non è poeta di campagna o di marina (se non per rare occasioni di diversificazioni o desertificazioni), non è (dio ce ne scampi) poeta dell’idillio, è piuttosto un voyeur, che viene attratto da una umanità danneggiata, è specialista del dettaglio “brutto”, dell’ipocrisia “sporca”, del quartierino “cattivo”, visti da uno spiraglio di sipario: ‹‹Tra una bocciofila/ e un luna park rionale,/ in un quartiere di case basse,/ di innocui e minimali/ cactus senza puntali/ e gentili richieste di non parcheggio.// Via NICOLO (senza accento/ per errore epigrafico)/PICCININI, famoso condottiero/ e altre vie intitolate a illustrissimi/ esistiti cartografi davvero.// Dove, attraverso buchi/ nella rete, come da uno spiraglio/ di sipario che limita i confini,/ tocca anche a noi la nostra/ visione su un dettaglio/ del povero teatro dei cortili››.

Certamente i suoi “padri” (italiani) sono il già nominato Gadda, Palazzeschi, Pagliarani, Caproni da vecchio, in piccola parte Sanguineti, e altri, ma, con uno spostamento di campo ellittico e politicamente scorretto, potremmo trovare il nostro poeta-saltimbanco a “farsi le ossa” in un teatro di pupi accanto a Mimmo Cuticchio, dove tutti, da tempo immemorabile, prendono felicemente manganellate da tutti con la grazia dei bambini, o in un teatro di cabaret, anni settanta (quello struggente di Enzo Iannacci), o accanto al Dario Fo non predicante di Mistero buffo, o, infine, dentro certo cinema di Paolo Sorrentino (con la sua poliedrica, a volte surreale, a volte grottesca macchina da presa), quello dell’Amico di famiglia, ad esempio, (dove il perturbante non è l’usuraio, che ha una sua oscena grandezza, ma la pletora di borghesi piccoli piccoli che ruotano intorno a lui).

Nella nota di congedo al Rovescio del dolore Socci confessa: “Questo è un libro che si poteva non pubblicare. Infatti le poesie che lo compongono (scritte nell’arco di quasi un quindicennio) sono in gran parte edite…”. Fortunatamente per noi ha raccolto le sue energie e, abbandonando ogni remora, ha pubblicato in sequenza tutta la sua opera dandogli una inattesa profondità, come in una ballata, che, per apprezzarla, va letta tutta insieme: “…E questo perché nell’auto inganno, di chi finge distacco rileggendosi come autore ignoto a sé, a me è capitato di provare qualcosa di simile alla tenerezza. Una forma particolare di tenerezza: come quella per un pompeiano del 79 d.C. che tenti di fronteggiare l’eruzione del Vesuvio recitandogli uno scioglilingua. Chiamatela fiducia nella poesia, se volete”. È valsa la pena trascrivere queste ultime righe della sua nota, dove troviamo una commovente dichiarazione d’amore per la poesia, e un moto di tenerezza, pur se sperso sotto la lava del 79 a.C., che raccogliamo al volo. Come sistema venoso, che sottende il libro tutto intero: tenerezza per la comune “inermità” davanti al nostro quotidiano sbriciolarci.

Scrive ancora, Massimo Raffaeli: ‹‹Al sarcasmo e all’ingombro emotivo Socci preferisce lo spiazzamento paradossalmente necessario all’equilibrio percettivo, l’ironia che sa mettere alla giusta distanza le cose del mondo o, per meglio dire, il sé che le immette o le espelle dal suo campo di osservazione››.

Forse è questa “misura” così difficile da trovare per chi scrive, così difficile da incontrare per chi legge, che ce lo fa amare con quella punta di risentimento, al fondo, che sempre proviamo contro chi “coglie nel segno” e ci smaschera.

2 pensieri su “A lezione di poesia da Luigi Socci

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