Il grado zero del pianto: “Come una lacrima” di Federico Scaramuccia ( di DIEGO CONTICELLO)

scaram

È davvero raro nella poesia d’oggi, fatta per lo più di smielati accenti egotistici e di flebili strutture progettuali, che giunga sotto gli occhi un testo che, con poche pennellate insieme studiate ed istintive, riesca a riesumare la stessa cupa atmosfera di silenzio e morte che tutti noi abbiamo avvertito all’indomani dello schianto di inizio millennio che ci ha lasciato in eredità il disastro di ground zero, in cui l’estremo sconvolgimento vitale non ammetteva più colori per essere descritto.

Nel poemetto bipartito di Federico Scaramuccia (Come una lacrima. Napoli, d’If 2011) vi è, oltretutto, una parte cosiddetta del “coro”, la quale non fa altro che accentuare, amplificare – e, insieme, rendere dignitoso – il senso di dolore per quella che è forse la più grande tragedia che l’occhio mediatico abbia mai avuto la ventura di esperire.

Il linguaggio e le rime, a forza di combattere continuamente con immagini davvero post-apocalittiche, asserviscono quale tessuto funzionale alla trama, come se invitassero ripetutamente a ricordare, attraverso dei flashback emotivi, per non dimenticare.

Tutto ricorda, alla lontana, un moderno inferno dantesco (con l’aggravante dell’accadimento tangibile, senza dunque nessuno spazio concesso alle grandiose macchinazioni mentali di nostro padre Dante, bensì in un sogno questa volta, purtroppo, reale). Ed è quello, presumo, anche il linguaggio con cui Federico si confronta come modello assoluto, cercandone al contempo lo stesso tipo di irraggiungibilità comunicativa: ricca, densissima, senza fronzoli e insieme volutamente articolata nonostante la tragedia e l’immediato, per cui istintuale, senso di compatimento (il testo è stato concepito all’indomani dell’ignominiosa strage). Tuttavia le rime non sono concatenate in terzine, ma separate in distici baciati poiché, nonostante l’apparente unione, qualcosa si è spezzato dando luogo ad una dualità che appare impossibile da ricomporre anche a distanza di anni, un dolore che non muta. Chissà se mentre scriveva a caldo Federico avesse in mente la celebre Guerra di Piero di quello che è stato forse il più efficace cantore contemporaneo in distici, tale Fabrizio De André? Il risultato è un poemetto davvero ben congegnato per stile e sensibilità come non ne leggevo da mesi.

                               Diego Conticello

Notizia: FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia il 14 marzo 1973. Attualmente vive a Milano e insegna in una scuola
media dell’hinterland. Presente in volumi e riviste con testi critici e poetici, ha pubblicato alcuni libri di versi,
tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”. Ha inoltre curato l’edizione
critica della Rime di Gaspara Stampa, in uscita entro la fine del 2013 per la Società Editrice Fiorentina

 ***

Proponiamo una scelta da Come una lacrima,  che, leggiamo nella nota al testo, “scritto (per) l’11 settembre 2001, dieci anni or sono, è un dramma in due atti sul dolore che (ar)resta. Quello reale delle vite spezzate. E quello virtuale “trasmesso” a tutto il mondo. Con una ipertrofia del pathos, per così dire “montato a nevetanto da indurre (al)l’orripilazione”, dove la lacrima “è la “macchina da presa” per eccellenza. Un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. Un’enorme “palla” (o bolla) ovattata che, quando scossa, incanta e annebbia. Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo” (e.d. l.)

GUARDA È IL VOLO IN PACE DI UNA COLOMBA

una colomba che cambia la rotta
non porta pace lascia in cielo un’ombra
una colomba rapace che lotta
come un falco con unghie lunghe afferra
la vita dopo spalanca la bocca

CORO
lo tiene fra i denti dentro la bocca
il cibo che è in volo per le budella
e mastica bene prima che inghiotta

GUARDA LÀ CHE SMORFIA QUASI UN SORRISO

è la lacrima che non cade mentre
gonfia gli occhi e scava un solco nel viso
è uno strascico che resta per sempre
come la vita spezzata nel cielo
che asciuga il viso che cresce nel ventre

CORO
sono la vita che va via per sempre
sono la vita spezzata nel cielo
la vita monca che cresce nel ventre

(…)

un filo di voce a torto compressa
un soffio appena una voce sommessa
una voce roca che toglie il fiato
un filo ben stretto come un cappio
una voce che lotta che gorgoglia
che a volte si blocca e avvolta si imbroglia
la fiamma incerta che dal ventre guizza
che trova un varco che appena si drizza
la punta che trema e balbetta stanca
che vibra nell’aria come una lancia
è un cratere buio che ancora fuma
che nasconde la luce che imprigiona
come lo sguardo che ancora si annebbia
che nessuna lacrima ormai raffredda
una pioggia calda che non si estingue
che annaffia gli occhi e concima le lingue
che bagna la terra e secca nel fango
come un naufragio un abbraccio che strangola
un dolore sordo che non ascolta
condanna chiunque e sotterra la colpa
una bocca ingorda giudice e boia
si apre e non parla poi si chiude e ingoia
fra le macerie spunta solo un fiore
un fiore reciso senza colore
fra le macerie solo un fiore posa
una pianta rossa forse una rosa
è un sepolcro che rimbomba di colpi
bussano alla vita sperando ascolti
non è più il crollo né il cielo che piange
è il fronte che esplode della falange
che fa silenzio che in ombra si infrange
che monta a neve che in onda rifrange
la voce raccolta nella preghiera
che si alza in volo che in aria dispera
come gli angeli venuti in soccorso
armati di elmetto piegando il dorso
mentre si chinano in cerca di appiglio
per sciogliere il nodo in mezzo al groviglio
è una discarica un campo di morte
che all’improvviso spalanca le porte
come una valvola che in cuore impazza
avvolge in un nodo quindi si slaccia
un buco che ruota come un assillo
che svuota e che riempie strillo su strillo
che allarga le braccia tra gorghi e sibili
che accalca e poi schiaccia i corpi già lividi
i corpi gettati come rifiuti
lasciandosi andare freddi e fonduti
corpi che sfilano reflussi d’ossa
che in fila scorrono dentro una fossa
la bocca socchiusa ancora rimastica
a piccoli morsi come un elastico
è il ventre che scalcia e quasi si strappa
un dolore che squarcia e non si spacca
la rabbia gravida prima del parto
il cuore che scoppia colto da infarto
l’anima inerme di fronte all’attacco
rimasta in catene messa nel sacco
pronta a dibattersi dentro una goccia
un carcere informe un pezzo di roccia
una pietra molle che avvolge il cuore
come una lacrima gonfia il dolore
come un’altra pelle riveste il corpo
poi stringe la presa e assorbe ogni colpo
come in un’ampolla il mondo si frulla
campo miniato che culla e decolla
è l’occhio infermo che si allaga e affonda
che non si salva che annega nell’ombra
la terra che freme il ventre che langue
che avido irrora la carne di sangue
un vento largo che inghiotte che lega
che se ne fotte anzi che se ne frega
che soffia e incalza finché non si scuce
finché non si rompe in rombi di luce
aprono a turno gridando le bocche
e già si contendono il cielo a frotte
scatenano il vento una danza macabra
la terra balla si incanta si ubriaca
si placa un attimo poi la burrasca
il cielo si spacca la luce casca
è il giorno che pulsa le ultime vampe
la sera che macchia il cielo di sangue
che sparge cenere con una vanga
che dissoda la terra che si infanga
alberi interi piegati dal vento
rami fragili fiori dello scempio
mucchi di foglie sparsi per la strada
che la terra raccoglie e poi dirada
un cumulo d’ossa che si solleva
che il vento confonde come una nebbia

TORNATA
il vento solleva da terra un velo
come una lacrima che annebbia il cielo

2 pensieri su “Il grado zero del pianto: “Come una lacrima” di Federico Scaramuccia ( di DIEGO CONTICELLO)

  1. Grazie ad Enrico De Lea per avermi ospitato in questo davvero ottimo spazio e grazie a Federico per i suoi testi assai coinvolgenti e pregnanti. Buona lettura a tutti!

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