La dimora del tempo sospeso *

VOLANTINO  reading… quel che sono andata a dire a loro, agli ospiti delle dimore del tempo sospeso, è che siamo tutti dimore di tempo sospeso e che il tempo lo facciamo prezioso noi e che la poesia è un diritto. (Chandra Livia Candiani)

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* “La dimora del tempo sospeso” è il nome del blog di Francesco Marotta, da cui la Caritas ha tratto il titolo di un ciclo di laboratori di poesia tenuti da Chandra Livia Candiani in Case Alloggio per persone con Hiv-Aids della Lombardia. Una selezione dei lavori sarà proposta in un reading che si terrà venerdì 4 ottobre 2013 alle ore 18 presso il Teatro Delfino in via Dalmazia 11 a Milano. L’ingresso è libero e gratuito.

La dimora del tempo sospeso
di Chandra Livia Candiani

Da novembre ad aprile, sono passata da una casa alloggio per malati di aids all’altra della Lombardia insieme a Mario, in treno, quasi sempre di venerdì.
Lui portava una valigia piena di maschere, io uno zaino, dentro c’erano campane, campanelli, ciotole tibetane, bastone della pioggia, cembali, triangoli, insomma strumenti musicali o comunque sonori e poi piume, sassi, conchiglie, stracci, gusci di noce, bastoni, foglie, insomma cose da toccare.

Quel che andavo a portare era la mia esperienza con la poesia. La poesia è una lingua dell’estremo. La poesia non arrossisce a un letto di morte, stringe forte la mano a uno che è appena arrivato con un barcone a Lampedusa. La poesia sa abbracciare una donna abusata e sa anche chiamare la polizia. La poesia dice Odisseas Elitis, poeta greco, dimostra che la morte non è l’ultima parola.

Proprio così Elitis, proprio giusto e vero, io e Mario l’abbiamo provato fino all’osso. Siamo arrivati come due vagabondi nelle case alloggio, abbiamo lasciato a casa ogni sapere, ammesso che ne avessimo uno, anzi Mario ne aveva tanto ma io proprio no. E siamo entrati con candore, senza aspettarci niente, ma non per modo di dire, proprio niente, pensavamo che magari sarebbe anche stato il caso di buttare per aria fogli e matite e fare quattro chiacchiere e poi andare via ma non è mai successo.

In ogni casa, ho incontrato un’accoglienza da parte degli ospiti da far paura. Sì da far paura. Perché si accorgevano subito del mio entrare nelle loro vite in punta di piedi e così mi dicevano: “Entra, entra pure, accomodati!” Qualcuno mi ha anche detto: “No grazie, proprio non ne ho voglia, vado a dormire o a farmi i fatti miei.” Ma con molta nettezza e grazia asciutta asciutta.

Quel che ho incontrato sono corpi che certe volte stavano a mala pena sulla sedia a rotelle perché non ce la facevano a stare dritti, eppure erano presenti. Io sono stata testimone che dentro di noi c’è una cosa che brilla vertiginosamente anche quando il corpo sta crollando. E che la parola viva nutre questa scintilla e la scintilla risponde. Un esempio? Un signore sulla sedia a rotelle, tutto storto perché in equilibrio precario, la bava che scende dalla bocca, gli occhi chiusi. Spiego cosa intendo per scrivere una poesia al mondo o sul mondo. Lui detta lentamente alla sua educatrice: Il mondo è un ciliegio/ con i fiori rossi/ anche al buio.

Dire che resto fulminata è poco. Non so se capite. I fiori restano rossi anche al buio! Sta parlando di quella fonte che non muore anche quando il corpo si accartoccia.

E poi c’è una bellissima signora eritrea, non sa l’italiano e quindi scrive in aramaico. Ci legge magnifici suoni, ma arrivati alla poesia sul mondo, la vedo fremere, vorrebbe che toccasse subito a lei. E quando finalmente tocca a lei legge raggiante in italiano: Il mondo: primavera.

Sono stata accolta da Rosa alla fermata della corriera che portava dalla stazione di Brescia alla casa alloggio e Rosa dice: “Io al seminario non vengo! Capito? Non so scrivere, non ne ho voglia, non mi piace. Capito?” “Certo Rosa, tu non scrivere, ma vieni lo stesso, dai!” E Rosa viene, si siede vicino a me e scrive: Io sono il mare e il silenzio/ terremoto in un sogno mentre dormo/ vado a cavallo mentre/ penso all’amore. E dopo Rosa chiede: “Ma l’ho scritta io?

Sì ma non è questo quel che voglio dire, quello che mi è rimasto non sono le poesie scritte, è la poesia delle relazioni che si sono create: la diffidenza iniziale, l’aria sorniona, lo stupore durante la scrittura, l’impegno, la ricerca, le lacrime, le risate, le rabbie e gli abbracci finali, i saluti da staccarci le mani. Non sono riuscita a dare quasi niente, sono tornata da ogni incontro sazia e stanca come dopo una festa piena di doni invisibili.

Quello che vorrei che il mondo sapesse è che esistono case dove la vita è sospesa a un filo e si vive, si respira, si mangia, si prega, si piange, si sogna, si ha fiducia, ci si dispera. E in quelle case la parola viva entra come un invitato prezioso, nessuno ha voglia di contarsela, di fare il figo, sono case dove la poesia ci sta benissimo. Perché quel che sono andata a dire a loro, agli ospiti delle dimore del tempo sospeso, è che siamo tutti dimore di tempo sospeso e che il tempo lo facciamo prezioso noi e che la poesia è un diritto. Non c’entra con il saper scrivere, la poesia è sovversiva, è permettersi di sentire quel che sento, è essere onesti e farsi scrivere dalla vita che passa in noi. Il resto è letteratura.

La poesia è una lingua che sta bene dove c’è un terremoto, un’inondazione, un rischio grande, una paura taciuta, la poesia toglie i veli, dà il permesso di soggiorno a tutti quanti, è una corte dei miracoli. Sapete perché? Perché la poesia accoglie, accoglie tutto quello che ci capita con indomabile fiducia. E accogliere non è accettare, è molto di più, è dare alloggio, dimora, e prepara, prepara a stare quando è giusto stare e ad andare quando è giusto andare. Fa gridare se è il nostro bisogno e sussurrare se è il nostro bisogno. Ma soprattutto la poesia è forma e le forme contengono, danno radici e pareti, ci proteggono e insieme ci espongono. Che voglia di comunicare, di esporsi ho incontrato nelle case, che desiderio di essere se stessi senza vergogna, in faccia al mondo, così come siamo. Adesso vediamo cosa farà il mondo, come risponderà. Noi siamo qui, tu dove sei?

8 pensieri su “La dimora del tempo sospeso *

  1. …mi sono commossa… grazie per aver condiviso questa bellissima esperienza…
    pur non avendola vissuta ha avvolto il mio cuore 🙂

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  2. La testimonianza di Chandra e di Mario , l’ esperienza di relazione con le diverse dimore , rendono viva la poesia , oltre il coraggio , è l’amore a tonificare la parola poetica di ciascun dimorante…Grazie

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  3. Quando poesia e vita si incontrano e si fondono il risultato può essere soltanto bellezza, proprio come questa testimonianza di Chandra Livia Candiani. E non posso dire altro che grazie, per avermi fatto provare una emozione così bella e intensa, soprattutto perché so che non andrà perduta.

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  4. Parole d’amore, di un amore che allarga braccia e cuore per futuribili speranze.
    Quando pensiamo solo al nostro io, dovremmo imparare a dire noi, solo così quel fiore di ciliegio potrà rimanere rosso anche al buio.
    Grazie, Livia, per la tua delicatezza e umanità.
    Un grande abbraccio a Giorgio e Fabrizio, io torno quando posso.

    jolanda

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