Parigi, senza passare dal via, di Francesco Forlani

Forlani
di Massimo Rizzante

Il libro di Francesco Forlani è la storia della nascita di una rivista letteraria, La bête étrangère, avvenuta a Parigi agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Nulla di più improbabile, in apparenza. Ricordo che già all’epoca tutti gli agenti dell’informazione planetaria erano concordi: le riviste erano morte, avevano perso il loro fascino, la loro aura, la loro capacità di sobillare l’anima dei lettori, di condurli in qualche luogo ignoto alla ricerca di se stessi. A vent’anni di distanza, quel certificato di morte giace o meglio naviga, senza alcuna scialuppa di salvataggio, nel mare della Rete. Perché dunque raccontare oggi la nascita di qualcosa che tutti ritengono già defunto?

Per un atto di rivolta contro la fatica, la noia, il disamore, la mortificazione che oggi più di allora sembrano essersi infiltrati in ogni avventura intellettuale: una rivista, come qualsiasi altra avventura umana, così afferma il protagonista del libro, è «tanti destini che si fanno, è gente che si scopre, uomini e donne che si amano, scopano e si sposano…». Per non disincarnare l’avventura individuale, perciò, per non privarla della sua imprevedibilità.

Il protagonista, un giovane italiano in fuga dal suo paese, muovendosi come un elettrone nei sotterranei del metrò di Parigi, attraversa per trentatre capitoli con la puntualità e l’azzardo di un giocatore di Monopoli i venti arrondissements della città. Incontra i personaggi più disparati: scrittori francesi ex detenuti, connazionali disperati o semplicemente filosofi della politica, poetesse greche che servono drink sofisticati, jazzisti americani, romanzieri cechi, pittori polacchi, musicologi argentini, fisarmonicisti di origine ebrea, fotografi, mannequin, stilisti giapponesi… Ad ogni contatto l’elettrone si carica di nuova energia, e questa energia si trasforma ogni volta in libera energia a perdere, in altre parole, in amicizia, tanto che il suo progetto di rivista, seppur fra mille difficoltà economiche, alla fine va in porto.

Ecco un’altra ragione di un soggetto apparentemente inattuale: la storia di una rivista è sempre la storia di un gruppo di amici e in questo libro l’amicizia è la più importante delle leggi universali che di tanto in tanto il protagonista, tra una sbornia e un resoconto dettagliato di un quartiere parigino, si diverte a proferire. Facciamoci questa domanda: senza amicizia esisterebbe il dialogo con persone di altri paesi e di altre lingue? Ma soprattutto esisterebbe la bellezza?

Queste sono anche le domande che in un modo o in un altro fanno capolino lungo tutto il libro. Sono domande che ci riguardano, o almeno che riguardano quella parte di umanità che sa che senza la condivisione disinteressata di una felicità prodotta da un fare altrettanto disinteressato non c’è non dico salvezza, ma salute, non c’è forza di avventurarsi nel mondo, né volontà di comprenderlo, né capacità di lottare contro i diktat delle mode, né desiderio di diventare semplicemente adulti, né coraggio di essere inattuali o «pre-postumi», come afferma l’autore nella sua postilla alla fine del libro.

Fra i tanti aneddoti, scherzi ed episodi del libro, ce n’è uno che mi sembra più di altri indicarci la strada. Il protagonista incontra alla libreria italiana di Parigi, La Tour de Babel, uno scrittore francese, anche lui inventore di riviste. A un certo punto lo scrittore gli racconta la storia del funerale di un poeta greco, Elios Petropoulos, che aveva espresso la volontà – cantata anche in una poesia – di essere cremato. Non solo: le sue ceneri avrebbero dovuto essere gettate nelle fogne di Parigi. La cremazione ha inizio. Durante la cerimonia gli amici, a turno e ciascuno nella propria lingua, recitano una poesia o un breve discorso. Finite le orazioni l’atmosfera si carica di un silenzio solenne e cosmopolitico. Poi qualcuno accenna con discrezione che il testamento del morto va esaudito fino in fondo. Improvvisamente la pellicola di solennità che avvolge il funerale si scioglie in una scena comica: si vede un «gruppo di pazzi» che gira per le strade di Parigi alla ricerca di un tombino degno di accogliere le ceneri del grande poeta. L’affannosa ricerca è complicata dal fatto che i tombini non si possono aprire: auto d’ogni cilindrata intralciano l’operazione. Alcuni cercano di spostarne una, ma desistono. Alla fine il «gruppo di pazzi» riesce a trovare il sacro tombino e, come fosse la cosa più naturale del mondo, si dispone in circolo intorno alla grata per dare l’ultimo saluto al poeta, la cui «inimitabile risata» risuona dalle fogne di Parigi.

C’è un altro tratto che contraddistingue le vicende del protagonista e dei suoi amici, anzi che li incalza: la povertà. Non è un caso che il protagonista e l’amico con cui condivide un minuscolo sottotetto recitino ogni sera come un mantra una frase di Hemingway tratta da Festa mobile: «Ma questa era Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici». Tuttavia, nel libro non c’è nessuna nostalgia per una vita migliore. Nessuno dei personaggi ha il tempo di trasformare i suoi sogni in incubi e gli incubi in triste realtà né di dispensare facili anatemi contro i ricchi. La povertà, l’avere pochi mezzi intendo, non la miseria, è una situazione che, malgrado tutti gli incidenti e le difficoltà – un water esplode inondando la mansarda del protagonista; molti pranzi si consumano in strada a base di smilzi panini jambon beurre; debiti con bistrots e ristoranti no vengono saldati, tanto che il gruppo di amici deve inventarsi un bar parallèle – apre continuamente e in modo inaspettato finestre sulla varietà del mondo. La bohème non è una trappola, ma l’occasione di sfuggire alle liturgie del benessere così come di esplorare tutta l’ambiguità di un assassino diventato scrittore o di un ex miliardario caduto in disgrazia.

In tutti questi episodi è racchiusa la salute che la prosa di Forlani sprigiona, figlia dell’energia disinteressata che investe ogni suo sguardo sugli uomini e le cose e che non ha perduto ciò che Saul Bellow chiamava «l’innocenza primaria», senza la quale lo scrittore si trasforma in un portavoce di verità. Ma di quale verità stiamo parlando? Di quella romanzesca o di quella dei “fatti”? Di quella del Grande Gioco della letteratura o di quella dell’informazione?

In un’epoca in cui i lettori scambiano le inchieste giornalistiche per romanzi, Forlani, sotto le mentite spoglie di un memoir, sceglie di combinare i suoi ricordi di Parigi con quelli della sua infanzia e adolescenza italiane, di mescolare personaggi fittizi e personaggi storici, documento e sogno: opta per l’immaginazione. E’ questo che rende il suo romanzo amico della bellezza. Ed io tra la verità e l’amicizia, scelgo l’amicizia.

Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via, Editori Laterza, 2013

4 pensieri su “Parigi, senza passare dal via, di Francesco Forlani

  1. “La storia di una rivista è sempre la storia di un gruppo di amici” e sì l’amicizia è “dialogo con persone di altri paesi e di altre lingue”.
    La condivisione del piacere della letteratura che so a Parigi profuma di musica e parole.
    Una recensione piena di “bellezza” e “salute”
    Chapeau!

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  2. grazie a voi tutti. Massimo per averla scritta, Agnese Manni per averla pubblicata su Immaginazione Fabrizio per averla postata qui e infine Elisabetta per averla commentata. effeffe

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  3. …ho incontrato “Parigi, senza passare dal via”, il nuovo libro di Francesco Forlani. Aperta parentesi, è davvero un libro ricco di spunti, ve lo consiglio, chiusa parentesi.

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  4. Della recensione di Rizzante condivido, in modo particolare, quel definire la prosa di effeffe “figlia dell’energia disinteressata che investe ogni suo sguardo sugli uomini e le cose e che non ha perduto ciò che Saul Bellow chiamava «l’innocenza primaria”….è proprio così e fa il paio con lo spirito che informa “Il Peso del Ciao” il suo più recente li
    bro di poesie, edito da L’Arcolaio…anche lì..la stessa energia inesausta di ragazzo, che va avanti e indietro per la penisola con gli occhi ( e il cuore, l’intelligenza, lo sguardo) sempre attenti alle persone e alle cose, come “vergine”. Il “ragazzo effeffe” appunto. E dio solo sa quanto ce n’è bisogno di sguardi simili ora…. per lacerare la cortina dell’indifferenza, dell’autismo corale..

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