I monti non dormono più

burri per marzabotto

I monti non dormono più

alle vittime di Marzabotto

I monti hanno chiuso gli occhi
I monti hanno chiuso le orecchie
Non chiamano più le stagioni
Non distinguono più tra buio e luce
In un solo giorno sono invecchiati di millenni
Contano gli anni, ma i conti non tornano
Ho ottantasei anni, ventisette giorni, diciotto anni, sei giorno, trentadue anni e un ora
Non so quanti anni ho
Gli anni sanno di sangue, i giorni sparano colpi, le campane non suonano più
Avevo cinquecento anni, tredici mesi, quarantatre giorni e qualche minuto
Amavo ed ero amata, ora di più ora di meno, lo sapevano la pioggia il vento la terra
Era tarda estate
Erano pronte le mele
Ci stavamo preparando per l’autunno, l’inverno, primavere prossime

Stefanie Golisch

Il quadro è di Alberto Burri

5 pensieri su “I monti non dormono più

  1. “Era tarda estate
    Erano pronte le mele” non deve accadere più che qualcuno impedisca a una donna, a un uomo a un bambino di vivere le prossime stagioni, mangiarne i frutti. Eppure quante donne… quanti destini violati. Non solo fisicamente. Stefanie, questa tua bella poesia per le violenze inflitte e perché non ci capiti nemmeno di essere “carnefici”. Ti ringrazio

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  2. Ricordare, ricordare …. quella voce che dentro di noi risuona e che tu fai vibrare.
    Grazie di questa tua offerta,
    m.

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  3. Belli, toccanti i tuoi versi dell’orrendo eccidio compiuto settant’anni or sono là sui bei monti della Linea Gotica che al ricordo tornano a rabbuiarsi. Fsco

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  4. ..era ieri o forse questa mattina all’alba, In questo attimo, o sarà dopo. Grazie per la reviviscenza di questo dolore. Stefanie la poesia è un pugno sulla fronte, l’eruzione di una magma che costringiamo al silenzio. dentro i nostril uffici di vetro, sarcofaghi- eravamo noi stessi gli assassini e le vittime, è questo che mi fa impazzire nella poesia

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  5. Il linguaggio poetico di Stefanie è insieme concreto e lirico: il terribile evento storico, che viene ricondotto alla memoria dei contemporanei perché non dimentichino mai, non è raccontato infatti con la retorica in cui spesso cade la poesia cosiddetta impegnata, ma viene compassionevolmente “umiliato” alla sorte individuale di ciascuna delle vittime, a cui è stata tolta con la violenza la dimensione quotidiana della vita. E’ questo “abbassamento” del ruolo commemorativo della poesia a conferirle il canto, a proiettare il testo in una dimensione allo stesso tempo datata e oltre la storia, poiché è il diritto alla vita di ogni individuo che viene difeso, per cui potremmo dire le stesse cose, per esempio, per le tredici vittime extracomunitarie che hanno trovato la fine del loro viaggio esistenziale sulle spiagge siciliane. Stefanie ha sempre a cuore il recupero delle storie individuali, le ascolta, le accoglie, e poi le scrive perché non tacciano per sempre. E’ la pietas il nucleo autentico della scrittura della Golish, la cui produzione conosco in larga parte.
    La poesia, inoltre, è bellissima anche per la resa stilistica, sobria ed incisiva.

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