Vivalascuola. Precariato nuova schiavitù

L’istruzione richiede continuità, cura e perseveranza. Anche il governo dell’istruzione. In Italia invece un governo cade prima che sia riuscito ad approvare una legge – il decreto L’istruzione riparte – a prescindere dai meriti della legge. La precarietà è una situazione tipica della scuola italiana, che non riesce a essere una scuola “normale“, così come l’Italia non riesce a essere un Paese “normale“. Insomma, Italia precaria, scuola precaria. In questa puntata di vivalascuola Carlo Seravalli legge i numeri annunciati dal ddl L’istruzione riparte, indice di una politica che non risolve la precarietà ma la crea; Emanuele Rainone riflette sulla condizione dell’insegnante precario; Marina Boscaino presenta la precarietà come la nuova schiavitù.

I nuovi decreti sono una fabbrica di precariato
di Carlo Seravalli

L’istruzione riparte. Con nessuna inversione
Il Governo Letta ha chiaramente un problema di legittimità da risolvere. Nato dopo una fase convulsa, seguita alle ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento, vede il Partito Democratico condividere con il Pdl l’esperienza di un governo politico. Tale soluzione ha ovviamente prodotto un consistente malessere presso la base del Pd, un bacino elettorale del quale gli insegnanti costituiscono una parte non irrilevante. È perciò anche sul terreno delle politiche scolastiche che il Governo e i dirigenti del centro-sinistra che lo sostengono si giocano le proprie carte sul piano dell’immagine.

In questo quadro, a mio modo di vedere, si deve inserire la recente approvazione del cosiddetto Decreto Scuola L’istruzione riparte del 12 settembre (DL 104/2013). Si tratta di una sorta di minestrone, in cui è finito di tutto un po’; la parte più consistente del provvedimento risulta essere, tuttavia, un piano di assunzioni a tempo indeterminato da mettere in atto in tre anni.

I principali organi di stampa hanno dato risonanza all’evento
presentandolo come un’inversione di rotta rispetto agli anni del Ministero Gelmini; finalmente, è stato detto, la valorizzazione della scuola viene posta al centro dell’attività di governo: i precari verranno assunti. Analizzando i dati, ci si rende conto che nella realtà l’iniziativa non modifica in modo determinante la situazione attuale e, inserendosi sostanzialmente in un quadro di continuità con l’attività dei precedenti esecutivi, si rivela di natura più propagandistica che fattiva.

Le cifre del precariato docente
Vediamo preliminarmente le cifre relative al precariato scolastico. In primo luogo va chiarito che gli insegnanti precari attualmente iscritti nelle Graduatorie ad esaurimento (Gae) ammontano a più di 200.000; si tratta di personale abilitato (l’inserimento nelle Gae è stato possibile proprio in virtù dell’abilitazione), che ha conseguito il titolo prevalentemente attraverso le scuole di specializzazione biennali Ssis, per la scuola secondaria, e le lauree in scienze della formazione, per la scuola primaria; ma vi sono anche numerosi vincitori del concorso del 1999/2000 (Ministero Berlinguer) non ancora entrati in ruolo. Si tratta quindi di personale qualificato e selezionato, che da molti anni presta servizio nella scuola pubblica.

Il quadro, tuttavia, non si esaurisce qui. Infatti dall’anno accademico scorso è attivo presso le facoltà italiane il Tirocinio Formativo Attivo (Tfa), il nuovo percorso a numero chiuso per conseguire l’abilitazione all’insegnamento, che ha già concluso un primo ciclo di circa 20.000 abilitati. A questi si devono aggiungere coloro che frequenteranno i Percorsi Abilitanti Speciali (Pas), attivi da quest’anno, ai quali si può accedere avendo maturato, pur senza abilitazione, un servizio di almeno tre anni; si parla di 66.000 iscritti a questi corsi, ma la cifra potrebbe essere sottostimata. Gli abilitati con il Tfa e con il Pas non possono attualmente inserirsi nel sistema di reclutamento che conferisce le nomine annuali, in quanto non hanno diritto di accesso alle Gae. Secondo fonti sindacali, attingendo dalle Gae, il Miur stipula annualmente più di 100.000 contratti a tempo determinato (da un breve calcolo compiuto sui siti specializzati, si ricava la cifra di più 111.000 contratti per l’inizio di quest’anno), ai quali vanno aggiunti gli incarichi per le supplenze brevi, stipulati durante l’anno.

I numeri di Carrozza
Veniamo ora ai numeri del decreto Carrozza. Il testo prevede l’assunzione di 69.000 insegnanti, di cui 26.634 di sostegno, e di 16.000 unità del personale Ata, da effettuare nell’arco di tre anni. Per quanto riguarda gli insegnanti quindi si tratterà di circa 23.000 assunzioni l’anno. Ora, ammesso che il piano di assunzioni si realizzi con i numeri e i tempi previsti (il che potrebbe anche non avvenire, dato che la normativa prevede che l’ultima parola in ambito di spesa pubblica la abbia il Mef), appare evidente come tale cifra risulti del tutto insufficiente a dare risposta all’enorme massa di personale precario; il precariato non verrà esaurito nella scuola, ma continuerà ad esistere e a proliferare.

I numeri inoltre non si distaccano in modo eclatante dal trend di assunzioni portato avanti dagli ultimi ministri. Dopo il periodo della Moratti, che ha visto anche anni in cui non ci sono state affatto assunzioni, il ministro Fioroni (Governo Prodi) fece approvare un piano per la stabilizzazione di 150.000 insegnanti in tre anni, che venne tuttavia realizzato soltanto per il 2007, con l’immissione in ruolo della prima tranche di 50.000, e che naufragò con la caduta del Governo, avendo inoltre trovato già prima delle resistenze all’interno dell’esecutivo stesso.

I massicci tagli operati dalla Gelmini alla spesa per l’istruzione hanno drammaticamente ridotto le assunzioni negli anni successivi: nel 2008 sono state 25.000, soltanto 8.000 nel 2009 e 10.000 nel 2010. Esclusivamente nell’ultimo anno di Ministero Gelmini i numeri in parte sono saliti, con l’assunzione di 30.482 insegnanti (e 36.488 Ata) nel 2011. Infine con Profumo abbiamo avuto nel 2012 21.112 assunti.

Nell’estate appena passata, voci sindacali e la stessa Commissione cultura del Senato, in un incontro con rappresentanti del mondo della scuola avvenuto nel giugno scorso, assicuravano che anche per il 2013 avremmo avuto circa 22.000 assunti. Tale previsione si è rivelata del tutto infondata, in quanto la legge Fornero, con l’aumento secco dell’età pensionabile, ha allungato la vita lavorativa degli insegnanti di ruolo, molti dei quali si vedono costretti oggi a permanere al lavoro per almeno altri cinque anni.

Alla fine gli assunti per il 2013 sono stati 11.268, ridicola cifra degna della peggiore Gelmini, con la quale il Ministero Carrozza ha esordito e che la ministra stessa ha avuto anche la faccia tosta di rivendicarsi: tagliamo ovunque! almeno accontentatevi delle briciole che vi concediamo. Va sottolineato il fatto che tale contingente non è riuscito nemmeno a immettere in ruolo i vincitori del concorso a cattedre indetto da Profumo: si tratta, per lo più, sempre degli stessi precari delle Gae (la maggior parte dei vincitori è già abilitata e nata in media nella seconda metà degli anni ’70), che non soltanto, dopo anni di servizio nella scuola, sono stati costretti a sottoporsi a una nuova e umiliante selezione, ma ora si vedono di nuovo ingannati dallo Stato.

Un precariato funzionale al sistema
Dall’analisi fatta, dunque, risulta chiaro come il piano di assunzioni previsto dal Decreto Scuola non presenti nella sostanza numeri molto dissimili da quelli che si sono visti negli anni precedenti e che non hanno affatto esaurito il precariato scolastico, ma sono serviti a coprire semplicemente i pensionamenti.

Viene da chiedersi a questo punto il perché di una tale situazione. Come si è visto, nonostante i massicci tagli operati, in particolare sotto il Ministero Gelmini, il Miur continua a servirsi abbondantemente del precariato nella scuola. Se annualmente vengono fatti più di 100.000 contratti a tempo determinato, non varrebbe a questo punto la pena di stabilizzare almeno una parte consistente dei lavoratori precari? Si toglierebbe dallo stato di incertezza un certo numero di professionisti, che potrebbero finalmente avere la possibilità di esprimere a pieno le proprie potenzialità, con tutto ciò che questo comporterebbe per il miglioramento della qualità dell’offerta formativa; inoltre si garantirebbe al sistema scolastico un personale più stabile, in grado di progettare la didattica con continuità e quindi con maggiore efficacia. Dunque perché no?

Per dare risposta a questa domanda non mi sembra sia sufficiente guardare al risparmio immediato che lo Stato ottiene con il lavoro precario. È vero che i precari non hanno diritto ad aumenti stipendiali per l’anzianità di servizio e moltissimi di loro non percepiscono retribuzione nei mesi di luglio e agosto, quando le scuole sono chiuse, ma tutti, in questi stessi mesi, hanno diritto al sussidio di disoccupazione, che costituisce un esborso importante da parte dell’amministrazione pubblica. Non vale altresì a spiegare la situazione l’annosa questione della distinzione burocratica tra organico di fatto e organico di diritto, che pure chiaramente va eliminata.

A mio modo di vedere, si tratta invece di una questione politica più generale, che riguarda l’utilizzo del precariato nell’intero sistema economico, ma che nella scuola risulta più che altrove evidente. Nei fatti, mantenendo a tempo determinato una fetta consistente del personale impiegato, l’amministrazione si garantisce la possibilità di ridurre la spesa in futuro, nel momento in cui lo riterrà opportuno. Ci si riserva la possibilità di licenziare.

Prendiamo, ad esempio, gli otto miliardi di tagli operati dalla Gelmini nel periodo 2008-2011 e poniamoci questa domanda: se il piano di assunzioni di 150.000 insegnanti previsto dal precedente governo fosse stato portato a termine, sarebbe stata possibile una riduzione di spesa di tale entità? Sicuramente no. Fonti sindacali hanno calcolato che nel 2011, alla fine del periodo Gelmini, la scuola contava ben 100.000 lavoratori in meno rispetto al 2008 (e la riduzione di organico non è ancora finita, a causa del completamento dell’entrata a regime della riforma delle superiori, che terminerà solo nel 2014). Se tutti i posti disponibili nel 2008 fossero stati ricoperti da insegnanti a tempo indeterminato, i tagli della Gelmini si sarebbero potuti fare in un solo modo: letteralmente licenziando personale di ruolo. Sarebbe stato ben difficile gestire una situazione del genere! Impossibile, direi. Qualcuno, invece, si è accorto che a 100.000 insegnanti precari non è stato rinnovato il contratto a settembre? Sicuramente in pochi lo hanno notato.

I tagli non sono ancora finiti
Che i tagli alla scuola non siano ancora finiti e che in un futuro non lontano i governi possano tornare all’attacco, è ipotesi più che probabile. Il tentativo messo in atto recentemente da Profumo di alzare l’orario di servizio dei docenti della secondaria da 18 a 24 ore a parità di retribuzione lascia anche intuire quale sarà il terreno in cui in futuro si giocherà la partita delle nuove riduzioni di spesa per l’istruzione: far lavorare di più il personale di ruolo, concedendo qualche cosa sul piano salariale, per eliminare ancora cattedre. Affinché tale progetto sia realizzabile, è necessario che una parte consistente del personale resti precario. In questo senso, la futura vertenza per il rinnovo del contratto appare cruciale.

La situazione del precariato scolastico può essere risolta esclusivamente rifinanziando la scuola pubblica. Il fatto che tale soluzione non rappresenti soltanto la risposta a un’emergenza lavorativa, ma che sia l’unico modo per garantire un’istruzione di qualità, è davanti agli occhi di chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la realtà scolastica: la scuola nel nostro Paese sta vivendo un periodo di profondissima crisi, che sta minando alle radici la sua stessa ragion d’essere. L’esiguità dei fondi per il funzionamento quotidiano degli istituti, la frequente impossibilità di garantire la continuità didattica, il sovraffollamento delle classi, la carenza di personale per gli alunni diversamente abili o con disturbi di apprendimento, sono soltanto gli esempi più eclatanti di tale stato di cose. Per fare un investimento del genere, tuttavia, bisogna mettere in discussione i rigidi vincoli di bilancio pubblico imposti dall’Unione Europea e abbandonare le politiche di austerity, che sono state di fatto il faro che ha guidato l’attività dei governi nell’ultimo decennio. Cose che chiaramente il Governo Letta non può e non vuole fare.

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La condizione del precario della scuola
di Emanuele Rainone

Licenziamenti invisibili
Inizia un nuovo anno scolastico. Quanti precari rimarranno senza nomina annuale o senza supplenza? Centinaia, migliaia. La macchina dei tagli procede inesorabile, incurante del colore dei governi. Tutto in questo Paese è revocabile e retroattivo, ma i tagli alla scuola no. Non si possono fermare. E la coda lunga del governo Gelmini-Tremonti miete ancora le sue vittime annuali. Ogni anno migliaia di precari capiscono solo a Settembre di essere stati definitivamente licenziati. A Settembre, non a Giugno quando solitamente termina il loro contratto. E il tutto avviene senza grande clamore. I licenziamenti di massa nella scuola avvengono in modo silenzioso e invisibile. Silenzioso, perché senza diritti non si ha voce; invisibile, perché la scuola non è una fabbrica che chiude, il singolo precario a fine contratto se ne torna a casa in solitudine.

Il precario della scuola, sia esso docente o collaboratore scolastico, nella babele delle figure del precariato nazionale, pur non conoscendo la violenza dello sfruttamento al quale sono soggetti molti lavoratori precari impiegati in altri settori, assurge quasi a ruolo di ambiguo e ossimorico archetipo che assume su di sé gli estremi negativi e positivi della condizione precaria. Da una parte, quando lavora, gode di una pienezza di diritti quasi equivalente ai colleghi di ruolo e incomparabile con quella di altri lavoratori; dall’altra la sua condizione di precario, in deroga ad ogni normativa europea e unica eccezione rispetto a quella nazionale, può protrarsi oltre il tetto massimo dei tre anni, per decenni, in alcuni casi anche fino alle soglie della pensione.

Il precario è supplente di se stesso
Il sistema ha bisogno di lui per sopravvivere: la scuola è forse l’unica istituzione che per il suo funzionamento necessita di un numero di lavoratori maggiore di quelli che normalmente occupano annualmente i posti disponibili, forza lavoro libera che abbia come unica occupazione e preoccupazione quotidiana l’attesa di una chiamata: il supplente.

Ma l’equazione precario uguale supplente è ambigua e pericolosa, perversa, perché nella maggior parte dei casi il precario è supplente di se stesso. Il suo posto c’è, quasi sempre. Questo il precario lo sa bene, è la sua vita. E confida nella chiamata. Appeso ad un numero in un elenco, una posizione in graduatoria. Lui è sempre fuori dal sistema, ma se questo funziona a regime, può quasi credere di essere dentro. E su quella pseudo-certezza di un precariato a tempo indeterminato può anche fare dei progetti di vita. Non proprio progetti, ma quasi.

Ma che succede se da un anno con l’altro vengono tagliati migliaia di posti? Succede che migliaia di persone che per anni hanno contribuito alla sopravvivenza dell’istituzione scolastica vengono espulse dal sistema e considerate semplicemente come quello zero da cui sono ripartite ad ogni nuovo anno scolastico. La figura dell’attesa assume una fisionomia sempre più kafkiana: è attesa di una Chiamata costantemente esposta all’imperscrutabilità di un arbitrio che nel giro di pochi minuti – come è accaduto con Gelmini-Tremonti – può decidere di tagliare migliaia di posti.

La vita del precario della scuola è all’insegna del quasi e dell’attesa. Egli è condannato per decreto a una estenuante escatologia tutta al negativo che anche quando trova compimento positivo non ha la pienezza della gioia, perché dopo anni di precariato, la gioia porta sempre un sapore amaro, è quasi gioia. Soggettivamente ognuno può farsi le sue ragioni, oggettivamente la vita è inchiodata ad un immobilismo che ogni anno riparte da zero. Quando riparte. Perché il dramma che ancora oggi stanno vivendo migliaia di lavoratori della scuola è che, dopo aver lavorato per anni e aver confidato in quel precariato a tempo indeterminato per il loro progetto di vita, si vedono espulsi dal sistema senza che venga riconosciuto loro il minimo diritto, riconsegnati definitivamente a quel numero zero che il sistema ha già da sempre assegnato loro.

Quasi lavoro, quasi docente, quasi cittadino
Che significa avere dei diritti se essi possono essere esercitati solo per un tempo determinato? Se si hanno dei diritti per quel tanto che si serve a qualcuno o a qualcosa si è soggetti di diritto o si è servi di qualcuno? La Repubblica è fondata sul lavoro. Ma che significa? Che la cittadinanza deve essere costantemente esposta alle fluttuazioni del mercato del lavoro? Che la categoria centrale del pensiero politico moderno – la cittadinanza appunto – deve essere soggetta ai capricci delle categorie economiche? Che significa lavoro a tempo indeterminato se non la garanzia della possibilità dell’esercizio di una cittadinanza piena e non a tempo determinato o ad intermittenza?

Ripensare quindi in termini sociali e politici la categoria del lavoro e rimettere al centro, come essenziale per la vita democratica del Paese, la questione dei diritti. Chi è deputato a insegnare alle giovani generazioni l’enciclopedia dei saperi all’interno del quadro dei valori costituzionali non può farlo coscientemente vivendo contemporaneamente sulla propria pelle una violazione così palese di un diritto fondamentale, quello al riconoscimento da parte delle istituzioni del proprio lavoro. Non sarebbe un vero docente, ma un quasi docente. E quanta passione ci vuole per sopportare per anni una condizione di precariato, fino alla rassegnazione, per entrare in una classe, dimenticare tutto questo e far uscire la propria voce calda, ferma, piena, soddisfatta. Nell’attesa che quel quasi lavoro diventi finalmente un vero lavoro.

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Dalla schiavitù al precariato
di Marina Boscaino

I nuovi schiavi della globalizzazione e del postcapitalismo non sono solo i ragazzi stranieri che lavorano nei campi, a raccogliere pomodori a pochi euro alla giornata. Non sono nemmeno quelli dei call center, dei supermercati, dei porta a porta. Proprio mentre mi accingo a scrivere il pezzo del nuovo anno scolastico, apprendo la notizia delle morte di Moritz Erhardt, 21 anni. Tirocinante tedesco della Bank of America alla City nella sede britannica di Londra, aveva lavorato – come hanno raccontato i suoi colleghi – per 21 ore di fila per tre giorni consecutivi, dalle 9 alle 6 di mattina, bevendo caffè a ripetizione per stare sveglio. Alcuni sostengono che il ragazzo fosse affetto da epilessia e che il decesso sia stato dovuto al mix di farmaci antiepilettici ed eccitanti, oltre che ad altre cause di tipo tossicologico non ancora chiare. Quel che è certo è che Moritz è stato trovato morto in un giorno di agosto nella doccia del dormitorio per studenti di Bethnal Green, a Londra. Molti – nel fitto dibattito che la notizia ha suscitato – hanno aperto prospettive inquietanti sulla condizione dei tirocinanti, che lavorerebbero dalle 100 alle 110 ore settimanali. Altri hanno insistito sul fatto che, a fronte dell’orario massacrante, sarebbero comunque pagati bene, circa 2.700 sterline al mese.

Scrivo di Moritz e, scorrendo Facebook, apprendo che Virginia Taranto, lavoratrice precaria Ata (personale tecnico) della scuola da 15 anni, ha tentato di darsi fuoco nel primo pomeriggio davanti a Montecitorio. Separata e con figli a carico, proveniente da Napoli, stava prendendo parte a un presidio dei Cobas in rappresentanza dei precari Ata e degli insegnanti inidonei. Si tratta di storie molto diverse. Di queste persone non conosciamo vite, caratteri, predilezioni, gioie e dolori. Solo il momento cruciale delle loro esistenze. Che ci racconta – da Londra a Napoli – come la determinazione identitaria che il lavoro ha comportato per anni e forse per secoli («sono un operaio, un ingegnere, un medico, un insegnante, un impiegato») sia stata scalzata da un’altra identità, quella della precarizzazione, che tutto impone di accettare, che impronta la vita a disperazione, disagio, indeterminatezza.

Si tratta del rovesciamento assoluto della prospettiva su cui per tanto tempo si è basato il progresso sociale e civile delle nazioni. Oggi i nuovi schiavi sono sottoposti a trattamenti che ne indeboliscono le fibre e sflilano la vita a poco a poco, anche a 21 anni. E non perché il sole è inclemente, il padrone frusta, la carne si è disattentamente inceppata nella macchina ed è stata stritolata. Ma perché la concorrenza impietosa di tanti altri come te – altrettanto qualificati, altrettanto speranzosi – suggerisce di spremere senza risparmio anche l’ultima stilla, nel desiderio incauto e disperato di essere uno dei fortunati prescelti. Per conquistare la merce più rara: il lavoro. L’usura di un’attesa lunga lustri sostituisce l’obnubilamento al senno e alla fiducia a cui ci si è aggrappati troppo a lungo.

Questo tempo amaro e triste ha cancellato diritti e doveri e la loro percezione certa e senza tentennamenti. Auguro a tutti gli studenti che stanno accingendosi ad iniziare il nuovo anno scolastico, di mantenere sempre la barra dritta sugli uni e sugli altri. Ai loro insegnanti e a me stessa, di riuscire a imprimere e rendere irrinunciabili – oltre alle conoscenze – una cittadinanza matura e consapevole. Alla scuola italiana di dare una concreta speranza al nostro futuro.

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MATERIALI

Riassumiamo i numeri
DL L’istruzione riparte. Nel Decreto L’istruzione riparte si parla di immissione in ruolo di 69.000 docenti in tre anni, di cui 27.000 sono insegnanti di sostegno. Al netto di questi ultimi, la cifra corrisponde ai pensionamenti previsti nel prossimo triennio. Poco, a fronte dei 110.000 docenti che da anni aspettano nelle graduatorie ad esaurimento, a cui si aggiungono le attese 11.000 assunzioni del concorso del 2012. Numeri alla mano, nessuna inversione rispetto alle assunzioni degli anni precedenti:

50.000 nel 2007

25.000 nel 2008

8.000 nel 2009

10.000 nel 2010

30.300 nel 2011 (di cui 10.000 retrodatati all’anno precedente)

21.112 nel 2012

11.268 nel 2013

Si tratta di assunzioni fisiologiche. Bisogna infatti considerare che “nell’arco di un decennio, ogni anno va mediamente in pensione il 5% del totale del corpo insegnante che, ovviamente, va sostituito. È un atto dovuto perché i tagli della finanziaria 2008 hanno prodotto una sostanziale ormai raggiunta incomprimibilità delle esigenze reali… meno di così non si può!
Tutto ciò testimonia il fatto che il piano triennale stabilizzerà qualcuno, ma non inciderà in alcun modo nelle cause del precariato diffuso
” (Paolo Fasce).

E i TFA? E i PAS? Perciò “gli iscritti alle Graduatorie ad Esaurimento, gli abilitati coi TFA ordinari (22.000) e gli abilitandi coi PAS (66.000) e coi futuri TFA si devono rassegnare ad affrontare lunghi anni di precariato” (vedi qui).

Precarietà economica. Inoltre le nuove assunzioni, se avverranno, avverranno subordinatamente all’avvio di “una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria”: “invarianza finaziaria” che per diverso tempo bloccherà le buste paga a circa 1.200 euro al mese.

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Su vivalascuola, articoli correlati sulla precarietà nella scuola: Ssis, Pas, Tfa: a che pro?; Concorso, TFA e figli di nessuno; I precari della scuola; Sono un insegnante di sostegno; Professione precario; Ricerca e precarietà; Il precariato non è un’emergenza, è un’idea di scuola e di società.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Il governo Letta cade.
Cade prima che sia riuscito ad approvare una legge sulla scuola – il dl L’istruzione riparte -, a prescindere dai meriti della legge.

Imaugurazione dell’anno scolastico
Per la cronaca della settimana segnaliamo innanzitutto i discorsi della Ministra e del Presidente Napolitano per l’inaugurazione dell’anno scolastico. “La Cittadinanza e la Costituzione“, “solidarietà, senso civico e legalità” sono state le parole d’ordine che abbiamo sentito. Peccato che nella realtà la politica scolastica, come emerge anche da questa puntata di vivalascuola, sia ispirata a tutt’altro. Peccato che ad esempio non siano state riparate le incostituzionalità costituite dai tagli operati dall’ex ministro Gelmini e dal dimensionamento scolastico. La ministra ha così concluso:

Sogno un’Italia che sia consapevole dell’importanza dell’istruzione come fattore propulsore per la mobilità sociale. Per questo è fondamentale che le istituzioni prestino costantemente attenzione all’istruzione e che le risorse utilizzate siano considerate come investimento e non come ‘spesa”.

Anche il Presidente della Repubblica ha parole apprezzabili:

Pure la scuola negli ultimi anni ha sofferto delle ristrettezze provocate dalla crisi generale e ha sofferto – diciamo la verità – di incomprensioni e miopie, di rifiuti e tagli alla cieca – più che di una necessaria lotta contro innegabili sprechi – da parte dei responsabili della cosa pubblica. Ebbene, si sta ora comprendendo che bisogna cambiare strada…

Imparare è importante per l’intero sistema paese. Ma cosa serve perché a scuola si impari al meglio? I risultati di varie ricerche ci dicono che più di altri fattori conta l’apporto degli insegnanti. E quindi ci si deve impegnare a investire – in risorse e iniziative“.

Peccato che il Presidente indichi come soluzione il decreto L’istruzione riparte.

L’istruzione riparte. Capire i numeri
I politici danno dei numeri che, privi di confronto, hanno un ottimo effetto propagandistico: impressionano la pubblica opinione e sembrano interventi decisivi anche quando non lo sono. Se li esaminiamo, come fatto in questa puntata di vivalascuola, vediamo che gli interventi per le assunzioni non intervengono per l’eliminazione del precariato, ma si limitano a garantire un normale turn over determinato dai pensionamenti.

Aiuto all’acquisto dei libri di testo. Facciamo un altro esempio: il provvedimento che stanzia 2 milioni e 700.000 euro per l’acquisto dei libri di testo. 2 milioni e 700.000 euro sono tanti, certamente. Ma vediamo da vicino quale impatto potranno avere.

Fuori tempo massimo. Il secondo comma dell’articolo 6 del dl 104 prevede uno stanziamento di 2 milioni e 700.000 euro per “l’acquisto, anche tra reti di scuole, di libri di testo e dispositivi per la lettura di materiali didattici digitali da concedere in comodato d’uso a studenti delle scuole secondarie di primo e di secondo grado, individuati sulla base dell’Indicatore della situazione economica equivalente“.

Per diventare operativa, questa disposizione avrebbe dovuto essere recepita da un decreto ministeriale che stabilisse l’ammontare del contributo da assegnare a ciascuna istituzione scolastica, “sulla base del numero di studenti”, nonché i criteri per la concessione dei libri agli alunni. Decreto da emanarsi entro il termine di 7 giorni dall’entrata in vigore del decreto legge, cioè entro giovedì 19 settembre: del provvedimento non c’è traccia.

Con una mano si dà, con una si toglie. L’obiettivo di attenuare i costi dell’istruzione per le famiglie è di fatto sconfessato dalla notizia che da quest’anno è stato tagliato alle Regioni il contributo attraverso il quale esse assegnavano finanziamenti – in base al reddito familiare – ai nuclei in difficoltà: gli studenti delle 647.000 famiglie “con reddito inferiore ai 15.493 euro” percepiranno 85 euro di contributo contro i 163 dello scorso anno.

2 libri per classe. Ma tralasciamo al momento questo, ed entriamo nel merito dell’impatto di questo provvedimento. Quanti libri si possono acquistare con un assegno da 8 milioni di euro? Ipotizzando un prezzo medio di copertina di 15 euro, è stato calcolato che si può riempire una biblioteca con circa 533.000 testi, che, se rapportati al numero di classi delle scuole medie e superiori, si traducono in circa 2 libri per classe.

E’ questa la soluzione del problema del carolibri.

L’istruzione riparte. Critiche ed emendamenti
Vista la caduta del Governo, non sappiamo cosa ne sarà del Decreto. Segnaliamo comunque che, presentato trionfalmente, e accolto trionfalmente dalla stampa, il dl L’istruzione riparte in settimana ha visto emergere i distinguo, le critiche, le incongruenze, le richieste di emendamenti. Qualche esempio.

Tutti i sindacati criticano che il Decreto preveda impegni aggiuntivi per i docenti, ma nessuna risorsa finalizzata; inoltre, trascura di considerare che l’ambito di definizione delle tematiche connesse alla disciplina del rapporto di lavoro appartiene esclusivamente alla contrattazione collettiva (art. 40, Dlgs 165/2001). In esso non c’è un reale investimento per l’ampliamento dell’offerta formativa. Viene rifiutata l’idea della formazione coatta dei docenti a seguito di risultati insufficienti nelle prove Invalsi: la formazione, si ricorda, è prerogativa di natura contrattuale (articolo 4 del CCNL). Sulle immissioni in ruolo, viene ricordato “che la misura è solo in parte risolutiva del problema del precariato“. Per quanto riguarda il personale inidoneo, l’eliminazione del passaggio forzoso sui ruoli ATA è un passo avanti, ma non basta, poiché viene elusa la richiesta di riconoscere la facoltà di chiedere la cessazione dal servizio per motivi di salute, qualora venga riconfermata l’inidoneità all’insegnamento.

Critiche della Cisl riguardano anche il reclutamento dei Dirigenti Scolastici per concorsi annuali da affidare alla Scuola nazionale di Amministrazione. “Scelta che, se non opportunamente bilanciata da un consistente peso assegnato all’area delle competenze pedagogico-didattiche, potrebbe indirizzare il profilo verso una deriva burocratica, a prevalente stampo amministrativo.Qui gli emendamenti proposti dalla Cisl.

La Flc Cgil chiede fra l’altro 1) il non assoggettamento al patto di stabilità, oltre che delle aziende speciali e istituzioni che gestiscono servizi scolastici e per l’infanzia, anche dei costi sostenuti dai Comuni per la gestione diretta delle scuole dell’infanzia e dei nidi. 2) L’abrogazione del comma 2 dell’Art 9 che prevede la possibilità da parte delle istituzioni e delle iniziative scolastiche statali italiane all’estero di reclutare, anche per le materie curriculari previste dall’ordinamento italiano, personale docente italiano o straniero, con contratto locale. 3) Il non assoggettamento al patto di stabilità dei costi sostenuti dai Comuni per l’edilizia scolastica.

Altra proposta della Flc Cgil riguarda il dimensionamento della rete scolastica. Secondo il sindacato potrebbe essere utile adottare il parametro numerico medio regionale di 800 alunni per istituto nelle regioni ad alta dispersione scolastica e ad alta densità criminale e di 900 alunni nelle altre realtà regionali.

La UIL affronta anche la questione retribuzione. “Il decreto poco interviene sul valore del lavoro e dell’impegno professionale. Sul versante retributivo c’è una vera emergenza e non possiamo accettare la sottrazione di 300 milioni di euro avvenuta con il decreto del Governo di agosto che ha ulteriormente bloccato gli aumenti per anzianità coperti da fondi (appunto 300 milioni già stanziati)”. Chiede poi di eliminare dal Decreto tra le competenze del ministero “fissa i metodi didattici“, poiché il ministero non può intervenire sui metodi didattici, che spettano agli insegnanti.

L’ANIEF chiede un intervento più ampio relativamente a idonei, TFA, PAS, precari, graduatorie, Dimensionamento scolastico.

La Gilda degli insegnanti pone in primo piano il problema del blocco dei contratti e degli scatti stipendiali.

I Cobas sono in mobilitazione per la reale obbligatorietà della Materia Alternativa e per una soluzione degli ATA e docenti di Quota 96 su cui il Decreto non interviene.

Emendamenti anche per il PD, per cui devono scomparire le “classi pollaio con un rapporto docente/alunni superiore ai limiti imposti dalla legge, soprattutto per tutelare la salute di docenti e studenti e il loro diritto alla qualità dello studio, specialmente nelle aree a forte depressione economica e sociale. Si chiede anche che le case editrici adottino il Codice Polite (Pari Opportunità nei Testi Scolastici) e i due Vademecum allegati per redigere libri, al fine di rimuovere sessismi e stereotipi dai libri di testo.

Parola di ministro
In settimana la ministra Carrozza rilascia dichiarazioni contro il valore legale del voto di maturità e della laurea, perché, dice, le valutazioni delle commissioni d’esame sono troppo soggettive.

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in settimana ha poi firmato il decreto ministeriale che sancisce tempi e modi del passaggio dai libri cartacei all’e-book. La novità verrà introdotta gradualmente a partire dal prossimo anno scolastico. Il decreto contiene, nel suo allegato, anche linee guida sul libro del futuro che dovrà essere sempre meno di carta, ma, soprattutto, fruibile su tutti i supporti digitali (tablet, pc, lavagne interattive di produttori diversi), in modo da lasciare la massima libertà nell’acquisto a famiglie e insegnanti.

Antonio Satta, componente dell’ufficio di Presidenza dell’Anci, propone alla ministra altre priorità: edilizia e personale precario.

Gli edifici cascano a pezzi e a metterci la faccia sono in primo luogo i sindaci. Serve un piano speciale per la scuola, magari tagliando qualche F35“.

Nello specifico dei libri digitali, così commentano Marina Boscaino e Marco Guastavigna:

La questione dei libri, di carta, usati, nuovi, misti o digitali che siano, va risolta non con entusiastiche professioni di modernità, né con misure demagogiche e superficiali, ma con un progetto politico culturale ancorato a un principio di base: quello dell’interesse generale che esige che gli insegnanti impieghino e propongano agli studenti strumenti di mediazione didattica dei quali sono davvero padroni sul piano non solo operativo e tecnico, ma anche culturale e cognitivo. E questo deve escludere forzature, affidamenti improvvidi agli apprendisti stregoni del momento, semplificazioni. È inoltre necessario avviare una seria indagine sui risultati di apprendimento, individuando situazioni e condizioni in cui l’introduzione dei materiali digitali abbia davvero prodotto vantaggi.

Le priorità sono altre
L’aumento della povertà. E’ prioritario affrontare l’aumento della povertà, che costituisce quel contesto che nei test Invalsi, a detta dello stesso Invalsi, incide per il 50%. In Italia la condizione di “povertà assoluta” è raddoppiata del 99% e riguarda una persona su dieci. La situazione peggiore nel Centro Italia (+112%). La spesa alimentare va indietro di vent’anni, per il 16,6% dei cittadini diventa difficile procurarsi un pasto adeguato.

Ridurre i tassi di abbandono ed elevare l’obbligo scolastico. L’obbligo scolastico è stato uno dei meccanismi che ha permesso a molti Paesi di avviare processi di scolarizzazione di massa, parallelamente alla messa al bando del lavoro minorile. Sebbene in Europa ancora non ci sia uniformità per quanto riguarda l’obbligo scolastico, in questi anni in molti Paesi si è avviato un processo di estensione dell’obbligo.

Adeguamento delle retribuzioni alla media europea. Secondo uno studio di Eurydice, organismo che dipende dalla Commissione europea, le retribuzioni dei docenti italiani, come è noto, si posizionano nella fascia bassa dell’Unione Europea, e si caratterizzano tra l’altro, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri Paesi europei, per un aumento molto ridotto e lentissimo dello stipendio durante la carriera.

Stipendio legato al merito, ma a costo zero. Dopo anni di scatti d’anzianità congelati, dopo anni di blocco dei contratti, con gli stipendi dei docenti italiani sempre più in basso nella media UE, l’idea del Governo è quella di sostituire gli aumenti legati agli anni di servizio con aumenti legati al “merito. Ma una riforma che sostituisca agli scatti d’anzianità il merito comporta almeno due grossi problemi. Il primo è quali saranno i criteri del merito. Nel Def non è indicato nulla. Il secondo, che è il grande timore dei sindacati, è che questa riforma possa essere un pretesto per tagliare ulteriori risorse destinate alla busta-paga degli insegnanti. Contrarie le dichiarazioni dei sindacati.

E’ una priorità ridurre la disoccupazione giovanile. Secondo l’Istat tra i 15-24enni il tasso di disoccupazione a luglio è stato pari al 39,5%, in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,3 punti rispetto ai dati di un anno fa.

Alunni stranieri. Integrazione senza risorse. Come emerge dai dati forniti da Pippo Frisone, è sempre più consistente la presenza degli allievi stranieri nelle scuole italiane, ma sono sempre più scarse risorse per la loro integrazione.

La marginalità della ricerca pubblica. Lo spread culturale con la Corea è salito a 430 punti. Crollano gli investimenti: -14% in cinque anni. Crolla l’occupazione dei giovani nelle fabbriche della conoscenza: -17%. Aumentano le tasse: +50%. Il deficit commerciale nell’alta tecnologia ha raggiunto punte dell’1% del PIL. Siamo già oltre l’orlo del burrone. Lo spread è dato dalla differenza tra laureati tra i giovani coreani (64%) e italiani (21%). Il crollo degli investimenti: – 14% è il taglio delle spese per l’università. Le tasse aumentate sono quelle universitarie. L’occupazione giovanile nelle fabbriche della conoscenza è quella degli iscritti all’università. Qui una denuncia e un appello dal mondo della ricerca al Governo e alle forze politiche.

Il sostegno alla scuola pubblica. E’ sempre all’ordine del giorno in Italia. Sembrava essere su questa strada la Giunta milanese, con le promesse di ridurre i finanziamenti agli asili privati, eppure pare che, sulla base di pressioni esercitate dalle associazioni cattoliche, il Comune si stia disponendo a “restituire i fondi tagliati attraverso il riconoscimento, alle famiglie che scelgono gli asili privati, di una specie di ‘buono scuola comunale’ non molto dissimile da quello regionale istituito da Formigoni oltre dieci anni fa“. Auspicano che la Giunta Pisapia non faccia questo passo indietro la Federazione di Milano di Rifondazione Comunista e il Gruppo Consiliare di Sinistra per Pisapia.

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SEGNALAZIONE

La prima scuola
Da un’idea di Andrea Segre, un progetto per e con le scuole elementari

Il progetto
La prima scuola è un progetto che vuole riportare la scuola elementare italiana al centro delle questioni nazionali. Non si tratta di un’impresa facile data la progressiva perdita di consapevolezza del ruolo che la scuola pubblica ha per i nostri figli. Per questo il progetto si sviluppa su più piani.

L’obiettivo principale è quello di finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole elementari. In un periodo di crescenti tagli alla scuola pubblica, stiamo lanciando una raccolta fondi per trovare le risorse necessarie a finanziare numerosi progetti in più città e paesi possibili. Più persone si uniranno a questa campagna e più progetti potranno essere finanziati. Tutte le informazioni de La prima scuola si trovano sul blog ufficiale del progetto: laprimascuola.wordpress.com.

La raccolta fondi però non è il solo obiettivo del progetto. La prima scuola vuole essere uno spazio per raccontare le scuole, le loro specificità, le problematiche dei quartieri o dei paesini in cui lavorano. Questo verrà fatto attraverso piccole inchieste su territori sparsi per l’Italia e interviste a genitori, insegnanti e specialisti. La voce di chi opera nella scuola è spesso dimenticata dai media mainstream, ma se creiamo una rete solida la nostra voce verrà ascoltata.

Il nome La prima scuola nasce dall’ultimo film di Andrea Segre La prima neve. Sebbene il film non parli direttamente di scuola elementare, ci sono molti temi affini a La prima scuola e l’affiancamento del progetto al film può essere un mezzo potente per parlare d’istruzione. JoleFilm e Parthénos credono fortemente nel progetto e lo sostengono.
Per informazioni scrivere a: laprimascuola@zalab.org

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

2 pensieri su “Vivalascuola. Precariato nuova schiavitù

  1. Pingback: vivalascuola questa settimana è dedicata al tema della precarietà: | ANPI CATANIA

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