Vivalascuola. Vent’anni dopo

Ci avviamo al tramonto del ventennio berlusconiano, allora è il tempo di domandarci: come si è trasformata la scuola italiana in questo periodo? Quali sono state le parole più usate? Quali sono state le continuità? E discontinuità, ce ne sono state? O c’è qualche filo rosso che attraversa il periodo? Ci riflette Giovanna Lo Presti con uno sguardo che abbraccia l’inizio e la fine del ventennio. Con qualche sorpresa. O forse no.

La tragicommedia della scuola italiana nel ventennio berlusconiano
di Giovanna Lo Presti

Da D’Onofrio a Carrozza
Certo non siamo come Ireneo Funes, Funes el memorioso, quel personaggio borgesiano dotato di una prodigiosa e analitica memoria. A Ireneo non sfugge nessun particolare del mondo che lo circonda ed è in grado di ricordare tutto ciò che gli accade, anche nei particolari – e per sempre. La sua straordinaria memoria lo condanna all’isolamento, all’inazione, all’incapacità di formulare idee generali:

Non solo gli era difficile comprendere come il simbolo generico “cane” potesse designare un così vasto assortimento di individui diversi per dimensioni e per forma; ma anche l’infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte)”.

Eppure anche la preoccupante mancanza di memoria che caratterizza i nostri tempi rischia di portare alle stesse conseguenze: alla incapacità di formulare giudizi generali che guidino ad una azione conseguente. Se non fosse così, in questi vent’anni noiosi e distruttivi dal punto di vista sociale, i rigurgiti di rabbia sarebbero stati sempre più frequenti e forse si sarebbero trasformati in una protesta attiva e capace di costruire un argine al dilagare del neoliberismo, che io mi rifiuto di definire “pensiero”, in quanto nient’altro è che una grezza dottrina, dominata dalla rapacità e dall’egoismo.

A parziale dimostrazione di questa tesi – e cioè che la smemoratezza sta alla base dell’acquiescenza che ha caratterizzato l’ultimo ventennio – porterò un unico e parziale esempio, costituito dal confronto tra le dichiarazioni del primo ministro della (pubblica) Istruzione dell’era berlusconiana (D’Onofrio) e l’ultimo (Carrozza). Ancorché l’ultimo ministro provenga dalle fila del principale partito di opposizione alle truppe berlusconiane, non possiamo dimenticare che il governo attuale è un ibrido, una avvilente contaminazione tra centro-destra e centro-sinistra – e quindi definire Carrozza l’ultimo ministro dell’era berlusconiana sarà (lo vogliamo dimostrare) soltanto una piccola forzatura.

Consolidamento della matrice di classe
Era il 1994 e Francesco D’Onofrio diventava Ministro della Pubblica Istruzione: avrebbe mantenuto la carica dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995. Mesi pochi, parole molte. Vediamo: obbligo a sedici anni e istruzione più unitaria. Afferma D’Onofrio:

Quello che tengo a sottolineare è che cade il muro di Berlino che separa i due tipi d’istruzione. Cade la barriera divisoria tra licei ed istituti, crolla la separazione culturale e giuridica tra diverse scuole. Grazie ad una nuova flessibilità si potrà passare più facilmente da un tipo d’insegnamento all’ altro”.

Caspita, una vera rivoluzione! Vent’anni dopo, di innalzamento dell’obbligo e di barriera divisoria tra licei ed istituti tecnici e professionali nelle linee programmatiche del ministro Carrozza non c’è traccia. Il cammino rabdomantico che l’innalzamento dell’obbligo a 16 anni ha percorso ha prodotto, come unica “novità”, il trionfo del compromesso al ribasso e dell’ipocrisia: perciò l’assolvimento dell’obbligo può avvenire, dopo i 15 anni di età, anche attraverso la stipula di un contratto di apprendistato (1).

Per approdare a questo punto, abbiamo dovuto attraversare le secche di Moratti, che aveva creato la fantasiosa espressione del “diritto-dovere” alla formazione e all’istruzione e abbiamo sopportato fastidiose prese di posizione (false come Giuda) volte a sostenere che il sapere “pratico” dell’apprendista è equivalente al sapere teorico offerto dalla scuola tradizionale.

Per smontare l’equivalenza tra formazione professionale e scuola superiore è sufficiente rilevare il numero di figli di genitori laureati iscritti ai corsi di formazione professionale. Oggi – ce lo confermano le indagini più recenti sull’argomento – ai licei vanno i figli delle famiglie abbienti e ai tecnici e ai professionali tutti gli altri, che, evidentemente, progenie di vil gente meccanica, non sono “portati” allo studio.

Tocchiamo così uno dei punti centrali e più preoccupanti che hanno caratterizzato nell’ultimo ventennio la scuola italiana: e cioè il consolidamento della matrice di classe della scuola nel suo complesso.

Nella relazione introduttiva del ministro Carrozza l’opposizione licei/istruzione tecnico-professionale circola sottotraccia, tant’è che nel testo la parola “liceo” non compare neppure una volta. Trionfa, invece, un altro dei luoghi comuni che in questi venti anni ci sono stati propinati con una spudoratezza (o una dabbenaggine) senza confini: e cioè l’idea che sia

fondamentale potenziare l’istruzione tecnico-professionale, raccordare i sistemi di istruzione, formazione e lavoro, e, soprattutto, rafforzare gli Istituti Tecnici Superiori in una dimensione multiregionale e in una visione coerente con il bisogno dei cluster”.

Intenzione espressa, prima di Carrozza, da tutti i ministri dell’istruzione del ventennio, i quali non si sono resi conto (ma saranno davvero così idioti?) che la disoccupazione, nel nostro Paese, non è legata ad una insufficienza della scuola – la solita scuola-che-non-prepara-al-mondo-del-lavoro – ma ad un sistema imprenditoriale miope e rapace, che offre pochi posti di lavoro e, per la maggior parte, a bassa qualifica. Ecco cosa proclamava D’Onofrio nel 1994, dopo la firma di un protocollo d’intesa con l’amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, allo scopo di “avvicinare i mondi della scuola e del lavoro“:

E’ un protocollo che apre la strada a un sistema di rapporti continuativi tra scuola e industria […] L’ obiettivo è alzare il livello culturale della nostra formazione professionale, che è più basso rispetto alle medie europee. Del resto, le linee innovative già approvate dal governo sono due: i corsi di formazione post qualifica, per gli istituti professionali, e i corsi di specializzazione post diploma per gli istituti tecnico commerciali. Abbiamo già stipulato accordi con Confindustria, Iri, Associazioni di artigiani e commercianti, e con piccole e medie industrie. L’intesa con la Fiat va in questa direzione e darà grande impulso al processo di rinnovamento della scuola“.

Parole di ministro
Di suo, la Carrozza, ci aggiunge i cluster che, vent’anni fa, non facevano ancora parte del gergo ministeriale. I cluster, nel discorso programmatico del ministro Carrozza, fanno compagnia a accountability (compare 3 volte), benchmark (3 volte), capitale umano (orrore! 3 volte), stakeholders (2 volte) e poi, nella lingua madre, valutazione (compresa la variante autovalutazione, 24 volte!), trasparenza (9 volte), coesione (8 volte), inclusività (3 volte), autonomia (14 volte), merito e meritevoli (9 volte, fra tutt’e due), valorizzare (7 volte); sono spie linguistiche che indicano la sottomissione al campo economico (persino nel linguaggio usato!), la proiezione fantasmatica di una scuola che non c’è (quella trasparente, coesa, inclusiva), l’accettazione dell’ideologia meritocratica. Stilisticamente, il discorso del neo-ministro è di una grigia prevedibilità, di una piattezza burocratica attraversa da buon senso e da buone intenzioni senza fondamento, apparentemente “di sinistra”, in realtà sufficientemente reazionarie. Ecco un campione dimostrativo:

L’istruzione è dunque tanto più fertile e proficua per l’economia quanto più quest’ultima è ricettiva al suo potenziale. Non a caso uno studioso come Pissarides afferma come solo in una economia dove forte è la dinamicità del mercato, dove siano assenti inutili regolazioni e barriere alle imprese, essa si trasforma in crescita e sviluppo”.

Gelmini citava Abravanel, il teorico della “meritocrazia”; Carrozza sale di livello e cita Pissarides, che ha pur sempre vinto un premio Nobel per l’economia. Ma intanto: perché citare proprio un economista? E poi, è così opportuno un inno alla “dinamicità del mercato”, è così assennato invocare l’eliminazione di “inutili regolazioni e barriere alle imprese”? Non ci sono bastati i disastrosi risultati di vent’anni di neo-liberismo? Ma è notorio che la coerenza non è richiesta ai politici, che le parole in libertà sono la regola comune del discorso politico e che quindi la povera Carrozza può vagheggiare una scuola “inclusiva e coesa”, magari anche “equa” in un mondo dominato da capitalisti senza freni.

Come ti valorizzo gli insegnanti
Insomma, continua anche con Carrozza l’insulto all’intelligenza comune. Continua la pelosa attenzione agli insegnanti: quanto sono importanti, quanto è preziosa la loro opera, quanto devono essere motivati! Dice Carrozza:

Ritengo sia necessario avere come priorità la valorizzazione della professione docente e del personale scolastico tutto. Vanno introdotte nuove modalità di sviluppo di carriera dei docenti, con l’avvio di un sistema di valutazione delle prestazioni professionali collegato ad una progressione di carriera, svincolata dalla mera anzianità di servizio. Ciò presuppone la diffusione nella scuola di una cultura della valutazione, non connotata da alcun spirito punitivo, ma della necessità di dare da un lato il giusto riconoscimento ai docenti meritevoli costruendo un vero e proprio “cursus professionale” basato sul merito, dall’altro, come ricaduta immediata, un miglioramento complessivo del sistema scuola, anche mediante un approfondimento concreto del rapporto tra qualità degli apprendimenti e sviluppo della qualità dell’insegnamento”.

Diceva anche D’Onofrio che era necessario rilanciare la “professione di docente e lo diceva all’inizio delle trattative per il rinnovo del contratto di categoria. Era uno di quei contratti rispettosi degli accordi del luglio 1993, non c’erano problemi di copertura economica e gli aumenti previsti non superavano il 6%. Citiamo dal Corriere della sera del 22 dicembre 1994:

Da parte del governo, ha spiegato ancora il ministro, c’è la volontà di procedere ad un confronto con le organizzazioni sindacali per giungere ad un accordo che “definisca un insieme di strumenti capaci di motivare la professionalità di chi opera con impegno nella scuola e di rendere, nel contempo, più flessibili le modalità di organizzazione della scuola”.

La piattaforma D’Onofrio offre quattro nuovi “sbocchi“, una sorta di possibilità di carriera per il personale docente. Gli insegnanti potranno scegliere tra l’insegnamento a “tempo pieno” come è oggi, con le 18 ore settimanali di cattedra, o impegnarsi in insegnamenti integrativi, fuori orario scolastico; i corsi post diploma o le attività inerenti la formazione post laurea per i futuri docenti o, infine, svolgere attività di coordinamento della funzione docente, nel quadro di una futura autonomia scolastica. E’ ipotizzata anche la possibilità di un’articolazione retributiva che premi il diverso impegno”.

Commento di D’Ambrosio, segretario generale Sism Cisl:

Gli orientamenti del ministro contengono suggestioni anche interessanti che, tuttavia, si infrangono immediatamente contro la modestia delle risorse. La moratoria contrattuale, che ha pesantemente taglieggiato i salari dei lavoratori della scuola in questi anni, impone di considerare la difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni come assoluta priorità“.

Altri tempi: adesso ci avviamo verso il quinto anno di contratto bloccato e il ministro fa finta di non sapere quanto poco guadagnino gli insegnanti e si preoccupa soltanto di “valorizzare” i “migliori”, scavalcando a destra, almeno per quest’aspetto, la Gelmini, che, nell’euforia menzognera dell’incarico appena ricevuto, si era sbilanciata e voleva adeguare gli stipendi degli insegnanti italiani alla media OCSE. Si pentì subito e passò al ravvedimento operoso a colpi di grembiulini, voti di condotta e premi agli insegnanti migliori. Ma, almeno per un momento, le scappò detto che gli insegnanti guadagnano davvero poco (2).

Peggioramenti normativi a parità di salario
Quanto all’orario di insegnamento, è da vent’anni che lo si vuole aumentare. Ormai siamo arrivati al dunque: ricordiamo il maldestro tentativo di Profumo di alzarlo di un terzo (a parità di stipendio), le dichiarazioni di Monti che in tv, intervistato da Fazio, tacciò gli insegnanti di essere conservatori e corporativi, poiché non volevano concedere due ore di lavoro in più (ma in realtà Profumo ne aveva proposte sei) per migliorare la scuola italiana. Ora Carrozza invoca

la formulazione di un nuovo patto per la scuola che, attraverso il confronto con le organizzazioni sindacali, giunga a ridefinire in modo condiviso le modalità di organizzazione del lavoro del personale scolastico funzionali al miglioramento della qualità del sistema di istruzione”.

Attenti, lavoratori della scuola, quando si parla di “patto” sappiamo già chi ci guadagna e chi ci rimette! Semmai verrà rinnovato, il nuovo contratto rischia di produrre un peggioramento normativo a parità di salario (“parità” si fa per dire: poco poco, in questi anni di stipendi bloccati abbiamo perso un quindici per cento di potere d’acquisto).

Nelle linee programmatiche di Carrozza non compare nemmeno un cenno ad uno dei principali problemi della scuola italiana: l’età media altissima dei docenti assunti a tempo indeterminato (il 56% ha tra i 55 e i 60 anni) e quella scandalosamente alta dei “precari (l’età media degli iscritti al “concorso Profumo” superava i 39 anni!). Per Carrozza, evidentemente, non è un problema, tanto lei non entra in aule zeppe di bambini, ragazzini, adolescenti.

Se qualcuno vuol capire quanto il neo-ministro si sia dispiaciuto per il fatto che nell’ultimo decreto sulla scuola non comparisse neppure un cenno di soluzione per il problema dei cosiddetti “quota 96”, provi a guardare un video su Youtube in cui Carrozza, intervenuta ad una festa del PD, si rivolge ad un gruppetto di insegnanti che le chiedono chiarimenti: lo fa con una protervia sgarbata che non lascia adito a dubbi (si comprende che un ministro possa trovare ostacoli nel fare quello che è giusto, ma non si può accettare che questi se la cavi con un: “Ci stiamo lavorando” accompagnato da un’aria seccata).

Alla salvaguardia delle scuole paritarie
Stretta continuità, in questi venti anni, anche rispetto alle scuole paritarie. La parità “fondata sulla qualità” era il motto di D’Onofrio, il quale non dimenticava che la parità scolastica era stata uno delle idee fisse della Democrazia cristiana (partito dal quale D’Onofrio proveniva). Carrozza non è da meno: ella pensa che

una soluzione equilibrata vada ricercata nella individuazione di specifiche e idonee forme di cooperazione, collaborazione e coordinamento tra apparati statali e regionali, che insieme si rapportano al sistema delle scuole autonome e delle scuole paritarie. Infatti, come stabilito dalla legge 62 del 2000 il sistema pubblico di istruzione è composto dalle scuole statali e dalle scuole paritarie. L’intero finanziamento verso le 13.657 scuole paritarie italiane consiste di 500 mln di euro circa, pari all’1,2 % della spesa relativa alle scuole statali, a fronte di una platea di 1.042.000 alunni che rappresenta il 12% della popolazione scolastica. Occorre salvaguardare il carattere plurale del nostro sistema di istruzione attraverso misure volte a tutelare la qualità e l’inclusività anche delle scuole pubbliche paritarie”.

Che diamine, bisogna essere plurali e “inclusivi” anche verso le scuole paritarie! Dalla stessa ribalta di D’Onofrio (il meeting riminese di Comunione e Liberazione), Carrozza lancia, nell’estate del 2013 un forte messaggio: le scuole paritarie “svolgono un ruolo importante, non ne potremmo fare a meno” e per questi istituti “si deve entrare in un’ottica pluriennale di finanziamento”. Più chiaro di così!

E i gazzettieri gridano alla “svolta
La cosa forse più rivoltante è che, di fronte a tanto immobilismo reazionario, i nostri gazzettieri gridino alla “svolta”. Il recente decreto è stato visto, dai più autorevoli organi della nostra stampa, come un segno della volontà di cambiare politica scolastica.
Attenzione, nessuno dei ministri che hanno preceduto Carrozza ha mai ammesso di aver operato “tagli ma solo e soltanto “risparmi”, persino Gelmini che negò la perdita di 150.000 posti di lavoro. Tanto, nel nostro fantasioso Paese, negare l’evidenza non è un problema. La linea del “risparmio” fu inaugurata, all’inizio del ventennio, sempre da Francesco D’Onofrio.

Per quanto riguarda le scuole, non vi saranno tagli, ma una lotta agli sprechi”, così dichiarava il ministro, annunciando un risparmio 800 miliardi direttamente sul ministero della Pubblica istruzione (supplenze ed esami di maturità) e per altri 500 miliardi, indirettamente, sul dicastero del Tesoro. Aveva inizio così quella illuminata politica scolastica fatta, essenzialmente, di tagli nella Finanziaria, anno dopo anno, con metodo, sino ad approdare al punto in cui oggi ci troviamo.

Ma il ministro Carrozza vuole operare una svolta! Certo, le sue prime dichiarazioni facevano ben sperare: il neoministro enunciava di portare la spesa per l’istruzione in Italia al livello degli altri Paesi Ocse. L’ultimo rapporto OCSE sull’istruzione è stato allarmante:

L’Italia è l’unico paese dell’area dell’Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria. All’opposto, nello stesso periodo i Paesi dell’Ocse hanno aumentato in media del 62 per cento la spesa per studente negli stessi livelli d’istruzione“.

Carrozza aveva enunciato l’intento, all’inizio del suo mandato, di innalzare di circa un punto e mezzo di PIL la spesa per l’istruzione. Facendo i calcoli all’ingrosso e considerando un punto di PIL equivalente a circa 15 miliardi di euro, quello che Carrozza riteneva dovesse essere restituito alla scuola italiana si aggirava sui 23 miliardi di euro: in pratica, circa quattro volte il risparmio ottenuto con la riforma Gelmini. Ebbene, ci chiediamo, che serietà ha un ministro che promette 23 miliardi di euro e poi riesce a racimolare soltanto 400 milioni? Più che la modestia della cifra, di per sé offensiva, quello che è stato intollerabile è il coro unanime di lode alla “svolta” del ministro che si è alzato dopo la pubblicazione del decreto.

Così l’istruzione non riparte
Il decreto prevede una miriade di interventi, più o meno sensati: ma nessuno di essi è sostenuto da un adeguato impegno finanziario. Partiamo dai fondi stanziati per gli studenti meritevoli (15 milioni di euro). Tenuto conto che tra secondaria di I grado e secondaria di II grado gli studenti sono circa 4.000.000 e ammettendo che i “meritevoli” siano un dieci per cento, si tratta di far fronte alle esigenze di 400.000 studenti con un esborso medio di 40 euro scarsi ad alunno.

Sempre 15 milioni di euro sono destinati alla connettività wireless nelle scuole secondarie, soprattutto di II grado; le scuole secondarie sono oltre 5.000, perciò, mediamente, avranno una disponibilità per il wireless che non arriva ai 3.000 euro. Lo stesso ragionamento si può fare per ognuno delle voci che compongono la “lenzuolata” del decreto Carrozza.

Si potrebbe obiettare che poco è meglio di niente; però si può anche dire che vi è qualcosa di superficialmente offensivo nell’offrire la ciliegina senza intaccare la torta. Se poi la metaforica “ciliegina” la si offre a un affamato, vi è anche qualcosa di peggio: la leggerezza sconfina, in tal caso, con la storditaggine di chi non sa (o non vuol sapere) in che stato versi la scuola italiana.

L’istruzione, in Italia, non ripartirà con le briciole ma solo e soltanto con interventi seri, con un impegno economico rilevante, con la messa a frutto di un patrimonio di idee che senz’altro esiste nel nostro Paese e di cui sono depositari non i ministri, non i sottosegretari, non il sottobosco dei burocrati ministeriali ma quella moltitudine di insegnanti di ogni ordine e grado che, in questi decenni, hanno mantenuto in piedi la traballante struttura della scuola italiana.

Il ministro Carrozza li “ringrazia” con 10 milioni di euro per “formazione obbligatoria” (una promessa? Una minaccia? In ogni caso si suppone che i 10 milioni di euro andranno usati per pagare i “formatori”) e altri 10 milioni di euro per l’ingresso gratuito ai musei statali e ai siti di interesse storico, archeologico etc. gestiti dallo Stato. E’ veramente troppo! Ad una voce, i lavoratori della scuola dovrebbero pretendere le scuse del ministro, che nel suo decreto elenca alcuni problemi seri della scuola italiana, proponendone però soluzioni risibili.

Un capitolo a parte meriterebbe lo sbandierato “piano di assunzioni” di personale docente ed ATA. L’analisi dimostrerebbe una cosa evidente a tutti coloro che lavorano a scuola: che si è costretti ormai a lavorare sotto organico, sempre di più, sempre peggio.

Poche mosse per una svolta
Al Ministro, se vorrà segnare una “svolta”, suggeriamo poche mosse per migliorare davvero la scuola:

a) piano immediato per l’edilizia scolastica con stanziamenti di fondi adeguato;

b) rinnovo in tempi stretti del CCNL – gli stipendi del personale della scuola sono fermi al 2009, bloccati per tutto il 2014. Il contratto deve prevedere miglioramenti economici e normativi, non i ventilati aumenti di orario di servizio a (quasi) parità di stipendio;

c) rilancio culturale della scuola italiana, punto che richiede un grande sforzo ideativo ma che è necessario se la scuola vuole svolgere il suo compito primario e cioè insegnare;

d) pensionamenti secondo le regole precedenti alla “riforma Fornero”, “riforma” che è un pasticcio indegno di un paese civile.

I 320.000 iscritti al “concorso Profumo” rendono evidente, a qualsiasi mente onesta, quale sia il problema: abbiamo una sacca di laureati disoccupati o sotto-occupati equivalente agli abitanti di una città italiana medio-grande (Bari, ad esempio), dell’età media di oltre 39 anni, che tenta di lavorare a scuola. Lo Stato ha sfruttato il lavoro precario degli insegnanti: così abbiamo perso almeno due generazioni di giovani che, invece di lavorare con serenità, sono stati costretti a saltabeccare da un posto all’altro, da una scuola all’altra, dovendo cambiare forzosamente, in continuazione, posto di lavoro.

C’è una sola via per rendere dignitoso il lavoro dei precari: stabilizzarlo. Questo non si potrà fare nella situazione attuale, considerando il fatto che più della metà dei docenti in servizio ha, l’abbiamo già detto, tra i 55 e i 60 anni. Se nulla cambia, tra dieci anni avremmo molti anziani in cattedra e “giovani” precari cinquantenni. Certo, i ministri non sanno – non vogliono sapere – che insegnare richiede energie fresche, che una distanza di mezzo secolo tra insegnanti e studenti è eccessiva, che le malattie nervose serie (vere e proprie malattie professionali) sono frequenti tra gli insegnanti.

Ribellatevi!
La colpa dei lavoratori della scuola è quella di aver messo tante, troppe pezze ad uno scafo che da decenni fa acqua. Prima di lanciare il “si salvi chi può”, rompere le fila e cercare una soluzione individuale ad un problema collettivo, meglio sarebbe costruire la protesta e raccogliere l’invito che il ministro Carrozza ha rivolto agli studenti all’apertura di quest’anno scolastico. “Ribellatevi.

Ribellatevi” a ministri insipienti, ribellatevi all’idea che la scuola si debba far carico di tutto quello cui la società non è in grado di dar risposta (compresa la creazione di nuovi posti di lavoro), ribellatevi alla “scuola di carta” (quella dei POF, dei BES, dei PAI…), ribellatevi a chi vuole umiliare in mille modi il vostro lavoro, ribellatevi a chi dice ai vostri studenti di ribellarsi e poi non chiede loro scusa per il fatto di esser riuscita a mettere insieme soltanto 400.000 milioni di euro invece dei 22 miliardi che aveva improvvidamente promesso.

Ribellatevi e infuriatevi perché quei 400.000 milioni di euro non fanno “ripartire” un bel nulla, non segnano affatto un’inversione di tendenza. Se qualcuno non ci crede e fa il buonista (ma sì, la povera Carrozza ha fatto tutto quel che poteva… c’è la crisi…) ricordategli a quanto ammonta lo stanziamento previsto da questo governo per le missioni militari internazionali: sono 314 milioni di euro sino a fine anno e 1 miliardo e 450 milioni per il 2014, vale a dire più di quattro volte tanto quello che si è impiegato per la stagnante “ripartenza” dell’istruzione.

Note

1. Da un sito governativo: Nell’attuale ordinamento l’obbligo di istruzione riguarda la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni; infatti la Legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (articolo 1 comma 622) ha innalzato a dieci anni l’obbligo di istruzione a decorrere dall’anno scolastico 2007/2008. Dopo il conseguimento del titolo di studio conclusivo del primo ciclo, l’obbligo scolastico prevede la frequenza dei primi due anni degli istituti di istruzione secondaria superiore. L’obbligo di istruzione può essere assolto nelle scuole statali e paritarie e nelle strutture accreditate dalle Regioni per la formazione professionale nonché attraverso l’istruzione parentale (come ha precisato il MIUR nella nota 781 del 4 febbraio 2011).

2. È il discorso di Gelmini dell’8 maggio 2008: “Questa legislatura deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse. Attualmente gli stipendi sono sotto tale media. Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno”.

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MATERIALI

Piccola operazione di memoria
di Giovanni Cocchi

Vorrei fare una piccola operazione di memoria, ricordare da dove eravamo partiti, dove eravamo arrivati e a cosa siamo ritornati.

Io, e ho già un bel po’ d’anni, sono sempre stato a scuola. Ho iniziato con la maestra unica, molti miei compagni bocciati e poi dispersi, col figlio dell’operaio che rimaneva operaio e quello del dottore che faceva il dottore, con l’ultima aula in fondo a destra terribile e misteriosa dove la maestra minacciava di mandarci se facevamo i cattivi: l’aula dei “mongoli”, la chiamava, la classe “differenziale”.

Ecco, per fortuna, mentre stavo crescendo, c’era, e diventavano sempre più, quelli che si mobilitavano perché quella scuola cattiva e classista cambiasse, si avvicinasse al dettato costituzionale: rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ci sono voluti almeno due decenni di pensiero e lotta per avvicinarsi a quella bellissima roba lì.

Rapidamente:

1962: istituzione della scuola media unica obbligatoria che supera la tradizionale distinzione tra la vecchia scuola media d’élite e la scuola di avviamento professionale, destinata a coloro che non dovevano proseguire negli studi.

1967: Don Milani, Lettera a una professoressa.

1968: istituzione scuola materna statale.

1971: la scuola a tempo pieno.

1974: i Decreti Delegati con gli Organi Collegiali, ottenuti dopo uno sciopero metalmeccanici, a dimostrazione che la scuola a quel tempo non era di chi ci lavorava, ma della società, a dimostrazione di quanto fosse considerata, diremmo oggi, “bene comune”.

1977: la legge 517 con tre principi rivoluzionari 1. la programmazione collegiale degli insegnanti; 2. la valutazione formativa: intendere la valutazione come operazione finalizzata alla correzione dell’intervento didattico più che all’espressione di giudizi nei confronti degli alunni; non certo un semplice e incatenatorio voto come oggi; 3. inserimento nelle classi normali degli alunni in situazione di handicap.

1990: Moduli (riprendono i principi del tempo pieno: compresenze, programmazione, specializzazione disciplinare).

Io ho avuto la fortuna di cominciare ad insegnare in quegli anni, in quel clima, in quella scuola, che ha saputo raggiungere nella sua punta più avanzata, le elementari, i primi posti nel mondo. Ma poi, cos’è successo dopo?

A partire dal 2000… cominciano gli anni in cui al ministro della pubblica istruzione succede il ministro delle Finanze: cominciano gli anni dei TAGLI, IMMISERIMENTI, della tendenza oggi fortissima alla PRIVATIZZAZIONE, alla creazione di SCUOLE di serie A e B. Anche qui rapidissimamente:

2000: con il primo governo di sinistra!, “Norme per la parità scolastica” con cui si aggira il dettato costituzionale del “senza oneri per lo stato

2003: riforma Moratti, abolizione tempo pieno, nuove indicazioni nazionali (viene messo in discussione persino il darwinismo): il Ministero dell’istruzione perde l’aggettivo “pubblica. E’ ancora tempo di grandi mobilitazioni, chi lavora nella scuola e chi manda i figli a scuola (ancora INSIEME, ancora una volta scuola “bene comune”) non ci sta.

Insegnanti e genitori non si fanno solo contestatori, ma in migliaia, dal basso, costruiscono la loro legge di riforma. Andatela a leggere (http://www.leggepopolare.it): è splendida, ancora attuale perché profetica, purtroppo all’incontrario.

In brevissimo: risorse, il 6% del Pil, perché una buona scuola è la base della democrazia e del futuro di una società (oggi siamo al penultimo posto, battiamo solo la Slovacchia). Risorse che permetterebbero: l’estensione dell’ obbligo a 18 anni, classi di 22 alunni, organici stabili e adeguati al sostegno. all’integrazione e alla lotta alla dispersione e al disagio, l’obbligatorietà dell’ultimo anno della scuola d’infanzia, ripristino ed estensione del tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nella media, il biennio unitario al posto dell’attuale scelta precoce, un piano straordinario di edilizia scolastica…

Senza l’appoggio di nessun partito, raccolgono in poche settimane 100.000 firme e consegnano la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola della Repubblica” nelle mani di Bertinotti, neo Presidente della Camera del nuovo Parlamento. Sì, perché intanto al governo è andato Prodi e quell’alleanza che al mondo della scuola ha fatto tante promesse in campagna elettorale…

Ma Fioroni non usa solo il famoso “cacciavite, continua anche con il coltello…

Siamo a ieri, al machete della Gelmini, cioè di Tremonti: maestro unico, 8 miliardi di tagli, 150.000 insegnanti/bidelli in meno, classi sovraffollate, tagli handicap, mancanza di sorveglianza e pulizia, Invalsi, ecc..

Anche qui movimenti e proteste, ma ora l’attacco è più raffinato, avviene dentro e fuori la scuola, l’esperienza ha insegnato che occorre separare la scuola dalla società, se no non si riesce a procedere. Così parte una poderosa campagna di delegittimazione della scuola agli occhi della società (insegnanti fannulloni, privilegiati, ecc); del resto è al governo chi ha il controllo totale sui mass media.

Delegittimata all’esterno (chi mai arriverà ora in soccorso di fannulloni ed incapaci…), si procede all’interno, facendo la scuola a fettine e cucinandone un pezzo dopo l’altro per minimizzare le reazioni: prima le elementari (con l’ideologia del bel passato che fu: grembiulini e maestrina), poi le medie (tolte tre ore e il tempo prolungato), poi le superiori (dove gli indirizzi vengono ridisegnati in senso classista e con la reintroduzione dell’apprendistato, l’obbligo scolastico è stato abbassato a 15 anni). E dire che sommando le ore tolte ad ogni ordine di scuola si era già ridotto la di due anni secchi il percorso d’ istruzione (senza parlare di tutte le altre ore perse perché invece che chiamare i supplenti si parcheggiano i bimbi nelle altre classi).

Infine si è tentata la chiusura del cerchio con il colpaccio delle 24 ore e con l’ex Aprea; schivati, ma solo momentaneamente, c’è da scommetterci.

In sostanza, dunque, i governi degli ultimi 15 anni, di qualsiasi colore politico, hanno operato uniti per togliere alla scuola pubblica e dare alla scuola privata, per aziendalizzare, invalsizzare, dividere, “mercanteggiare”.

Siamo tornati ben lontani dalla scuola delineata dalla Costituzione alla quale ci eravamo faticosamente avvicinati; la scuola di oggi è anticostituzionale perché non si rimuovono ma si accrescono gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana (art. 3) e non si permette ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi (art. 34).

Oggi nella scuola si va perdendo la collaborazione tra gli insegnanti presto costretti a rivaleggiare tra loro per miseri aumenti stipendiali (se non addirittura per conservare il loro misero salario), tra gli insegnanti e i genitori (ai quali il figlio viene “raccontato, magari solo on line, con un “voto”).

Se gli studenti vanno male ai quiz in Calabria non è colpa della miseria e della povertà culturale di quei luoghi, no, ma dei loro incapaci insegnanti che saranno obbligati a fare corsi di aggiornamento (colpiscine uno per educarne cento).

Oggi non c’è più la stessa attenzione al bambino (la mattina, invece che fare “accoglienza”, chiedere come va, tutti impegnati a compilare il registro elettronico), alla didattica (sempre più quizzizata); le difficoltà vengono ridotte a progetti burocratici e sigle (dislessia, Bes) e al posto di insegnanti che aiutino a crescere si danno progetti di carta, computer e promozioni assicurate; i figli degli immigrati ingolfano gli istituti professionali; insomma stiamo tornando a quella scuola brutta e cattiva degli anni ’50.

I genitori che entrano adesso o sono entrati a scuola da tre/quattro anni non sanno cosa hanno perso (tempo, umanità, ascolto, accoglienza…); per loro la scuola è quella che c’è adesso: Invalsi e la foglia di fico dell’informatica. I genitori che sono dentro da anni (e che ora hanno i figli alle medie e alle superiori) sanno cosa hanno perso, hanno lottato (chi più, chi meno) per non perderlo, ma ora hanno accettato la sconfitta, pensano sia tutto inutile, cercano vie d’uscita individuali (se ne hanno i mezzi).

Il grosso problema che abbiamo ora è proprio questo: trasmettere almeno la memoria di quello che è stato, riuscire a far capire che un’altra scuola è possibile perché lo è stata, che niente è inevitabile. O la società diventa di nuovo padrona della scuola, o la sente davvero come sua, o si perderà.

*

Su vivalascuola: bilancio degli anni scolastici da Gelmini a Carrozza: 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

Il governo Letta risorge. La prima parte della settimana è stata dominata prima dalle sorti del governo Letta, prima messo in crisi poi salvato dal PDL. Così Letta ha proclamato chiuso il ventennio. Nell’intervento al Senato per il dibattito sulla fiducia, il presidente del consiglio Enrico Letta si è dichiarato “fiero di questi primi cinque mesi di governo per le misure adottate per l’istruzione e la cultura, diritto allo studio e agenda digitale“, ricordando in particolare ricordato lo stanziamento del governo di 15 milioni contro la dispersione scolastica.

Una “goccia nel mare” ribatte Grillo. “Servirebbero 2 miliardi di euro per riprstinare il tempo pieno e gli organici pre-riforma Tremonti-Gelmini“. E sulle 67.000 assunzioni di personale docente in tre anni: “Sapete quanti insegnanti andranno in pensione nello stesso arco di tempo? Quasi la stessa cifra. Quindi si tratta, né più né meno, di un turn over fisiologico!“.

Strage di migranti. La seconda parte è stata dominata dalla strage di migranti a 800 metri da Lampedusa. Il governo risponde rifinanziando con 226 milioni 25 spedizioni internazionali, il PDL difendendo la legge Bossi-Fini, la Lega Nord con la proposta che gli alunni stranieri siano accolti nelle scuole italiane soltanto se dimostrano di conoscere la lingua italiana. Per la strage un minuto di silenzio.

Di dispersione si parla molto in settimana. Secondo dati Istat ed Eurostat ogni anno circa 700 mila ragazzi lasciano gli studi (il 17,6%). Anche in questa classifica l’Italia è ultima tra i Paesi europei, dove in media l’abbandono è al 14,1%. Nei Paesi di pari sviluppo socio-economico dell’Italia la media è molto più bassa: in Germania si attesta al 10,5%, in Francia all’11,6%, nel Regno Unito al 13,5%. I dati diventano preoccupanti se si considerano solo i dati del Sud Italia, dove il 22,3% dei ragazzi abbandona gli studi. Si calcola che la dispersione scolastica costi all’Italia settanta miliardi di euro e 4 punti di Pil.

Precari di Stato. Occhi puntati in settimana anche su un altro male della scuola e della società italiana, il precariato. Secondo l’agenzia governativa Aran, i precari nel settore del pubblico imiego sono 317.000. Per la Cgia di Mestre però sono un milione perché vanno contate tra i precari tutte le figure non stabili, come quelli che sono dipendenti ma sono mascherati da “liberi professionisti“.

Si riducono i posti del concorsone. Per quanto riguarda il precariato nella scuola, si ragiona sui dati emersi dal concorsone. Doveva essere il concorso per fare largo ai giovani e avrebbro dovuto essere 11.542 i posti che da bando di concorso avrebbero dovuto essere assegnati ai vincitori, alla fine i vincitori risultano 8.303 (dati parziali, restano aperte 13 procedure in Toscana, 16 nel Lazio, 4 in Sicilia, 4 in Calabria, 1 in Veneto). Di questi, solo 3.255 sono stati già assunti nello scorso mese di agosto. Gli altri saranno assunti nei prossimi anni, in base alle cattedre che saranno disponibili.

Non è stato un concorso per giovani. Su 8.303 vincitori, 795 hanno un’età inferiore ai 30 anni, 3270 hanno un’età compresa tra 30 e 35 anni, 4238 hanno un’età superiore ai 35 anni. Ben 5.733 (il 70%) sono docenti già iscritti nelle graduatorie a esaurimento, 1.290 sono i laureati presenti nella terza fascia e 66 quelli presenti nella seconda fascia delle graduatorie di istituto. Solo 1.214 sonoi vincitori provenienti da altri settori. E’ la dimostrazione che i precari inclusi nelle graduatorie ad esaurimento non sono docenti privi di “merito“.

Anche per le supplenze brevi servirà l’abilitazione. E’ una notizia destinata a cambiare la gestione delle supplenze e si riferisce a un provvedimento che nel corso degli anni lascerà fuori dalle graduatorie scolastiche centinaia di migliaia di neo-laureati.

Nel silenzio più assoluto, il Miur modifica l’accesso alle graduatorie d’istituto introducendo una restrizione storica: attraverso il regolamento ministeriale recante modifiche al decreto n. 249 del 10 settembre 2010, il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza ha stabilito che d’ora in poi per essere inseriti nelle graduatorie delle 8.047 scuole italiane servirà obbligatoriamente l’abilitazione conseguita attraverso i Percorsi abilitanti speciali (PAS) o i Tirocini formativi abilitanti (TFA)”.

Lo sostiene l’Anief in una nota diffusa alle agenzie.

Concorsi truccati. Anche l’università alla ribalta, e non per meriti. La Guardia di finanza ha arrestato due docenti dell’Università di Messina, da anni al centro di inchieste e scandali legati alla corruzione dei docenti. I due sono ritenuti responsabili di avere inquinato un concorso per ricercatore in Microbiologia e Microbiologia Chimica, allo scopo di pilotarne l’esito.

Un’altra indagine della Guardia di Finanza riguarda 35 docenti che truccavano i concorsi nelle università di Bari, Trento, Sassari, Milano Bicocca, Lum, Valle d’Aosta, Roma Tre, Europea di Roma. Tra di essi, sino finiti sotto inchiesta anche 5 costituzionalisti tra i “saggi” chiamati da Letta a far parte della commissione Riforme.

Burocrazia e linguaggio bancario. Mentre Umberto Eco fa l’elogio dell’università nell’intervento Perché le università? tenuto venerdì 20 settembre nell’Aula Magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna in occasione del XXV Anniversario della Magna Charta Universitatum, il filosofo Tullio Gregory critica gli esiti della riforma Gelmini e la valutazione dell’Anvur per i suoi metodi burocratici e invita a disobbedire alla “università-azienda:

Tutto è cominciato quando l’università è stata investita, senza reagire, da una serie di riforme sconnesse volute da una classe politica, diversa negli anni, ma concorde nell’indifferenza per la cultura e la ricerca. Le materie di insegnamento sono state moltiplicate senza alcuna motivazione scientifica creando un inutile precariato. I concorsi per singole discipline sono stati aboliti, negando quindi la specializzazione che dovrebbe caratterizzare l’insegnamento universitario. Gli esami si sono ridotti al conteggio dei cosiddetti «crediti», esemplificazione di un mondo a cui è stato imposto un linguaggio aziendalistico e bancario. Così facendo si vuole ricondurre il lavoro di uno studente a determinate ore di studio in rapporto a un predefinito numero di pagine da studiare per l’esame.

Decreto ministeriale sulla programazione triennale. Sui punti più dolenti non entra nel merito il decreto ministeriale sulla programmazione triennale (2013-2015) delle università. Il decreto dice che in Italia non ci sono le condizioni per aprire nuove università pubbliche, nemmeno telematiche. Le università dovranno puntare soprattutto “sul miglioramento dei servizi destinati agli iscritti, sulla promozione dell’integrazione territoriale fra atenei e centri di ricerca, sul potenziamento dell’offerta didattica in lingua straniera“.

Si chiede al mondo accademico italiano di darsi un profilo internazionale richiamando, per esempio, insegnanti dall’estero. E di offrire agli studenti un orientamento perpetuo: farsi conoscere presto dalle potenziali matricole, assisterle nella messa a fuoco del piano di studi migliore e accompagnarle in uscita a un impiego coerente con gli studi fatti. Incentivi pubblici arriveranno a chi farà entrare nelle commissioni di concorso “quote maggioritarie di docenti esterni all’ateneo“.

Lettera aperta alla ministra. Sull’autoreferenzialità dell’ANVUR nella messa in opera di un modello valutativo screditato, sull’assenza di risorse adeguate e di una efficace programmazione del reclutamento, intervengono sindacati e associazioni universitarie con una lettera aperta, con cui chiedono alla ministra

di valutare la soluzione del “Ruolo Unico della docenza universitaria”, una riforma in grado di risolvere allo stesso tempo le contraddizioni di una gestione delle Università ancora feudale, sebbene ora ammantata di managerialismo, con le relative devianze criminali che spesso le squalificano agli occhi dell’opinione pubblica. Una riforma strutturale capace anche di superare il conflitto tra opportunità di reclutamento per gli attuali precari e le progressioni di carriera dei docenti in ruolo“.

Giovani poco aperti all’estero. Baronie e provincialismo hanno probabilmente la loro influenza nel configurare una generazione di giovani poco aperti all’estero. Dati in proposito sono forniti da uno studio dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca della Fondazione Intercultura, realizzata in collaborazione con l’Ipsos e finanziata dalla Fondazione Telecom. Da essi risulta che gli studenti italiani hanno, rispetto ai loro coetanei europei, una conoscenza delle lingue straniere sotto la media, poche esperienze di studio all’estero e brevi viaggi fuori dai confini nazionali, il sogno di trovare lavoro in Italia. Risultano spaventati dal mondo globalizzato e troppo legati al contesto sociale dove sono cresciuti.

Giornata mondiale dell’insegnante. Intanto il 5 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale degli Insegnanti, istituita dall’Unesco nel 1994, la quale, come dice Marina Boscaino:

Come tutte le celebrazioni che si rispettino, ci consegna cifre, prospettive, buoni propositi e – qui da noi – tanta amarezza: tra una spolverata modernista di facciata (il flop dei registri elettronici è sotto gli occhi di molti) e dichiarazioni demagogiche su impegni e progetti (sempre al futuro) – nulla cambia. La scuola è allo stremo, e con lei gli insegnanti: rinnovo dei contratti (bloccati dal 2009) ancora una chimera, con perdita di potere d’acquisto in crescita esponenziale; minacce di imminenti ritorni “di fiamma” rispetto all’innalzamento dell’orario di lezione; credito sociale zero…

A livello mondiale l’obiettivo è riuscire ad arrivare a garantire, in tutto il mondo, l’accesso alla scuola primaria di ogni bambino entro il 2015, per raggiungere il quale mancano all’appello 1.700.000 docenti; senza contare i 5.100.000 nuovi insegnanti che sarebbero necessari per sostituire quelli in uscita. In Italia, negli ultimi 5 anni, il numero degli alunni dalla primaria alle superiori è cresciuto di 90.990 unità. Lasciando inalterato il rapporto iniziale alunni/docente, ciò avrebbe dovuto comportare un conseguente aumento proporzionale del numero di docenti, che invece sono diminuiti di circa 80.000 unità, con conseguenti classi numerosissime“.

Per le buone notizie bisogna guardare fuori dall’Italia. La Turchia, aderendo prima ai due piani europei “Educazione 2010” e adesso con “Istruzione e formazione 2020“, ha avviato un processo di riforma del sistema scolastico in vista del suo ingresso nell’UE, per il quale ha assunto ben 40.000 insegnanti a tempo indeterminato per le scuole statali. Per aumentare la scolarizzazione e abbattere la dispersione, l’Irlanda punta sull’aumento degli insegnanti. L’Austria ha in progetto di aumentare di tre anni il percorso scolastico, portando l’obbligo a 18 anni, per preparare meglio i giovani al mondo del lavoro.

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MOBILITAZIONI

Il 12 ottobre, mobilitazione nazionale “La via maestra“, per la difesa e l’applicazione della Costituzione.

La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa“.

Il 12 ottobre si intreccia con la precedente una giornata di mobilitazione nazionale “in difesa dei territori e dei beni comuni, contro vecchi e nuovi colonialismi”. Comitati, associazioni, reti e organizzazioni di base si attiveranno partendo dall’incontro tra diverse battaglie territoriali, con la consapevolezza che, per quanto possa cambiare il contesto, la speculazione o la valorizzazione, i processi e le dinamiche coincidono.

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SEGNALAZIONE

La prima scuola
Da un’idea di Andrea Segre, un progetto per e con le scuole elementari

Il progetto
La prima scuola è un progetto che vuole riportare la scuola elementare italiana al centro delle questioni nazionali. Non si tratta di un’impresa facile data la progressiva perdita di consapevolezza del ruolo che la scuola pubblica ha per i nostri figli. Per questo il progetto si sviluppa su più piani.

L’obiettivo principale è quello di finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole elementari. In un periodo di crescenti tagli alla scuola pubblica, stiamo lanciando una raccolta fondi per trovare le risorse necessarie a finanziare numerosi progetti in più città e paesi possibili. Più persone si uniranno a questa campagna e più progetti potranno essere finanziati. Tutte le informazioni de La prima scuola si trovano sul blog ufficiale del progetto: laprimascuola.wordpress.com.

La raccolta fondi però non è il solo obiettivo del progetto. La prima scuola vuole essere uno spazio per raccontare le scuole, le loro specificità, le problematiche dei quartieri o dei paesini in cui lavorano. Questo verrà fatto attraverso piccole inchieste su territori sparsi per l’Italia e interviste a genitori, insegnanti e specialisti. La voce di chi opera nella scuola è spesso dimenticata dai media mainstream, ma se creiamo una rete solida la nostra voce verrà ascoltata.

Il nome La prima scuola nasce dall’ultimo film di Andrea Segre La prima neve. Sebbene il film non parli direttamente di scuola elementare, ci sono molti temi affini a La prima scuola e l’affiancamento del progetto al film può essere un mezzo potente per parlare d’istruzione. JoleFilm e Parthénos credono fortemente nel progetto e lo sostengono.
Per informazioni scrivere a: laprimascuola@zalab.org

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

Un pensiero su “Vivalascuola. Vent’anni dopo

  1. insegnante precaria di 53 anni con tanta confusione, ho paura che anche l’intelligenza soffra di precariato e mi assista solo a chiamata, non se ne puo’ piu’………… per fortuna mi restano la poesia e lo spirito.

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