“Ostaggi” della realtà nel teatro di Gaccione

Lunedì 14 ottobre 2013 alle ore 18.15, presso la Biblioteca Vigentina, Corso di Porta Vigentina 15, Milano (tel. 0288465798), presentazione del libro Ostaggi a teatro 1985-2007 di Angelo Gaccione (Ferrari Editore 2013). Interverranno, assieme all’autore, la poetessa Claudia Azzola, lo scrittore e commediografo Cataldo Russo, Alessandra Paganardi, poetessa e critico letterario, di cui qui presentiamo una nota.

Ostaggi della realtà nel teatro di Gaccione
di Alessandra Paganardi

Che cos’hanno in comune un setting psicoanalitico, una feroce persecuzione antieretica, una crocifissione, una gara d’inganni e tradimenti, un attentato simulato, la scena di uno stupro, il racconto di un abbandono, monologhi di frustrazione o di follia? Hanno in comune la Realtà. Non nel senso di una descrizione, neppure se estrema. Nel senso della verità che vi si nasconde: delle molte verità barbare e meschine, da scriversi con lettera minuscola, ma anche della Verità che l’autore non smette di cercare con inquietudine e acutezza. Questa operazione è rabdomantica e necessita di uno strumento unico per ogni scrittore.

In Angelo Gaccione è certamente uno strumento narrativo, ma in un senso tutto particolare. Provo a dirlo con un’immagine. Se la funzione narrativa fosse un coltello, lo strumento d’arte Gaccione sarebbe un punteruolo. Il suo mondo è la narrazione brevissima, lo squarcio di vita colto dietro una tenda, come nell’indimenticabile raccolta La striscia di cuoio. E, in modo del tutto naturale, la tenda si fa sipario, lo spazio della mente creatrice diventa tridimensionale e la narrazione subisce una sorta di trasformazione stereofonica: nasce così il dialogo teatrale, che in Gaccione è un vero e proprio effetto speciale del racconto.

Guiducci ha scritto, nella prefazione a La porta del sangue, a proposito del genocidio valdese, che la rappresentazione di Gaccione assurge a simbolo di tutti i genocidi effettuati dai Poteri. Questo giudizio è in qualche modo vero per tutte le rappresentazioni di questo libro, di cui ho tracciato un abbozzo di indice.

La rappresentazione di Gaccione è simbolica non nel senso di una tipicità, di un’astrazione, ma proprio all’opposto: per eccesso di concretezza, per la passione di calarsi così profondamente nelle situazioni da mimetizzarsi in esse, scomparire come voce narrante e renderle universali. Lo sguardo dell’autore è così affilato da sconfinare a volte nel voyeurismo, come in certe atmosfere di Magritte, che queste scene spesso ricordano. E la sua capacità mimetica, già messa alla prova sul versante della sensibilità femminile in opere come Lettere ad Azzurra, raggiunge l’apice nel medesimo senso con il monologo Hermana.

La mimesi, tuttavia, non si ferma a un soggetto singolo. Tocca la società e la storia. Gaccione è un polemista del nostro tempo, per quanto spuntato sia costretto ad essere quel suo punteruolo un po’ alla Karl Kraus, che ha fatto uscire dalla sua penna anche aforismi memorabili. Non può smettere di esserlo, perché ciò che suscita la sua indignazione è in primo luogo il Potere in tutte le sue declinazioni. Una volta che questa indignazione è suscitata, essa non può più spegnersi e la si ritrova nei luoghi più impensati, in apparenza inutili: è la protesta sotterranea di Exodus, che il mondo indifferente calpesta; è il grido della donna stuprata, che al processo-farsa è costretta a rivivere il trauma, con in più la beffa di essere giudicata colpevole di provocazione; è la voce collettiva della Porta del sangue, vero e proprio coro tragico oltre che doxa tòn pollòn e, naturalmente, voce dell’autore.

Il teatro di Gaccione è figlio di Ionesco e Beckett, ma anche dei grandi maestri ellenici – Eschilo più che Sofocle, direi, perché la sensibilità nel Nostro non si esprime tanto come scavo psicologico, quanto come situazione tragica già performata. Non dice, mostra; come nel monologo di Hermana o nella follia di Brenda, generata dall’assolutizzazione dell’arte a scapito della vita.

Ma alla fine, anche nei casi estremi, non è mai l’arte ad avere l’ultimo scacco: è la realtà in senso banale, quella scritta con la minuscola. Perché è proprio su questa realtà degradata che il Potere fa leva per corromperla ulteriormente, per mantenerla senza vita come i manichini di Finzione. L’arte, come distillatrice di Realtà, si salva e salva. Può tener testa al Potere, ridare vita agli automi. Perché, come si dice in chiusura nella Finzione, «la vita è qui“.

* * *

Angelo Gaccione, Ostaggi a teatro 1985-2007, Ferrari Editore 2013, Pagg. 208, € 15,00.

Per richieste: info@ferrarieditore.it, Tel. 0983-512347, Cell. 393-3329564

“Il massacro del popolo valdese nella Calabria cosentina del Cinquecento (La Porta del Sangue); la bieca violenza del ‘branco’ su una donna indifesa e l’altrettanto agghiacciante epilogo dell’evirazione e dell’esecuzione di uno degli stupratori di Temmy Werth (Stupro); l’enigmatica e dolorosa condizione esistenziale di Exodus (Dal fondo); l’abolizione della memoria per tenere a bada la sofferenza da parte dello scienziato, del matematico protagonista de La sedia vuota; il cinismo di Jenny, sigle metropolitana bella, colta e sicura di sé dell’omonimo testo; la malinconica disperazione di Hermana per un abbandono senza spiegazioni; il perfido esito di Ostaggi a teatro che ha incredibilmente anticipato un drammatico fatto di cronaca internazionale, e poi ancora Lo sbaglio, La seduta, L’uomo che ha perso la voce, fino allo scintillio spumeggiante e raffinatissimo di una commedia brillante come Tradimenti, con la sua fatale ammaliatrice, la contessa O’Brian…

Sono solo alcuni spunti di un teatro esigente, ricchissimo, denso, pregnante, di uno dei più lucidi e interessanti drammaturghi contemporanei. Per la prima volta raccolto in un unico volume nella Collana Hybris dell’Editore Ferrari, il lettore può godere ora, la lettura integrale di tutto il teatro di Gaccione”.

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