Vivalascuola. Che Bes pasticcio!

Il susseguirsi, a ogni cambio di ministro, di riforme, circolari, direttive, decreti, distrugge quello che non si è nemmeno finito di costruire. Ogni proclama si ferma allo stadio di annuncio, senza che trovi la strada della realizzazione. Il ministero emette le sue direttive, sempre più approssimative dal punto di vista teorico: compito degli insegnanti realizzarle, senza risorse e senza strumenti. Con aumento di carichi di lavoro e della burocratizzazione. E poiché molti insegnanti prendono sul serio il loro lavoro, soffrono nell’impresa di Sisifo di realizzare quanto lo stesso ministero distruggerà quanto prima. Questo è non solo uno dei motivi del burn out degli insegnanti, ma un ostacolo alla pratica didattica e un danno per gli allievi. E’ quanto è successo quest’anno con i BES: annunciati come una grande rivoluzione, hanno messo in allarme le scuole; poi una circolare annunciata pare ridimensionare l’ennesima “riforma epocale“. In questa puntata di vivalascuola ne parlano, su posizioni diverse, Carlo Avossa, Tullio Carapella e Luisa Formenti.

L’iniziativa del MIUR sui BES: inaccettabile il metodo, pericolosa nel merito
di Tullio Carapella

Tutti noi soffriamo di una malattia, di una malattia di base, per così dire, che è inseparabile da ciò che siamo e che, in un certo modo, fa ciò che siamo, se anzi non è più esatto dire che ciascuno di noi è la propria malattia, per causa sua siamo così poco, così come per causa sua riusciamo a essere tanto.
(José Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis)

Questioni di metodo: mai mettere il carro avanti ai buoi.
Lo scrivo in premessa a scanso di equivoci: quanto partorito dal ministero dell’Istruzione in merito ai “bisogni educativi speciali”, in particolare la Direttiva del dicembre 2012 e la Circolare 8 del marzo 2013, mi suona falso e inutile come i buoni propositi di un bambino in una letterina a babbo natale.

Mi riferisco, in particolare, non ai vistosi limiti, ma proprio a quanto di meglio contengono quei due documenti, cioè ai punti di forza che con tanto entusiasmo sottolineano a più riprese i difensori di questa nuova iniziativa ministeriale. Punti di forza facilmente sintetizzabili, perché risiedono nella volontà di coinvolgere tutto il corpo docente nel cercare risposte ai bisogni di ognuno dei nostri alunni, soprattutto di chi è maggiormente in difficoltà.

Bei propositi, nessuna sostanza.
È un po’ come se il ministero dell’agricoltura avesse emanato un decreto per invitare tutti gli interessati, vigili del fuoco, forestali e, perché no?, anche i contadini, a spegnere gli incendi estivi in meno di cinque minuti, prima che le fiamme si propaghino. Anche in questo caso dovremmo constatare che si tratta di una raccomandazione encomiabile, per poi magari aggiungere che un domani si dovrà pure pensare a comprare i Canadair, o almeno a fornire l’acqua alle pompe, o almeno a sostituire le pompe che nel tempo si sono usurate, o almeno ad evitare di dismetterle, le pompe, per ridurre le spese.

Chiedo venia per la metafora poco ortodossa, ma di questo stiamo parlando: una scuola che affronta ogni giorno nuove emergenze e lo fa con pochi mezzi, oggi molto meno di ieri, e spesso lo fa con scarsa preparazione, che non è un optional, se non vogliamo che ci mettiamo tutti quanti, certo con tanta buona volontà, a soffiare sulle fiamme nella speranza che sia così che si spegne un incendio.

Rispetto a questa obiezione è inaccettabile che si risponda “intanto applica la legge, che domani vedremo di fornirti anche gli strumenti per farlo!”, perché:

– I fini non si raggiungono senza i mezzi. Nemmeno “nel frattempo”. Spesso anzi ribaltare le sequenze di causa ed effetto provoca più danni che benefici. Ne è testimonianza questo grottesco inizio di anno scolastico, nel quale tra i docenti si sono accese discussioni e talvolta scontri per affermare ognuno la propria ardita interpretazione dell’ormai celebre perla ministeriale: le tipologie di Bes “dovranno essere individuate sulla base di ben fondate considerazioni psicopedagogiche e didattiche”.

Discussioni senza alcuna possibilità di sintesi, perché già solo il dire “ben fondate” con tutta evidenza non vuol dire assolutamente nulla. E se oggi il Ministero intende correre ai ripari, lo farà inevitabilmente ingarbugliando ancor più la matassa e aggiungendo al danno la beffa.

Circola in questi giorni la bozza della Circolare che il Miur sta per partorire, nella quale evidentemente si intende dettagliare meglio cosa sia un Bes e per limitarne l’uso, precisando che l’individuazione del “bisognoso” va fatta necessariamente all’unanimità dal consiglio di classe, in presenza di una diagnosi clinica e di una richiesta da parte dei genitori. Una novità che evidentemente limiterebbe molto il ricorso a questo “nuovo strumento, se non fosse che negli stessi passaggi si dice pure che si può attivare un PDP anche in presenza di “difficoltà non meglio precisate.

È accettabile che in atti ufficiali ci si esprima con tanta superficialità? E qualcuno potrà spiegare al Miur che l’anno scolastico è cominciato da più di un mese? Avremo la forza di indignarci e alterarci almeno un po’ perché prima ci hanno ordinato di “individuare i bes” e oggi, a cose fatte, ci spiegano pure meglio chi sono e come doveva avvenire l’individuazione? Possiamo prendere almeno questo piccolo dettaglio come testimonianza e misura del pressapochismo di chi ci vuole fermi e pronti a combattere al fronte senza schioppo e senza coordinate?

– È inaccettabile perché comunque non ci crediamo più. Non si può rimandare sempre a domani il momento in cui anche il governo sosterrà un impegno normativo (quella sui Bes non è nemmeno legge) e finanziario per dare sostanza ai suoi buoni propositi, perché sappiamo che dalle parti di Viale Trastevere questo domani non viene mai. Il recente passato è pieno di esempi di promesse ministeriali mai mantenute e basterebbe citare i piani di assunzione e i sontuosi stanziamenti per l’edilizia scolastica del ministro Profumo per capire che il difettuccio delle menzogne a buon mercato non dimora solo a destra.

Certo qualcuno potrà notare che la Carrozza appare almeno meno antipatica e, trascurando il fatto che anche nell’ultimo documento di programmazione economica è previsto un taglio di fondi per l’istruzione, si può sottolineare che è già stato approvato un ottimo piano di assunzioni, in particolare per il personale di sostegno.

A ben vedere, però, anche questo è meno confortante di quanto vogliano farci credere e, alla luce delle esperienze recenti, è tutto da dimostrare che venga attuato. Il DL 104 dello scorso settembre prevede infatti che tra il 2013 e il 2015 siano immessi in ruolo 26.684 docenti di sostegno (si aggiungerebbero ai 63.384 attuali). Si tratta quindi di circa 9.000 docenti all’anno, non pochi, ma nemmeno tantissimi, considerando che ai 63.000 andranno sottratti i tanti docenti di sostegno che decidono ogni anno di passare su posto comune, oppure vanno in pensione o, ahimè, a volte ci lasciano prima.

Per questo primo anno, era prevista la tranche più piccola di immissioni: 4447 docenti da assumere entro il 7 ottobre che, a quanto pare, è già passato una settimana fa, ed invano…

Seguendo il vecchio adagio di Totò, però, non si può non sottolineare che ancora una volta “è la somma che fa il totale”, cioè che le due cifre sopra richiamate danno in totale 90.000,  la cifra che (dal 2006/2007) il ministero dell’Istruzione (e con esso quello delle Finanze) ritiene che non debba essere superata, malgrado negli ultimi sette anni sia cresciuto il numero di studenti con disabilità certificate. Per questa ragione, ogni anno di più, gli Uffici Scolastici hanno dovuto inseguire emergenze, tappare falle con coperte comunque corte, deliberare ad anno scolastico iniziato nuove assegnazioni di sostegno in deroga e questo ha fatto sì che i dati più recenti indichino che in Italia lavorano sul sostegno più di 101.000 docenti e che malgrado ciò è lontano l’obiettivo del rapporto medio di 1 insegnante ogni due studenti con disabilità.

Allora quando la ministra Carrozza afferma che si vogliono stabilizzare “tutti” i docenti di sostegno arrivando a 90.000 (sempre che intanto il tempo si fermi per i “vecchi” 63.000), non può che suonare un campanello d’allarme. Che fine farebbero gli altri 11.000? Vuoi vedere che ha ragione Scataglini quando afferma che la normativa sui Bes sarà anche uno strumento in grado di togliere, certo a piccoli passi, il sostegno ai ragazzi con “funzionamento intellettivo limite” /FIL), vale a dire a chi ha una disabilità non grave?

Addentrandoci appena un po’ nel merito: BES, DA, DSA, FIL… chi parla male pensa male e può fare danni.
Se pure per un attimo provassimo a far finta che le questioni di metodo non sono dirimenti e che vale la pena per un attimo addentrarsi nei meandri delle due letterine di natale, non potremmo che constatare che queste suscitano molti più dubbi che certezze. Le domande che vengono dalle scuole, infatti, sono tante e restano inevase.

L’Ufficio scolastico lombardo, ad esempio, ha confezionato un ottimo lavoro di sintesi di quelle, spesso davvero interessanti, che vengono dagli insegnanti, chiaramente senza sentire il dovere di fornire alcuna risposta.

Io ne rilancio per brevità solo un paio, che non hanno certo la pretesa di essere espressione di tutto il vasto universo di dubbi che la normativa sui Bes ha suscitato, ma che sono un piccolo spaccato degli equivoci che questa questione ha generato. Nemmeno io darò risposte esaustive, non lo farei nemmeno se le avessi, perché dobbiamo pretendere che la matassa la sbrogli chi l’ha creata, se è in grado.

La vera categoria “nuova” è quella dei BES?
La stragrande maggioranza dei docenti crede che i Bes siano una categoria nuova, che si somma a quelle già “normate” (alunni con disabilità con la 104 del ’92, disturbi dell’apprendimento con la 170 del 2010), ma i “ben informati” sanno che non è esattamente così. La categoria dei Bes, infatti, non si somma a quelle DA (o DVA, vale a dire degli alunni con disabilità) e DSA, ma le “ingloba“. Come appare evidente dalla Circolare di marzo e dalla modulistica prodotta da diversi uffici scolastici a partire dal mese di giugno, sotto la sigla BES si includono tre grandi categorie: le due “già note” (disabilità e disturbi evolutivi specifici) più una terza, quella dello svantaggio (socio-economico e/o linguistico/culturale).

La vera novità è proprio relativa a quest’ultima categoria: per la prima volta si chiede ai consigli di classe di predisporre un piano personalizzato per chi vive in una situazione di generico “disagio“, tutto da interpretare. L’individuazione e la programmazione per i disagiati è dunque la vera novità. Bes è invece il contenitore che intende includere questi e “i bisogni” che la legislazione precedente ci chiedeva già di soddisfare.

Anche questa potrebbe rivelarsi una questione non di dettaglio. Se è vero infatti che “tutta la comunità educante” interviene ed è responsabile del soddisfacimento dei Bisogni Educativi Speciali (leggi: tutti i docenti sono di sostegno per i Bes) e se di pari passo è vero che anche gli alunni con disabilità sono Bes, allora non può che derivarne che anche per alunne e alunni con disabilità dovrà essere l’intero consiglio di classe a farsi carico della programmazione individualizzata.

In sé l’idea che tutti i colleghi si attivino pare molto bella finanche a me, se non fosse che il “tutti sono di sostegno” è stato usato per portare avanti l’idea che non occorre più il docente di sostegno specializzato, almeno da due o tre anni, cioè da quando un illuminante documento di Fondazione Agnelli, Caritas e Treellle (Comunione e Liberazione) l’ha proposto forse per la prima volta in modo esplicito.

Certo non assisteremo dall’oggi al domani alla cancellazione del sostegno, ma vale la pena sin da subito suonare un campanello d’allarme, soprattutto per il pericolo che alunne e alunni con disabilità non gravi vengano con poca grazia a partire da oggi calati nel calderone dei disagiati, o, come già accennato, si trasformino i FIL con sostegno nella categoria dei FIL senza sostegno (essendo previsti per i Funzionamenti Intellettivi Limite entrambe le opzioni).

Approccio medico o politico?
Concludo con qualche considerazione su un quesito che mi affascina e forse mi preoccupa più di ogni altro: il concetto di BES è tratto dalla scienza medica? A chi ha criticato le misure ministeriali perché presuppongono, da parte dei docenti, l’attivazione di conoscenze in campo sanitario che non possediamo e non possiamo possedere, c’è stato chi, con ottime argomentazioni, ha risposto che il concetto di bisogno non è affatto medico.

Scrive, ad esempio, Dario Ianes:

Il concetto di BES non è clinico, né tantomeno medico … Il concetto di BES è politico, nella misura in cui stabilisce, come macro categoria, quali siano le situazioni che diano diritto a forme di personalizzazione nella scuola”.

La trovo una risposta convincente e vado avanti felice nella lettura dello stesso articolo del 30 maggio. Più avanti mi imbatto nella risposta ad un altro dubbio che, come già accennato, mi rode: quali sono le “ben fondate considerazioni pedagogiche” per l’individuazione di un BES? Risponde ancora Ianes:

Per me ben fondate significa fondate su un’antropologia ICF-OMS”…

Resto interdetto, non tanto perché non ho capito la risposta, nel senso che non mi ha risolto il problema dell’individuazione del BES, anzi. Resto interdetto proprio per ciò che ho capito: so infatti che l’OMS è l’Organizzazione Mondiale della Sanità e che ICF sta per “Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”. Nasce forte il dubbio che la dimensione della scienza medica, che abbiamo appena deciso di far uscire dalla porta, stia facendo provocatoriamente capolino dalla finestra.

Ma forse è proprio qui il problema. A questo punto non provo più a cercare risposte preconfezionate e provo a costruirmele da solo, partendo dall’esperienza di vita reale, nelle nostre scuole e con i nostri ragazzi.

La scelta che facciamo, che abbiamo sempre fatto, molto prima che per noi inventassero i BES, è sempre stata politica e non medica. È la scelta di individuare con uno sguardo o con un breve scambio di battute il bisogno speciale che, di momento in momento, un soggetto tra i sei e i diciannove anni può esprimere per poi modulare di volta in volta il livello delle nostre richieste.

È il riconoscimento del bisogno di ridere o di piangere, di starsene da solo con se stesso, perché oggi ho litigato con la tipa, perché ho le mie cose, perché questo ritardo comincia a preoccuparmi, perché voi italiani non vi capisco, perché non me ne frega niente, perché non ci capisco niente, perché mio padre picchia mia madre, perché mia madre ci ha lasciati proprio in una mattina di pioggia come questa, perché il ragazzo dei miei sogni mi ha finalmente sorriso e figuriamoci se posso pensare a Diocleziano!

È sempre stata una scelta politica, fatta di misure compensative o dispensative già molto prima che sapessimo che si chiamavano così, e osteggiata nei fatti da chi ha voluto imporci una scuola ogni anno più asettica e più “oggettiva” (sarebbe sin troppo facile dimostrare, ad esempio, che l’Invalsi è nemica dei Bisogni Speciali).

Qualcuno dirà che proprio per questo non c’è problema: la normativa attuale e futura non farà che regolamentare ciò che i docenti generosi hanno sempre fatto e costringere i meno generosi a farlo. Balle. Non sarà tanta carta da compilare a “creare equilibri” nella voglia di dare.

Qualcuno aggiunge pure, in modo più o meno esplicito, che una classe docente “fondata su un’antropologia ICF” avrà finalmente diritto ad accedere a stipendi più decenti, perché non svolgerà più un lavoretto, ma un lavoro vero. Lavoriamo già oggi e lavoravamo ieri, magari dedicando meno tempo alle carte e più ai ragazzi. Mi rifiuto di pensare che rendendo più decenti i nostri stipendi (cosa che abbiamo il diritto di rivendicare sin da subito) lavoreremo meglio.

Quello che serve è formazione, ma non per imbrattare carte. Ciò che non serve è imporci di dare risposte mutuate dalla scienza medica a problemi individuati con criteri politici.

Ho letto una volta da qualche parte che il problema della medicina, almeno di quella che meglio conosciamo, è la pretesa di curare la malattia piuttosto che il malato. I progressi scientifici e tecnologici in campo sanitario hanno migliorato enormemente in pochi anni la capacità di produrre diagnosi precise. Individuato il male, la medicina spesso si limita ad avviare protocolli, fatti di interventi e trattamenti più o meno sempre uguali.

Allo stato attuale noi insegnanti potremo al più improvvisare diagnosi senza avere né le conoscenze, né le tecnologie proprie delle strutture sanitarie. Poi applicheremo protocolli fatti di crocette messe su modelli prestampati.

Potremo così rendere felice il nostro ministro. Daremo alla famiglia dell’alunno con ritardo lieve la scorciatoia per evitare il calvario della certificazione, ma gli negheremo il sostegno specializzato, concederemo l’uso della calcolatrice alla studentessa straniera e perdoneremo al nullatenente il non saper coniugare il verbo avere.

* * *

Quali risorse per i BES?
Intervista di Giorgio Morale a Luisa Formenti*

Come sono cambiate in Italia nel corso degli anni le politiche scolastiche per l’inclusione di allievi con disabilità?

Negli ultimi dieci anni non si è vista una vera e propria politica scolastica dedicata all’inclusione, ma un insieme di azioni, non propriamente coordinate sul territorio nazionale e a volte anche in piena contraddizione tra loro.

Mentre in fasi precedenti l’innovazione era accompagnata da indicazioni precise e da strumenti economici diffusi e improntati a una logica di diritto generalizzato (Legge 104, Legge per il Diritto allo studio, Legge 285) che le scuole potevano accogliere attraverso una progettazione diffusamente applicata, negli ultimi anni la scuola ha vissuto una politica dei tagli e degli interventi sporadici. I fondi sono stati progressivamente ridotti e direzionati principalmente in certe aree geografiche o su certi specifici progetti, creando un’integrazione di serie A, B, C…

Solo chi era in grado di arrivare in tempo, aveva competenze di alto livello o le giuste conoscenze, poteva garantire ai propri alunni, alla propria scuola o al proprio territorio, i servizi necessari per una buona integrazione.

La carente stabilizzazione del personale di sostegno, in minima parte realmente specializzato e ogni anno collocato su nuovi alunni, ha inoltre creato un alto livello di sofferenza nelle famiglie, che si sono trovate a dover combattere personalmente per il diritto all’inclusione del proprio figlio, che dovrebbe essere garantito di per sé dalle scuole e da personale competente, in grado di accompagnare l’alunno con continuità, per un tempo certamente più lungo di un anno scolastico.

La cartina di tornasole sono i siti e le newsletters, che raccolgono ogni giorno le voci dei genitori, e che rilevano alti livelli di diversificazione dei servizi e delle risorse, all’interno del territorio Nazionale.

Da quest’anno la politica per l’inclusione si arricchisce di un nuovo acronimo: BES (Bisogni Educativi Speciali). Cosa si intende per BES?

Per rispondere a questa domanda credo sia utile citare direttamente alcuni passaggi dei documenti che il Ministero ha prodotto in quest’ultimo anno, in modo di fare chiarezza prima di tutto sull’area d’intervento che ci troviamo a considerare, individuando di conseguenza quali possano essere i bisogni e le strategie più utili:

L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse. Nel variegato panorama delle nostre scuole la complessità delle classi diviene sempre più evidente. Quest’area dello svantaggio scolastico, che ricomprende problematiche diverse, viene indicata come area dei Bisogni Educativi Speciali (in altri paesi europei: Special Educational Needs). Vi sono comprese tre grandi sotto-categorie: quella della disabilità; quella dei disturbi evolutivi specifici e quella dello svantaggio socio-economico, linguistico, culturale”. (Decreto CTS 27 dicembre 2012)

Secondo la nota del Ministero del 27 giugno 2013

ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta”.

L’introduzione, a partire dal presente anno scolastico, della categoria dei BES, è da considerare un passo avanti nell’inclusione oppure è un ennesimo modo per fare cassa a tutto danno della scuola?

Il fatto che si vada finalmente a considerare la necessità di impegnarsi per un’inclusione più ampia e coerente, prendendo in considerazione non solo le disabilità, ma anche le differenti situazioni di disagio e difficoltà, è una necessità già da molti anni.

La scuola, oltre a soffrire rispetto a situazioni divenute in alcuni casi del tutto ingestibili, non ha ricevuto in questi anni sufficienti strumenti per affrontarne i diversi aspetti, che non coinvolgono solo l’area degli apprendimenti, ma anche aspetti più propriamente psicologici e in alcuni casi anche psicopatologici, considerato l’aumento dei livelli di disagio psicologico e sociale, presenti nella realtà scolastica italiana.

La rilevazione dei bisogni e l’individuazione di risposte proprie di un ambito formativo, è diventato un impegno urgente, richiedendo una seria e coerente risposta istituzionale, che con il Decreto sui BES il Ministero cerca di prendere in considerazione, anche se non è ancora in grado di prospettare linee operative precise, ma si ferma alla delineazione di una serie di principi, in cui non possiamo che riconoscerci, e sui quali il Ministero chiede ora di lavorare, presentando proposte costruttive, basate sulle esperienze positive di questi anni.

È inoltre intenzione della scrivente procedere a una raccolta delle migliori pratiche in ordine alla definizione dei Piani in parola. A tal fine si richiede la collaborazione delle SS.LL. affinché censiscano le proposte di P.A.I. realizzate nel loro territorio e trasmettendo copia delle rilevazioni, unitamente ad una selezione delle buone pratiche” (nota Ministero 27 giugno 2013).

Nelle scuole regna la confusione rispetto a cosa fare. Da una parte, adottando una considerazione allargata di allievi con bisogni speciali, in molte scuole tecniche o professionali o periferiche finisce per rientrare in questa categoria la gran parte degli studenti, con la necessità di moltiplicare piani personalizzati che rischiano di restare solo sulla carta. Da un’altra parte, infatti, se è facile moltiplicare la quantità di carta prodotta, non è altrettanto facile dare alle scuole le risorse finanziarie, la formazione, gli strumenti indispensabili per un intervento efficace.

Vi sono certamente scuole che hanno già affrontato queste tematiche in termini progettuali ed altre che sono molto più spaesate, ma va considerato che in questi anni erano già arrivate sia indicazioni che finanziamenti rispetto alle diverse problematiche che ora vengono considerate congiuntamente sotto la comune voce inclusione. E’ anche vero che questi provvedimenti hanno responsabilizzato in particolare chi già era maggiormente coinvolto e preparato su questi problemi, dando spazio alla scelta autonoma delle scuole, ma non sempre finanziamenti continuativi e sufficienti per tutti. Così mentre alcune realtà sono rimaste nel disorientamento più totale, altre si sono attivate, assumendosi il carico e la responsabilità della sperimentazione, ricercando in vari modi i finanziamenti necessari, facendosi aiutare anche dalle famiglie, economicamente sempre più responsabilizzate.

A questo proposito va necessariamente considerato il tema della formazione diffusa per i docenti, perché l’abolizione dell’aggiornamento obbligatorio per gli insegnanti ha rallentato notevolmente in questi anni la crescita pedagogica e didattica delle realtà scolastiche, che era necessario continuassero questo cammino, per poter affrontare coerentemente le nuove sfide che l’ingresso dei bambini di diverse nazionalità, le nuove problematiche emergenti e la diffusione delle nuove tecnologie hanno cominciato ben presto a richiedere.

Sicuramente la valorizzazione della figura sociale e professionale dei docenti è una delle chiavi del miglioramento della qualità del sistema scolastico, forse la più importante, per questo mi pare centrale la proposta di introdurre un sistema di crediti formativi e professionali a cui ancorare una vera progressione di carriera per gli insegnanti, con figure e retribuzioni diversificate, in base ai percorsi formativi personali.

Nella sua formulazione iniziale la circolare sui BES sembrava porre la conoscenza diffusa sulla tematica dei bisogni speciali come alternativa all’intervento dell’insegnante di sostegno e dello specialista. Questa è davvero un’alternativa? Le scuole possono fare a meno dell’insegnante di sostegno o dello specialista?

Domandarci questo è come chiederci se sia più necessario il pane o l’acqua, per il benessere quotidiano del nostro corpo. Non possiamo porre in alternativa una buona capacità di gestione educativa e didattica diffusa all’interno della scuola, elemento basilare per rispondere ai diritti formativi di tutti gli alunni, con la necessità di fornire personale specializzato, in grado di accompagnare la crescita di quegli alunni che necessariamente richiedono specifiche tecniche di insegnamento, interventi individualizzati e tempi particolari di attenzione e cura.

In ogni realtà lavorativa noi incontriamo personale variamente formato e specializzato, che il servizio è tenuto a fornire, per rispondere alla domanda dell’organizzazione e dei propri utenti. Ci chiediamo per quale motivo nella scuola l’organizzazione del personale debba restare ferma a un’articolazione di tipo basilare: dirigente scolastico, personale di segreteria, personale docente (di differenti discipline, oppure di sostegno, ma non sempre specializzato), personale assistenziale o educativo, collaboratori.

Nel momento in cui la scuola italiana sceglie di percorrere la strada dell’inclusività, deve pensare a quale articolazione sia necessaria per permettere a ogni alunno e a ogni classe, di avere una più completa risposta al proprio diritto formativo.

Se alla scuola viene richiesta competenza, continuità, responsabilità e capacità di integrazione, è necessario che venga garantita anche una maggiore specializzazione degli insegnanti, che devono essere in grado di progettare percorsi didattici differenziati, ma anche gestire le diverse problematiche proposte da un gruppo classe.

Tali complessi e delicati passaggi – proprio affinché l’elaborazione del P.A.I. non si risolva in un processo compilativo, di natura meramente burocratica anziché pedagogica – richiedono un percorso partecipato e condiviso da parte di tutte le componenti della comunità educante, facilitando processi di riflessione e approfondimento, dando modo e tempo per approfondire i temi delle didattiche inclusive, della gestione della classe, dei percorsi individualizzati, nella prospettiva di un miglioramento della qualità dell’integrazione scolastica, il cui modello – è bene ricordarlo – è assunto a punto di riferimento per le politiche inclusive in Europa e non solo.” (nota Ministero 27 giugno 2013)

Per fare questo si rende indispensabile la costituzione di nuove figure di sistema, in grado di dedicarsi con competenza all’analisi dei bisogni e alla gestione delle risorse, non solo economiche ma anche umane, nonché all’individuazione delle strategie gestionali necessarie per una reale innovazione; la scuola ha bisogno di personale in grado di favorire, avendone il ruolo e la competenza, uno sviluppo progressivo, articolato e armonico, dei diverse proposte formative, uscendo dalla dinamica del volontariato e dell’alternanza dei ruoli.

*Insegnante specializzata, Psicopedagogista e Psicomotricista

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Tutti disabili?
di Carlo Avossa

Il MIUR ha inventato la categoria dei “Bisogni Educativi Speciali“. In una Circolare Ministeriale del 6 marzo 2013 ha comunicato alle scuole che ogni alunno in difficoltà deve essere considerato alla stregua di un diversamente abile: per ciascuno, infatti, il MIUR impone un Piano Didattico Personalizzato, anche in mancanza di una diagnosi o di un accertamento.

Per chiunque sia in difficoltà: che sia non italofono, che versi in condizioni di disagio socioambientale, che abbia un disturbo specifico dell’apprendimento, un ritardo evolutivo, la sindrome di deficit dell’attenzione, o anche che versi in una generica condizione di difficoltà scolastica… Sono tutti alunni, a detta del MIUR, che hanno “Bisogni Educativi Speciali“.

L’aggettivo “speciale” viene usato, nella letteratura scientifica, per identificare le pratiche scolastiche pensate a favore dei soggetti con disabilità, o diversamente abili. La nuova categoria comprende potenzialmente tutti gli alunni, anche quelli che hanno difficoltà momentanee.

Il provvedimento si può giudicare aberrante per molti motivi:

La “personalizzazione” è la versione, ideologicamente connotata, di quella che veniva chiamata prima “individualizzazione“. Mentre “individualizzare” vuol dire semplicemente adattare l’insegnamento alle caratteristiche dell’individuo che apprende, “personalizzare” rimanda ad una precisa teoria del filosofo cattolico Maritain, avversario di materialismo ed empirismo, che vuole basare l’insegnamento su dogmi religiosi. Il MIUR prende posizione ufficiale in questo senso: ma può una filosofia essere imposta a tutti?

– In un momento in cui le scuole vedono un aumento del carico di lavoro del personale, un taglio delle compresenze (nella primaria), un aumento del numero di alunni, una diminuzione delle ore di insegnamento (nella secondaria), il taglio delle risorse finanziarie, il sottodimensionamento degli organici di sostegno, pensare di risolvere i problemi di mancanza di individualizzazione con una Circolare è ipocrita ed irrealistico. I bambini e i ragazzi con difficoltà staranno meglio?

– La concezione per cui tutti sono diversi e nessuno è normale colloca tutti gli alunni/le alunne “fuori” da un percorso culturale condiviso. Ognuno avrà il suo, “personale“. Ma pensare a una scuola dove tutto è “personale” contraddice le teorie educative attualmente più accreditate, ossia quelle che emergono dal pensiero del grande psicologo e pedagogista Vygostkij. Questi sostiene che il linguaggio, ma anche l’intelligenza, non possono che svilupparsi entro uno spazio sociale. Una scuola in cui non esiste un percorso condiviso ignora questo principio scientifico e diventa un servizio a domanda individuale. In questo modo la scuola non deve “pensare” la differenza di approccio tra l’educazione di un alunno con disabilità comprovata e quella di un altro alunno, del quale non esiste una diagnosi di disabilità. Tutti disabili, allora?

– Il rapporto numerico tra alunni diversamente abili certificati ed insegnanti di sostegno negli ultimi anni è sempre andato peggiorando e le ventilate assunzioni di docenti di sostegno, se avverranno, consentiranno di fatto poco più di un decente turn-over. L’idea dei BES serve a ridurne o azzerarne il fabbisogno: tutti gli alunni hanno bisogni educativi speciali, perciò tutti i docenti devono rispondervi, divenendo così di sostegno. Tutti insegnanti di sostegno, nessun insegnante di sostegno?

Nella direttiva “BES” è previsto che sarà la scuola a “diagnosticare difficoltà, disturbi specifici dell’apprendimento o sindromi e patologie di varia natura, sostituendosi ai servizi sanitari di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Quanto saranno precise ed attendibili le diagnosi che una volta facevano i neuropsichiatri ed ora dovranno fare gli insegnanti? Il compito dell’insegnante è quello di un diagnosta?

C’è da chiedersi quale sarà l’esito realistico di tutta l’operazione. Gli insegnanti di classe (posto “comune“) agiranno senza insegnanti di sostegno, saturati su più classi, con classi “pollaio” molto numerose: e in ciascuna di esse avranno uno o più alunni disabili, più quelli con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Inoltre avranno il dovere di pensare ed attuare, per ciascuno degli alunni in cui sarà vista una difficoltà di qualsiasi tipo, anche temporanea, un Piano di insegnamento “Personalizzato“. Oltre, ovviamente, che seguire la classe.

La conseguenza sarà un inevitabile decadimento dell’azione didattica ed educativa sull’intera classe e l’impossibilità di agire adeguatamente su alunni, con disabilità cosiddetta “lieve“, che spesso sono in grado di lavorare solo se seguiti in maniera individuale.

Questi i prevedibili effetti della geniale pensata dei “BES“.
Che, si badi bene, non è una legge, ma “solo” una direttiva ministeriale.

Invece che di “Bisogni educativi” si dovrebbe parlare di diritti educativi. Ma questa parola è ormai desueta.

C’è da essere indignati.
Ma anche da chiedersi perché, a scuola, nessuno lo dimostra.

* * *

MATERIALI

In pochi mesi il dibattito sui BES ha prodotto una vasta letteratura, di cui è impossibile dar conto esaurientemente. Per chi volesse approfondire, ci limitiamo a indicare alcuni materiali che ci sembrano significativi o comunque esemplificativi delle posizioni emerse.

OrizzonteScuola ha dedicato una pagina ai BES, in cui presenta la direttiva, anticipazioni su una prossima circolare, un modello di Piano Didattico Personalizzato (PDP), nonché vari interventi.

Sul blog La letteratura e noi si è svolto un ricco dibattito, da cui segnaliamo gli articoli di Alain Goussot, Salvatore Nocera, Ermanno Tarracchini, Alain Goussot, Andrea Canevaro, Andrea Canevaro, Andrea Canevaro, Carlo Scataglini, Dario Ianes, Salvatore Nocera, Carlo Scataglini.

Anche ScuolaOggi ha dedicato spazio ai BES, con gli interventi di Stefano Stefanel, Franco De Anna, Maurizio Tiriticco, riportando l’opinione di Salvatore Nocera, Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), e voci di un dibattito.

PavoneRisorse presenta un lungo testo di Raffaele Iosa apparso in più puntate: 1, 2, 3 (devono ancora uscire le ultime due), proposto anche da altri spazi in rete dedicati alla scuola, e gli interventi di Domenico Sarracino, Claudio Berretta, Giuseppe Adernò.

Di alcuni dei testi presentiamo qualche stralcio.

Le scatole e le etichette. Sull’Invalsi e i BES nella scuola pubblica
di Carlo Scataglini

Sono convinto che una nuova cultura inclusiva sia necessaria. Sono convinto che l’attenzione verso tutti i bisogni educativi speciali sia un’esigenza inderogabile della scuola pubblica e dei bambini e dei ragazzi che in essa vivono. Sono convinto che la ricerca e la letteratura sulle metodologie inclusive e sulle strategie didattiche di cerniera debbano moltiplicare i loro sforzi e produrre innovazioni sempre più funzionali. Ma non prendiamoci in giro!

Non proviamo a nascondere dietro a un impianto scientifico e valoriale, come quello dell’inclusione e dei BES, un tentativo di taglio delle risorse finanziarie alla scuola. Di taglio dei posti di sostegno. Non commettiamo, nello stesso tempo, l’errore di sprecare addirittura le risorse che ci sono. Le risorse professionali di chi, per venti o trent’anni, ha costruito una personale specializzazione fatta di studio e di esperienza diretta tra i banchi delle aule della scuola pubblica. Innovare vuol dire far funzionare bene quello che c’è, lavorando sulle criticità, stimolando le idee, la partecipazione, la presa in carico.

L’innovazione si produrrà rivedendo l’attuale e nefasto approccio ai BES, eliminando l’etichettatura sistematica e la medicalizzazione, coinvolgendo nell’intervento di sostegno chi è veramente specializzato, non lasciando soli i docenti di classe proprio nel momento decisivo della didattica personalizzata. L’innovazione si attua facendo circolare veramente le risorse professionali che sono numerose all’interno della scuola pubblica, formando veramente tutti i docenti sulle metodologie e sulle strategie didattiche per l’inclusione. Valorizzare le professionalità e le specializzazioni. Questa è la vera innovazione! Questo è il vero sostegno alla scuola pubblica! (continua qui)

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Quale inclusione? Riflessioni critiche sui bisogni educativi speciali
di Alain Goussot

Sorge un dubbio: se il concetto d’inclusione è strettamente connesso agli indirizzi proposti sui cosiddetti Bes si muove nella direzione del differenzialismo, allora cosa vuol dire includere? Un concetto chiave rimane quello di adattamento funzionale. Quindi si tratta di adattare, per il bene dell’alunno ‘Bes’ , di ‘normalizzare’, di ‘curare’, di ‘riparare’. Ma a questo punto non si rischia di riprodurre le diseguaglianze che si dichiara di volere combattere? Non si rischia di fornire una giustificazione ‘scientifica’ all’esistenza, purtroppo reale, delle sezioni ghetto nelle scuole, e, quindi, di riprodurre la logica delle classi differenziali?

Nei documenti del ministero si parla della valutazione dell’inclusività delle scuole: ma chi si occuperà di questa valutazione? Quale formazione e competenze avranno i valutatori? Quali criteri di valutazione saranno utilizzati? Non vorrei che i criteri (diffusi nei sistemi di valutazione PISA) usati (successo scolastico, abbandono e dispersione scolastica, autofinanziamento, progettualità approvate e realizzate) finissero per penalizzare ulteriormente le scuole delle periferie, le scuole povere dei quartieri emarginati, le scuole collocate nelle zone ad alta presenza di immigrati… Vorrebbe dire riprodurre e accentuare le diseguaglianze e essere in contraddizione con il detto costituzionale della Repubblica italiana…

Si parla di docenti esperti e preparati sui ‘BES’, si parla di Centri territoriali per l’inclusione: ma cosa vuol dire in modo preciso? Chi saranno questi docenti esperti dei BES ? Quale formazione avranno? Quali compiti e competenze? Che fine faranno gli insegnanti specializzati o di sostegno? Vediamo in tutto questo una risposta tecnocratica-burocratica ad una questione di ordine culturale, pedagogica e sociale; di nuovo vediamo una scuola e un corpo docente deprivato del proprio protagonismo, della possibilità di partecipare all’analisi e anche all’elaborazione di proposte concrete per favorire l’effettiva eguaglianza delle opportunità per tutti gli alunni nell’accesso all’istruzione e all’educazione. (continua qui)

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La Grande Malattia
di Raffaele Iosa

Per ogni sintomo c’è una medicina, una terapia, un santone. Siamo dominati dall’ideologia della salute omologata ad un’astratta vita senza mai dolori e fatiche. Sullo sfondo l’enorme potere, quasi senza limiti, della medicina attuale della “salute asintomatica”, effetto della consumistica ideologia del godimento senza limiti, della salute come “non malattia”.

In sostanza, è esplosa la manìa per cui tutti i “problemi di ogni bambino o giovane (biologici, cognitivi, relazionali) vanno serializzati da uno sguardo scientista empirista che individua (cerca, trova, inventa) “sintomi” scissi dall’unitarietà e complessità di ogni singola persona. Questa teoria ha un metodo dominante, l’ EBM (evidence-based medicine) strutturato sulla statistica delle frequenze di singoli sintomi lungo scale (oggettive?) a gaussiana predittiva (test, soglie, prove, esami, diagnosi). Metodo che produce burocraticamente “disturbi, sindromi, spettri, ecc.. con linee guida cliniche in apparenza “dure” ma che variano spesso.

La centralità mitica del “sintomo” giustifica norme, leggi, tecniche, terapie, farmaci, e una violenta pressione sull’agire pedagogico a diventare tecnicismo separativo. Con nuovi affari e nuovi specialisti. Suggerisco a tutti l’attenta lettura del libro di Marco Bobbio, famoso cardiologo figlio di Norberto, Il malato immaginato, i rischi di una medicina senza limiti, Einaudi 2010. Una critica radicale alla teoria dell’EBM e la proposta di una medicina più umana, che accetti la vita come processo cui la medicina, come la pedagogia, debba guardare sempre con una visione olistica, ecologica, sistemica…

Non è un caso che l’epoca della “grande malattia” nei bambini e nei giovani sia aumentata via via che si sono concretizzate le politiche darwiniane della destra (ma non solo) con il mito del “merito”, la confusione sulle “competenze”, la mania della “competizione”, la valutazione INVALSI vissuta come perfomance, ma anche il ritorno dei voti nel primo ciclo, l’aumento degli alunni per classe, la riduzione della flessibilità, l’omicidio dell’autonomia scolastica sulla culla. Tutto questo ha alimentato un processo culturale di decadenza che bene ha descritto Dario Missaglia nel suo recente articolo L’eredità contraddittoria del governo Monti sulla scuola del 14 maggio scorso, quando evidenzia gli aspetti fondamentali dell’attuale crisi della scuola, che è ormai di identità e ruolo sociale…

Ritengo, tra l’altro, che la Legge 170 sui DSA abbia provocato più danni che risultati. Penso che l’approccio ai BES con la logica della Legge 170 sia peggio ancora. La logica del “compensativo e dispensativo” è questione didattico-pedagogica di responsabilità del docente, non tecnica misurata da psicologi cognitivi. Avevamo già la Legge 517 (del 77!) che prevedeva l’ “individualizzazione”, parola molto più bella e flessibile di queste due che sanno di burocratico e sindacale. Soffro a vedere gli insegnanti piegati a ricevere “ricette tecniche” da esterni, senza la forza e lo spazio per una propria ricerca professionale autonoma, solo questa utile a rimettere insieme l’unità tra persona e comunità, che è la vera anima dell’educazione…

Dunque, perché questa “ansia normativa”? Non sarebbe bastato richiamare le scuole alle loro responsabilità autonome per garantire ai ragazzi “inadeguati” (disabili, DSA o disadattati che siano) percorsi individualizzati e diversi con flessibilità e creatività didattica dal basso? E magari aggiungerci qualche soldino? Perché non affidare alle scuole l’organizzazione e perfino le sigle?

Ho girato l’Italia a dire “non più a tutti le stesse cose nello stesso momento e nello stesso modo” e adesso si deve fare il PAI? Ma via: già il fatto di dirlo in una circolare lede il diritto-dovere del POF di essere naturalmente inclusivo, e non perché lo chiede Lucrezia Stellacci. Che, infatti, deve precisare e riprecisare che non è un’”aggiunta al POF” ma un bla bla bla di pedagogese….

Ma perché si è fatta una Legge sui DSA e poi si sono inventati i BES? Perché serviva una legge ed anzi un ukaze per imporre compensa e dispensa? Perché allargare oggi la stessa filosofia ai BES? Qui c’è il cuore velenoso della teoria iatrogena che pervade i DSA, i BES ma anche altro. Non è difficile, anche se doloroso rispondere: la spinta a produrre ukaze nasce dal fatto che una teoria scientista sull’umano è per sua natura autoritaria, fondandosi su una presunta “oggettività” del suo (scusate il bisticcio) “oggetto”…

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Alcune domande, alcune proposte
di Roberta Caldin

Parlare ancora di BES, senza tenere in nessun conto le indicazioni dell’Unesco che invitano a superare tale costrutto, non è anacronistico o, per lo meno, curioso?

Rilevare sempre il bisogno individuale, piuttosto che l’impegno del contesto ad essere facilitante, non vanifica l’intera filosofia dell’ICF, ICF-CY, Convenzione sui diritti delle persone disabili?

Continuare a focalizzarsi sui bisogni speciali piuttosto che su quelli ordinari e sui diritti (comuni, di uguaglianza e di cittadinanza), non rischia di inficiare l’approccio emancipativo e partecipativo alle/delle persone disabili e il loro stesso protagonismo?

– In una prospettiva filosofica e antropologica, la dimensione dei bisogni educativi speciali (così come quella dell’originalità e dell’unicità di ciascuno) non potrebbe configurarsi come dimensione trasversale ed esistenziale ampia?

Il modello inclusivo della scuola italiana è davvero mosso e sostenuto da un’idea culturale centrata sull’inclusione, ma ancora prima su un’idea di uomo libero di esprimersi e di incontrare l’altro diverso da sé senza averne paura?

– Nei BES entra tutto quello che sfugge al controllo delle certificazioni, progettazioni ecc.: ciò è un rischio o un vantaggio?

Le proposte che seguono tengono conto dell’alto valore – umano e culturale – da noi assegnato al termine inclusione, in un’ottica di ordinaria normalità.

Affinché ogni insegnante curricolare, in ogni sezione (con bambini certificati o meno, con bambini provenienti da altre Terre o meno…), possa prestare la dovuta attenzione e ascolto ad ogni bambino a lui assegnato, occorrerebbe:

– che ogni sezione non superasse il tetto massimo di 22 bambini (attualmente, a causa delle varie circolari emesse un anno dopo l’altro, si può arrivare a 30 nella scuola statale);

– che ogni volta che un insegnante è assente (malattia, permesso ecc.) questo sia sempre sostituito con un supplente (attualmente, nella maggior parte delle scuola ciò non avviene, l’insegnante che è di turno la mattina si trova sempre da solo, di fatto impedendo ogni tipo di didattica laboratoriale o in piccolo gruppo e durante le ore pomeridiane i bambini presenti a scuola vengono distribuiti sulle sezioni al completo di organico, in una sorta di “gioco dei pacchi”);

un collaboratore/operatore scolastico assegnato ad ogni sezione. Fino a un po’ di anni fa non solo ciò era la norma, ma vi era pure la figura dell’assistente. Per cui c’erano 4 persone per ogni sezione (funzionante a tempo pieno), senza considerare le realtà con l’insegnante di sostegno. Attualmente, vi sono due collaboratori scolastici per scuola, non vi è più alcun aiuto nelle sezioni e il loro ruolo ha perduto quella valenza di cura e di educazione assumendo quello esclusivo di pulizia dei locali;

ripensare al ruolo dei Dirigenti assegnando o ri-assegnando loro quel meraviglioso compito di sostegno pedagogico di cui sono stati defraudati. Non sarebbe male ipotizzare figure di sistema con compiti pedagogici posti tra il Dirigente e gli insegnanti. Si pensa ad insegnanti statali con preparazione idonea, insegnanti esperti e colti. (continua qui)

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Sono un portatore (sano?) di BES
di Franco De Anna

Trascrivo integralmente dalle Indicazioni nazionali le affermazioni che descrivono l’identità dello studente alla conclusione del primo ciclo di istruzione (vorrei che, rileggendole, tenessimo mente che si tratta di un “ragazzo” di 13/14 anni).

“Lo studente al termine del primo ciclo, attraverso gli apprendimenti sviluppati a scuola, lo studio personale, le esperienze educative vissute in famiglia e nella comunità, è in grado di iniziare ad affrontare in autonomia e con responsabilità le situazioni di vita tipiche della propria età, riflettendo ed esprimendo la propria personalità.

Dimostra una padronanza della lingua italiana tale da consentirgli di comprendere enunciati e testi di una certa complessità, di esprimere le proprie idee, di adottare un registro linguistico appropriato alle diverse situazioni.

Nell’incontro con persone di diverse nazionalità è in grado di esprimersi a livello elementare in due lingue europee. Allo stesso modo riesce ad utilizzare una lingua europea nell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: posta elettronica, navigazione web, social network, blog, ecc..

Le sue conoscenze matematiche e scientifico-tecnologiche gli consentono di analizzare dati e fatti della realtà e di verificare l’attendibilità delle analisi quantitative e statistiche proposte da altri. Il possesso di un pensiero razionale sviluppato gli consente di affrontare problemi e situazioni sulla base di elementi certi e di avere consapevolezza dei limiti delle affermazioni che riguardano questioni complesse che non si prestano a spiegazioni univoche.

Utilizza in modo sicuro le tecnologie della comunicazione con le quali riesce a ricercare e analizzare dati ed informazioni e ad interagire con soggetti diversi.

Possiede un patrimonio di conoscenze e nozioni di base ed è allo stesso tempo capace di ricercare e di procurarsi velocemente nuove informazioni e impegnarsi in nuovi apprendimenti anche in modo autonomo. Ha assimilato il senso e la necessità del rispetto delle regole nella convivenza civile. Ha attenzione per il bene comune e per le funzioni pubbliche alle quali partecipa nelle diverse forme in cui questa può avvenire: volontariato, azioni di solidarietà, servizio civile, ecc.

Dimostra originalità e spirito di iniziativa. Si assume le proprie responsabilità e chiede aiuto quando si trova in difficoltà. In relazione alle proprie potenzialità e al proprio talento si impegna in campi espressivi ed artistici che gli sono congeniali.”

Se sto alla analisi letteraria del testo non avrei ragioni per modificarne una virgola. Se “deletteralizzo” (un buon esercizio anche se mutuato dalla psicanalisi) son preso da sgomento.

Personalmente mi dichiaro portatore di BES (se non peggio…). Alla mia età non mi sento di corrispondere a questo “idealtipo” di ragazzino di 13/14 anni e mi interrogo su quanto ho perso (e, maliziosamente, guadagnato) nella vita a non corrispondervi.

Sia chiaro: non ho nessuna istanza polemica con gli estensori delle Indicazioni. Anzi. Mi chiedo solamente il “senso” che tali affermazioni assumono nella realtà quando trasferite nella operatività concreta della scuola.

Tracciare un “idealtipo” di studente con tali caratteristiche come si riflette nella cultura e nella prassi valutativa? E, prima ancora dell’esito valutativo, quale “clinica” attiva da parte dei docenti come capacità di “chinarsi su..” le persone reali con cui hanno a che fare? E ancora: davvero tale descrizione idealtipica si confronta con la realtà storica delle caratteristiche dei preadolescenti/adolescenti in questa età storica? (continua qui)

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Il bisogno educativo e la virtuosa omologazione
di Stefano Stefanel

La circolare sui BES di questo parla: di personalizzazione, osservazione, scuola. Non di medicina e ulteriori certificati. E soprattutto invita a guardare il bisogno non il certificato. Solo che l’Italia pedagogica non vuole personalizzare: la Riforma Moratti proponeva alcune personalizzazioni forti, ma la scuola le ha respinte per richiamarsi alla virtuosa omologazione. Adesso che ci si sta accorgendo che l’omologazione non è virtuosa e non è neppure omologata si assiste al braccio di ferro tra un Ministero che va a scuola all’estero e dall’estero trae i suoi indirizzi e una scuola che dei modelli diversi dal suo non vuole sentir parlare.

Per intervenire sul disturbo o il bisogno non serve il certificato medico, ma l’osservazione del docente, che sa comprendere benissimo dove sta il problema e come intervenire. Ma si ferma spesso davanti a quel programma (che non c’è più) e che deve terminare. (continua qui)

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La presunta nullità o illegittimità della Direttiva e Circolare BES
di Marco Barone

Il MIUR con una Direttiva e una Circolare, fonti di carattere secondario, che non hanno carattere legislativo ma solo amministrativo avendo come scopo quello disciplinare l’attività degli organi amministrativi dipendenti, onde assicurare unità di indirizzo e di coordinamento nell’attuazione dei loro compiti, ha totalmente innovato la materia prevedendo funzioni, mansioni, attività, aggiuntive per il personale docente e per le scuole.

Deve essere detto che dalla lettura incrociata dell’articolo 1 e dell’articolo 7 della Legge 53/2003, da cui il MIUR ha tratto ispirazione, per sua testuale ammissione, l’unico modo per introdurre il BES nelle scuole era e non poteva che essere o tramite Decreto Legislativo o Decreto Ministeriale od ovviamente Legge, ma non certamente tramite una Direttiva e Circolare.

Dunque si è in presenza da un lato ad una chiara illegittimità delle due fonti secondarie di diritto perché innovative e perché difettano per eccesso di potere, ma dall’altro, potrebbe emergere anche una nullità delle stesse, poiché vi sarebbe una mera incompetenza assoluta e di difetto di attribuzione oppure una carenza di potere in concreto del MIUR nell’adottare gli atti ivi previsti. (continua qui)

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BES, GLI, PAI e altro… Basta qualche sigla per far confusione
di Marco Barone

Sussiste incompatibilità tra la Direttiva di dicembre sul Bes e la Circolare applicativa con l’articolo 19 comma 11 della Legge 111/2011, rilevato che questa presunta incompatibilità è riconosciuta dallo stesso MIUR con la nota del 27 giugno, che ora si è commentata, visto che il PAI, che è uno strumento essenziale per la definizione degli obiettivi dei BES, ha mutato in via interpretativa la sua stessa natura?

A parer mio questo ultimo atto (nota) del MIUR è possibile che sia finalizzato ad evitare che le scuole possano proprio alla luce delle disposizioni dei BES incrementare le previsioni delle richieste di sostegno anche in deroga come previsto dalla Legge 111/2011. Perché dico ciò? Perché nel momento in cui nel PAI, come previsto dalla Circolare, si devono inserire tutti gli studenti con le specificità indicate dalla normativa, dunque indicati come BES, conseguentemente la richiesta di sostegno, come prevista dal PAI, è per forza di cose dipendente dal numero degli studenti individuati come BES e certamente ben potevano affermarsi le già citate previsioni della deroga come richiamata dall’articolo 19 della Legge 111/2011.

Quindi il MIUR con questa nota ha rimosso la contraddizione che avrebbe garantito il vero diritto all’inclusione con una previsione ampliativa della richiesta del personale di sostegno andando ben oltre in via potenziale le casistiche come definite dalla Legge 104/92 e certamente rischiato di aprire le vie a nuovi contenziosi. Ciò perché la citata disposizione come prevista dalla Circolare si scontrava con l’architettura dei BES come definita dalla Direttiva di dicembre 2012, che de facto vuole la riduzione del personale di sostegno. (continua qui)

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Un piano di inclusione o di esclusione?
di Massimo Rizza

La scuola pubblica statale è da sempre per l’inclusione, l’altra (la paritaria) nella pratica favorisce l’esclusione delle fasce di utenza più deboli. Alla luce della nuova normativa sopracitata quale potrà mai essere il piano di inclusione delle scuole non statali, se le percentuali di alunni frequentanti con bisogni diversi sono quasi del tutto assenti o irrilevanti dal punto di vista quantitativo?

Le scuole statali delle grandi città come Milano, al di là di alcune lievi differenze tra le zone e i quartieri registrano percentuali di alunni d.v.a. intorno al 5% della popolazione scolastica, al 3% di disturbi specifici, dal 15 al 30% di alunni stranieri, tra i quali un certo numero di neo-arrivati, a cui si deve aggiungere un altro 5% di alunni a rischio di insuccesso scolastico. I cosiddetti svantaggiati socio-culturali, quelli a cui faceva riferimento l’art. 2 della L. 517 quando individuava la necessità di ”realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni“.

Come mai queste tipologie di alunni sono praticamente assenti nelle scuole paritarie? Le ragioni, ovviamente non sempre condivise, sono note a chiunque si occupi di scuola pubblica: selezione forzata dell’utenza a causa della retta richiesta alle famiglie, selezione degli alunni basata sull’appartenenza socio-culturale, libertà di iscrizione degli alunni senza l’obbligo di attenersi al prescrittivo bacino d’utenza,(imprescindibile per le scuole statali) ed innumerevoli pratiche tese a scoraggiare le famiglie all’iscrizione di alunni problematici o con bisogni educativi diversi.

La seconda contraddizione forte dell’impianto socio-pedagogico che sottintende all’inclusione degli alunni con bisogni educativi diversi, consiste nel fatto che con le ultime leggi finanziarie sono stati prodotti tagli agli organici di posti comuni, di sostegno, di facilitatori per alunni stranieri, soprattutto nella scuola a tempo pieno, dove le buone pratiche – fin dagli Settanta – rispondevano proprio ai bisogni citati, attraverso le forme di recupero e sostegno rivolte proprio a quegli alunni a cui si riferiva la legge:

al fine di agevolare l’attuazione del diritto allo studio e la promozione della piena formazione della personalità degli alunni, la programmazione educativa può comprendere attività scolastiche integrative organizzate per gruppi di alunni della classe oppure di classi diverse…”.

Sono state tagliate le risorse organiche, cancellate le buone pratiche e le possibilità di attuare insegnamenti individualizzatiin compenso però avremo un bel documento di rilevazione degli alunni con bisogni educativi diversi, peccato che risulterà impossibile poter attuare gli interventi necessari! (continua qui)

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I BES: un’invenzione… BEStiale?!
di Maurizio Tiriticco

Per anni l’integrazione degli alunni handicappati ha costituito un’attività convenientemente e convintamente sostenuta dallo Stato e dall’amministrazione scolastica, anche se le difficoltà non sono mai mancate! Ma, a partire dal nuovo millennio le cose sono profondamente cambiate! Da quando la scuola, secondo alcuni, non ha più costituito un settore primario su cui investire, ma una sacca inutile di spreco su cui tagliare, perché “con la cultura non si mangia”, l‘area della integrazione è quella che ha subìto i danni maggiori! E proprio in un periodo in cui accedono alle nostre scuole in numero sempre maggiore bambini delle più diverse nazionalità.

Si taglia progressivamente il numero degli insegnanti di sostegno, si diminuisce il numero delle ore di sostegno, si aumenta il numero degli alunni per classe, ma non si ha il coraggio di “far fuori” in via formale gli handicappati! Io li chiamo con il loro nome! E allora che cosa si fa? Si inventano sigle nuove, ora i DSA, ora i BES, domani non so!

Da un lato si riduce progressivamente l’area del riconoscimento legale dell’handicap, dall’altra si inventano soluzioni “fantasiose” con cui coprire l’handicap reale! Gli enti locali incontrano sempre maggiori difficoltà per adempiere a incombenze che avevano osservato fino a qualche anno fa. E il tutto finisce con lo scaricare – è il verbo esatto! – la responsabilità di attendere a un handicappato a un insegnante di classe “normale, diciamo così, assolutamente impreparato per far fronte a situazioni difficili che richiederebbero ben altre tipologie di interventi. E ancora: le famiglie incontrano difficoltà sempre maggiori per ottenere i dovuti riconoscimenti legali per i figli handicappati e cercano, ovviamente, le vie dei BES!

Tutto ciò non costituisce forse un vero e proprio ritorno a una situazione anteriore alla legge del ’77 e un vero e proprio dietro front rispetto alla stessa legge 104? Non stiamo forse cancellando uno dei principi più alti, sotto il profilo della civiltà, quello sancito dal citato articolo 3 della Costituzione? Pagheranno i bambini e le loro famiglie! E pagheranno anche gli insegnanti “normali, costretti da un lato ad abbassare l’assicella delle competenze richieste ai loro alunni, e dall’altro ad essere valutati in relazione ai risultati dagli stessi alunni raggiunti. E non è questione di bastone e di carota! E’ solo di bastone! (continua qui)

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SEGNALAZIONE

MILANO, Sabato 26 Ottobre, ore 9:30-17:00: Convegno Nazionale di Formazione “Senza oneri per lo Stato – Un principio costituzionale da rispettare: no al finanziamento alle scuole private“.

Promosso da: Per la Scuola della Repubblica – Associazione degli Amici della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni – Associazione NonUnodiMeno.

Presso Liceo Classico Carducci, Via Beroldo 9 (Viale Brianza) (MM 1 2 Loreto; Tram 1; Filovia 90/91/93; Bus 55/56).

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La SETTIMANA SCOLASTICA

Si scrive scuola, si legge futuro. Da Milano a Palermo, da Venezia a Bari, l’11 ottobre in settanta città italiane gli studenti delle scuole superiori sono scesi in piazza per chiedere che la scuola e l’istruzione tornino al centro del dibattito del Paese. “Si scrive scuola, si legge futuro” recita lo slogan che gli studenti hanno coniato per l’occasione. La mobilitazione, che ha avuto il sostegno della Cgil e dell’Unione degli universitari, è stata promossa dall’Unione degli studenti e dalla Rete degli studenti medi.

La via maestra. Il 12 ottobre si è svolta a Roma una grande manifestazione nazionale “La via maestra”, promossa da Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky per difendere la Costituzione da tentativi di stravolgimento (che oggi hanno l’approvazione anche del presidente Napolitano e del premier Letta) e per rivendicarne l’applicazione. Qui Gustavo Zagrebelsky ne esprime le motivazioni.

Come è scritto nell’appello

La difesa della Costituzione è innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. […] Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

Difesa della Costituzione = difesa della scuola pubblica.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato

Difesa della Costituzione vuol dire difesa della scuola pubblica, consapevoli che il finanziamento statale alle scuole private è anticostituzionale, come ricorda Salvatore Settis. Il dibattito sulla questione si è acceso, dopo le voci di un dimezzamento dei fondo per le scuole non statali che sarebbe contenuto nella legge finanziaria.

Dopo Lampedusa. E difesa della Costituzione vuol dire anche difesa del diritto di cittadinanza, più che mai urgente dopo la strage di migranti a Lampedusa. Segnaliamo sul tema la riflessione di Marina Boscaino:

Suonare la campanella a mezzogiorno nelle scuole e far osservare un minuto di silenzio da retorica diventa educazione solo se a quel trillo e a quel silenzio seguono parole e azioni, fiumi di parole e azioni che non dobbiamo stancarci di dire e di mettere in campo per indicare qual è la via da seguire; per non lasciarli soli in un mondo insensato e putrescente di falsa libertà; per non rimuovere la catastrofe come un incidente; e pretendere invece – giorno dopo giorno – che gli sia attribuita senza incertezze lo statuto di una strage determinata da politiche, culture, mentalità talmente consolidate da diventare opache; e per contrastare la barbarie in cui persino la pietà non ha più diritto di cittadinanza.

Italiani ignoranti. Ma l’argomento che più ha fatto discutere in questa settimana scolastica è l’indagine Ocse secondo cui gli italiani si collocano in fondo alla classica – ultimi tra 24 paesi – per competenze in lettura e al penultimo posto sia per competenze in matematica sia per capacità di risolvere problemi in ambienti ricchi di tecnologia. Pare che le capacità di un laureato italiano equivalgano a quelle di un diplomato giapponese.

Di chi la colpa? Tito Boeri chiama in causa il sistema politico, Giorgio Israel la scuola a quiz, Giuseppe Caliceti la distruzione della scuola pubblica, Claudia Fanti politiche scolastiche antidemocratiche.

Italiani inoccupabili. Il ministro del Lavoro Giovannini definisce i giovani italiani “inoccupabili“. Particolare preoccupazione viene manifestata verso i “Neet“, ossia i giovani che non studiano, non si formano professionalmente e non lavorano, che l’Istat stima che siano 2 milioni e 250.000. Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli ha la sua ricetta:

Una strada è quella di migliorare i percorsi di orientamento, soprattutto nella scuola media: questo permette agli studenti e alle famiglie di fare le scelte più adatte ai ragazzi e di contrastare i troppi abbandoni. Oggi l’orientamento al termine delle medie è considerato una formalità e le scuole non riescono a indirizzare efficacemente gli studenti nella scelta fra licei, istituti tecnici e formazione professionale.

Il secondo intervento riguarda l’istruzione e la formazione professionale, che dovrebbe raccogliere coloro che sono interessati a costruirsi un bagaglio di competenze di tipo pratico.

Per battere l’ignoranza, non solo pratica per i vili meccanici. Bisognerebbe spiegare ad Andrea Gavosto che il problema dell’ignoranza non si risolve creando nuova ignoranza propinando a chi è già ignorante solo “un bagaglio di competenze di tipo pratico“. Che la scuola dovrebbe avere il ruolo di promozione sociale e culturale. Bisognerebbe ricordargli quello che già nel 1932 scriveva Antonio Gramsci:

Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell’uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L’aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi”.

La ministra Carrozza invece rassicura:

Col ministero del lavoro abbiamo già iniziato a lavorare su questi dati perché dobbiamo intervenire con un piano nazionale di formazione.

Carrozza in videoforum. La ministra Carrozza in un videoforum promosso da la Repubblica ha spaziato su vari argomenti.

Arriva un’ispezione. Sui concorsi universitari truccati dice che “sono un male decisivo per le nostre università, uno dei motivi più importanti per cui i nostri laureati fuggono all’estero per poter lavorare” e confessa:

Anche a me, da insegnante e da rettore a Pisa hanno dato della baronessa“.

Comunque annuncia di aver “chiesto all’università la Sapienza di effettuare un’ispezione“.

Molto sensibile. Sul caro tasse universitarie la ministra si dice “molto sensibile“, perché si rende conto che “per una famiglia è molto pesante mantenere il figlio all’università“.

Ci stiamo pensando. Sul caos delle abilitazioni, sul caos del reclutamento, della nessuna garanzia del diritto, sui laureati che hanno superato i duri tirocini formativi attivi improvvisamente equiparati a chi non aveva fatto alcun concorso, la ministra promette:

Stiamo rivedendo tutta questa fase di accesso alla cattedra“.

Proposte interessanti. Rassicura anche sull’accreditamento universitario:

Serve una valutazione delle competenze acquisite dagli studenti. La commissione che ho insediato al ministero mi ha già fatto delle proposte interessanti, entro poche settimane valuterò“.

Valutare e premiare. Dice che bisogna contrastare la fuga dei cervelli e che per svecchiare l’università servono bandi per giovani professori. E poi spunta il ritornello del valutare e premiare:

Daremo un premio alle università che reclutano i migliori ricercatori, quelli che pubblicano meglio. Servono maggiori finanziamenti nazionali, e sulla ricerca bisogna mettere in competizione le università tra di loro. Gli atenei capaci di attrarre e formare i ricercatori migliori saranno premiati economicamente“.

Incurante dei sistemi totalmente screditati di valutazione della ricerca, basati sulla famigerata agenzia Anvur, come denuncia Sabino Cassese.

Merito merito dappertutto. La ministra dell’Istruzione ha detto a Repubblica.it che serve il “rinnovo contrattuale per gli insegnanti: una nuova forma di contratto, che per molti è un tabù”, svincolato dalla mera anzianità di servizio e legato al merito. Intanto gli stipendi degli insegnanti sono fermi dal 2009 e di allontanano sempre più dai livelli europei. E’ l’attuazione anche per un milione di docenti e Ata del decreto legislativo 150/09, cosiddetto Brunetta, dell’accordo interconfederale del 4 febbraio 2011 (non firmato da FLC-Cgil e Confedir), dell’atto di indirizzo all’ARAN successivo del 15 febbraio 2011, attraverso le scelte predisposte nel DEF 2013.

Nel documento del DEF viene esplicitato che

la valorizzazione del personale docente passa per la definizione di nuove modalità di sviluppo di carriera dei docenti stessi, con l’avvio di un sistema di valutazione delle prestazioni professionali collegato ad una progressione di carriera, svincolata dalla mera anzianità di servizio“.

“Merito”: una bella parola. Siamo d’accordo. Ma su cui c’è da riflettere molto. Come scrive Davide Ferrari:

Chi potrebbe essere per il “demerito“? Chi potrebbe non convenire sul fatto che chi ha merito debba poter riuscire, andare avanti, raggiungere la posizione sociale che gli consenta di mettere a frutto le sue doti. Oggi si parla molto di merito. Nel molto come sempre si rifugia la confusione.

Lo studioso americano Christopher Hayes ha sottoposto ad una critica radicale la posizione meritocratica, da lui accusata di essere un pilastro della nostra “età delle illusioni”.

“La meritocrazia – scrive Hayes – è un nostro ideale sociale, in particolare tra i liberali. Pari opportunità, ma non di risultato. Si tratta di una visione incredibilmente attraente. Ma la meritocrazia contiene i semi della propria distruzione. Si ammette la disuguaglianza. Come un ethos che non si fa problemi di ciò che i risultati saranno. È un sistema che produce più disuguaglianze e limita la parità di opportunità. La meritocrazia porta alla oligarchia”.

L’istruzione riparte? Il decreto ha ripreso il suo iter, con oltre 500 emendamenti da discutere, mentre il ministero dell’Economia fa sapere che flessibilità oraria, attività aggiuntive di insegnamento e funzionali all’insegnamento, prestazioni aggiuntive del personale Ata, il tutto dovrà essere remunerato nell’ambito del fondo dell’istituzione scolastica. Anche per le coperture per le assunzioni di docenti e Ata sui posti vacanti e disponibili per il prossimo tirennio: il decreto rinvia a un apposito contratto il compito di garantire l’invarianza di spesa.

Intanto Miur e sindacati discutono sulle precedenze nei trasferimenti per il 2014; il Miur invita Usr e atenei ad avviare i corsi di specializzazione, nell’anno accademico 2013/2014, per la riconversione dei docenti sovrannumerari sul sostegno; a 2 anni dalla riforma Fornero il Miur ha indetto un censimento telematico (nota prot. 2085 del 1° ottobre 2013) per sapere quanti realmente siano i dirigenti scolastici, i docenti e il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario della cosiddetta “Quota 96” che, alla data del 31 dicembre 2011, avevano maturato i requisiti per andare in pensione. Frattanto veniamo a sapere che per la Commissione UE la normativa italiana viola la direttiva comunitaria per abuso contratti a tempo determinato.

18 ottobre sciopero degli insegnanti. Sui temi del rinnovo dei contratti, dell’aumento dei salari, delle pensioni, dell’orario di lavoro è stato proclamato uno sciopero per la giornata del 18 ottobre dai sindacati Cobas, USB e CUB.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. Che Bes pasticcio!

  1. Questi commenti uni-verso nella critica della recente normativa e misconoscendo l’evidenza delle realtà didattiche delle classi, BES al 15 % e zoccolo duro ed inamovibile del 20/25 % degli studenti che abbandonano la sc. secondaria sup., segnalano la necessità da parte dei docenti di riformulare la loro vision professionale.
    Bisogna ritornare all’epica dell’insegnamento ed alla personalizzazione del percorso scolastico, senza il concetto punitivo di ripetenza, ma potenziando i percorsi di recupero pomeridiani ed estivi; che ogni studente al compimento del suo percorso formativo resta titolare della sua valutazione (anche numerica), quale portato (portofolio) dei suoi 13 anni di scuola. Cosi si rispettato le eccellenze e non si mortificano le mediocrità ed i disagi.
    Non ho visto levate di scudi contro questo supponente ministro che ha abolito il punteggio della sc. secondaria per l’immissione nei corsi di laurea a numero chiuso. Certo molto meglio le lotterie (pilotate e costose) dei giochini logici dei test…..che permettere l’accesso e la scelta agli alunni diplomati con il massimo dei voti….

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  2. Molto sinteticamente parlare oggi di Bes, significa tentare di comprendere un nuovo orizzonte oscuro e dai contorni poco nitidi: “uno dei tanti” escogitati e sottoposti al vaglio di un Ministero che da decenni oramai opera in una dimensione di estraneità totale e di continuo distacco dalla realtà. Noi docenti siamo da anni vittime di soprusi, carne da macello in pasto ad involucri normativi vuoti lontani anni luce dalle problematiche e dai bisogni più che speciali direi “reali” di una scuola bastonata, calpestata e ridotta a mero esercizio delle sue funzioni. Insomma per farla breve ancora “nuove etichette” altre sigle, nuove categorie sotto pressione costante di quel “Dividi et Impera” che rappresenta l’unico punto di forza di una mera politica asservita al potere e che non ha mai creduto in un processo di reale riqualificazione delle istituzioni educative. I Bes rappresentano oggi una nuova via alla dequalificazione prima e eliminazione dopo dell’insegnamento del sostegno nel segno di quel processo di riforma che vorrebbe investire la scuola ma che nasconde nuovi tagli alle risorse umane in continuità con quel percorso di selezione naturale avviato precedentemente ed ufficializzato dall’affermazione dell’istituzione dell’INVALSI, lo strumento più efficace a tradurre e a differenziare scuole di serie A e B e dunque gettare le basi per una nuva società sempre più lontana da quella idea di inclusione, promozione e valorizzazione di ogni individuo.

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  3. Pingback: BES – bisogni educativi speciali: materiali utili | cobasscuolasardegna

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