Guido Michelone intervista Gian Luigi Caron

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La provincia riserva spesso gradite sorprese: Gian Luigi Caron, 56 anni, insegnante di Diritto alle superiori nel Vercellese scrive fin da quando era studente. Dopo svariate collaborazione giornalistiche esordisce nella narrativa nel 1998 con E che Dio ce la mandi buona, a cui seguono Oltre il volo delle farfalle (1999), Il ritorno degli Dei (2008), Il calcio e i favolosi anni Sessanta (2011) e Oceano 2012 (2012), tutti libri improntati a una memorialistica assai personale, dove i ricordi perlopiù giovanili sono rievocati attraverso l’esperienza quotidiana e un scrittura naturale che si rifà alle esperienze dei classici, anche quando affronta temi pop come la musica leggera o il football, a cui è dedicato anche il nuovo libro, Il volo di Colombo, incentrato sulla storia di Angelo Colombo, portiere via via di Pro Vercelli, Messina, Cagliari, Juventus, Hellas Verona.

Così, a bruciapelo chi è Gian Luigi Caron?

Una versione moderna del barone rampante. Ho avuto la grandissima fortuna di essere figlio di due genitori meravigliosi, due persone di profondi sentimenti che mi hanno trasmesso forti valori religiosi e culturali ed un profondo pensiero liberale ‘Belle epoque’. Per questo non mi sento un figlio della mia generazione, ma un uomo dei primi due decenni del Novecento proiettato verso il Duemilacinquanta oppure verso il Duemilacento, alla fine verso un mondo nuovo idealizzato dai grandi profeti e predicatori di tutti i tempi.

E in poche righe, cosa rappresenta il tuo nuovo libro?

Per un fanciullo dei favolosi anni Sessanta come me il Volo di Colombo, vale a dire la storia di un grande portiere di quell’epoca, rappresenta un tuffo purificatore nel mondo di quegli anni, nei quali il calcio e le canzoni del Festival di Sanremo erano una favola da vivere e da raccontare.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore?

Mi viene in mente d’acchito una frase del grande De Andrè: ‘scrivo per lasciare una traccia di me su questa terra’. Faccio mia questa sua frase. Di certo la traccia di questo sommo vate è stata una immensa scia di una luminosa stella cometa. Io cerco comunque di dare un senso alla mia vita, di seguire una vocazione. Solamente se non avessi scritto nulla, in punto di morte mi sentirei un grande fallito.

Come mai hai voluto raccontare la storia di un portiere?

Da bambino e da ragazzo il calcio per me è stato un pane quotidiano. Da bambino sognavo di indossare la maglia della Juve, il mio mito calcistico, da ragazzo sognavo di indossare la maglia della Pro Vercelli, la squadra della mia città. Ho giocato spesso in porta, nella Veloces, la squadra del mio oratorio, e nei giovani della Pro Vercelli. Ma già all’epoca mia mamma, a ragione, mi ha indicato la via, quella degli studi e della letteratura. Il mio sogno nel tempo è stato quello di dialogare, anche solo per un quarto d’ora, con De Andrè e con Villaggio. Ora il sogno del dialogo con De Andrè lo trasporto… nell’infinito. Nel mondo del calcio ho comunque conosciuto persone di grande spessore, vale a dire Don Pio, un ‘mister’ con la tonaca, Tieghi, un allenatore socratico, e il Cavalier Ressia, mitico dirigente della ‘grande Pro’, il quale durante una serata sportiva mi ha fatto conoscere l’altrettanto mitico Piola. Ho conosciuto Colombo più avanti nel tempo, da bambino l’ho visto giocare una volta sola. Per me è stato un piacere parlare di un portiere, in quanto essi possiedono almeno un pizzico d’estro, talvolta sono dei mattacchioni. Colombo mi è parso d’acchito un uomo mite e riservato, ma in esso emerge alla distanza un innato senso dell’humor e della vita.

Ma cos’è per te ‘scrivere’?

E’ cercare un mondo arcano e ideale, comunicare con il cielo e con le stelle. E’ lasciare un messaggio di ricerca appassionata di una civiltà perduta solo da noi umani ai posteri, i quali avranno il dono di vivere in un mondo in cui Dio ed il soprannaturale si saranno completamente manifestati sulla terra. Scrivere sul fare della mezzanotte è fantastico, non c’è il postino che ti porta le bollette della luce e del gas, non c’è il libero professionista che ti dà il suo parere condito di parcella, non c’è chi vuole a tutti i costi rompere le uova nel paniere. Un mondo ancestrale, o meglio, il soprannaturale, mi accarezza con la sua mano, la mente vola come un gabbiano ed una dea oppure una dama medievale mi baciano con una dolcezza oggi perduta. Un poeta dell’antichità dice che la notte è la sorella di un’altra dimensione.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla letteratura?

Alla base di tutto un idealismo cinicamente e brutalmente distrutto dai falsi miti e dagli pseudo valori della vita moderna. Sordi, Villaggio e Totò, così sublimi, così in cima a una stella cometa, li ritengo i più grandi attori italiani del Novecento. A ruota seguono De Filippo, De Sica, Tognazzi, Manfredi, Gassman e Mastroianni. Peccato che oggi prevalga un inaudito cinismo a scapito dei loro messaggi universali e che talune persone della mia generazione, accecate dal dio progresso e dalla dea carriera, si rifiutino in modo talvolta ostinato di cogliere e di trasmettere ai loro figli. E poi ci si lamenta se i ragazzi d’oggi, di certo quelli più superficiali, che albergano e sono albergati in tutte le generazioni di tutti i millenni, abbiano solo in testa il cellulare con Internet oppure i superalcolici.

Tra i libri che hai pubblicato ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

Al primo E che Dio ce la mandi buona!, pubblicato nel 1998, che è un amore che non si scorda mai, di certo il faro ispiratore dei lavori successivi. Negli anni Novanta i sogni giovanili sono evaporati, l’angolo del sogno che non muore mai nei poeti è stato posto soprattutto nel trascendente e mi è venuto così spontaneo contestare le storture di fondo ed i peccati mortali e veniali di una società moderna, la quale ha quasi del tutto smarrito i valori che ci hanno tramandato i genitori della mia generazione.

Il libro della tua vita, ossia quello che ti ha aperto un mondo?

Oceano. In esso è racchiusa la sintesi della mia visione della vita di uomo maturo, ovvero la descrizione della fine della nostra civiltà umana, ma al tempo stesso la fondata speranza dell’inizio di una nuova era. Di certo il cielo deve aiutare gli uomini di buona volontà, anzi, tutti gli uomini, ad essere gli artefici di una possibile ma radicale rinascita.

E tra i romanzi che ami quali porteresti sull’isola deserta? Dimmene due o tre…

Sandokan, Il barone rampante e Il dottor Zivago.

Quali sono stati gli scrittori italiani ti hanno maggiormente influenzato?

Di certo i poeti medievali e dolce stilnovisti, quali Dante, Boccaccio e Petrarca, i dolci romantici dell’Ottocento, quali Foscolo e Leopardi, i Don Chisciotte del crudo Novecento, quali Montale, Pavese e Calvino. E non dimentichiamo Tenco, Battisti e De Andrè, sublimi cantautori.

Qual è per te il momento più bello nell’attività di scrittore?

Quello in cui non sono stufo di scrivere… Quello in cui il mio cuore resta tenero come quello di un bambino…

Come vedi la situazione della cultura in provincia?

Secondo me la città di provincia, con le sue poche migliaia di abitanti, quasi sempre gli stessi, risente in misura maggiore di una mancanza palpabile di dialogo e della perdita di qualche autentico ideale di vita da parte della mia generazione. Ciò è stato fotografato in modo splendido e brutale da Gaber, altro grande guru del Novecento, il quale ci narra di tale nostra generazione alla fine sconfitta dalla durezza della vita umana, in quanto, penso, caratterialmente più debole rispetto a quella dei nostri genitori ed avvolta dalle sottili e moderne ambiguità.

E più in generale della cultura in Italia?

Forse alla fine bisogna parlare di un degrado abissale della cultura del mondo occidentale, ed in Italia questo degrado lo si percepisce come una lama di un coltello che ci entra dentro. Se descrivo ad una persona del ‘vecchio continente’, ovvero ad un ‘barbaro d’occidente’, la scena di un film di Sordi o di Villaggio, o meglio, se le racconto una favola oppure una barzelletta, essa talvolta non sorride oppure neanche mi ascolta. Se faccio tutto questo con una persona dell’Est europeo oppure dell’estremo oriente asiatico, mi è capitato di vedere che mi sorride e mi ascolta divertita. Di certo nel mondo orientale i messaggi di Budda e di Confucio e la ricerca del trascendente sono ancora realtà abbastanza solide.

Si tratta quindi di un problema politico e al tempo stesso religioso?

Ma forse la classe dirigente del vecchio continente, in particolare, in questi ultimi tempi ha smarrito quel contatto ancestrale con il soprannaturale, patrimonio delle antiche civiltà. La progressiva perdita della fede in Dio, a scapito dei falsi miti e dei falsi ideali del Novecento, ha contribuito a un progressivo e inesorabile smantellamento della cultura autentica. Il termometro di tutto questo è rappresentato dall’eliminazione delle dolci metafore nelle battute, patrimonio di Campanini, Chiari e Vianello, e dall’ingigantimento dei volgari doppi sensi nelle battute stesse, in ossequio ad una crassa ignoranza, ovvero ad un ‘non sapere’ socratico.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?

Sarà una sorpresa. Di certo sarà un lavoro con un cocktail di cultura, arte, musica e politica. Un mondo nuovo auspicato deve avere l’ingrediente fondamentale della fantasia al potere.

E in conclusione come vuoi terminare?

Da novello Diogene posso dire che mi ha incuriosito il movimento di Grillo. Da aspirante poeta posso dire che questa mia inclinazione è dovuta a un motivo squisitamente culturale, vale a dire che Grillo, da buon rappresentante della grande scuola di cultura genovese, è stato un ottimo comico e, soprattutto, un grande amico dell’immortale ‘Faber’ De Andrè.
Caron

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