Giuseppe Munforte su “Il Subentrato”, di Franz Krauspenhaar

Krauspenhaar
di Giuseppe Munforte
Per quale motivo leggiamo un noir se non per ascoltare una nuova, possibile esecuzione di musiche che già conosciamo bene? Quello che ci attira, e su cui si concentreranno il nostro piacere di lettori e il nostro giudizio, è soprattutto la variazione: gli effetti di una disposizione nuova, ombre e tagli di luce che prima non esistevano all’interno di un paesaggio familiare. Franz Krauspenhaar ne Il Subentrato dimostra di essere musicista che conosce a fondo le partiture del genere: intreccio, colpi di scena, personaggi che in pochi paragrafi diventano un modo di percepire e di stare al mondo, scene in cui la tensione brucia la pagina e scene in cui il ritmo si intride di una malinconica e incessante pioggia di maggio. E poi crudezza di linguaggio e quella certa sfrenatezza metaforica che ci si attende, ogni tanto, tra le pagine di un noir. Krauspenhaar si mette al suo strumento ed esegue una piacevole e sorprendente improvvisazione, in un crescendo di tensione, amalgamando la pensosità di Simenon e l’amarezza di Chandler nel flusso dei pensieri del suo investigatore, sullo sfondo di una disillusione tutta milanese. A capitoli alterni, l’io narrante cambia: ora l’investigatore, ora il suo cliente, e ora anche uno psicopatico collega del protagonista. Krauspenhaar produce con movimenti impercettibili il cambio di scenario e il lettore precipita in poche frasi nel punto di visione di uno o dell’altro quasi senza accorgersene.
La musica è conosciuta e quello che soprattutto piace, appunto, è la personalità dell’esecuzione, ossia il tono, i colori della narrazione, e l’atmosfera di una Milano vista dal “pianoterra” in cui l’autore posiziona il suo protagonista, all’interno della quale si sviluppa una vicenda che non si spegne nemmeno in una pagina. Piace la scrittura attenta e spumeggiante, che cattura subito, e piace il disincanto del suo investigatore, che prende spesso un tono amaro e quasi poetico, il tono di quei passi in cui l’autore sembra smettere il gioco e dare voce a una confessione senza filtri, tutta sua: “L’uomo di successo è un illuso, perché il successo non esiste. Non è mai successo. Il successo è l’estrema illusione prima dell’estrema unzione. Io non ho niente contro coloro che credono in quest’illusione, no e no. Abbattano pure la civiltà, ne facciano un mattatoio mondiale. E facciano anche presto. Per parte mia, la civiltà è un’utopia di morte travestita da progresso”.
L’investigatore di Krauspenhaar, un uomo che si prende la briga di venire a capo di un mistero senza nemmeno essere più pagato, solo per una questione personale, ha i tratti dei personaggi che si impongono con immediatezza. Ci lascia con la curiosità e l’attesa del secondo atto. Per il modo in cui i giocatori e le energie sono stati messi in campo, il lettore ha già una vaga idea di come la vicenda si potrà sviluppare. Proprio per questo, per quanto ha già letto, può essere certo che colpi di scena e cambi di prospettiva faranno lo sgambetto alle sue ipotesi. Meglio dunque si sieda in uno dei baretti del centro di Milano, dove l’autore porta i suoi personaggi, e si riposi un po’, senza darsi troppa pena, prima di riprendere la corsa in cui Krauspenhaar l’ha infilato, perché sarà di sicuro una corsa a perdifiato.

Franz Krauspenhaar, Il Subentrato (Lite Editions)

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