Yehoshua, di Fabrizio Centofanti

Yehoshua
di Barbara Pesaresi

Fabrizio Centofanti in Yehoshua racconta essenzialmente una storia d’amore. E se Yehoshua è il sognatore con la faccia da poeta, (pag. 27) allora la poesia diventa rifare il mondo, dopo il discorso devastatore del mercadante (David Maria Turoldo).
Anche in questo romanzo incontriamo tanti personaggi, e forse sono sempre gli stessi che circolano liberamente nel mondo, fitto fitto di pagine scritte, di don Fabrizio, seppur con nomi e storie diverse: ovvero uomini e donne che rosicchiano dall’osso della vita un brandello di armonia, un’ombra incerta di felicità; (pag. 135) consapevoli, a volte sì a volte no, che l’orizzonte umano è un tessuto pieno di strappi e termiti. (pag. 19)
La vicenda narrata si svolge su quel palcoscenico tormentato, allora come oggi, che è la Palestina. Ma se si fosse svolta in un’altra parte del mondo il senso ultimo del racconto non credo sarebbe cambiato.
Yehoshua attraversa il romanzo come un sogno, presenza/assenza, deja vu di una storia che continua a ripetersi senza soluzione di continuità, memoria di un ideale cristiano di umanità il cui destino sembra essere quello di rimanere ostaggio di un futuro che non si trasforma mai in presente.
Fabrizio Centofanti, nell’affrontare le luci e le ombre della ricerca storica, tesa a stabilire il come dove quando e perché di questo figlio dell’uomo chiamato Gesù e delle sue parole – e speranza di ogni studioso, come spesso ricorda, è di poter ritrovare un giorno un suo scritto – mette in guardia il lettore perché molto di più di quanto disse, fece. Risanò, guarì, corresse i guasti di natura (…). Guarire era la sua manifestazione amorosa preferita. Più guariva e più aumentava la capacità. L’amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre. (Erri De Luca, da Penultime notizie circa Ieshu/Gesù)
Se immaginiamo la Storia come una linea tratteggiata, allora i vuoti tra un trattino e l’altro diventano terreno di innesto di questa incomprensibile energia, affinché si incarni in uomini e donne di buona volontà. E alcuni di loro, Fabrizio Centofanti, ce li ha raccontati in Nessuno è più importante di te, il libro che ho sentito più affine a questo romanzo.
Al canto di Yehoshua si alterna il controcanto della Storia, che macina le nostre piccole esistenze, quel caos che ancora resiste a Dio sotto forma di armi, munizioni, aerei da guerra in gara col tonfo sordo del tuono, il temporale che semina vita nell’aridità polverosa della storia. (pag. 43)
Un altro controcanto affianca il canto del protagonista, e precisamente un dialogo padre/figlio, fiume carsico che alla fine della storia narrata si trasforma in sorgente e nuovo inizio: Papà, cos’è l’amore? / Figlio, è quando sei libero di aprire il cuore, finalmente.
Nel romanzo ciascun personaggio rappresenta se stesso ma anche altro. Avigail e Magdalenne, ad esempio, mi hanno ricordato Marta e Maria, le due sorelle che incontriamo nel Vangelo di Luca (10, 38-41), simboli rispettivamente della vita attiva e della vita contemplativa. Se Avigail incarna l’amore sensuale, l’azione/reazione, la sicurezza nelle proprie idee e capacità, il bisogno di rispondere all’ingiustizia anche con metodi violenti, Magdalenne, invece, rappresenta l’ascolto, l’amore contemplativo o mistico che anela alla (ri)unione perfetta, l’anima riflettente il volto divino, ma anche la bellezza e la poesia. Due figure diverse, quindi, però sovrapponibili, come le due facce di una medaglia: la natura umana alle prese con l’irrisolto conflitto tra ragione e sentimento o ragione e fede. E a questo proposito è interessante notare che quando l’amore comincia a incrinare le certezze di Avigail, Magdalenne lentamente si dissolve.
Yehoshua è un romanzo denso, intessuto di continui riferimenti ai Vangeli, canonici e non. La ricchezza di simboli e la stratificazione di senso fanno della vicenda narrata una storia aperta, dove alla parola fine si sostituisce il “continua…”.
Fabrizio Centofanti, scrittore e sacerdote, ancora una volta si misura con l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, alla ricerca di una sintesi possibile tra cielo e terra: quel punto in cui tutto converge, inattaccabile dalla dissoluzione (pag. 50), nuova possibile alleanza tra Dio e l’uomo. Questa sua ricerca si regge anche sulla convinzione che se l’uomo riuscisse a fare un piccolo sforzo per allungare lo sguardo oltre se stesso, scoprirebbe che il cielo non è poi così lontano e irraggiungibile come sembra.
È sufficiente rinunciare all’idea di Dio e lasciarsi abbracciare dal suo corpo. (pag. 147) Secondo me è la frase più bella del romanzo, il cuore di Yehoshua, vento robusto che spinge lontano. Dio che si fa uomo e irrompe nella Storia, incarnando una vicenda d’amore e fratellanza della quale gli uomini dovrebbero farsi portatori in grado di contagiare il mondo che li accoglie, non può essere soltanto sterile dottrina. Mi ha fatto pensare al mondo del volontariato, soprattutto a coloro che ogni giorno, senza aspettarsi nulla in cambio e in silenzio, aiutano chi si trova in difficoltà, quelli che cercano soltanto e semplicemente di fare la cosa giusta e, sia che Dio esista oppure no, lo fanno e basta.
Perché fare la cosa giusta è qualcosa che trascende sia l’osservanza di regole e precetti sia la scelta e il conflitto interiore, è un sentire speciale. Di certo non ha nulla a che vedere con l’aspetto contabile del bene, non si misura in un elenco di fioretti o buoni propositi, peraltro destinati al fallimento, da aggiornare al termine della giornata con dei più o dei meno, l’aritmetica non c’entra.
Come ho già detto, il vento robusto porta lontano. E allora, forse, la vera vittoria di Dio sarà quando l’uomo non avrà più bisogno di lui per fare la cosa giusta perché la farà e basta, semplicemente. Vogliamo chiamarlo amore?

3 pensieri su “Yehoshua, di Fabrizio Centofanti

  1. “L’amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre.” E’ l’unica cosa che non si esaurisce mai più ne dai e più cresce dentro di te.

    "Mi piace"

  2. E‘ il mio romanzo preferito, per quella visuale lunga, appassionata e „trasversale“. Una bellissima avventura anche la versione on line, la prima occasione di commentare in questo blog, trasformatasi in un pagina sorprendente della mia vita.
    Un grazie particolare per questo post, Barbara, per me molto luminoso, distensivo e dalla forza concreta, soprattutto in questa fase. Un raggio di quell’ Amore – di cui tutta l’opera di Don Fabrizio è canale – che scioglie il cuore e le mani, sempre e comunque, dal dolore e dalla rabbia di pietra che a volte sembrano assalire di fronte alle ingiustizie più scandalose che viviamo o cui assistiamo.
    Un caro saluto.
    Pamela

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.