IL RICORDO DI DANIEL, DI MARCO CANDIDA

di Lorenza Ronzano

il-ricordo-di-danielEsteriormente Il Ricordo di Daniel ha ben poco di romanzesco: la trama è semplice e scarna, e anzi non si può nemmeno definire “trama”, perché manca l’intreccio, manca la cara vecchia intessitura delle vicende, e questo perché le vicende non esistono più, essendosi tutte pianificate in atti, riportati e classificati con il rigore elementare di una rubrica, di un insieme di cose da compiersi, di un’agenda.

Non si può più raccontare, è questo che sembra volerci dire l’autore – non si può più ottenere una storia da un assembramento di atti, quando ogni atto esprime soltanto una funzione e non rimanda ad altro che a se stesso. Nessun intreccio è possibile, perché tutti i personaggi non hanno una morale, non hanno un’identità, e non c’è alcuna psicodinamica a muoverli: hanno soltanto un ruolo, ovvero una funzione all’interno del sistema cui appartengono. Non è un caso che Daniel, il protagonista, li definisca di volta in volta come “la donna che sostiene di essere sua madre…”, “l’uomo che dice di essere suo fratello…, o ancora “la ragazza che sostiene di essere la sua fidanzata”, e così via. Tutto il libro, anziché da persone, è popolato da giri di parole. La fidanzata, la madre, il padre, tutti perdono la loro identità di esseri umani: come i componenti di una squadra, esistono solamente in virtù del ruolo e della funzione che adempiono rispetto al sistema d’appartenenza.

Daniel è in bilico tra due poli, come un galletto segnavento sballottato da correnti opposte: da una parte cerca di adattarsi al sistema funzionale; dall’altra non riesce a rinunciare al “vecchio mondo”, quello in cui poter dire “io” è un valore, un simbolo, una proprietà irrinunciabile:

“Ho problemi, Sara”
“Ma quali sono questi problemi?! Hai me, un tetto sulla testa, un lavoro! Abbiamo soldi! Cosa vuoi ancora?”
“La mia identità!”

Se il romanzo è sempre una lotta, il contrasto tra un “io” e il mondo, allora il Ricordo di Daniel, dietro le apparenze e la godibilità di una fiction, è un romanzo per eccellenza, perché delinea perfettamente uno dei dilemmi più interessanti della nostra contemporaneità, ovvero quello della generazione dei significati, dell’origine dei valori e delle differenze di identità. La crisi mnemonica e identitaria di Daniel diventa allora emblematica, diventa la crisi in cui ognuno di noi può imbattersi vivendo in una società in cui non occorre più che le persone significhino, basta soltanto che funzionino; o anzi, una società che è diventata un “sistema” in cui le persone possono funzionare meglio senza significare nulla.

Amanda, la madre di Daniel, parlando di lui, ricorda come più volte in passato abbia provato a “inserirlo nella società del padre dove lui non ha mai voluto lavorare prima”; al che Sara, la sua fidanzata, risponde: “Era totalmente contro quel sistema”.

Il “sistema” è il mondo ridotto alla dimensione funzionale, è il mondo ridotto a officium (in latino ob+facere: ciò che ciascuno deve fare per debito o convenienza, in rapporti civili e sociali; anche dovere, incarico, impiego), officium cui Daniel continua ad essere ostile nel più profondo e indefesso dei modi, e cioè anche quando all’apparenza lo ha accettato, tornando a svolgere la professione di avvocato in seguito all’insistenza dei suoi familiari.

In effetti, dire che gli sembra di stare in un angolo di giungla e non in un ufficio è qualcosa che, per quanto possa apparire delirante, è molto vicino a quel che a Daniel sta accadendo.

Per Daniel, invece, il mondo rimane per quello che è, e cioè una giungla (parola derivante da un’antica voce indonesiana, gangal, che significa “terreno deserto”), un deserto di nulla in cui però si possono scorgere tutti i significati possibili, e in cui si possono tracciare tutte le analogie volute tra cosa e cosa, tutte le isobare semantiche che si vogliono.

Una volta il dilemma era tra essere o non essere; poi è stato soppiantato dalla tensione tra essenza e apparenza; ora, la domanda sembra esprimersi in questi termini: “significare o funzionare”?
Rimandare ad altro, significare qualcos’altro è superfluo, è diventato un tabù – è questo il messaggio gravissimo, e profondo, che il libro di Candida ci consegna.
Chi si azzarda a farlo, chi si azzarda a cercare i rimandi simbolici tra le cose come fa Daniel, è destinato alle stigmate sociali della follia o, rinunciandovi, a un’omologazione annichilente:

E’ lui in questa vita che diceva: “Uova, farfalle, candelabri” e sotto compariva il sottotitolo: “Mi chiamo Daniel”. Anche adesso che sta bene e ha riacquistato la conoscenza di se stesso non è completamente convinto di chiamarsi Daniel. Si sente per lo più un’entità. Un qualcosa. A questo qualcosa sono appiccicate delle parole, suoni.

Bisogna inoltre riconoscere un merito non secondario al Ricordo di Daniel, e cioè che, pur mantenendo sempre la sua freschezza narrativa, senza scadere mai in pesantezze di taglio saggistico, riesce ad affrontare questioni di una certa rilevanza filosofica e sociologica, prima fra tutte quella del rapporto tra individuo e società contemporanea. La contemporaneità non si annuncia più come il mondo delle esistenze e delle persone, ma come quello delle funzioni e dei ruoli: dove sussiste non più ciò che è ma ciò che si regge, ciò che si struttura in una rete sociale. Per questo motivo – e non di certo per sciatteria del narratore – tutti i personaggi sono vuoti, piatti e unidimensionali. Tuttavia continuano a sussistere perché appunto il loro vuoto è contiguo: si reggono gli uni con gli altri. I personaggi non hanno nessuna necessità di essere caratterizzati psicologicamente, possono fare a meno di una morale, non hanno bisogno di un’interiorità, perché galleggiano sui nodi intessuti nella loro rete sociale. Le persone sono snodi funzionali. Non importa chi sei, o ciò che pensi, ma il posto e il ruolo che occupi, come negli sport di squadra o nei branchi. I personaggi infatti non sono mai allusivi, le azioni che compiono rimandano sempre e solo a se stesse, le cose che dicono non dischiudono mai altri significati che non siano quelli letterali: sono esseri tautologici, che realizzano soltanto le potenzialità già date, e che non attingono mai all’ignoto né all’impossibile per tentare nuovi gesti. L’ignoto, il diverso, ciò che è distante, non sono le sponde di nuove possibili significazioni cui far attraccare il già noto, ovvero dall’ignoto non scaturiscono mai azioni, prima che questo non venga omogeneizzato in noto. Per questo i comportamenti, le azioni e i pensieri dei personaggi sono sempre preformulati: perché nessuno cerca di saperne di più, nessuno desidera di saperne di più.

Se dicono “tavolo”, vogliono dire “tavolo”, se dicono “sedia”, vogliono significare soltanto “sedia”, e lo scarto che esiste tra una cosa e l’altra non è mai ricondotto per affinità né all’una, né all’altra, ma aspira a diventare una terza cosa, indipendente dalle prime due. E’ un processo generativo orizzontale e categorico, cui Daniel si oppone, e che cerca di superare:

Può la realtà avere un referente? Può questa sedia, questo televisore, i fiocchi di neve, i lampioni, possono riferirsi queste cose ad altro che non siano se stesse? Sì, pensa Daniel, non si risolve tutto solo nella funzione.

Daniel si fa così portavoce di una germinazione verticale della significazione, in cui le cose – come le parole scritte – potrebbero essere i significanti che rimandano a un significato appartenente a un dominio ulteriore. Cinque dita sono cinque dita, ma in un ordine superiore diventano una mano, e a sua volta una mano, còlta dal dominio più ampio, diventa l’estremità articolata di un corpo. Allo stesso modo, la realtà umana potrebbe essere l’estremità articolata di qualcos’altro. Allora la metafora non è soltanto lo strumento privilegiato con cui guardare la realtà, per connettere e trovare un legame anche tra le cose apparentemente più distanti, ma diventa una vera e propria attitudine esistenziale:

Ogni vita è una metafora di qualcos’altro. Ha in sé un qualche valore simbolico. Si guarda a una vita e si pensa ad altro. Un cacciavite a stella, un candelabro, una pianta di cardo, una scatola di fiammiferi non sono importanti perché si possono usare ma per l’esperienza diversa che le trascende. […] C’è sempre un’ulteriorità. Non muoviamo mai oggetti, ma simboli e desideri. 

Ulteriorità simbolica cui Daniel, nonostante la finale riconciliazione col “sistema”, non può fare a meno di rinunciare:

La vita è una grande allegoria d’altro: un fiorire indefesso di metafore. Forse per questo quel filosofo greco ha parlato dell’iperuranio […] l’iperuranio è un luogo dove ogni cosa diventa simbolo.

Quest’ultima citazione mi fa venire in mente le parole di Keats: “La vita di un uomo di un certo valore è una continua allegoria” – allegoria: allos (altro) + agoreyo (dico, esprimo) – con la differenza che Keats esprime un giudizio di valore, il narratore del Ricordo di Daniel no. In tutto il romanzo non viene mai dichiarata la superiorità dell’attitudine simbolica, perché in fin dei conti il protagonista ha rischiato di impazzire e di diventare un emarginato sociale proprio a causa di questa attitudine.

Keats, invece, evidentemente dà per scontato che una vita allegorica, una vita ricca di significati, una vita insomma coi suoi doppi se non tripli significati come la Divina Commedia, debba valere di più rispetto a una vita “letterale”. Prima lo davo per scontato anch’io, ma erano altri tempi. Ora, dopo aver letto il Ricordo di Daniel, non ne sono più tanto sicura e, soprattutto, sento insinuarsi nei luoghi comuni della morale – la morale è sempre un luogo comune – il fascino di una domanda: “E se i simboli fossero pesanti? e se il sentimento, la morale, l’esistenza fossero zavorre del passato? E se di fronte a noi avessimo invece un altro valore? Il leggero, il volatile – la funzione.

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