Riletture. Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via. Marino Magliani, Amsterdam è una farfalla.

di
Roberto Plevano

Questi di Francesco e Marino sono due libri belli, personali, ottimamente scritti, soprattutto autentici e veritieri, nel senso che qui la finzione letteraria mantiene solide relazioni, e risuona, con realtà che sono parte dell’esperienza di molti lettori, e non è posticcio infingimento.

A prenderli in mano a qualche tempo dalla pubblicazione, nella prospettiva dunque dello scenario, ultimamente un po’ difficile da caratterizzare, della narrativa italiana, questi due testi possono essere letti come variazioni – tra le prime forse – su un tema che – è facile prevedere – sarà visitato in futuro assai spesso: la vita e la condizione dell’intellettuale italiano (anzi, meglio cominciare a definirlo homme de belles lettres, intellectual, Intellektueller, che si esprime perlopiù in lingua italiana) a cui capita di essere formato – spesso assai bene – in Italia e di proseguire naturaliter il corso della sua vita, appunto intellettuale – spesso assai produttiva – fuori dall’Italia, permanentemente.

È una condizione piuttosto diversa da quella di chi racconta esperienze di vita nel corso di una visita, più o meno lunga, a nuovi luoghi del mondo. Il viaggio, il soggiorno in città straniere, le corrispondenze, sono di norma parte della vita del letterato e del coltivato, che rimane in rapporto con il paese originario, sia pure da lontano, per libera scelta o per ragioni di forza maggiore, e anzi contribuisce così da fuori, in tanti modi, alla circolazione di idee e al patrimonio simbolico della propria società. L’attuale generazione di intellettuali italiani all’estero è effetto, più o meno consapevole, dello stato di superfluità dell’intelligenza nella società italiana. Non che essi siano stati buttati fuori dall’Italia come esseri umani, no. Non è emigrazione, non è diaspora. È piuttosto una sorta di rifugio, di espatrio, di travaso duraturo che è l’(ormai) normale condizione di vita intellettuale del nostro paese, che si sta trapiantando appunto fuori dal paese nativo per continuare a vivere come vita intellettuale. Fuga di cervelli, la chiamano negli articoli di giornale, lamentando la perdita di competenze tecnico-scientifiche. E tuttavia, si teme, c’è ben altro: l’impoverimento dell’immaginazione collettiva del paese, il suo ammalarsi, l’esaurirsi delle occasioni di raccontarsi della nazione (termine qui usato nella sua originaria accezione di collettività identificata da una comune tradizione linguistica e culturale). L’incapacità crescente di pensare e riflettere. Di guardare avanti. Se l’Italia per secoli è vissuta come un’idea letteraria, che si è fatta potente e forza di popolo nell’Ottocento nella forma di idea e coscienza di nazione e di paese, oggi – e non da oggi, ma da un paio di decenni almeno – in questa Italia pare sia in corso l’amputazione dal corpo della società della grande testa collettiva che ne conserva le memorie, ne pensa i veri interessi, i conflitti, il senso, le sue possibilità di futuro, il giudizio sul bene e sul male.

Ci saranno occasioni, spero, di raccogliere dati precisi, ci sarà chi potrà riflettere su questo fenomeno, a buon diritto storico, che vede le migliori energie intellettuali andarsene in massa dall’Italia. Una catastrofe paragonabile a ciò che avvenne, in misura minore, e per più breve tempo, in alcuni paesi sudamericani con le dittature. Là si espatriava per non morire, dall’Italia si va via semplicemente per essere quel che ci si è preparati a essere. Quel che inclinazioni e vocazione spingono a essere.

forlani
La trama del libro di Francesco Forlani Parigi, senza passare dal via (Laterza 2013) (o piuttosto il pretesto narrativo messo in atto) è ormai nota: il personaggio Francesco Forlani, letterato migrante da Caserta e accasato a Parigi, mette in piedi una rivista letteraria multiculturale che riflette il variegato mondo cosmopolita di poeti e artisti che popola Parigi, le sue notti soprattutto, e che coincide in buona misura con gli spostamenti e gli incontri del personaggio. Francesco si muove nella città come su una specie di tavolo di gioco, senza passare dal via, perché il via nel suo caso sta fuori, nel luogo di origine che si allontana man mano che la vita parigina acquista spessore di rapporti, amicizie, amori. Curiosamente, la metafora di Parigi, che si fa mappa letteraria e gioco di caselle, era offerta in un libro non citato da Forlani – forse perché riferimento ovvio – tra le mille opere che occhieggiano tra le sue pagine: Rayuela di Julio Cortázar.

Il tema dell’espatrio resta sulle sfondo. In primo piano si squaderna l’irripetibile vita parigina, in cui amicizia, lavoro, incontri conviviali, il semplice passare il tempo al bistrot, osservare la gente e darsi alla creazione culinaria è cultura a pieno diritto, modo di conoscenza, dimensione teoretica, pratica, soprattutto sentimentale. La Parigi di Forlani discende da quel centro di esperienze del mondo descritto da generazioni di scrittori di un certo peso (Victor Hugo, Proust, Samuel Beckett, Ezra Pound, James Joyce, Fitzgerald, Morley Callaghan) senza tuttavia inclinare a essere una blanda e facile caricatura. Non arriva insomma l’ora di Midnight in Paris, ma il libro apre con invasioni di blatte, tazze del cesso che buttano su merda (putain de merde!) e alloggi condivisi nei sottottetti. Ci sono anche le consulenze date da Milan Kundera sui dilemmi d’amore. E tanta libertà di fare poesia della vita. E la vita si distilla in creazione, nella più improbabile delle imprese: fondare una nuova rivista di arte e letteratura, la sfida incosciente e indispensabile al pedestre esprit du temps.

Arrivato a Parigi, prima ancora del lavoro da trovare, della lingua da apprendere, dei soldi subito finiti, Francesco comprende che la sua partenza non prevede ritorno:

Mo’ mica è vero che “partire è un po’ come morire”. Si muore pure quando si rimane, anzi. (pag. 145)

I tragitti attraverso gli arrondissements, l’avanzamento sulle caselle del gioco, è percorso di appropriazione della città e allo stesso tempo di metamorfosi linguistica. Quella di Francesco non è una contaminazione, non è pastiche lessicale, è ricreazione di una lingua diretta di espressione in un contesto lontano dalla terra natale. Non a caso nelle prime pagine si sente risuonare nel sottotetto lo chansonnier Paolo Conte… ci si immagina una canzone ad hoc: eh, abitando in mezzo al mondo… là en la idiosincrasia de una metropoli, de donde si sente una… mentre Francesco prepara il caffè alla mattina sperando di scorgere dalla finestra della jeune et jolie dirimpettaia una

zinna de sto celo plombeo et smisurate, ca me guardi et ca io te guardo, ca me maculi el penzero, la capa, lo café… (pag. 6)

e la zinna epifanizza, beneaugurante come ogni guizzo di zinne lecitamente adocchiate! Il lettore legge, figura, e gode contento.

Alla iniziale nostalgia di Caserta subentra una fugace malinconia di esilio, che dura soltanto fin tanto che la nuova vita prende forma, ed è poi vita intensa, senza pause, allegra e drammatica al girar delle pagine, ricca del tessuto umano delle relazioni significative. E tanto pare naturale, questa nuova vita a Parigi, tanto giocosa – ché davvero ridesta qualcosa dell’energia inesauribile dell’infanzia, quando il gioco è un affare assai serio – che l’annuncio del l’amico Massimo è un po’ una doccia fredda:

Sai, sono due giorni che volevo dirtelo ma torno in Italia. Vado da Monica a Jesolo e mi prendo un anno di tempo per preparare il concorso a ricercatore per Trento. Non preoccuparti per l’affitto, i due prossimi te li pago io così avrai il tempo di cercare un altro inquilino.
Queste cose mi dice Massimo mentre passiamo davanti al Le Pick Clops, poi saliamo la Rue Vieille-du-Temple e incrociamo le gambe delle ragazze al Fer à Cheval. Voltiamo a sinistra passando per il piccolo teatro Point-Virgule e arriviamo sulla Rue Beaubourg.
Solo una volta salite le scale, davanti alla porta mi volto verso di lui e gli faccio: Secondo me stai facendo una cazzata colossale.
Lui mi guarda e mi sorride.
Quando sto per addormentarmi mi tornano in mente i versi del poeta anarchico:
Voi mi chiedete, idioti:
– Perché non torni in Italia?
E già, sono italiano, per forza,
Ma il mio paese mi deprime. (pag. 123)

Il poeta anarchico (si tratta di Elios Petropoulos, che nei versi parla della condizione di greco lontano dalla Grecia) dà voce all’esperienza del distacco dalla propria terra che è anche il venir meno del desiderio di tornare, un fatto paradossale nella città dei mille desideri. Nel libro il personaggio Francesco si commiata dai lettori scrivendo di notte, ancora a Parigi, a proposito delle carte del destino che il vento scompiglia e disperde per il mondo.

marino-magliani-amsterdam
Anche il libro di Marino Magliani Amsterdam è una farfalla (ediciclo editore 2011) è un progetto narrativo – l’autore raccomanda che il libro “dev’essere letto come un romanzo, e non sempre, come per ogni romanzo, ai nomi corrispondono personaggi esistiti”. Questa avvertenza risuona ironicamente, dal momento che nel racconto troviamo il personaggio Marino Magliani che percorre un itinerario al di sopra e al di sotto della superficie di vie e canali della capitale olandese, visitando luoghi e persone a cui corrispondono effettivamente realtà esistenti al di fuori delle pagine del libro. Senza d’altra parte condiderare che le narrazioni formano realtà a pieno titolo. Il libro esce in una collana di cicloguide di città, ma della guida turistica non ha pressoché nulla, pur suscitando, a leggerne le pagine, un irruente desiderio di recarsi subito ad Amsterdam e inforcare una bici. Come con altre prove narrative di Magliani, la cifra personale di stile, lessico e temi è inconfondibile, e questo libro mostra la sua capacità di costruire testi originali e autentici anche nell’ambito di una letteratura che si presenta commissionata, di “genere”. Mi domando quale posto tra gli scaffali di una libreria trovi Amsterdam è una farfalla: se tra le guide turistiche, nella letteratura di viaggio, o nella narrativa italiana contemporanea (dove dovrebbe campeggiare).

Marino esordisce con l’ammettere che lui di biciclette e turismo a pedali sa giusto quel che amici olandesi gli hanno comunicato. E pure di Amsterdam non pare essere molto appassionato: vive in una cittadina a mezz’ora di battello e frequenta poco la capitale, recandovisi per lo più in visita all’Istituto Italiano di Cultura e alla libreria Bonardi, che – così si dice – è ottimamente fornita di libri italiani, come nessun’altra dentro e fuori l’Italia. E in effetti nel libro l’Italia è tutta qui, l’Italia che interessa a Marino e ai suoi lettori almeno, perché poi la città è infestata da pessime rivendite di cibo che si spaccia per italiano, meta di un’aborrita e incessante “cloaca turistica”. Incaricato di stendere una guida alla città per curiosi e consapevoli cicloturisti, al personaggio Magliani si impone invece il personaggio di una possibile storia che si svolge nel futuro, Gregorio Sanderi, Doppelgänger di Magliani (capita agli scrittori, ogni tanto, di imbattersi imprevedibilmente in personaggi che reclamano di essere raccontati e di prendere vita, e per ciò gli scrittori attingono ai loro depositi di esperienza umana. Gregorio Sanderi già compariva ne Il collezionista di tempo e in Quattro giorni per non morire): costui è astronomo, geografo e architetto, nel 2100 avrà scritto “il più grande studio sulla luce dei Paesi bassi” e avrà progettato una meridiana complicata “per segnare il tempo di Rembrandt”.

Inizia così un itinerario di peregrinazioni che sono esplorazioni attraverso le vie di Amsterdam, lungo i canali, e poi sotto il suolo su cui scorre la vita dei più, a scendere i livelli stratigrafici che sono gli accumuli della storia della Città degli uomini, come strappata a un mondo originariamente confuso di acqua e terra e di animali archetipici e fantastici. La discesa nel sottosuolo è, parallelamente, un trapassare di piani narrativi e generi di scrittura: ove quelli si biforcano in ramificati snodi temporali (dal rapporto documentaristico sull’inurbamento di Amsterdam alle atmosfere del noir sotterraneo e metafisico), questi sembrano, sotto la penna di Marino, rivelarsi come meri dispositivi formali al servizio di un’immaginazione – è forse l’autentica creatività dell’autore – che si nutre di notti all’addiaccio, approcci spudorati di una valchiria che sembra nata sul manubrio e sui pedali, introduzioni confidenziali ai segreti della città, immersioni nell’acqua nera della notte della città. Un’immaginazione letteraria di uno scrittore da tempo trapiantato all’estero, forse non per semplice caso della sorte. Magliani, uomo dell’aspro entroterra ligure, coltiva tutto sommato una vocazione marinara.

Roland Fagel, traduttore di alto lignaggio, è un Virgilio irritabile e spazientito: conduce Magliani attraverso la peculiare urbanistica della città e lo introduce ai misteri dei cunicoli del sottosuolo, il cui ingresso è ostruito da “una montagna di biciclette arrugginite, inservibili, infangate: il cimitero delle biciclette di Amsterdam”. Invidiabile (e irriproducibile da Magliani) il suo modo di salire in sella e di darsi allo stesso tempo una spinta che avvia il movimento, pur appesantito dalla sua “borsa da editore” a tracolla. Welmoet è (forse) una solida contadina ciclista che occupa il posto di una sorta di provocante Beatrice, ma con Magliani cose e persone non sono mai come appaiono al primo incontro.

Questi due libri non hanno davvero per oggetto una città, bensì sono libri sullo stato dell’io che narra e si narra, la condizione dell’homme de lettre nella città di adozione. Ecco, le lettere italiane paiono come alla ricerca di un’adozione, mentre si sta consumando il fallimento del rapporto tra letteratura e vita nazionale in Italia, ossia l’esaurirsi dell’idea che le letterature rappresentino in qualche modo la coscienza della vita della nazione. Forse la nazione (intesa come corpo unitario) è ai suoi estremi palpiti di vita, e la coscienza la sta così abbandonando. O forse queste osservazioni estremizzano una tendenza che, sia pur presente, può essere in qualche modo come una fase di passaggio, di rinnovamento, di un’apertura al mondo che consegni finalmente alla storia il vizio storico del nostro provincialismo. Può essere così, sarebbe bello sperarlo.

6 pensieri su “Riletture. Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via. Marino Magliani, Amsterdam è una farfalla.

  1. Grazie Roberto per i consigli di lettura: qualche giorno fa mi sono trovato davanti in libreria il libro di Francesco ed ho avuto qualche dubbio a prenderlo, ma le tue parole mi hanno incuriosito.
    E grazie per l’introduzione a queste due recensioni che mette in luce la chirurgica separazione che è stata operata nel nostro Paese in questo ultimo ventennio, che qualcuno definisce di guerra ma che a me pesonalmente è sembrato di subdola decapitazione di quelle intelligenze creative che davvero mancano all’Italia. La guerra, o meglio la guerriglia vista la disparità di armi mediatiche, l’abbiamo condotta noi, rifugiandoci anche all’interno del corpo nazionale, non solo all’estero, e restando ai margini come pustole di pensiero che criticano un sistema sordo a qualsiasi livello, pervaso da un cupio dissolvi difficilmente arginabile che ci sta portando allo sfasciamento dell’immagine (o immaginazione) di collettività.
    mdp

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  2. Ed è proprio “lo stato di superfluità dell’intelligenza nella società italiana,” la mancanza di stimoli culturali e intellettuali da parte di alcune situazioni, che ti mettono in condizione di prendere e andare a Parigi o ad Amsterdam. Dove a questo ritornerò dopo una recensione così!
    Grazie

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  3. Scrittori come Magliani e Forlani sono costretti a lottare con gli editori italiani. Non c’è da meravigliarsi se vanno a cercar fortuna all’estero! A quanto pare, per vendere in Italia bisogna scrivere in modo sciatto, parlare del nulla e apparire in tv. L’unica speranza è che fra cent’anni, razzolando nel grigiore della pseudoletteratura contemporanea, qualche critico li riscopra e tributi il giusto omaggio.

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  4. mi hai commosso Roberto e la doppia consonanza con Marino anche. Un capitolo non scritto del Parigi è quello dell’andata di notte in corriera per visita alla casa del Baruch. freni a pedali killer per biciclette xl, le cui ruote si infilavano lungo le canaline dei tram su cui puntavi dritto e sicuro come un donkisciòt, feat. Welles, poi la lista della spesa e sosta obbligatoria in autostrada con passeggeri per lo più giovani e fumati come una centrale idroelettrica, chine su una luce gialla e fredda senza orizzonte mentre nuvole di fumo buono si levavano al cielo come una preghiera. Alla frontiera i cani abbaiavano più dei fari del potente mezzo del paese dei Balocchi, o di Baruch, di spino o Spinoza a seconda della proposizione in calce a quella gita. effeffe

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  5. Caro Marco, credo che l’emergenza dell’emigrazione intellettuale sia un nervo scoperto per tanti, per ragioni diverse. Sarebbe facile additare un ceto politico che dal tempo della fine dei governi di solidarietà nazionale (si parla di oltre 30 anni fa!) ha rinunciato, con poche eccezioni, a elaborare una qualsiasi idea di futuro e si è fatto gli affari propri. L’occasione sprecata di mani pulite sarà rimpianta per molto tempo. La degradazione del discorso pubblico è stata rapida: la società italiana, che già di suo è, ed è sempre stata, composta da una percentuale significativa di gente refrattaria al senso della legalità, oggi è un paesaggio di macerie e di fortilizi, e poche teste rimangono lucide. Tu dici che mancano intelligenze creative: non è che non ci siano, ma quelle che non se ne vanno non riescono a fare massa critica. Lo si vede dal carattere effimero di ogni manifestazione o iniziativa che voglia disegnare uno stato di cose giusto. Che fare allora? Non saprei. Io cerco di fare bene il mio lavoro ogni giorno (ma forse sono un privilegiato, da questo punto di vista: sono un insegnante) e a istillare tracce di senso critico nei miei studenti. È una faticaccia però. È necessario avere fiducia nelle nuove generazioni.

    Cara Elisabetta, andarsene all’estero è spesso una necessità, non una scelta, ma è bene sapere che una volta tagliati i ponti con il proprio paese è assai difficile ricostruirli. Vi sono tanti, tanti italiani all’estero che lavorano in istituti e università: ebbene, non fanno una comunità distinta, ma divengono col tempo parte integrante di altre comunità. Ecco, pensa che dell’attuale diaspora intellettuale nell’arco di una generazione non rimarrà niente. I figli degli italiani all’estero cresceranno francesi, inglesi, canadesi, ecc. Lo so, l’ho visto con i miei occhi.

    Caro Riccardo, è un piacere sentirti. Francesco e Marino sono due Scrittori Veri, la cosa è ovvia, è evidente a chiunque prenda in mano un loro lavoro. Ciò che imbarazza è la pochezza dei libri che affollano gli scaffali dei supermercati, le comparsate televisive (anche nei programmi di rai tre) dei personaggi che scalano le classifiche di vendita e hanno poco da dire (come se ne avessero bisogno), i cataloghi delle case editrici grosse. Però c’è ancora qualche isola. Francesco ha avuto una qualche visibilità a radiotre quest’estate, Marino è in corsa per il premio Settembrini con il libro scritto con Giacomo Sartori, insomma, dai, resistiamo.

    Caro Francesco, credo che questa sia la prima recensione cum inedito d’autore. Ti ringrazio, anzi, LPELS ti ringrazia.

    Caro Marino, leggere i tuoi libri è un piacere vero. Te ne sarò per sempre grato.

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