Vivalascuola. Nonni a scuola

“Anche in tempi di crisi, si può fare “buona scuola”. Noi nonni, acciacchi permettendo, siamo pronti a offrire il nostro contributo culturale ed educativo, a incontrare tutti i nostri nipoti di sangue o non di sangue, da qualsiasi luogo provengano, per esplorare insieme i mondi passati, scoprire le radici del presente e mettere i germogli di un futuro, lo speriamo per loro, felice e meno opprimente. Tutto bene allora? Sì, se il contributo che si chiede alle famiglie è questo. Se, invece, si chiede loro di mettere mano obbligatoriamente al portafoglio e di contribuire economicamente al funzionamento della scuola perché questa coi tagli che subisce non riesce a garantire più neanche la famosa carta igienica, il discorso si fa diverso. Le famiglie non possono supplire ai doveri dello Stato di finanziamento della scuola pubblica. Le tasse già le pagano a monte, come suol dirsi”. (Donato Salzarulo). Di nonni a scuola parlano, in questa puntata di vivalascuola, Donata Castiello, Gianpiero Cattaneo, Donato Salzarulo.

Fare “buona scuola” con l’aiuto dei nonni
di Donato Salzarulo

Sono nonno da 16 anni. Laura, la prima nipote, è in terza liceo scientifico; Francesca, la seconda, è in terza media; Edoardo, l’ultimo, è in prima elementare. L’altra sera, tutto orgoglioso, mi ha mostrato il quaderno dei compiti: stanno imparando le vocali e aveva scritto una pagina di E, in stampatello minuscolo. Lui è il mio Ercole ed io sono quello che a braccio di ferro perdo sempre.

Con le altre due, durante l’estate, abbiamo “studiato” ogni mattina per due ore. Con la prima traducevamo versioni di latino da Cicerone a Sallustio, con la seconda abbiamo letto insieme Nati due volte di Giuseppe Pontiggia e Il signore delle mosche di William Golding. Per me è un autentico divertimento, un vero piacere assistere al brillare dei loro occhi, quando hanno l’impressione di aver capito qualcosa di nuovo.

È anche per questo che ho letto con grande interesse le testimonianze del nonno “finto” di Francesco, Bianca e Iolanda e della nonna, mia omonima.

Intanto vorrei dire che si tratta di scuola primaria, un segmento dell’istruzione che conosco bene e che con queste (ed altre) “aperture” riesce ad allestire ambienti di apprendimento efficaci e a utilizzare didatticamente molte risorse umane esistenti oltre i cancelli degli edifici scolastici. Ottimo. L’esperienza dell’incontro coi nonni è straordinaria. La relazione educativa è circolare ed è positiva in tutte le direzioni. Imparano i nonni, imparano i bambini, imparano le maestre. Come giustamente scrive il nonno “finto” si tratta di “una positiva interazione generazionale”, di “una vera comunione coi frugoletti”.

Il racconto vivo dei giochi che ci impegnavano da bambini e della presenza/assenza degli oggetti e degli strumenti che incontravamo e utilizzavamo nei nostri ambienti rimane un valido approccio didattico ad una disciplina come la storia; è altrettanto importante il riconoscimento della “condivisione perfetta” che si può realizzare in un’esperienza di lavoro di gruppo ben impostata. Un metodo educativo l’uno, l’apertura ad una disciplina l’altra.

Tutto bene allora? Sì, se il contributo che si chiede alle famiglie è questo. Se, invece, si chiede loro di mettere mano obbligatoriamente al portafoglio e di contribuire economicamente al funzionamento della scuola perché questa coi tagli che subisce non riesce a garantire più neanche la famosa carta igienica, il discorso si fa diverso. Le famiglie non possono supplire ai doveri dello Stato di finanziamento della scuola pubblica. Le tasse già le pagano a monte, come suol dirsi.

Patti chiari, allora e incontri leali. Anche in tempi di crisi, si può fare “buona scuola”. Noi nonni, acciacchi permettendo, siamo pronti ad offrire il nostro contributo culturale ed educativo, siamo pronti ad incontrare tutti i nostri nipoti di sangue o non di sangue, da qualsiasi luogo, paese o continente provengano per esplorare insieme i nostri mondi passati, scoprire le radici del nostro presente e mettere i germogli di un futuro, lo speriamo per loro, meno opprimente e felice.

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A scuola con Bianca: i nonni 2.0
di Donata Castiello

Non era la prima volta che entravo nella classe di mia nipote. Tutti gli anni, dalla prima alla quinta, c’era stato un invito delle maestre a partecipare attivamente ad un lavoro dei bambini. Negli ultimi anni l’occasione era la preparazione di manufatti da vendere al mercatino di Natale, uno degli espedienti “creativi” per sopperire ai tagli cui la scuola è soggetta da molto tempo. La sollecitazione era stata molto semplice e diretta: “Venite a lavorare con i bambini, state con loro, dateci una mano”.

Così ti ritrovi un pomeriggio d’inverno ad attraversare il Parco Trotter, silenzioso e deserto a quell’ora, se non per la presenza di qualche adulto ammesso fuori orario, anzi su invito esplicito di alcune maestre, per dirigerti al famigerato padiglione Lambruschini dove si trova la classe di tua nipote.

Questa volta c’è anche il nonno, che mi ripete lungo il sentiero, prima di salire le scale del padiglione: “Io aiuto te, vero? Perché non sono capace di fare queste cose. Oppure aiuto Bianca o qualcun altro se c’è bisogno”. Lo tranquillizzo dicendogli che non è richiesta una prestazione specifica, ma si tratta di dare una disponibilità al laboratorio dei bambini, di condividere un tempo che sarà occupato dalla creatività dei bambini innanzitutto.

Va bene, entriamo dalle porte finestre che danno sul giardino, mostrandoci ai vetri, che è già un modo familiare e amicale di entrare in una classe che non l’ingresso ufficiale. Ci sentiamo di casa infatti anche se ci affacciamo educati e aspettiamo il saluto e il caloroso invito a farci avanti.

Lo spazio dell’aula è già stato predisposto per lavorare a gruppi, i tavoli uniti offrono delle grandi superfici, al centro ci sono scatole basse che raccolgono materiali molto diversi e alcuni attrezzi da lavoro. Su un tavolone di servizio, dove tutti possono andare a prendere ciò che serve a far procedere il progetto immaginato e che cresce pezzo dopo pezzo fra le mani dei bambini, c’è tutto ciò che è stato raccolto nel tempo e chissà dove; portato a scuola da quelli, ad esempio, che non buttano quel cartoncino “perché è troppo bello” oppure scandagliano tutta la spiaggia in cerca di sassi “con un significato” o raccolgono le foglie, i petali dei fiori secchi, i ramoscelli “perché serviranno a qualcosa e intanto ora me li guardo”.

Lì trovi piccolissime pigne, stoffe di tutti i tipi, nastri, figure adesive minuscole nel classico rosso, bianco, verde che la festa richiede, fiori di stoffa, flaconi di brillantini, la vecchia porporina, pietre colorate, fogli colorati, fogli che sono ultrasottili sfoglie di legni di vario colore e venature, e tanto altro ancora che adulti e bambini previdenti hanno pensato potesse servire e che alla fine del pomeriggio scarseggiano, anzi sono finiti, e gli ultimi ritocchi ti costringono ad un giro di tutti i tavoli per vedere cosa sia rimasto di disponibile.

Gli adulti collaboratori, genitori o nonni, sono otto, i bambini presenti una ventina e ci sono tutte le maestre della classe.
Alcuni sono già al lavoro quando arriviamo, salutiamo i genitori che conosciamo e le maestre, Bianca si mette vicino a noi e io vado a scegliere nelle scatole ciò che mi potrebbe andar bene per cominciare: prendo delle piccole pigne, una stoffa e una scatolina.

Vorrei confezionare un piccolo centro tavola natalizio. Mi sistemo, do intanto una mano alla mia nipotina per la scelta dei suoi materiali, commento con gli altri bambini del tavolo il lavoro che stanno facendo, mi guardo intorno per assaporare la visuale globale dei bambini al lavoro.

Dopo un po’ Bianca cambia tavolo e si piazza altrove, “mi servono delle cose che sono su quel tavolo” dice, ma io penso che ormai è grande e vuole fare da sé, insieme con i compagni che fanno lo stesso. Anche il suo più caro amico Paolo non sta vicino alla sua mamma a lavorare, ma si muove qua e là alla ricerca degli oggetti e poi si siede al tavolone con altri bambini a produrre un cartoncino natalizio con foglie secche e vernice dorata.

Io e il nonno, che dà consigli e non si sporca le mani, ci dedichiamo al famoso centrotavola. Mentre lavoro con le mani e ascolto i suggerimenti, spesso inutili del nonno, mi succede di aumentare la percezione uditiva ed emotiva di ciò che accade intorno, come se mi trovassi in un luogo protetto, dentro di me, e ascoltassi non partecipando quello che avviene nel contesto, come se fossi un empatico osservatore della realtà che mi circonda.

E percepisco così che intorno a me ci sono venti bambini di 10 anni che lavorano alacremente, come se dovessero raggiungere un tetto di produzione, e nello stesso tempo sono pacati, nessuno alza la voce, si muovono in sintonia, in totale collaborazione, non ci sono conflitti sui materiali, gli spazi e gli attrezzi, anzi si sentono battute allegre, commenti partecipi, suggerimenti azzeccati e accolti con entusiasmo o ironia. E non si sente nemmeno la voce di un adulto docente che impartisca consegne, disposizioni, tanto meno divieti.

Mentre respiro” quest’aria rasserenante e gioiosa, è proprio la parola giusta, mi rendo conto che l’esperienza che stiamo facendo tutti in quel momento, è quella di una condivisione perfetta che si è potuta realizzare grazie a molti fattori: provo ad elencarne alcuni.

Intanto precisiamo che la scuola Casa del Sole, si trova all’interno del Parco Trotter, nella famosa via Padova, residenza della comunità multietnica più ampia di Milano, strada che è stata teatro di fatti tragici ma anche della festa di via più animata (la mettono in pista ogni anno circa settanta associazioni) della città, con lo sloganVia Padova è più bella di Milano”.

I bambini della classe quinta sono un campione di questa realtà, sono insieme da cinque anni, con le stesse maestre, fortunati loro, e hanno vissuto insieme una ragguardevole numero di esperienze sociali, favorite e guidate nella loro realizzazione dalle insegnanti e dai genitori che hanno via via collaborato.

Il clima attivo e armonioso, quale quello presente in quell’aula in un freddo pomeriggio invernale, non è un caso, ma il prodotto, meraviglioso nella sua dimostrazione di efficienza civica, di un’azione quotidiana, coerente e sapiente, nel senso che sapeva dove voleva arrivare, delle insegnanti, dei bambini e delle famiglie.

Detto così sembrerebbe il solito panegirico su un’esperienza di cosiddette buone prassi, ma si tratta invece di qualcosa di non misurabile, nel senso di incommensurabile, nel suo valore. Non esiste un voto e uno spazio nella pagella scolastica che dia testimonianza della capacità di stare insieme, di collaborare, di accettare reciprocamente la differenza, di rispettare sé e gli altri, di saper lavorare per il bene comune senza scopi personali, bensì collettivi. Nella pagella ciascuno fa per sé, qui si tratta di render conto di un collettivo, di un gruppo che produce civiltà e valori a cui non si affiancano numeri.

Peccato che non ci sia questo spazio, perché sarebbe quello occupato dalle persone in quanto gruppo sociale, in quanto intelligenze civili e produttive di un bene che ci riguarda tutti, in quanto cittadini che aspirano ad una società migliore.

Non si danno più i voti alle maestre, sono stati aboliti per legge da più di quarant’anni, io inaugurerei la stagione dei riconoscimenti, che sono per loro natura sempre positivi, e lo farei anche per i genitori e per i bambini, che hanno saputo rispondere così bene alle sollecitazioni e hanno collaborato a scelte e iniziative non sempre facili da comprendere, soprattutto quando si è ospiti di una cultura che non è quella d’origine.

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Ricordi di un nonno “finto” nei suoi rapporti didattici con nipotini ed altri frugoletti
di Gianpiero Cattaneo

Dunque,… riconosco che questa parola nasconde un subdolo stratagemma retorico per coprire la difficoltà di iniziare una trattazione, si fa per dire ragionevole, su di un argomento che mi pone alcune difficoltà non solo mnemoniche (l’età è quella che è, purtroppo) ma soprattutto di contenuto. Forse la strategia migliore è quella intanto di presentarmi, poi vedremo.

Dunque, sono un pensionato da una lungamente vissuta posizione di professore ordinario universitario (e dai! Inutile sviolinatina) che a suo tempo si è trovato nella invidiabile situazione di nonno “finto” nel senso che sono passato direttamente dal ruolo di single a quella di nonno senza toccare la fase intermedia di genitore. Quando dico questa cosa a volte la gente mi guarda con malcelato dubbio e con vago irridente sorriso dipinto sul viso, ma la spiegazione è molto semplice.

Dunque (arridaie) dopo un primo matrimonio non molto riuscito (diciamo così) ho trascorso un fugace, periglioso, periodo di single per poi avere la smaccata fortuna di uscirne colla conoscenza della mia attuale compagna/moglie Donata (che qualsiasi divinità laica l’abbia in gloria) che tra le tante cose meravigliose mi ha portato “in dote” due sue figliole, avute dal suo precedente matrimonio. Dopo un lungo periodo di peccaminosa convivenza, quando abbiamo (civilmente) legalizzata la nostra relazione, mi sono automaticamente trovato nella situazione, boh, la dizione corrente nella più accreditata letteratura otto/novecentesca sarebbe quella di patrigno, ma la terminologia mi ripugna e dopo essermi accreditato colle due fanciulle come amico, confidente, aiuto, presenza delicata, loro ci hanno successivamente deliziato, la più giovane con un delizioso nipotino Francesco e l’altra con due altrettanto deliziose nipotine Bianca e Iolanda.

Qui si è posta immediatamente la questione di come qualificare la mia posizione. Nonno no, perché non ero il padre reale delle figlie di Donata, e dopo lunghe meditazioni abbiamo raggiunto la conclusione che in qualche senso nonno lo ero, ma non potendo essere quello “naturale” mi rimaneva il ruolo di nonno “finto”. Cosa che, confesso, mi è piaciuta molto e quindi sono il nonno “finto” di Francesco, Bianca e Iolanda.

Dunque (e arridaie), ho cercato di svolgere decorosamente questo ruolo che mi ha permesso di recuperare alcuni aspetti di quello di padre attraverso esperienze di nonno “finto”. Debbo confessare che la cosa mi è piaciuta molto perché nelle mie passate esperienze il ruolo di padre mi era mancato molto, ma in quello di nonno, benché “finto”, vivevo tanti aspetti positivi senza le grandi responsabilità perché queste sono di pertinenza dei genitori. Non male, ne convenite? Comunque nei lunghi anni di crescita delle “creature” ho cercato di svolgere con onestà, entusiasmo, partecipazione sincera il mio ruolo di sempre disponibile, malgrado qualche occasionale mugugno (sono pur sempre di origini liguri), nonno “finto” costruendo con loro ottimi rapporti di felicità e partecipazione.

Finalmente veniamo al dunque (ma non mi posso liberare di questa magica parolina). Quando Bianca è arrivata in terza elementare la scuola ho organizzato un pomeriggio di incontro tra i bambini della sua classe e i nonni disponibili. Mi è stato proposto di partecipare all’evento, anche se nel mio ruolo di “finto”, e ovviamente ho accettato con entusiasmo.

Vi confesso la mia sincera commozione quando sono entrato nell’aula e malgrado l’abitudine didattica universitaria delle mie lezioni fatte a centinaia di studenti, vedere quei meravigliosi 20/25 occhietti curiosi e intelligenti che mi scrutavano indagatori ho avuto una piccola tremarella alle gambe. Mi stavano indagando assieme alla decina di altre persone nel nostro ruolo di nonni per capire chi eravamo, nel senso profondo del termine, cercando, almeno io pensavo così, di assegnarci alle corrispondenti nipotine.

Qui è iniziata la parte difficile quando, dopo l’introduzione delle maestre che spiegava la ragione del’incontro, i marmocchiotti sono stati esortati a porci delle domande per confrontare la loro esperienza didattica con quella che noi avevamo percorso quando avevamo la loro età. Le domande, le curiosità, sono state molte e sinceramente non me le ricordo tutte, anche perché è passato molto tempo da allora, ma al di là delle ovvie curiosità sul confronto dei contenuti delle varie materie e dei metodi didattici, sui quali, confesso, Donata come ex maestra è stata molto precisa e puntuale, mi è rimasta impressa la loro curiosità su quali programmi televisivi ai nostri tempi noi eravamo coinvolti.

Qui il dibattito si è fatto molto intenso dopo che abbiamo dovuto confessare che ai nostri tempi la televisione non c’era. Sono caduti dal pero, increduli che potesse esistere una realtà senza la presenza massiccia del potente mezzo di comunicazione televisivo. E no, cari ragazzini, quando avevamo la vostra età l’imbarazzante strumento doveva ancora nascere! Ma allora cosa facevate in sostituzione? Ma come potevate sopravvivere, nel senso esistenziale? Come poteva essere la vostra vita senza questo essenziale momento vitale?

La loro incredulità era somma e noi abbiamo cominciato a scandagliare la nostra memoria claudicante per raccogliere vecchi ricordi di una lontana vita. Loro ci pungolavano e cominciavano a entrare lentamente, senza grandi opposizioni, nella nostra logica di vita senza TV mentre noi, almeno io e Donata, ricostruivamo vecchi episodi di una giovinezza dimenticata, non solo nel recupero di momenti vissuti, ma soprattutto di riappropriazione di noi stessi.

Cadevano vecchie incrostazioni mnemoniche, cose cacciate nei meandri dell’inconscio, era una vera e propria positiva interazione generazionale. Io raccontavo i nostri giochi da ragazzi della via Paal (spiegato loro cosa significava) con piccole bande di amici di quartiere nella lontana riviera di ponente, uscita massacrata dalla guerra con ancora ampie zone di macerie da bombardamenti. Si viveva molto in momenti socializzanti, a volte conflittuali ma sempre positivi. Mi ricordavo che alla mattina si andava in classe ciascuno portando, durante l’inverno, sotto braccio un ceppo di legno per scaldare la stufa, unico riscaldamento presente. Insomma, due mondi si confrontavano e si capivano, magari lentamente, nelle loro diversità ma nel recupero della comune matrice culturale. Stupendo!

Non entro i altri dettagli, forse inutili, ma mi fa piacere ricordare più che gli episodi raccontati il momento di vera comunione con i frugoletti. La cosa si è ripetuta anni dopo quando Iolanda a sua volta è arrivata in terza. Qui la riunione è stata diversa perché il confronto ha riguardato non una sola classe ma tutte le terze del plesso, raccolte in una grande sala del Trotter.

Anche qui si è ripetuta la dinamica di iniziale curiosità e diffidenza, nel tentativo di conoscerci, ma noi nonni non eravamo più una piccola decina ma una trentina di partecipanti. La dinamica è stata di iniziale attenzione, che però, visto il grande numero di frugoletti (erano circa un centinaio), piano piano si è lasciata andare a una rumorosa disattenzione con giochi fra di loro, indipendentemente dai nostri contributi e ricordi, malgrado la sollecitazione delle operose maestre. Però confesso che non considero l’esperienza negativa, anzi.

La dinamica era che di volta in volta, a seconda dell’argomento trattato, si raccoglieva l’attenzione di un gruppo di fanciulli mentre altri pensavano/facevano giustamente altre cose. L’importante era che si riusciva comunque a catturare l’attenzione, anche se parziale, di una loro frazione a seconda di quali sentimenti riuscivamo nel momento ad eccitare in loro. Mi sembra una cosa naturale in contesti assembleari, piuttosto che di contatto diretto.

Senza sbrodolare molto, voglio ricordare come, rispetto ad una domanda sui nostri rapporti scolastici con i nostri genitori, non so per quale strano risveglio psichico, ho raccontato un plurimo episodio divertente dei miei rapporti con mia madre che si risolveva in sue grosse risate.

Dovete sapere che mia madre era di nascita austriaca e aveva passato tutto il suo periodo didattico, conclusasi alla 5a elementare, sotto la scuola di Checco Beppe, l’imperatore austriaco. Mia madre era considerata bravissima ma avevo scoperto la raccolta delle sue pagelle giovanili, che erano una sequenza di tutti zeri. Lei mi aveva spiegato che nel contesto austro-ungarico la votazione era opposta alla nostra: lo zero era il massimo dei voti e il minimo era il 5 per cui le sue pagelle di tutti zeri erano in effetti una testimonianza di questa sua bravura. Però, come gioco, io prendevo in mano queste pagelle, in scrittura a caratteri gotici che non capivo completamente, per sfotterla dicendole: “Ma mamma, eri proprio un’asina; ti davano tutti zeri. Non valevi proprio nulla.” E lei rideva come una matta, ri-spiegandomi pazientemente la diversa scala di valutazione rispetto alla nostra. Insomma, un pratico esercizio di relativizzazione delle scale dei valori, che vale in molti campi della vita quotidiana e certamente nelle scienze esatte (metri, pollici, iarde…).

Questa cosa era stata poi confermata da una mamma di origine slava, che aveva frequentato nell’allora Yugoslavia la scuola elementare, organizzata secondo la struttura della vecchia dominazione austro-ungarica proprio secondo i criteri che io avevo appena esposto.

Vorrei concludere queste brevi riflessioni, fatte più di dimenticanze che di ricordi veri e propri, con un episodio della prima esperienza colla classe di Bianca. Dunque (mannaggia, non si finisce mai), alla fine delle domande le maestre hanno invitato tutti ad un rinfresco, preparato su di una tavola con i deliziosi cibi e bevande di ringraziamento. Patatine, salatini, torte preparate da alcune mamme, fanta, coca e tutte le altre delizie di simili occasioni.

La cosa avveniva in un contesto in cui liberamente ci si organizzava in gruppetti di poche persone, pochi nonni e alcuni fanciulli, a discutere a ruota libera delle nostre impressioni e delle nostre esperienze. Però mi ero accorto che durante la parte precedente c’era un bambino piccolo, minuto, biondo quasi albino, che se ne stava in disparte, un poco triste, senza fare domande.

Incuriosito, durante la fase delle libagioni lui continuava a starsene separato dagli altri, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto “Dove sono i tuoi nonni?”, risposta “Stanno in Romania.” Continuo “E allora il tuo papà?”, risposta “Lui non lo vediamo da anni.” Disperato concludo “Ma la tua mamma”, cogli occhi bassi “Lei lavora.” Insomma, era solo e per questo timidamente triste. Mi ci sono avvicinato di più, l’ho stretto a me e ho cominciato un dialogo con lui come se fossi stato un suo nonno. Lui piano, piano si è aperto, ha/abbiamo cercato assieme i suoi compagni per formare un nostro gruppo, si è stretto a me ancora più forte e lo abbiamo coinvolto nello spirito dell’iniziativa scolastica. Alla fine sorrideva con noi felice e tra noi è rimasto un leggero legame per il futuro.

Qualche amico direbbe “ma questo è uno sdolcinato episodio da libro Cuore. Come mai ne sei stato tu protagonista, quando hai sempre sostenuto, sulla scorta di una bustina di Minerva di Umberto Eco, la figura dell’”infame” Franti, col suo elogio come protagonista non di cose tremende ma di una naturale ribellione dalle sdolcinature romantiche di quel periodo“. È vero, confesso tutto ciò, ma per una volta mi è sembrato bello e utile stare dalla parte del piccolo rumeno, con affetto e sincerità, qualunque sia la sdolcinatura che ne potete ricavare. Tutto qui. Dunque, e alla prossima!

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MATERIALI: IL WELFARE FAMILIARE

Comincia l’anno scolastico anche per 1.100.000 nonni-sytter

Il pediatra di Milano Italo Farnetani ha condotto una ricerca sui nonni italiani, che con l’inizio dell’anno scolastico, “rifaranno” le scuole elementari o le medie “dal momento che, complice la crisi che porta a “risparmiare” su baby-sitter e altri aiuti, dovranno seguire i nipoti con meno di 14 anni nello svolgimento dei compiti a casa, ma anche nei tragitti casa-scuola“.

Il loro numero si attesta sul 1.100.000, certo non pochi.

Ben 350.000 di questi ‘over 60‘ impegnati nell’assistenza dei nipoti sono al Nord-Ovest, 240.000 al Nord-Est, 250.000 al Centro, 170.000 al Sud e 90.000 nelle Isole“. Dal quadro disegnato dal pediatra, però, l’Italia risulta divisa in due, infatti al Centro-Nord i nipoti sono seguiti da un numero maggiore di nonni: sono “il 40% in più al Centro-Nord rispetto al Sud e Isole“.

I nonni più impegnati sono quelli che hanno tra 55 e 64 anni. In questa fascia di età – spiega – le nonne seguono un po’ più i nipoti rispetto ai nonni, ma la differenza è minima. Mentre nelle altre fasce di età la differenza è più sostanziale: fra gli under 54 anni infatti le nonne seguono i nipoti in numero doppio rispetto ai maschi, mentre oltre i 65 i nonni seguono i nipoti nel 15% in più rispetto alle nonne“.

E se la crisi ha moltiplicato gli impegni per i nonni, “ben venga questo tipo di organizzazione che rinsalda i legami familiari. Inoltre nel caso di bimbi piccoli, sotto i 3 anni, è bene ricordare che il bambino non ha bisogno di socializzare con i coetanei e che, andando al nido, ci si ammala di più“.

I nonni più impegnati sono al Nord.

Sono quelli della Valle d’Aosta, dove quasi uno su due segue i nipoti. Al secondo posto – dice Farnetani – troviamo i nonni della Toscana, dove un nonno su 3 ha la responsabilità di seguire i compiti dei nipoti, mentre al terzo posto vengono i nonni liguri con una percentuale quasi simile“.

Se invece consideriamo il numero totale dei nonni per regione – precisa – i lombardi battono tutti: sono 208.000, dei quali 12.000 solo nel comune di Milano“. Un’altra caratteristica che emerge da questa ricerca è “l’uniformità di comportamento, di impegno e di rapporti fra nonni e nipoti indipendentemente dal fatto che abitino in centri grandi o piccoli, in città o campagna. Una curiosità poi per i nonni: gli over 58 anni faranno la scuola media un po’ come se fosse per la prima volta, infatti non hanno frequentato la nuova scuola media che è iniziata dall’anno scolastico 1963-64“.(vedi qui)

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Nonni, vera risorsa per le famiglie

Sono oltre 12 milioni i nonni italiani: over 65 che “coprono” circa il 20% della popolazione e che, oltre al loro bagaglio di esperienza e ai legami affettivi con figli e nipoti, offrono alla società e alla famiglia un sostegno fondamentale, ancor più in tempo di crisi economica. Recenti dati Istat parlano di anziani italiani che contribuiscono ogni anno con circa 4 miliardi di euro dalle loro pensioni per sostenere figli e nipoti. Somma alla quale bisogna aggiungere le ore di spese nell’attività di baby sitter. Considerando una tariffa di 7 euro all’ora, si può stimare che questo lavoro non retribuito valga circa 24 miliardi di euro.

Dati raccolti a livello nazionale, dicono infatti che il 55% delle donne che lavorano affidano i figli ai propri genitori o ai suoceri. Nella prima infanzia i nonni sono quindi di gran lunga la prima “istituzione“: l’asilo nido accoglie soltanto il 22,4 % dei bimbi. Il successo dei nonni, secondo l’indagine è legato soltanto marginalmente a ragioni opportunistiche: le mamme affidano i figli ai nonni in primo luogo per la fiducia (50%). La comodità (22%) viene molto dopo, così come la convenienza economica (8,4%) o la mancanza di alternative (7,9%).

Anche a causa della crisi, il potere d’acquisto delle loro pensioni si è ridotto del 30% negli ultimi anni con la conseguenza di una drastica riduzione dei consumi, difficoltà ad affrontare le spese impreviste, e tante rinunce spesso legate alla tutela della salute e alla prevenzione. Dunque siamo il Paese europeo dove si vive più a lungo, ma di contro la qualità della vita di chi è più in là con gli anni non sembra migliorare: gli anziani sono sempre più poveri, ignorati e umiliati, ma continuano a essere i maggiori finanziatori dello Stato con 37 miliardi di euro. (vedi qui)

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I nonni e la crisi
di Dino Agelini

Eric Erikson sostiene che nell’ultima fase della vita l’alternativa è fra riuscire a preservare un’integrità dell’Io nonostante la vicinanza della nostra dipartita o cedere alla disperazione: ebbene, penso che entrare nella terza età col patentino di nonni aiuti non poco a continuare a mantenersi integri e disponibili a fare con amore e con cura la parte di “oggetto preferito” assegnataci dal bambino.

Su questo plafond, che rimane valido in ogni cultura e in ogni epoca, va detto però che la nostra società ha disegnato un insieme di percorsi delle “nonnità” che variano a seconda della classe sociale di appartenenza dei nonni e da come in un determinato territorio funziona il welfare. Cerco di spiegarmi meglio, partendo da una ricerca fatta una quindicina di anni fa sulle giovani coppie reggiane da Maria Rita Rampazi: diceva la Rampazi che nello scegliere il luogo in cui andrà a vivere ciò che cerca la giovane coppia è una sistemazione in vicinanza di un nido e/o dell’abitazione di una delle due coppie di nonni.

Possiamo pensare che in un territorio che soffra per la carenza dei nidi la scelta sia diretta verso i nonni: e questo ci introduce all’interno di una discorso sul welfare che vede, accanto al welfare pubblico, un “welfare familiare (così lo chiamano i sociologi) molto meno analizzato, perché senza oneri per lo stato, ma non per questo meno imponente.

Afferma Nadio Delai, un sociologo che si è interessato dei problemi degli anziani, che intorno al 2002 le risorse che annualmente passavano dai nonni ai figli e ai nipoti ammontavano all’incirca a 83 miliardi di euro. Questa era una decina di anni fa la forza nascosta del welfare familiare che, insieme al reddito dei genitori e al welfare pubblico, concorreva a sostenere le famiglie: un enorme tesoro composto non solo da risorse finanziarie, ma di ogni sorta di sostegno (compresa quell’attività di babysitting messa in luce a Reggio dalla ricerca della Rampazi) senza il quale l’Italia sarebbe andata a fondo da un pezzo.

Ciò che è avvenuto nella seconda repubblica è un’opera di lenta erosione che entrambi gli schieramenti hanno operato sia sui salari, sia sul lavoro, sia sul welfare, con virulenza certo maggiore da parte del centrodestra ma sotto il comune segno del neoliberismo, che non per caso ha assunto il volto feroce e impietoso dei tecnici, sostenuti e dal Pd e dal Pdl, che hanno accelerato il processo di erosione portando al collasso il paese.

Cosicché da una parte ci sono i nonni esodati, quelli cui è stata allungata sine die la data di una pensione nel frattempo quasi evaporata, quelli che sono destinati a essere espulsi a breve dal mercato del lavoro grazie alla Fornero, mentre dall’altra ci sono coloro che ancora tirano a campare alla bell’e meglio.

Come sia possibile per un nonno, ma anche per un padre o una madre, appartenenti alle classi meno abbienti mantenere un’integrità dell’Io in una situazione simile dovremmo chiederlo al signor ministro della sanità, che non per nulla sta pensando insieme ai suoi tecnici di ripristinare i manicomi. (vedi qui)

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I nuovi nonni antidoto per vincere la crisi

Non fanno le veci dei genitori ma in famiglia giocano un ruolo fondamentale, preferiscono considerarsi «àncore» piuttosto che «fari» per i loro nipoti e sempre più spesso aiutano, anche economicamente, i figli in difficoltà. Sono i nonni bergamaschi descritti nello studio di Cristiana Ottaviano, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bergamo.

«Tutti gli intervistati si dicono consapevoli di svolgere un ruolo importante» esordisce la sociologa. «In questa ricerca cade il pregiudizio che vuole i nonni impegnati a viziare i nipoti. Sanno di dover dare delle regole quando i figli non lo fanno, e hanno un ruolo di educatori supplenti, consci della fragilità dei genitori in termini economici ed educativi. I nonni sono importanti per i genitori di oggi – una generazione di mezzo in stato di sofferenza -, rappresentano un sostegno e ne sono consapevoli. Soprattutto quando la famiglia attraversa un momento di crisi – nelle separazioni, nella malattia, nelle difficoltà economiche – il loro appoggio è determinante».

Sono le nonne ad essere più presenti nella vita dei nipoti. Sono loro ad aiutare maggiormente i figli, anche dal punto di vista economico. Preparano i pasti e aiutano i nipoti con i compiti, mentre i mariti fanno da autisti-accompagnatori. Nel ruolo di nonne sono a loro agio, anche con i bambini più piccoli, mentre gli uomini preferiscono delegare la cura dei piccolissimi e occuparsene da quando iniziano a parlare. La Ottaviano li ha ribattezzati i nonni del ’68. Una generazione cresciuta in pieno boom economico, pensione sicura, casa di proprietà, una visione positiva del mondo, un nuovo modo di fare coppia. Ci si chiede se daranno vita anche ad una nuova tipologia di nonni.

«I nonni di oggi non vogliono trasmettere insegnamenti alle nuove generazioni – spiega la sociologa –, provano imbarazzo nel farlo, non pensano che i valori nei quali hanno creduto possano essere un modello per i giovani. La vita è molto cambiata e loro non sembrano sentirsela di dare indicazioni. Sono un esempio concreto, non un modello ideale di riferimento».

Nel Duemila l’incontro tra nonni, genitori e nipoti avviene nello scambio reciproco di esperienze e conoscenze. Un esempio è dato dalle nuove tecnologie. I nipoti insegnano ai nonni a usarle, i nonni ricambiano con altre informazioni. «Usando dei simboli possiamo dire che gli anziani che hanno un ruolo attivo in famiglia e si confrontano con le nuove generazioni, rifiutano di essere fari, fonti di luce che illuminano la strada, ma piuttosto àncore dal punto di vista economico e sociale». (vedi qui)

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I nonni di oggi
di Anna Oliverio Ferraris

Un altro fatto nuovo è che oggi, a parità di età, nonne e nonni sembrano meno vecchi di una volta. Sono abituati ai cambiamenti, curano il corpo e l’abbigliamento e, se non sono malati, continuano a condurre una vita dinamica. Guidano l’automobile, salgono su treni ed aerei, usano il telefonino, inviano e-mail e, soprattutto, non pensano di essere vecchi, semmai si considerano degli adulti maturi.

Secondo una ricerca del Censis sullo stile di vita, gli ultrasessantenni italiani pongono ai primi due posti una vita attiva (51%) e mantenere rapporti con i giovani e i nipoti (46,1%); seguono tenere allenata la mente (45,8 %), avere una fede religiosa (27,6%), essere autonomi (27,5%), essere aperti alle relazioni con gli altri (22,2 %). Questi cambiamenti nella percezione di sé e nell’immagine sociale dell’anziano fanno sì che anche i rapporti con i nipoti siano diversi, improntati a minore austerità e maggiore dinamismo.

La funzione dei nonni non si esaurisce certo nel tappare le falle o nell’intervenire nei momenti difficili. La presenza di un nonno o di una nonna nella vita di un nipote ha già di per sé l’effetto di allargare i confini della famiglia nucleare. Gli anziani ringiovaniscono a contatto con i giovani. I giovani dispongono di un maggior numero di modelli di riferimento affidabili e realistici.

Nella realtà i nonni sono assai meno stereotipati e convenzionali di come in genere vengono rappresentati. E’ quanto emerge dalle testimonianze dei nipoti. La memoria può indebolirsi, i movimenti rallentare e i riflessi non essere più quelli di una volta, ma l’esperienza, la sensibilità e il sapere accumulati nel corso degli anni consentono di svolgere svariate funzioni. Molti nonni sono aperti alle novità e flessibili. (continua qui)

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MATERIALI: 390 MILIONI DALLE FAMIGLIE ALLA SCUOLA

Le famiglie donano 390 milioni, ma la Scuola… perde i pezzi
di Simone Fanti

Le famiglie italiane mettono mano al portafoglio e regalano 390 milioni di euro, tra contributi volontari e donazione di materiale, al mondo della scuola. Il Ministero dell’Istruzione investe 150 milioni quest’anno e 300 nel prossimo triennio. E gli istituti scolastici si sgretolano. Letteralmente.

Lesioni strutturali in una scuola su sette, distacchi di intonaco in una su cinque e, nel corso dell’ultimo anno scolastico, ben 29 casi di tragedie sfiorate a causa di crolli di diversa entità. Migliorano i dati sul possesso delle certificazioni, peggiora invece lo stato di manutenzione degli edifici scolastici che nel 39% dei casi è del tutto inadeguato“.

A fotografare la situazione l’XI Rapporto su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici realizzato da Cittadinanzattiva e dell’Unione Italiana lotta alla distrofia muscolare. (vedi qui)

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La scuola, tra cittadini attivi e paganti e istituzioni riluttanti
di Adriana Bizzarri

Hanno suscitato grande stupore i dati da noi forniti riguardanti il contributo volontario che a inizio d’anno le famiglie donano alle scuole per lo svolgimento delle attività didattiche, per sopperire all’assenza di materiali igienici, ecc. Calcolato per difetto, sul 70% degli studenti iscritti quest’anno, sarebbero 390 i milioni di euro donati dalle famiglie alla scuola italiana. Se confrontato a quanto stanziato dal Governo per l’edilizia scolastica dei prossimi tre anni (450 milioni di euro), il dato parla da solo. In molti, genitori, insegnanti, studenti, piccole aziende ci hanno contattato dicendo che sono tanti coloro che aiutano le scuole in vari modi, così come sono molti coloro che sostengono che ciò non sia giusto e che sia un modo per sostituirsi ad un dovere dello Stato e/o di Regioni, Comuni, Province. Il dibattito è importante e meriterebbe di essere sviluppato in altre sedi e a tutti i livelli. Per proseguire questa riflessione vi proponiamo intanto una storia.

Nel 1962 a San Paolo di Beroide, paese dell’Umbria, una giovanissima insegnante di ruolo si recava tutti i giorni in una piccola scuola elementare di campagna ricavata da un ex granaio. Poiché la corriera arrivava molto presto e lei era l’insegnante più giovane, tutte le mattine, prima dell’arrivo dei bambini doveva accertarsi che non ci fossero topolini in giro (era un ex granaio), accendere la grande stufa in ghisa che riscaldava la scuola e pulire le aule ed il bagno. Dopo qualche tempo, una giovane mamma si offrì di aiutarla. Durante l’inverno ciascun bambino portava ogni mattina un pezzo di legna da ardere per alimentare la stufa. La storia è vera e quell’insegnante era la mia mamma, ormai in pensione. Che la Storia si ripeta? (vedi qui)

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Lo Stato paghi i suoi 1,4 miliardi di debiti alle scuole

Per rispondere all’opinione pubblica e ad “una nota trasmissione televisiva” il Capo Dipartimento emana una lunga nota che sorvola sull’esistenza dei gravissimi problemi finanziari (le scuole non hanno ancora ricevuto i soldi del funzionamento didattico e amministrativo del 2013) che paralizzano le scuole e conseguentemente colpiscono le famiglie e gli studenti e sposta le responsabilità, tutte del Governo e dell’Amministrazione, sulle scuole stesse che vengono così, tutte, rappresentate come scorrette e incapaci di gestire in modo efficiente le risorse pubbliche, poco trasparenti e vessatorie nei propri comportamenti verso le famiglie.

Un intervento ipocrita perché fa finta di non sapere che le scuole sono al collasso finanziario, continuamente private delle risorse economiche indispensabili per il loro funzionamento, e che le famiglie sono sempre più in difficoltà, per la crisi che colpisce il Paese, a garantire l’istruzione dei propri figli.

Il MIUR se vuole dare serenità alle scuole e alle famiglie la smetta di predicare e apra subito un tavolo di confronto tra sindacati e associazioni degli studenti e delle famiglie per discutere di un piano di rientro dei crediti, oltre 1,4 miliardi di euro, vantati dalle scuole. (vedi qui)

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La scuola pubblica non c’è più
di Giuseppe Caliceti

Ora la notizia è questa: da anni in Italia la scuola di cui parla la nostra Costituzione non esiste più.

1) La gratuità. Sono sempre di più i genitori che pitturano le aule delle scuole. All’inizio mi faceva piacere, adesso mi mettono tristezza. Perché l’eccezione è diventata regola. Una cosa è la collaborazione dei genitori all’interno di un progetto educativo, un’altra dover cronicamente supplire alle mancanze di uno Stato. Una scuola primaria come quella italiana – che fino al 2008 era, per qualità, la prima in Europa e la quinta al mondo – non è stata considerata dai politici motivo di orgoglio, ma d’imbarazzo. Ed è stata progressivamente smantellata, trasfigurata, violentata, mentre si sono sempre più incentivate le scuole private. E tuttavia anche i genitori degli studenti delle scuole pubbliche ormai pagano tutto: corsi pomeridiani, attività sportive, giornalini d’istituto, recite teatrali, gite, viaggi d’istruzione, corsi di lingua straniera, carta igienica, materiale di cancelleria, toner, carta per le fotocopie, detersivi per mantenere puliti gli ambienti scolastici. Per ogni studente la cifra media sborsata può essere stimata intorno ai 100 euro l’anno. Totale: un miliardo di euro. Più altri tre o quattro miliardi circa che i genitori raccolgono alle feste di fine anno scolastico con lotterie, tombole, ristorazione e altro: i cosiddetti fondi neri della scuola di cui nessuno deve sapere e nessuno parla. Senza la voce di bilancio “contributo delle famiglie” e il lavoro volontario dei genitori degli studenti, la scuola pubblica, in Italia, da tempo non esisterebbe più. (vedi qui)

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Il contributo versato alle scuole è assolutamente volontario

Nel 2012 è stata emanata una circolare (C.M. 20.3.2012, n. 312) che finalmente fa chiarezza, ma a quanto pare ancora c’è chi fatica a recepirla. Ecco cosa dice:

  • il contributo versato alle scuole è assolutamente volontario e deve essere indirizzato unicamente all’ampliamento dell’offerta formativa, non al funzionamento amministrativo;
  • la scuola deve tenere distinto il contributo dalle tasse scolastiche, le quali sono obbligatorie unicamente nelle classi quarta e quinta superiore, fatta eccezione per i casi di esonero;
  • le famiglie sono tenute a rimborsare alla scuola le spese sostenute, in particolare quelle per l’assicurazione e le gite scolastiche.
  • le istituzioni scolastiche debbono gestire queste somme con trasparenza ed efficienza;
  • all’atto dell’iscrizione le famiglie debbono sempre essere informate della possibilità di avvalersi della detrazione fiscale (art. 13 della legge n. 40/2007) e sulla destinazione dei contributi;
  • i genitori potranno decidere di contribuire solo a specifiche attività; sono da evitare versamenti indistinti, che lasciano la decisione su come utilizzarli esclusivamente alla scuola;
  • al termine di ciascun anno scolastico le istituzioni scolastiche debbono rendicontare con chiarezza come sono state effettivamente spese le somme e quali benefici ne ha ricavato la comunità scolastica;
  • sono da evitare “azioni non sorrette da adeguata copertura finanziaria“.

Questo ultimo punto è di particolare interesse, in quanto una nota associazione professionale della scuola dà esplicite indicazioni ai propri aderenti di attingere al contributo dei genitori per far fronte alle maggiori spese per la tenuta dei conti di tesoreria.

L’accentramento in Banca d’Italia di tutti i soldi depositati nei conti delle scuole ha infatti portato molte banche a richiedere un pagamento di circa 3-4000 euro per il rinnovo della convenzione di cassa. (vedi qui)

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Un esempio di imposizione del contributo volontario

Causa l’esigue entrate derivanti dal contributo delle famiglie necessario alla scuola per il funzionamento didattico curriculare, ed extracurriculare, vengono sospesi i seguenti servizi fino alla regolarizzazione dei versamenti:
– fotocopie;
– materiale di facile consumo: per le esercitazioni didattiche, uso laboratori ed esami di stato;
– materiali necessari alla progettualità prevista dal Pof;
– contratti con personale esterno per attività integrative non autofinanziate.
I servizi predetti potranno riprendere solo alla regolarizzazione dei versamenti da farsi entro e non oltre il 5 marzo 2011.
(vedi qui)

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Una “tassa” illegittima
di Giuseppe Filetto

Il contributo volontario alle scuole non può essere ritenuto obbligatorio – sentenzia Matteo Viviano, responsabile regionale del Coordinamento Genitori Democraticile scuole non possono fare pressione sulle famiglie“. Tanto che si minaccia il ricorso alle denunce penali nei confronti dei presidi che attuano questo sistema.

La smettano di chiedere soldi agli studenti, soprattutto quando in diverse famiglie non si riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena“, precisa Viviano. Che scrive: “Tale provvedimento, proprio in quanto volontario, non può essere quantificato, trasformandolo in una sorta di balzello, di conseguenza si ritiene illegittimo ogni atto assimilabile come: proposte di rateizzazione dello stesso, richiesta di presentazione dell’Isee per eventuale esenzione dal pagamento e atti affini“.

Il contributo dovrebbe essere destinato al Pof, cioè arricchire il Piano dell’Offerta Formativa. Invece, talvolta viene utilizzato per acquistare materiale didattico, per il funzionamento della scuola e persino per i detersivi e la carta igienica. “Una trasformazione strisciante della scuola pubblica in scuola privata – ripete Matteo Viviano – soprattutto da quando sistematicamente vengono praticati i tagli“.

Proprio su questo versante il Cogede rispolvera la sentenza del Tar Liguria del 7 marzo scorso, che ha dato ragione alla “class action” di 197 genitori e insegnanti della provincia di Imperia: si sono rivolti alla giustizia amministrativa per riavere dai ministeri dell’Istruzione e del Tesoro i finanziamenti stanziati per il funzionamento delle scuole, ma mai giunti a destinazione. (vedi qui)

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Tutto quello che c’è da sapere sul contributo volontario dei genitori sul sito dell’Age (Associazione Italiana Genitori) Toscana qui.

Contributo scolastico: obblighi, trasparenza, buone pratiche e opportunità. Profilo storico-giuridico-pratico di Cinzia Olivieri qui.

La Circolare Ministeriale 312/12 qui.

La nota ministeriale 7 marzo 2013 n. 593 qui.

La nota n. 8126/A41 del 29 ottobre 2013 dell’Ufficio Scolastico Regionale della Liguria
qui.

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Una piccola bibliografia sull’essere nonni oggi
(da qui)

Ferland Francine, Essere nonni oggi e domani. Piacere e trabocchetti (San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano, 2009, pp. 143).
I nonni del XXI secolo sono nonni diversi da quelli che li hanno preceduti, vuoi per una condizione psicofisica migliore, vuoi perché la famiglia e la società sono cambiate, cambiando anche il ruolo dei nonni in ambito familiare. Tuttavia è ancora grande la ricchezza che essi possono trasmettere in ambito familiare, sia nei confronti dei genitori che nei confronti dei nipoti. Il volume suggerisce ai nonni alcuni strumenti e alcune modalità “autoformative” e suggerisce alcuni atteggiamenti particolari che i nonni devono avere nella loro relazione educativa con i nipoti. Il libro inoltre dedica alcuni capitoli a delle situazioni particolari: essere i nonni di un bambino adottato, di un bambino nato con un handicap, di un bambino di una famiglia “ricomposta“, cioè con genitori divorziati e risposati.

Vegetti Finzi Silvia, Nuovi nonni per nuovi nipoti. La gioia di un incontro (Mondadori, Milano, 2008, pp. 259).
L’autrice offre un interessante spaccato della realtà dei nonni partendo dall’inedito rapporto tra l’ultima generazione di nonni e quella dei loro giovanissimi nipoti. I nonni di oggi, cresciuti per lo più negli anni del miracolo economico, hanno partecipato alla modernizzazione della società e fruito di un benessere diffuso, ma hanno anche assistito agli sconvolgimenti prodotti dagli anni della contestazione, al rovesciamento dei canoni e dei valori della tradizione. Ora, in uno scenario caratterizzato dall’eclisse degli ideali politici, dalla precarietà del lavoro, dalla crisi della coppia e della scuola, nonne e nonni, seppure in modo diverso, sembrano costituire l’unica solida architrave della famiglia. Spesso garantiscono ai figli un aiuto economico e suppliscono alla generale carenza di servizi per l’infanzia prendendosi cura dei nipoti. Esentati da compiti educativi diretti, possono sperimentare il piacere di condividere con i bambini ambiti di libertà, di fantasia e di gioco, ricevendone in cambio affetto e complicità.

Pati Luigi (a cura di), Il valore educativo delle relazioni tra le generazioni. Coltivare i legami tra nonni, figli, nipoti (Effatà, Cantalupa-Torino, 2010, pp. 173.
Le relazioni tra le generazioni acquistano un’importanza fondamentale ai fini dell’avvento di una società sempre più accogliente e solidale. Ad esse, infatti, si collegano direttamente i valori della tradizione, della cultura educativa, delle nuove forme di organizzazione sociale, nonché il rispetto delle generazioni in ascesa verso quelle precedenti e il riconoscimento del valore del tempo trascorso. Riflettere sul rapporto tra le generazioni significa pertanto soffermarsi sul valore del passato che vive nel presente e che concorre alla formazione del futuro. Da qui l’importanza dei nonni nella crescita delle nuove generazioni. Essi, infatti, risultano preziosi a livello educativo: non possono e non devono pertanto essere ridotti, come spesso accade, a meri sostenitori dell’economia familiare, ma essere, invece, riferimento e guida educativa sicura, tanto ricco è il patrimonio di esperienza e di qualità di vita di cui essi sono portatori.

Lo Sapio Giovanna, Il rapporto insostituibile tra nonni e nipoti (Armando, Roma, 2007, pp. 124).
Le figure dei nonni hanno sempre avuto un ruolo importante all’interno del contesto familiare, soprattutto in relazione alla trasmissione dei valori e alla conservazione della memoria. Il tempo ha però trasformato il legame nonno-nipote, con forti ripercussioni sulla solidità familiare e l’educazione dei bambini. Il presente volume, incentrato sul significato e sul valore dei nonni in famiglia da un punto di vista giuridico, dà spazio anche ad un excursus sulla figura dei nonni nella letteratura e nel cinema.

Attias-Donfut Claudine, Segalen Martine (a cura di), Il secolo dei nonni. La rivalutazione di un ruolo (Armando, Roma, 2005, pp. 175).
Abuelas” spagnole che aiutano le figlie impegnate nella vita professionale, “babushke” russe dall’autorità incontrastata, “grandmas e grandpas” americani, che fanno da tutori ai nipoti, ma anche nonni di Croazia, Germania, Inghilterra, Francia… Attori o mediatori di molti scenari – lavoro, casa, svaghi, riti e culture familiari -, questa “nuova generazione” di nonni la dice lunga sulla specificità contemporanea dei legami familiari e delle forme di autorità.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Meno 1 anno, meno 40.000 cattedre: se non son tagli, che sono?

Parola di ministra: la scuola paritaria modello per la pubblica. Il 13 settembre la ministra Carrozza ha firmato il decreto 766, con il quale si dà il via alla sperimentazione: 4 anni alle superiori anziché 5. La sperimentazione prevede l’avvio di una metodologia che punti a una didattica per competenze, laboratoriale e integrata, con lo scopo di accorciare i tempi di apprendimento e consentire il taglio del quinto anno.

La sperimentazione viene effettuata in 3 scuole paritarie, tra cui il Liceo Internazionale per l’Impresa Guido Carli di Brescia, indicato dalla ministra come il “modello da seguire“.

Se ci fosse stata quando ero studentessa”, ha detto Carrozza “anch’io mi sarei iscritta a una scuola come la vostra”. E ha aggiunto: “Si tratta di un’esperienza che dovrebbe diventare un modello da replicare in tutta Italia anche per la scuola pubblica”.

Come fa notare Vito Meloni:

Sono solo tre le scuole interessate, tutte e tre rigorosamente private. E non scuole qualunque. La più nota è il Liceo Guido Carli di Brescia, scuola di diretta emanazione di Confindustria – non a caso principale sponsor del progetto – attrezzature di prim’ordine e utenza accuratamente selezionata, non foss’altro che attraverso i 9.000 euro di retta.

C’è, nell’iniziativa della ministra Carrozza, un messaggio dal forte valore simbolico che io credo non vada sottovalutato. Tre scuole private sono state chiamate a guidare un processo di innovazione che, in prospettiva, potrebbe essere generalizzato a tutte le scuole statali. Più volte la ministra ha dichiarato di considerare sullo stesso piano le scuole pubbliche e quelle private, ora ci indica che sono queste ultime alla testa del sistema. Un’altra linea di confine è stata varcata, un’altra pietra del muro che doveva proteggere il mandato costituzionale della scuola pubblica è stata demolita.

Continuità con Profumo, Gelmini, Moratti e Berlinguer. Profumo nel suo atto di indirizzo finale (una sorta di testamento di intenti rivolto al suo successore) aveva indicato la riduzione di un anno del corso di studi tra le priorità. Le ipotesi sul tavolo prevedevano di

  • anticipare l’inizio della scuola primaria a 5 anni (ma la scelta, spiegano i tecnici, ha diverse “controindicazioni” pedagogiche)
  • ridurre gli anni totali di scuola da 13 a 12 con la “quadriennalizzazione” delle superiori

La prima opzione era sostenuta dal PDL, la seconda era quella consigliata da Profumo.

La decurtazione di un anno del percorso di studi si tradurrebbe in un risparmio di 1.380 milioni di euro, che il Ministro Profumo aveva preventivato venissero utilizzati per potenziare la didattica. Ma in gioco ci sono anche 40.000 cattedre e l’eventuale gestione dei lavoratori della scuola soprannumerari.

Ancora tagli, dunque, nonostante più volte la ministra abbia ripetuto che per la scuola è finita l’epoca dei tagli e nonostante in una recente intervista a OrizzonteScuola la ministra abbia dichiarato:

Siamo tornati a investire. Adesso soluzioni condivise con gli insegnanti, a cui spetta la vera leadership”.

La motivazione principe è l’adeguamento dei corsi di istruzione “agli standard europei“, come si legge nel testo. Come commenta Franco Labella

D’accordo che la Gelmini è ancora nella strana maggioranza che sostiene il governo Letta. E d’accordo che per ogni scorciatoia insensata il mantra è “Ce lo chiede l’Europa”. Solo che l’Europa ci chiederebbe anche altro.

Labella non è l’unico ad accostare Carrozza e Gelmini, i cui danni si scontereranno ancora per anni. Lo fa anche Cosimo De Nitto:

Una rivoluzione copernicana dalla portata storica, se si considera da quando le scuole superiori durano 5 anni.

Dopo che d’imperio la Gelmini aveva cancellato d’un sol colpo tutte le sperimentazioni, ivi comprese quelle metodologico-didattiche (unica competenza del collegio dei docenti senza la quale parlare di autonomia è esercizio retorico), la ministra Carrozza decide così, d’emblée, d’imperio anch’essa, di attuare una sperimentazione di questa portata.

Davvero l’Europa lo vuole? E Marina Boscaino ricorda che non è vero che in tutta Europa i percorsi di studio terminano a 18 anni.

Terminano tutti i tipi di scuola a 19 anni in Bulgaria, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Finlandia e Svezia, in Germania il liceo e alcuni professionali, in Scozia solo questi ultimi. Nella Repubblica Ceca, in Lussemburgo e Romania la maggior parte delle scuole arriva a 19 anni. In Ungheria e in Romania gli studenti che non continuano all’università fanno un anno in più di superiori, come accade in Grecia e Cipro per licei, serali e professionali in alternanza, che in Austria e nei Paesi Bassi vanno 1 o 2 anni oltre il limite dei 18.

Anche l’ex ministro Fioroni si dichiara contrario:

Stiamo su Scherzi a parte… Meglio fermarsi e riflettere“.

Legge di Stabilità: e questi non sono altri tagli?

Nella Legge di Stabilità sono contenuti interventi che riguardano la PA e la scuola:

  • la perdita dell’indennità di vacanza contrattuale per il biennio 2013-2014
  • la rateizzazione del Tfr, che sarà corrisposto in 2 rate per gli importi superiori ai 50.000 euro, come già per le cifre superiori ai 90.000 euro.
  • il blocco della rivalutazione delle pensioni. Per gli assegni di importo superiore ai 3.000 euro, non ci sarà più la rivalutazione automatica con l’adeguamento al costo della vita. Inoltre, l’adeguamento sarà al 90% per quelle superiori a tre volte il trattamento minimo Inps, al 75% per quelle superiori a quattro volte il minimo, e al 50 % per quelle superiori a cinque volte il minimo.

Il decreto che proroga il blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti è stato firmato da Presidente della Repubblica. Con tale blocco il personale perde anche le progressioni di carriera dal 2011. Non c’è da stupirsi, se secondo lo studio “Varkey Gems 2013 – Global Teacher Status Index“, della Fondazione inglese “Varkey Gems”, su 21 paesi analizzati, i docenti italiani sono al diciottesimo posto per quanto riguarda la considerazione sociale.

I sindacati protesteranno il 30 novembre con una manifestazione unitaria.

… E si continua con il dl 104: L’istruzione riparte?

La Camera ha approvato il 31 ottobre il decreto Istruzione con 195 voti favorevoli, 7 contrari, 78 astenuti e 349 assenti. Ora il provvedimento passerà all’esame del Senato e dovrà essere convertito in legge entro il 12 novembre. Le testate scolastiche hanno cominciato l’esame del decreto, così come appare dopo le varie modifiche. Per Manuela Ghizzoni (PD)

Il Dl Istruzione è un buon provvedimento con cui governo e Parlamento finalmente invertono davvero la tendenza degli anni precedenti e scelgono di investire nella scuola e nell’università“.

Per i precari, via libera al piano triennale di immissioni in ruolo, ma senza copertura finanziaria: per 8 anni rimarranno senza progressioni di carriera e con lo stipendio dei supplenti. Aumentano i posti di sostegno complessivi, ma rimangono tanti posti in “deroga” e si riducono quelli per i disabili meno gravi. Lasciati infine fuori dalle graduatorie 30.000 docenti selezionati e ritenuti idonei dallo Stato per insegnare.

Il business delle abilitazioni/specializzazioni. Per quanto riguarda gli aspiranti docenti o specializzati sul sostegno, gli oneri della ricerca di una abilitazione o una specializzazione ricadranno totalmente sui candidati. Dal TFA ordinario ai PAS, fino al TFA sostegno, i candidati sborsano fior di quattrini per questi corsi. Per il test di preselezione, le Università chiedono fino a 200 euro e quasi 3.000 euro per frequentare i corsi. Il tutto va moltiplicato per i circa 20.000 candidati già abilitati che tenteranno di aggiudicarsi i 6.398 posti messi a concorso.

Critici Rete degli studenti e Unione degli universitari: rimangono troppi i temi sui quali il decreto non dà risposta: dal numero chiuso ai finanziamenti sul diritto allo studio.

Il diritto allo studio è ai minimi storici. Per il diritto allo studio il decreto prevede uno stanziamento di 140,8 milioni di euro: è il minimo storico dal 2008. Nel 2013 erano 154 milioni, l’anno precedente 175. Il numero di coloro che, pur avendone diritto, non riusciranno a percepire alcuna borsa di studio – i cosiddetti “idonei non beneficiari” – salirà a 70.000. Per assicurare una borsa di studio a tutti coloro che si trovano nelle condizioni previste dalle norme vigenti servirebbero altri 214 milioni di euro. In Germania e Francia per le borse di studio agli studenti si investono oltre 2 miliardi l’anno. Sfumano anche i premi al “merito” delle università “virtuose“.

L’Udu rilancia il maxiricorso contro il numero chiuso nell’accesso all’università. Scelto lo slogan della protesta di piazza del 15 novembre: “Change the way“.

Ma tutto il mondo universitario sarà in agitazione dal 18 al 23 novembre. Protesterà contro i tagli alle risorse – meno 10% in pochi anni -, contro l’accentramento esasperato dei poteri a livello nazionale e negli atenei, la messa a esaurimento di un’intera categoria (i ricercatori), il precariato reso senza sbocchi dalla legge Gelmini. Il meccanismo dei “punti-organico” per le assunzioni sta mettendo “tutti contro tutti“.

Il meccanismo messo in piedi dalla Gelmini prevede un turn over pari al 20%: un’assunzione ogni cinque pensionamenti. Ma il 20% dei 445,5 punti-organico disponibili per le assunzioni viene distribuito in base al merito.

Pochi atenei riescono così ad accaparrarsi un numero di punti-organico addirittura superiore a quel 20% previsti dalla normativa: è il caso dell’ateneo di Brescia – che tocca quota 30% – o del Politecnico di Milano, che arriva addirittura al 73% di turn over; o dell’ateneo retto fino a pochi mesi fa dall’attuale ministra Carrozza – la Scuola superiore S. Anna di Pisa – dove si potranno assumere più docenti di quelli che sono andati in pensione. Al contrario in parecchi atenei del Sud. A Bari le assunzioni possibili saranno pari al 6,8% dei corrispondenti pensionamenti. Stessa percentuale a Messina e Sassari, che figurano tra gli atenei meno virtuosi della Penisola.

Carrozza: se lo Stato non dà soldi, affidarsi ai privati

La ministra Carrozza, intervistata dal Corriere delle Comunicazioni di lunedì 28 ottobre sulla digitalizzazione dell’istruzione, dice che bisogna affidarsi al privato per ovviare alla mancanza di fondi dello Stato.

È finita l’epoca in cui si acquistano piattaforme di Stato, questo è il punto”, afferma la ministra. “È più sensato, dal punto di vista strategico ed economico, dotare le scuole di un fondo per comprarsi la lavagna interattiva del modello e della marca che ritengono più adatta, eventualmente.

Si mettono in campo azioni di procurement avanzato che coinvolga anche i privati, grandi o piccoli che siano, interessati ad investire nella scuola. L’ecosistema dell’innovazione scolastica che ho in mente non fa solo innovazione di prodotto ma anche di “fund raising”. Si può lavorare per defiscalizzare le donazioni dei privati alle scuole”. (vedi qui)

Anche questo è un tema che parte da lontano per incrociarsi fra l’altro con il ddl Aprea, che addirittura prevedeva l’ingresso di soggetti esterni alla scuola nel consiglio di istituto. A Domenico Pantaleo della Flc Cgil

«pare più un modo per eludere il problema vero delle risorse della scuola che non ci sono, non credo che la scuola possa nè debba trasformarsi in un mercato… Altro sono singoli casi virtuosi di collaborazione che già ci sono».

Il Corriere della Sera ricorda infatti:

Alla «Italo Calvino» di Galliate, provincia di Novara, la preside ha trovato una soluzione da rigattiere: per trovare fondi per la sua scuola ha venduto i vecchi banchi, quelli dei nonni con i calamai e tutto l’arredamento inizio Novecento che ha trovato in cantina.

A Monza, l’elementare Buonarroti ha chiesto fondi alle aziende locali per finanziare i laboratori teatrali in cambio di pubblicità online e nella bacheca della scuola. Al Mamiani la preside ha fatto un appello pubblico e sono arrivate, da una nota marca di computer, cinquanta postazioni informatiche…

Il Liceo Gandini ha in bilancio il 60% di soldi che arrivano dai privati e solo il 18 da finanziamenti statali, l’Itis Cesaris di Casalpusterlengo ha il bilancio diviso a metà tra soldi privati e fondi pubblici, che spesso non raggiungono che poche migliaia di euro per ogni istituto.

Normale amministrazione

La digitalizzazione arranca. Secondo una inchiesta di cui dà notizia la Repubblica, nelle scuole la rivoluzione tecnologica arranca per mancanza di risorse, nonostante quasi tutti i dirigenti (97%) siano al corrente della legge (135/2012) che prevede, oltre all’obbligo di introduzione del registro elettronico, anche l’invio delle comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico per l’anno 2013-2014, e ben conoscano l’impatto positivo della comunicazione digitale scuola-famiglia, capace di “avvicinare docenti e genitori” (secondo il 32%) o di “fare maggiore chiarezza” (34%). Tuttavia, accanto a modalità di comunicazione “prevalentemente cartacee” (31%), l’uso della tecnologia digitale è ancora limitato e il 69% degli intervistati ricorre alla “comunicazione digitale” (il 46% insieme alla carta, il 23% in “modo prevalente“) utilizzando il sito web della scuola (48%) e la posta elettronica (40%), con percentuali minori per sms (8%) e gestionali per la scuola (2%).

Edilizia scolastica e sicurezza. La condanna a oltre due anni di reclusione, al processo per il crollo al liceo Darwin che portò alla morte di Vito Scaffidi, anche dei tre docenti responsabili al tempo della sicurezza nell’istituto, ripropone il tema della sicurezza nelle scuole e dell’edilizia scolastica. I 450 milioni di euro stanziati dal Governo basteranno appena per 1500 istuti su 42.000.

Le “classi pollaio” non riguardano il Miur. Ad un’interrrogazione parlamentare sulle “classi pollaio” del Movimento 5 Stelle la ministra Carrozza ha replicato che la soluzione del problema non riguarda il Miur, ma è solo di natura amministrativa e legata ai singoli casi di sovraffollamento.

Miur condannato per il Cnpi. Se il Miur non provvede entro 60 giorni dalla sentenza a emanare tutte le misure necessarie per la costituzione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, interverrà il Prefetto di Roma quale Commissario ad acta. Lo ha stabilito il Tar Lazio, Sezione Terza bis, con la sentenza n. 8843 del 15 ottobre 2013.

La controversia ha per oggetto il ricorso della Flc Cgil contro l’inerzia del Miur che, allo scadere della vigenza del Cnpi, non aveva provveduto ad adottare l’ordinanza ministeriale, prevista dalla legge, al fine di procedere alla costituzione del Consiglio Nazionale Superiore dell’Istruzione.

Disoccupati e dispersi

Intanto la disoccupazione giovanile tocca il record del 40,4%.

I minori di 16 anni costretti a lasciare la scuola per lavorare sono almeno 260.000, secondo Gianni Melilla (Sel), che ha presentato un’interrogazione parlamentare.

Secondo un recente rapporto di Save the Children il 2,7% ha meno di 11 anni, l’8,5 % meno di 12 anni, il 13,8 % meno di 13 anni”.

Per i 260.000 adolescenti si tratta di impegni lavorativi saltuari solo nel 40% dei casi, ma per il rimanente 60% si tratta di occupazioni continuative e per lo più illegali. Almeno 30.000 sarebbero inoltre i minori tra 14 e 15 anni a rischio sfruttamento.

TuttoScuola ha registrato a livello regionale le scolarità complete dal 1995 ad oggi anni negli istituti statali d’istruzione secondaria di II grado, per anno di corso e per tipologia di istituto, rilevando che nell’ultimo quinquennio (2008/09-2012/13) si sono persi per strada senza completare il percorso scolastico statale verso il diploma circa 180.000 studenti: erano partiti in prima nel 2008-09 in 604.995 e nel 2012-13 sono arrivati al quinto anno in 425.553. Si sono “dispersi“, dunque, in 179.442 (-29,7%), quasi uno studente ogni tre.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

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