83. La rabbia

da qui

Potresti dire ancora molto sul modo di pregare. Di notte, sul monte, passi ore in compagnia del Padre. Ti chiedi come faccia, un credente, a non cercare momenti come questi, in cui l’energia rifluisce nelle membra stanche, nelle cellule spossate per il logorio del giorno. C’è un passaggio di stato: il corpo si rilassa, i polmoni si allargano, la stretta allo stomaco si allenta. La materia diventa impercettibile, leggera, potrebbe volare, da un istante all’altro. E’ come se lo Spirito fosse attratto dal silenzio, dal vuoto che si scava dentro e richiede d’essere riempito. E’ un segreto che vorresti trasmettere a chi desidera avvicinarsi a Dio: il distacco dai beni interiori ed esteriori; la libertà da strutture positive e negative, da meriti e demeriti, perché niente può stare alla pari con la presenza del Signore.
Due uomini salirono al tempio: l’uno era fariseo, l’altro pubblicano.
Quando sentono parlare di esattori delle tasse, diventano nervosi: sono gli unici che disprezzano per partito preso, ritenendoli ladri e servi dei Romani. Che ci va a fare al tempio, un pubblicano?
Il fariseo, stando in piedi, pregava tra sé e sé.
Alla folla piace calarsi nei panni delle persone per bene, esperte della Legge; loro sanno bene cosa dire a Dio. E’ bello pensare a qualcuno senza conti in sospeso con l’Altissimo: una specie di rivincita del popolo ignorante, che delega la parte migliore a chi è in grado di studiare e meditare.
Dio, ti ringrazio, perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, o anche come questo pubblicano; digiuno due volte a settimana e pago la decima su tutto il mio guadagno.
Ecco, un uomo puro, estraneo alle bassezze della gente, uno che può stare a testa alta di fronte alla maestà di Dio.
Il pubblicano, invece, restando a distanza, non voleva neppure alzare gli occhi al cielo.
Ci mancherebbe altro: non sarebbe dovuto neanche entrare; perché gli inservienti non l’hanno allontanato. Tornasse dai suoi amici Romani, il traditore.
Si batteva il petto dicendo: Dio, abbi pietà di me, che sono peccatore.
Troppo comodo, amico: rubi al popolo e t’immagini di passarla liscia. Dài, Maestro, mettilo a posto con una delle tue stoccate; impari, una volta per tutte, che con l’Onnipotente non si scherza; si possono ingannare gli uomini, ma Adonai ti fa pagare il conto fino all’ultimo spicciolo.
Vi dico che questi scese a casa sua giustificato, a differenza dell’altro; poiché chiunque s’innalza sarà umiliato, ma chi si umilia, sarà esaltato.
C’è un movimento improvviso tra la folla, un brusio che cresce e di cui non percepisci le parole. Ma tu leggi nei cuori, non hai bisogno di sapere cosa dicono per vedere la rabbia che gli monta dentro.

9 pensieri su “83. La rabbia

  1. Gli occhi di Dio arrivano a leggere i nostri cuori fino in fondo,chi si pente ha il seme dell’ amore che sta fiorendo, chi si innalza è praticamente cieco poiché non vede altro che se stesso.Nel nostro giudizio esiste un peso e due misure, nel giudizio di Dio esiste solo la Misericordia per ognuno di noi.Noi infatti,possiamo crescere ,cambiare ,migliorare,essere persone sempre nuove,ma non saremo mai perfetti ,perché l’ unico che si può. chiamare Maestro è Gesù.La Vita quella vera non è mai statica è sempre in continua evoluzione ,la potremmo definire dinamica.

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  2. Abbiamo pregato alle quattro sul monte Sinai e ci siamo sentiti piccoli piccoli perché ci sembrava di essere molto vicini al Paradiso!

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  3. “E’ forse un oltraggio, è all’antica credere di avere un “destino” – pensiero spesso peculiare a chi possiede privilegi – ma c’è qualcos’altro: la fede di quelli che disprezzati e in pericolo sanno di non essere la mera somma dei danni subiti: che al di là della violenza hanno mantenuto la certezza stampata a disegni regolari come sul kente inaspettati come sul batik ricorrenti come erbe amare e pane azzimo di formare un anello di congiunzione in un modo antico e continuato nel porre ordine a fame, tempo, morte, desiderio e all’avvicinarsi del caos. “

    Adrienne Rich

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  4. Mai sapremo abbastanza di quella compassione che nasceva nel cuore di Gesù al guardare la folla, di quel sentimento divino, cuore del suo cuore, di fronte alla indecifrabile inadeguatezza umana:
    “”tutte le tue creature
    nella tua gioia
    e tu travolto ancora
    nel nostro peccato”..
    Eppure cè in quel tempo della preghiera, in quel mettersi in contatto col Padre celeste, come un “passaggio di stato” dall’uomo carnale all’uomo spirituale, “ove sembra che tutto s’equivale e s’annulla” come se l’Amore dicesse che finalmente ci si incontra. Desiderio di Dio è il parlare con l’uomo da sempre, come mettersi a mensa con Abramo alle Querce di Mambre:
    Così si crea l’incontro perchè:
    “noi siamo terra orante:
    nostra sorella e nutrice
    la terra, madre che germoglia
    unitamente
    alle eterne radici”.
    Sono le eterne radici che tentano la risalita nel grembo di Dio, incontro, comunione interiore in solitudine, “come se lo Spirito fosse attratto dal silenzio, dal vuoto che si scava dentro e richiede di essere riempito”, di essere toccato da quello sguardo innamorato, non visto, e rispondere “con parole adoranti”.

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  5. Il giusto distacco da provocazioni e distrazioni, da tutto ciò che impedisce, o vorrebbe farlo, di puntare all’essenziale, è un dono dello Spirito, è frutto dell’Amore di Dio, che rende sicuri di sè senza inorgoglirsi nè sminuirsi, e che non ha bisogno di giudicare gli altri, ma solo di scavare sempre più profondamente dentro sè stessi.

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  6. Noi umani siamo bravi trovare giustificazioni dei nostri peccati e credersi bravi e buoni.Si. Perché in realtà anche un ladro o mascalzone può trovare suoi giustificazioni,spiegazioni che tutto che fa, fa in modo giusto,non ha peccato…tanto.
    Ogni uno di noi piace specchiarsi nel immagine perfetta, più facile è vedere sbagli di altri.
    Non so,però forse la crescita nel fede aiuta a vedere noi in modo obiettivo,quando usciamo dal nostro io,nostro gonfio ego perfetto. La preghiera sincera,silenzio,per guardare dentro nostro cuore e uscita dai nostri schemi egoistici.

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  7. Mi si è ricordato un ragazzo. Ogni domenica andava in chiesa, partecipava in tutte messe festive,quando c’era processione in chiesa per primo prendeva la croce con Gesù,andava davanti la processione con la croce, si batteva il petto dicendo: Dio,abbi pietà di me,che sono peccatore. Poi tornava a casa e picchiva moglie e bambini.
    A chi prendeva giro? A se stesso. Perché sicuramente non a Dio.
    Solo un ignorante può pensare che ci riesce prendere giro a Dio.
    Ci sono due lati della stessa medaglia. Uno si pentisce veramente, e uno che si pentisce solo per un attimo, o solo per fare una bella figura davanti umani.

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  8. Una parabola che sembra dal finale tronco, o aperto, quella narrata da Gesu’ alla folla; e che pare lasciare a noi, folla forse piu’ incredula che arrabbiata, aggiungere la fiducia che il peso che rotola via quando il bene perdona un “ho sbagliato” che nasce dal profondo della coscienza, non puo’ che portare redistribuzione di speranza e trasformazione nostra e dei rapporti personali e sociali.

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  9. L’UMILTA’ DEL PUBBLICANO
    Il pubblicano: voce della terra, voce dell’uomo che s’incarna nell’umiltà; l’umiltà: sponda dove “si muore senza morire”, ritmo d’eterno che avvolge sensi e spirito e trasporta nelle braccia di Dio.
    Quando s’infrange l’ostinazione dell’orgoglio: forza che “può segnare cedimenti di giorni e stelle a frane”, l’umiltà: “l’anima rapisce entro i cieli”, presenza dell’altissimo Padre, al quale:
    ” misura nessuna conviene
    al tuo amore folle”.

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