ENRICO MACIOCI, “LA DISSOLUZIONE FAMILIARE”

di Giovanni Agnoloni

MaciociEnrico Macioci, La dissoluzione familiare, Indiana Editore

Un’opera difficile da catalogare, questa di Enrico Macioci, ammesso che catalogare i libri sia un esercizio sano e corretto. Vicenda popolata da figure smisurate e paradossali (Don Sisma, Sylvanus, l’Onni…), quando non – altrettanto paradossalmente – piccole e indifese (un bambino appena nato, Poppy), si presta a diverse chiavi interpretative, che penetrano nei territori del sogno, della satira sociale e della commedia.

La vicenda trae origine da un terremoto, figlio diretto dell’esperienza vissuta dall’autore all’Aquila, la sua città, e procede in una sorta di danza cosmico-sincopata di figure che non esisterei a definire scalcinati ciclopi del nostro tempo, sullo sfondo inquietante di un panorama umano retto dalla televisione, che ha appiattito e omologato le menti.

È forse dalla compressione interiore prodotta da tanti agenti compresenti e contrapposti che scaturisce il pathos intenso di certe pause descrittive, come ho sentito il desiderio di chiedere all’autore nell’intervista che mi ha gentilmente concesso.

“La Città è in ombra, e nell’ombra pare un cumulo di pietre bianche messe lì da un elfo capriccioso dentro una pozza scura. Le cime già s’immergono nel sole, teste d’angeli, favi penduli sul blu torpido di sogni e angosciose contorte sismiche visioni. I boschi scolorano e ogni fronda emerge dal buio ritagliando lo spazio, ricreando lo spazio fino a un nuovo spazio, ed ecco i tronchi sulla foschia vaga, infiniti una quinta dopo l’altra corrono i tronchi…” (pag. 163)

Intervista a Enrico Macioci:

– Un romanzo paradossale, ammesso che “romanzo” sia la definizione giusta. Una scelta stilistica irriverente per ribellarsi (e protestare) contro che cosa?

Ho scritto il romanzo pochi mesi dopo lo spaventoso terremoto che, nell’aprile del 2009, ha colpito la mia città. Il romanzo è sostanzialmente una forma di protesta verso tutto: la natura, il destino, l’inadempienza edilizia, il caso, la trascuratezza dei politici, l’inadeguatezza degli scienziati, la volontà divina, non so cos’altro. Quando un evento del genere investe la tua vita, la tua psiche pone in atto tutta una serie di difese/offese; e nella Dissoluzione credo d’averne utilizzate molte. Quanto alla tua definizione di “romanzo paradossale” la ritengo azzeccata, forse l’unica esaustiva. E ancora: La dissoluzione familiare è un romanzo? Secondo me sì, poiché ritengo che lo spettro del romanzo copra, oggi più che mai, dopo Joyce, dopo il postmoderno americano, dopo Bolaño, davvero uno spazio vastissimo. Sì, ciò che ho scritto è un romanzo.

– Nel libro alberga anche una chiara vena fantastico-fiabesca: ti sei riferito a qualche modello, in particolare?

Mentre scrivevo avevo un solo modello “cosciente”: Infinite Jest, che avevo letto pochi mesi prima e che mi aveva entusiasmato, commosso e divertito come pochi libri sono riusciti a fare. Ma il romanzo di Wallace ha ben poco di fiabesco (forse solo Lyle, il santone che vive nella palestra e si nutre del sudore dei giovani tennisti, possiede una vena fiabesca). Così ho senz’altro attinto a una serie di modelli “inconsci”, iscritti con forza nel mio immaginario: l’Inferno di Dante, Pinocchio (uno dei più grandi romanzi fantastici della letteratura mondiale), i racconti umoristici di Mark Twain – nei quali non v’è fantastico, bensì uno strano “deforme”, una visione assurda e surreale.

– Alla base della tua scrittura c’è una visione distopica della società, figlia della consapevolezza dell’omologazione annichilente del nostro tempo. Quanto ha inciso su di te la lezione di maestri come George Orwell, e soprattutto del suo 1984?

Ho letto 1984 parecchi anni fa, trovandolo un grande libro, un libro impressionante. Sempre per restare ai modelli “inconsci” di cui parlavo sopra, e che sono tanti, credo che abbia inciso soprattutto sulle parti che descrivono i reparti di tortura dell’OSF e sulle parti in cui tratteggio l’utilizzo della televisione da parte del Governo Centrale. La differenza fra il libro di Orwell e il mio sta nell’ironia: io ne utilizzo moltissima, creando un distacco emotivo, una distanza che Orwell non cerca affatto. Il libro di Orwell è crudele, colpisce allo stomaco e lascia senza fiato.

– Una trovata molto originale del tuo libro sono le abbondanti note, che siamo abituati a trovare nei saggi, mentre qui fanno un contrappunto ironico alla narrazione. Com’è nata questa idea?

Come dicevo prima, la lettura di Infinite Jest ha influito. Tuttavia è possibile che avrei escogitato qualcosa di simile anche senza averlo letto, poiché mentre scrivevo La Dissoluzione ero posseduto da un’incontenibile voglia di dire tutto, e ogni strada diventava un bivio, ogni bivio un quadrivio e così via. Le note sono servite a incanalare quest’esplosione, questa superfetazione narrativa, senza che distruggesse la linea principale della storia. Immaginiamo un’edera gigante (voler dire tutto): le note costituiscono i sostegni sopra i quali essa possa crescere senza soffocare il muro portante, ovvero la storia. Benché infatti La dissoluzione possa sembrare un romanzo extravagante, non lo è; ha una direzione ben precisa, è come un bacino idrografico – il fiume principale, gli affluenti – che sfocia in un punto ben preciso.

Mi hai confidato di non riconoscere più come “tua” quest’opera. Perché? E in qualche direzione si sta evolvendo la tua creatività?

Mm, questa è una gran bella domanda. Tendo a rimuovere o squalificare tutto ciò che scrivo quasi subito dopo averlo scritto; del resto La Dissoluzione non è un manoscritto bensì un libro pubblicato, ormai esiste e, nel bene e nel male, appartiene al mondo, non più a me: mi sono preso questa responsabilità e ripudiarlo serve a poco. Si tratta di un romanzo che oggi non scriverei più, poiché mi sto dirigendo verso l’asciuttezza e allontanando da un eccesso d’ironia; e invece La Dissoluzione è tutt’altro che asciutto ed è sfrenatamente ironico, e comico, e addirittura per lunghi tratti grottesco. Ecco, la mia sensazione è che quel tipo di scrittura allontani dal cuore delle cose, e invece io scrivo per avvicinarmi al cuore delle cose. Ciò detto, ritengo che il romanzo abbia una sua forza e una sua originalità, e se mai mi deciderò a rileggerlo sarò curioso di verificarle.

– Nell’anima intenzionalmente caotica del libro si aprono radure descrittive di stampo lirico. È una tua vena quasi compressa, che cerca di farsi strada nell’entropia del mondo?

Sono un poeta fallito che si è dato alla narrazione. Questo lirismo rinnegato o comunque abortito riemerge nella mia prosa abbastanza spesso. La poesia è forse, assieme alla musica, quanto di più potente abbiamo a disposizione per uscire da noi stessi, per sperimentare momenti metafisici, la presenza d’altro. Il romanzo, per me, non è quasi mai così – fanno eccezione Dostoevskij, Melville e Kafka, non me ne vengono in mente altri. Il romanzo è molto più mondano, secolare, lento ed egoico della poesia. Folgora molto meno. Nel romanzo è l’ego che parla (fino a ricreare un mondo!), nella poesia è l’altro da sé, qualunque cosa esso sia. E l’entropia del mondo – ogni tipo di crisi, la crisi economica, la crisi politica, la crisi spirituale, la crisi culturale – è soprattutto una questione di ego, di contrapposizione egoica: io contro te, io contro tutti, e addirittura io contro me stesso, contro la parte più profonda di me (mi viene in mente, a tal proposito, la parabola di Nietzsche). D’altro canto non so perché io abbia abbandonato la poesia per la prosa; non si è trattato d’una decisione presa a tavolino, è accaduto e basta. Io cerco di conservare un po’ di poesia nel romanzo, cerco di fare in modo che il romanzo sia il mio modo, oggi, di fare poesia.

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