Tre testi da I cani dello Chott-el-Jarid, di Andrea Raos

chott

[…] Anima sola, lasciarmi,
ti chiedo e ti dico: non torna.
Passando, passavi, sarà.

Breve e compatto poemetto, I cani dello Chott-el-Jerid (Arcipelago 2010) di Andrea Raos, mette in scena quest’area del deserto tunisino, un lago salato, con temperature fino a 60 gradi. Luogo difficile per la situazione climatica, appare nei versi di Raos a bilanciare o forse specchiare una crudeltà che riguarda il genere umano ed è ben più forte e meno spiegabile dell’aridità di un’area depressa. Tutto quello che il poemetto descrive – non ci sono note né presentazione o postfazione – è affidato a parole affilate eppure misteriose, in un susseguirsi di versi e prosa. Il nucleo della ‘narrazione’ è concentrato nell’atto dell’uccidere i cani, misura della facilità con cui il sangue può essere versato, seguito dall’avvicendarsi di immagini paurose, a tratti anche infernali, quasi a giustificare paure ancestrali: “Cani venuti dall’inferno/ mi stanno di continuo alla calcagna/ non lasciano un momento di respiro” (p.20). Il sirratte, un uccello il cui habitat sono deserti e steppe, è una presenza che sembra non sentire il dolore, coi suoi voli a fare “linea di sale” a lasciare lo spazio stesso “disattento” (p.8). (Nadia Agustoni).

*

Il sirratte spicca di nuovo il volo, chinato verso il cielo come ad ascoltarne le onde d’aria. Io vi vedo partire, uno a uno, spenti lungo tutta la fila, linea, una linea di sale, sparenti. Già sapevo non vi avrei fermati.

È come se lo spazio non fosse più presente, disattento, come dove, quando, non c’è già più niente.

*

Se queste sono state le armate degli ulivi,
gli armeggi dei vivi,
potrà davvero dirsi calma, cara,
che sia sera.
Non quanto dovrebbe si consuma,
nero novembre.
Splendidamente, dove non nascono.

*

Eri demonio di deserto, mi piacevi attraversare
ricadere intatto. Cadevi intanto, mi cadevi
e io cadevo, frantumavo
e si spezzava, non ero più
intero che deserto attraversavo.
Se non capisci questo di dolore
sparisci – io capisco il tuo, almeno credo,
e in questo non
mi chiudo. Ma ti sarei vicino se ti sono
due dolori questi. Quando.
Appassivi, oh passavi mentre vivo
mi appassivo, mi sparivo.
E svengo di dolore in questo niente.

*

 

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