Vivalascuola. Senza oneri per lo Stato

Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso, la fase più pericolosa di tutta l’operazione. (Piero Calamandrei)

Si era presentata come una paladina della scuola pubblica, poi ha indicato una scuola “paritaria” come un “modello da seguire“, adesso propone un emendamento alla legge di stabilità perché si diano 274 milioni alla scuola “paritaria“. Aveva promesso una Costituente dell’Istruzione per coinvolgere tutto il mondo della scuola, adesso si appresta a fare calare dall’alto come collegato alla Legge di Stabilità un provvedimento che interviene su alcuni punti fondamentali per la scuola – stato giuridico, salari, riforma degli organi collegiali. Il tutto “senza dibattito parlamentare e senza particolare informazione delle parti interessate: lavoratori della scuola, studenti, famiglie” (qui). In questa puntata di vivalascuola Corrado Mauceri ricostruisce le tappe dell’attacco alla scuola pubblica: ma bisogna scrivere il seguito di questa storia con le iniziative della ministra Carrozza…

Il sistema scolastico integrato pubblico-privato è in contrasto con la Costituzione *
di Corrado Mauceri

1. La legge di parità: una logica conseguenza del processo di aziendalizzazione del sistema scolastico e del cosiddetto processo di “ammodernamento” della Costituzione.

Il referendum di Bologna ha avuto il merito di riaprire, a livello nazionale, una discussione sulla sempre più diffusa politica volta a realizzare, sulla scia della scellerata Legge di parità (L. n. 62 del 2000), un sistema scolastico integrato pubblico-privato.

Il sistema integrato pubblico-privato è in palese contrasto con la Costituzione perché viola anzitutto il diritto di tutti di accedere alla scuola statale e perché la Costituzione afferma in modo chiaro che l’istituzione di scuole private deve essere “senza oneri per lo Stato”. Dobbiamo però domandarci: perché, se la Costituzione lo esclude, un tale modello di sistema scolastico è diffusamente realizzato anche da quelle forze politiche che si dichiarano rispettose della Costituzione (il PD anzitutto) e si considera persino una soluzione di buon senso perché consentirebbe anche un risparmio di risorse pubbliche?

Nello stesso tempo dobbiamo riflettere sull’esito del referendum di Bologna; difatti, se la dirigenza del PD propone, a tutti livelli, il sistema integrato pubblico-privato, l’esito del referendum di Bologna ha dimostrato che la gran parte dell’opinione pubblica è ancora convinta che le scuole private devono essere istituite “senza oneri per lo Stato.

Solitamente la scelta del sistema scolastico integrato è considerata una concessione della sinistra ed in particolare del Ministro Berlinguer al mondo cattolico per assicurarsi il sostegno dell’area cattolica alla riforma berlingueriana dei cicli scolastici.

Certamente è stata anche questo, ma soprattutto è un aspetto di una nuova idea di scuola, che nasce e si sviluppa (ovviamente con tante contraddizioni ed anche resistenze) negli anni 90 nell’ambito di una egemonia culturale neoliberista e soprattutto nella subalternità del gruppo dirigente dell’ex PCI, culturalmente travolto dal crisi del comunismo reale.

Meno Stato, più privato” in quegli anni era diventato la sintesi di un pensiero unico che accomunava gran parte della classe dirigente del Paese. In questa generale ubriacatura neoliberista si sviluppa anche l’ossessione dell’ammodernamento della Costituzione che, in concreto, si traduce nella costante violazione dei principi costituzionali nell’indifferenza più generale.

In questo contesto di subalternità culturale del maggior partito di centro-sinistra (prima PDS, poi DS ed ora PD) al pensiero unico del “primato del privatosi sviluppa un processo di “decostituzionalizzazione” delle nostre istituzioni che ovviamente coinvolge anche il sistema scolastico costituzionale, peraltro mai compiutamente realizzato; si mette quindi in discussione il ruolo istituzionale della scuola statale, concepita come sinonimo di scuola centralista e burocratizzata, e si avvia un processo di aziendalizzazione del sistema scolastico con una progressiva omologazione tra scuola pubblica e scuola privata. Questa cultura subalterna, incapace di immaginare che lo Stato può essere democratico e pluralista (come quello definito nella Costituzione), pensa che lo sviluppo del sistema scolastico si realizza mutuando i modelli aziendalistici e superando la distinzione tra pubblico e privato in un unico sistema integrato.

Nel 1994 fu pubblicato un documento con primo firmatario il futuro Ministro Luigi Berlinguer, intitolato Nuove idee per la scuola, in cui tra l’altro si afferma:

Si deve pensare a un sistema formativo pubblico, nazionale ed unitario, del quale partecipano scuole statali e non statali…”:

è l’atto di nascita del sistema scolastico integrato, cioè un’idea di scuola alternativa alla scuola della Costituzione, che invece distingue tra scuola statale aperta a tutti per la sua funzione istituzionale per la formazione democratica delle nuove generazioni e scuola privata che si istituisce per finalità di parte e non può essere la scuola di tutti e per tutti.

2. Il contesto culturale ed istituzionale in cui si colloca e si sviluppa il sistema scolastico integrato pubblico-privato.

Queste nuove idee per la scuola si collocano in un contesto culturale ed istituzionale che non riguarda soltanto il sistema scolastico, ma investe l’assetto istituzionale nel suo complesso ed in tutte le sue articolazioni. In sintesi (necessariamente schematica) i principali aspetti che coinvolgono il sistema scolastico sono:

2.1 La privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici con il conseguente processo di aziendalizzazione degli uffici pubblici e quindi anche della scuola statale.

La privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti avviata nel 1993 (Presidente del Consiglio Amato) fu, paradossalmente, fortemente voluta dalla CGIL e soprattutto dalle componenti di sinistra della CGIL (FIOM, giuristi fortemente impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori come D’Antona, Alleva e tanti altri). Solo la CGIL Scuola si oppose (molto timidamente a livello di dirigenza nazionale, con molta più forza a livello di molte strutture di base).

L’idea, per la verità molto semplicistica e demagogica, era quella di realizzare l’unità di tutti i lavoratori; non si consideravano però le diversità strutturali e finalistiche tra l’azienda privata regolata dalla logica del profitto dell’imprenditore e l’ufficio pubblico, che deve perseguire l’interesse generale che non coincide con quello dell’amministratore.

Questo processo meriterebbe un’approfondita riflessione per gli sfasci che ha determinato in generale nella Pubblica Amministrazione e per le grandi contraddizioni che ha prodotto nel sistema scolastico.

2.2 La legge sulla “privatizzazione” del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici ed i successivi decreti attuativi.

L’art. 2 della L. 23/10/1992 n. 421 delega il Governo a dettare le norme per inquadrare il pubblico impiego nell’ambito del diritto del lavoro privato con l’introduzione della contrattazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici.

In attuazione di tale legge delega furono emanati i seguenti decreti attuativi: il D.Lgs n. 29/93 (Presidente del Consiglio Amato, Ministro della Funzione Pubblica Barucci), i D.Lgs. n. 396/97, n. 80/98 e n. 387/98 (Presidente del Consiglio Prodi, Ministro della Funzione Pubblica Bassanini, Ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer). Tutta la normativa fu successivamente riordinata nel T.U. n. 165/01.

Quali sono le modifiche che incidono sullo status del docente e sulla libertà di insegnamento e quindi sulla funzione della scuola statale?

In sintesi (riportando il testo del T.U.):

Art. 2, comma 2: “I rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del Capo I, del Libro V del Codice Civile e delle leggi sul rapporto di lavoro subordinato nelle imprese”.

Art. 2, comma 3: “I rapporti individuali di lavoro di cui al comma 2 sono regolati contrattualmente”.

Art. 3, comma 2: “Il rapporto di impiego dei professori e dei ricercatori universitari resta disciplinato dalle disposizioni rispettivamente vigenti, in attesa della specifica disciplina che le regoli in modo organico ed in conformità ai principi dell’autonomia universitaria”.

Art. 5, comma 2: “Nell’ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all’art. 2, comma 1, le determinazioni per l’organizzazione degli uffici e le norme inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte dagli organi preposti alla gestione con le capacità e i poteri del privato datore di lavoro”.

Art. 25: “1. Nell’ambito dell’amministrazione scolastica periferica è istituita la qualifica dirigenziale per i capi di istituto preposti alle istituzioni scolastiche ed educative alle quali è stata attribuita personalità giuridica ed autonoma a norma dell’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni ed integrazioni. I dirigenti scolastici sono inquadrati in ruoli di dimensioni regionale e rispondono, agli effetti dell’articolo 21, in ordine ai risultati, che sono valutati tenuto conto della specificità delle funzioni e sulla base delle verifiche effettuate da un nucleo di valutazione istituito presso l’amministrazione scolastica regionale, presieduto da un dirigente e composto da esperti anche non appartenenti all’amministrazione stessa.

2. Il dirigente scolastico assicura la gestione unitaria dell’istituzione, ne ha la legale rappresentanza, è responsabile della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio. Nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici, spettano al dirigente scolastico autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane. In particolare, il dirigente scolastico, organizza l’attività scolastica secondo criteri di efficienza e di efficacia formative ed è titolare delle relazioni sindacali.

3. Nell’esercizio delle competenze di cui al comma 2, il dirigente scolastico promuove gli interventi per assicurare la qualità dei processi formativi e la collaborazione delle risorse culturali, professionali, sociali ed economiche del territorio, per l’esercizio della libertà di insegnamento, intesa anche come libertà di ricerca e innovazione metodologica e didattica, per l’esercizio della libertà di scelta educativa delle famiglie e per l’attuazione del diritto all’apprendimento da parte degli alunni.

4. Nell’ambito delle funzioni attribuite alle istituzioni scolastiche, spetta al dirigente l’adozione dei provvedimenti di gestione delle risorse e del personale.

5. Nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti, ed è coadiuvato dal responsabile amministrativo, che sovrintende, con autonomia operativa, nell’àmbito delle direttive di massima impartite e degli obiettivi assegnati, ai servizi amministrativi ed ai servizi generali dell’istituzione scolastica, coordinando il relativo personale.

6. Il dirigente presenta periodicamente al consiglio di circolo o al consiglio di istituto motivata relazione sulla direzione e il coordinamento dell’attività formativa, organizzativa e amministrativa al fine di garantire la più ampia informazione e un efficace raccordo per l’esercizio delle competenze degli organi della istituzione.

E’ evidente che la suesposta normativa mette in discussione l’assetto democratico della scuola ed in particolare lo status del personale docente ed introduce un modello gerarchizzato ed aziendalistico che contrasta in modo palese con il principio costituzionale della libertà di insegnamento e con il ruolo istituzionale che la Costituzione assegna alla scuola statale. Questi interventi tendono a configurare la scuola statale come un’azienda in cui il ruolo professionale del personale docente è gestito da un manager con i poteri del privato datore di lavoro al pari della scuola privata.

Si avvia quindi un processo di trasformazione ed omologazione della scuola pubblica al modello aziendalistico della scuola privata dove il gestore detta le regole ed il progetto educativo, che il personale docente è tenuto a realizzare con una legittima limitazione della propria autonomia professionale.

Deve però essere chiaro che questo processo di omologazione al modello aziendalistico senza dubbio è stato avviato, ma non è stato compiutamente realizzato, anche perché le forti resistenze del mondo della scuola hanno impedito finora una piena e definita realizzazione dell’aziendalizzazione e della sua organizzazione manageriale.

Lo stesso art. 25, che pure ha introdotto la figura manageriale del Dirigente Scolastico, paradossalmente con l’esplicito riferimento agli Organi Collegiali ha riaffermato l’organizzazione democratica della scuola statale, introducendo una indubbia contraddizione che ridimensiona il modello aziendalistico; difatti, distinguendo la figura del dirigente in generale della Pubblica Amministrazione dalla figura specifica del dirigente scolastico, ha evidenziato la specificità della scuola e quindi la inapplicabilità alla scuola di tutte le norme che si riferiscono in generale alla P.A. (come per esempio il decreto Brunetta), ma soprattutto ha affermato che il Dirigente Scolastico esercita le proprie attribuzioni “nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici.

Se si considera che le competenze degli organi collegiali scolastici sono ampie ed investono tutta la vita scolastica, in realtà si può sostenere che l’aziendalizzazione della scuola è una tendenza che si può facilmente realizzare se c’è (come in realtà c’è) una subalternità culturale (ma anche opportunistica) del mondo della scuola; si può invece neutralizzare se c’è un forte impegno nella gestione quotidiana degli spazi di democrazia scolastica.

Il mondo della scuola non può crearsi alibi; se passa il modello aziendalistico (e come si sa, PD e PDL nella passata legislatura avevano di comune accordo approvato la cosiddetta pdl Aprea-Ghizzoni, che avrebbe portato a compimento il processo di aziendalizzazione della scuola pubblica), la responsabilità è in primo luogo di chi può impedirlo e non lo impedisce. In questo senso desta molta preoccupazione la leggerezza con cui le organizzazioni sindacali, con la lodevole intenzione di tutelare i lavoratori della scuola dalle invadenze autoritarie di taluni dirigenti scolastici, intervengono indebitamente con la contrattazione e con le RSU sulle materie demandate dal T.U. n.297/94 agli Organi Collegiali della scuola; in tal modo non solo si contribuisce al processo di delegittimazione degli Organi Collegiali, ma inconsapevolmente si riconosce al D.S. competenze manageriali che lo stesso art. 25 subordina alle prerogative degli Organi Collegiali.

2.3 L’autonomia scolastica dimezzata e subordinata ai poteri di indirizzo e di controllo del Ministro.

La tanto conclamata “autonomia scolastica, introdotta per delega della L. n. 59 del 15/03/1997 (Presidente del Consiglio Prodi, Ministro della Funzione Pubblica Bassanini, Ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer), senza dubbio amplia le competenze delle istituzioni scolastiche, ma le colloca nella logica della nuova idea di scuola, non più istituzione che svolge una funzione statale nel prevalente interesse generale, ma azienda pubblica che, al pari di una azienda privata, svolge un servizio pubblico, come è già avvenuto per il settore sanitario.

Con il DPR sull’autonomia (DPR n. 275/99), difatti, oltre ai poteri del Dirigente Scolastico si rafforzano i poteri del Ministro, che in base all’art. 8 sono:

a. gli obiettivi generali del processo formativo;
b. gli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni;
c. le discipline e le attività costituenti la quota nazionale dei curricoli e il relativo monte ore annuale;
d. l’orario obbligatorio annuale complessivo dei curricoli comprensivo della quota nazionale obbligatoria e della quota obbligatoria riservata alle istituzioni scolastiche;
e. i limiti di flessibilità temporale per realizzare compensazioni tra discipline e attività della quota nazionale del curricolo;
f. gli standard relativi alla qualità del servizio;
g. gli indirizzi generali circa la valutazione degli alunni, il riconoscimento dei crediti e dei debiti formativi;
h. i criteri generali per l’organizzazione dei percorsi formativi finalizzati all’educazione permanente degli adulti, anche a distanza, da attuare nel sistema integrato di istruzione, formazione, lavoro, sentita la Conferenza unificata Stato-regioni-città ed autonomie locali.

L’aspetto emblematico di tale autonomia è il POF (Piano dell’Offerta Formativa), che è “il documento fondamentale costituito dall’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche”. La stessa definizione di “Piano dell’Offerta Formativa” sta a sottolineare il carattere di proposta all’utenza da parte di ciascuna scuola in un sistema di concorrenza tra scuole, comprese ovviamente le scuole private paritarie: ciascuna scuola ha una propria identità culturale, è organizzata tendenzialmente in modo aziendalistico, gestita da un D.S. che, a differenza del personale direttivo che faceva parte della scuola, fa parte dell’Amministrazione Scolastica periferica e tutte, statali e paritarie private, governate dal Ministro (che non a caso non è più della Pubblica Istruzione) e dagli organi di controllo e valutazione.

La scuola statale si configura sempre di più nella sua funzione (servizio alla persona) e nella sua organizzazione simile alla scuola privata, perdendo sempre di più la sua funzione istituzionale di organo formativo (diceva Calamandrei “costituzionale”) dello Stato.

2.4 La riforma del Titolo V e il progetto di regionalizzazione della scuola.

Nella logica di una scuola-azienda erogatrice di un servizio pubblico, al pari del servizio sanitario, del trasporto pubblico ecc., anche per la scuola statale con la riforma del Titolo V del 2001, voluta dal PDS (anche nel vano tentativo di guadagnarsi le simpatie degli elettori della Lega), si delinea una forma di regionalizzazione, peraltro molto ibrida e contraddittoria e di difficile applicazione.

Il senso però è chiaro; essendo la scuola, statale o privata, un servizio alla persona e dovendo corrispondere, in un regime di concorrenza tra le scuole pubbliche e private, alle esigenze specifiche dell’utenza, è più funzionale che ciascuna Regione definisca un proprio modello scolastico sia sotto il profilo organizzativo sia anche, per taluni aspetti, sotto il profilo dei contenuti.

Questo tentativo di regionalizzazione si è di fatto arenato sia per l’opposizione del mondo della scuola sia per l’incapacità delle stesse Regioni, anche se alcune Regioni (Lombardia, Toscana, ecc.) hanno tentato di introdurre modelli scolastici regionali, ma con risultati scarsi.

3. La legge di parità: L. 10 marzo 2010 n. 62.

3.1 I principi costituzionali

In questo contesto politico-istituzionale e soprattutto culturale si colloca la cosiddetta legge di parità, che avrebbe dovuto dare attuazione all’art. 33 della Costituzione che sarà opportuno riportare:

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato”.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.

La Costituzione, che è la legge fondamentale dello Stato e che Ministri ed Amministratori delle istituzioni regionali e locali giurano di osservare, afferma:

1) E’ riconosciuto il diritto di istituire scuole non statali, ma “senza oneri per lo Stato”, cioè non solo sono precluse erogazioni di contributi sotto qualsiasi forma, ma anche forme di agevolazioni fiscali e di qualsiasi altra natura che possano comportare “oneri per lo Stato”, anche sotto il profilo del lucro cessante.

Né si può aggirare il principio “senza oneri per lo Stato” ricorrendo al modello del sistema integrato che consentirebbe, secondo alcune anime belle, una riduzione della spesa pubblica, perché il principio “senza oneri per lo Stato” è netto e non consente deroghe.

Come meglio si preciserà più avanti, il sistema integrato è incompatibile con l’obbligo della Repubblica di istituire scuole di ogni ordine e grado per tutti; inoltre l’integrazione presuppone una omogeneità dell’attività di insegnamento che nel sistema integrato non è realizzabile, perché l’insegnamento della scuola pubblica deve essere pluralistico, mentre quello privato può legittimamente essere di orientamento; la riduzione della spesa pubblica si tradurrebbe in una forma di illegittima discriminazione per coloro che, per la riduzione della spesa pubblica, sarebbero costretti a frequentare una scuola di orientamento.

Né si può invocare il principio di sussidiarietà previsto in generale nell’ultimo comma dell’art. 117 della Costituzione; “senza oneri per lo Stato” dell’art. 33 della Costituzione è una norma speciale che, combinata con il principio dell’autosufficienza del sistema scolastico statale, esclude qualsiasi forma di sussidiarietà e quindi di contributo pubblico a titolo di sussidiarietà.

2) La parità non trasforma la scuola privata in scuola pubblica; la scuola privata può rilasciare titoli di studio con valore legale, ma è pur sempre una scuola privata.

3) La scuola privata paritaria eroga un servizio, sotto tutti i profili, di natura privatistica e per finalità privatistiche; difatti la Costituzione stabilisce che la legge di parità “deve assicurare ed essi piena libertà”.

Lo Stato non può quindi imporre alle scuole paritarie alcun modello organizzativo né, tanto meno, un progetto educativo, né modalità di assunzione del personale. La scuola privata paritaria, anche se senza fini di lucro, è un’azienda privata che, per effetto della parità, è tenuta soltanto a:

a) assumere di personale in possesso dell’abilitazione all’insegnamento
b) osservare i curricula ministeriali
c) rilasciare, previo esame di Stato, titoli di studio equipollenti a quelli rilasciati dalle scuole private.

Quindi la scuola privata paritaria non è tenuta ad organizzarsi in modo democratico, non è tenuta a garantire la libertà di coscienza e di insegnamento del personale docente, che anzi può essere legittimamente obbligato ad osservare le finalità educative dell’Istituto, può essere una scuola di orientamento confessionale, culturale, di appartenenza.

La scuola privata paritaria ha quindi il diritto costituzionale di impartire un’educazione di parte e di conseguenza non può garantire lo stesso insegnamento della scuola pubblica, pertanto l’attività della scuola privata paritaria non è fungibile con quella statale. La Costituzione esclude un possibile sistema scolastico integrato pubblico-privato.

3.2 L’“ammodernamento” della Costituzione

Per la dirigenza del PDS ed in particolare per il Ministro all’epoca in carica la Costituzione doveva essere letta in modo evolutivo e moderno e soprattutto dovevano essere superate le vecchie ideologie stataliste e gli steccati pubblico-privato.

Con questa generosa opera di “ammodernamento” della Costituzione e senza bisogno di ricorrere nemmeno alla procedura di revisione costituzionale, destra e sinistra, contrapposte in campagna elettorale ed unite nell’ammodernamento della Costituzione (la Storia si ripete anche oggi) con la legge di parità stravolgono i suesposti principi costituzionali. Si delinea un nuovo sistema scolastico nazionale pubblico-privato.

La legge di parità difatti:

a) supera la distinzione tra sistema scolastico statale e non statale che, ex art. 33, comma 2 della Costituzione, dovrebbe essere autosufficiente, e prevede un sistema nazionale di istruzione che “è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”.

Non più quindi un sistema scolastico statale autosufficiente rispetto alla domanda sociale ed, in aggiunta, scuole non statali che “possono” essere istituite, ma un unico sistema come se scuole statali e scuole paritarie fossero fungibili e concorressero alle stesse finalità.

La scuola statale perde la sua funzione istituzionale e le scuole paritarie private concorrono con la scuola statale alla formazione dell’offerta formativa. Si delinea quindi un sistema scolastico integrato che la Costituzione all’art. 33 aveva escluso.

b) “Alle scuole paritarie private è assicurata piena libertà (come prevede la Costituzione) per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico tenuto conto del progetto educativo, l’insegnamento è improntato ai principi di libertà sanciti dalla Costituzione”.

In sostanza anzitutto si garantisce alle scuole private paritarie di essere scuole di tendenza e quindi non pluraliste, si riconosce ad esse la piena libertà di organizzarsi nel modo che ritengono più opportuno e di darsi un proprio progetto, nell’ambito di tali preminenti prerogative devono anche osservare i principi di libertà sanciti nella Costituzione; nel contrasto però tra la libertà riconosciuta alla scuola privata ed un principio costituzionale, come il diritto alla libertà di insegnamento, come ha giustamente affermato la Corte Costituzionale (nel caso Cordero, licenziato dall’Università Cattolica), prevale la libertà della Scuola.

Non a caso nella legge di parità non si afferma mai la libertà di insegnamento.

c) Le scuole private paritarie svolgono un servizio pubblico e non, come afferma la Ministra Carrozza, una funzione pubblica.
Peraltro è un servizio pubblico non aperto a tutti perché deve essere accolto “chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi”; chi frequenta una scuola privata deve a priori, all’atto dell’iscrizione, accettare un determinato progetto educativo.

Precisa inoltre la legge di parità che “il progetto educativo indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale o religiosa”.

d) In deroga al principio secondo cui l’attività docente deve essere svolta da personale in possesso della prescritta abilitazione, la legge di parità consente alle scuole private paritarie, “in misura non superiore a un quarto delle prestazioni complessive, di avvalersi di personale non abilitato”.

e) In coerenza con il ruolo assegnato alle scuole paritarie ed in palese deroga al principio “senza oneri per lo Stato”, la legge di parità prevede un contributo finanziario per le scuole paritarie primarie ed un ulteriore finanziamento per “spese di partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico (scuola per l’infanzia) integrato”.

4. Il solco tracciato dalla legge di parità: le scuole private concorrono a formare il sistema pubblico dell’istruzione.

Dal 2000 si sono alternate al Governo tutte le forze politiche del Paese, la legge di parità non solo non è stata mai messa in discussione, ma è stata sviluppata sia perché ha offerto una autorevole copertura istituzionale a tutte le varie amministrazioni locali e regionali per erogare contributi sotto varie forme alle scuole private, sia perché ha avuto una sua evoluzione nella direzione della omologazione tra pubblico e privato; difatti, con il secondo Governo Prodi e Ministro della Pubblica Istruzione Fioroni, nella legge finanziaria per il 2007 si incrementa il contributo alle Scuole paritarie in considerazione della “funzione pubblica” che esse svolgono.

Nella sua esposizione programmatica alle Commissioni parlamentari la Ministra in carica Carrozza nel richiamare la legge di parità afferma:

Infatti, come stabilito dalla legge 62 del 2000 il sistema pubblico di istruzione è composto dalle scuole statali e dalle scuole paritari… Occorre salvaguardare il carattere plurale del nostro sistema di istruzione attraverso misure volte a tutelare la qualità e l’inclusività anche delle scuole pubbliche paritarie”.

Ogni commento è superfluo; si deve soltanto passare dalla lamentevole denuncia delle politiche del PD all’iniziativa politica sia a livello sociale sia anche a livello istituzionale.

Considerazioni e proposte.

Considerazioni

Berlusconi ed i suoi Ministri hanno devastato la scuola pubblica; ma è stata una politica coerente perché la distruzione della scuola pubblica (e di tutto ciò che è pubblico) e dei diritti costituzionali è nel DNA della destra ed in particolare di personaggi come Berlusconi.

Si deve solo aggiungere che la politica dei tagli alla spesa per la scuola pubblica, da tutti criticata, è stata dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato in seguito ad un ricorso proposto da alcuni Comitati di genitori ed insegnanti con l’adesione di alcuni Enti Locali, ma non è stata adeguatamente contrastata dalle forze del centro-sinistra; difatti, ripetutamente sollecitate ad impegnarsi soprattutto nelle Regioni per dare esecuzione alla sentenza del Consiglio di Stato, le Regioni finora hanno fatto tutte acquiescenza all’operato illegittimo di Berlusconi Tremonti e Gelmini.

Regioni di Centro-sinistra e forze politiche che le governano sono tutte corresponsabili dei tagli alla scuola pubblica di oltre 8 miliardi.

Ma il PD (e le sigle precedenti) è stato e continua ad essere anche il promotore ed il diffusore della cultura della scuola pubblica-azienda, della integrazione tra scuola pubblica e scuola privata ed infine dei finanziamenti pubblici (sottratti alla scuola pubblica) per le scuole private e cioè in sintesi della palese violazione della Costituzione.

Le proposte

1. Necessità di una risposta politica concreta e coerente.
Se la scuola pubblica è, come è, una priorità assoluta per lo sviluppo sociale e democratico del Paese, la politica scolastica deve essere una discriminante politica ed elettorale; quindi la prima proposta, a mio avviso, deve essere quella di non votare e non fare votare le forze politiche che stravolgono la scuola della Costituzione e quindi il PD (attualmente impegnato anche a stravolgere in senso autoritario l’assetto istituzionale dello Stato).

Non si può per 364 giorni l’anno lamentarsi della politica scolastica del PD e dopo, il giorno delle elezioni, accettare la logica perversa del “voto utile” (ma utile a chi?) o addirittura lanciare appelli per il “voto utile”.

2. Se il sistema integrato pubblico-privato implica una aziendalizzazione ed omologazione di scuola pubblica e scuola privata, oltre che contestare tutte le forme di contributo alle scuole private, bisogna anzitutto rilanciare il ruolo istituzionale della scuola statale, cioè dello Stato e soprattutto evidenziare la “diversità” della scuola statale, rilanciare e praticare la democrazia scolastica.

Si tratta di dare ampia informazione sulle competenze attuali degli Organi Collegiali, sul ruolo effettivo che, nel rispetto del principio costituzionale della libertà di insegnamento, spetta al D.S. e di rivendicare il governo democratico non solo delle singole scuole, ma dell’intero sistema statale.

3. Occorre organizzare una risposta concreta, a livello nazionale, per contestare, a tutti i livelli, qualsiasi forma di sistema integrato e di contributo pubblico a favore della scuola privata.

In teoria si dovrebbe organizzare la contestazione anche sotto il profilo legale: ma è un’iniziativa costosa e soprattutto di scarsa efficacia politica, perché rischia di tradursi in una forma di “delega” alla magistratura; quindi significa che sotto il profilo politico si è perso.

D’altra parte iniziative locali, non essendo facilmente ripetibile l’iniziativa di Bologna, hanno una scarsa visibilità e scarsa incidenza; a mio avviso non c’è altra strada che la responsabilità politica: una campagna nazionale per il non voto alle forze politiche che violano la Costituzione, ma anche un impegno politico a costruire un soggetto politico nuovo ed unitario che abbia la sua centralità nell’attuazione della Costituzione e l’impegno diretto a livello istituzionale di coloro che vivono i problemi reali del Paese.

(Traccia, integrata con i riferimenti normativi, dell’intervento di Corrado Mauceri al Convegno “‘Senza oneri per lo Stato’, un principio costituzionale da rispettare: no al finanziamento alle scuole private”, Milano 26 Ottobre 2013).

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L’intervento di Corrado Mauceri al convegno “Senza oneri per lo Stato“, svoltosi a Milano il 26 Ottobre 2013, si può ascoltare qui. Sul sito del Coordinamento nazionale per la Scuola della Costituzione si possono ascoltare anche gli interventi di Giansandro Barzaghi, Marina Boscaino, Lorenza Carlassare,  Basilio Rizzo, Antonia Sani, Giorgio Tassinari. Altri interventi, tra cui quelli di Ernesta Bevar, Nicoletta Bigatti, Vincenzo Cutolo, Elisabetta Daina, Stefania Grassi, Paola Macchi, Caterina Spina, Micol Tuzi, Vincenzo Viola, sono visionabili qui.

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MATERIALI

Un dibattito profetico

Ecco un passaggio del dibattito in Assemblea Costituente:

Binni (Partito Socialista Lavoratori Italiani). Un ultimo punto su cui non potremo non scontrarci con i rappresentanti della Democrazia cristiana è la questione della concessione di sovvenzioni. Stamane ho sentito qualcuno di parte democristiana osservare: ma nessuno le chiede! Io sarei lietissimo che nessuno le chiedesse, ma temo che questa mia speranza non si realizzerà (Interruzioni).

Moro (Democrazia Cristiana). Non le abbiamo chieste e non le chiediamo!

Binni. Naturalmente siamo abbastanza ben preparati per saper distinguere la forma più rozza della domanda di queste sovvenzioni, la forma cioè diretta della sovvenzione alla scuola, dalla forma più elegante, per cui la sovvenzione è data alle famiglie, agli scolari, o mediante la cosiddetta «ripartizione scolastica». Ma noi terremo fermo che sovvenzioni a scuole private non si devono dare. Noi non accetteremo, e credo di interpretare il pensiero di molti, non accetteremo la richiesta di alcuna sovvenzione a scuole private, perché queste sovvenzioni hanno l’unico risultato di dare maggiore forza alle scuole private diminuendo l’efficienza delle scuole di Stato“. (vedi qui)

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E difatti: tutti i finanziamenti delle private

di Bruno Moretto

In relazione alle polemiche che si aprono ogni anno sulla reale entità dei finanziamenti pubblici alle scuole private ci preme evidenziare quanto segue. I finanziamenti pubblici alle scuole private paritarie, già previsti dalla normativa, diventano consistenti con la legge n. 62/2000 (di parità) del Ministro Berlinguer: a) l’art. 13 della Legge prevede fondi a favore delle scuole materne private per la «realizzazione del sistema prescolastico integrato» e delle scuole elementari parificate; b) l’art. 9 introduce fondi regionali per il diritto allo studio a «sostegno della spesa sostenuta e documentata dalle famiglie per l’istruzione mediante l’assegnazione di borse di studio di pari importo» (agli studenti delle scuole statali che non statali).

Nel 2007 il ministro Fioroni estende il diritto al finanziamento anche alle scuole medie e superiori. Attualmente l’importo maggiore riguarda le scuole dell’infanzia.

I finanziamenti diretti da parte statale alle strutture scolastiche private raggiungono già nel 2002 la cifra di 527 milioni di euro. Nel 2013 sono stati di 501 milioni. Nella legge di stabilità per il 2014 sono previsti 494 milioni. Bisogna però evidenziare che negli ultimi anni il Trentino e l’Alto Adige provvedono con fondi propri fuori dal bilancio statale.

Dal 2009, in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale n. 50 del 2008 che affermò la competenza regionale di una parte dei contributi previsti dalla legge 62/2000, i finanziamenti che ogni anno giungono direttamente alle scuole private vengono erogati sotto due diversi capitoli, il secondo dei quali prevede il parere della Conferenza delle regioni e viene perciò erogato in un secondo momento.

Per il 2014 sono stati previsti con la legge di stabilità rispettivamente le cifre di 274 e 220 milioni.

Per inquadrare compiutamente l’esborso pubblico occorre però evidenziare le sovvenzioni che con leggi e modalità diverse provengono da regioni e comuni. Molti Comuni erogano risorse proprie per le scuole dell’infanzia private che spesso sono molto maggiori di quelle statali. Esemplare il caso del comune di Cernusco sul Naviglio che eroga ben 300.000 euro a favore di un’unica scuola materna privata. Il comune di Bologna eroga circa un milione di euro dal 1995. Nel 2011 ha erogato 1,188 milioni a 27 scuole d’infanzia private paritarie che si aggiungono ai 1,247 milioni statali e regionali per arrivare a un totale di 2,435 milioni, 90.000 euro per scuola in media. Il comune di Torino eroga 1,700 milioni all’anno a 55 scuole d’infanzia. Tutte le regioni fanno lo stesso. L’Emilia Romagna stanzia ogni anno quasi 3 milioni di euro alle scuole materne private, il Piemonte 2 milioni.

A ciò si aggiunge la giungla dei contributi regionali e comunali per il diritto allo studio che in base alla legge 62 dovrebbero essere di pari importo per gli studenti delle scuole statali e non statali. Nella regione Lombardia la «dote per la libertà di scelta» rimborsa fino al 50% della retta scolastica danneggiando gli studenti bisognosi della scuola statale che non prevede costi di frequenza. Nel 2009 in Lombardia i frequentanti le scuole private (98.392) hanno ottenuto complessivamente 51 milioni di euro mentre gli studenti delle scuole pubbliche (985.755) solo 24. Il Piemonte, il Veneto e la Liguria hanno anch’esse una legge per il diritto allo studio che non rispetta la legge 62/2000 e privilegia gli studenti delle scuole private.

Mettendo insieme tutte le voci di finanziamento pubblico si stima a livello nazionale una cifra di circa un miliardo e mezzo di euro annuali per il 10% degli studenti frequentanti le scuole private. Questo a partire dal 2002 per un esborso complessivo di 15 miliardi in 10 anni. Ciò viola l’articolo 33 della Costituzione ma risulta ancor più scandaloso considerando che la scuola statale ha subito negli ultimi 10 anni tagli per più di 10 miliardi.

Il tutto avviene contro la volontà dei cittadini che nel maggio scorso, chiamati dal Comitato art. 33 di Bologna ad esprimersi tramite un referendum comunale sull’uso migliore dei fondi per garantire il diritto d’accesso alla scuola d’infanzia, si sono pronunciati al 60% contro i finanziamenti alle scuole private. (da qui)

* * *

Discorso a difesa della scuola nazionale
di Piero Calamandrei

La scuola è aperta a tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3:

Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’art. 151:

Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione.

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito…

Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido

Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso, la fase più pericolosa di tutta l’operazione. (vedi qui)

* * *

Attacco alla scuola pubblica e attacco alla Costituzione
di Giorgio Tassinari

Hans Kelsen scrisse che per fare una buona costituzione si deve dare una delle seguenti condizioni: o aver perso una guerra o aver vinto una rivoluzione. Nell’Italia del dopoguerra queste si diedero simultaneamente: l’Italia fascista e monarchica aveva perso la Seconda Guerra Mondiale e l’Italia partigiana aveva vinto la rivoluzione della Resistenza. Per questo la Costituzione italiana è buona al quadrato. Ma i costituenti vollero anche che il popolo fosse armato, e l’arma che forgiarono fu la partecipazione. Questo punto di vista fu compiutamente sviluppato da Calamandrei, che precorse le analisi critiche della democrazia intesa come puro meccanismo elettorale:

è necessario che tutti i componenti del popolo siano messi in condizione di sapersi servire dello strumento elettorale. Vera democrazia non si ha dove, pur essendo diritto di tutti i cittadini ugualmente elettori ed eleggibili, di fatto solo alcune categorie di essi dispongono dell’istruzione necessaria per essere elementi consapevoli ed attivi nella lotta politica.”

La formazione del cittadino è una delle pietre angolari della Repubblica. Per questo la Costituzione dedica ben due articoli alla scuola e all’università (artt. 33 e 34) e la scuola è il principale strumento con cui la Costituzione promuove l’attuazione dell’art. 3.

Le vicende politiche ed economiche dell’ultimo ventennio hanno messo in evidenza un’aggressione determinata ed incisiva all’assetto costituzionale, condotta con respiro strategico e grande capacità di manovra dalle forze conservatrici. La scuola e l’università, proprio perché organi costituzionali, sono stati uno dei principali obiettivi di questa offensiva (vedi l’azione del governo Berlusconi-quater, del ministro Gelmini, del governo Monti e del governo Letta)…

Cercando di trarre una sintesi di tutta l’esperienza del referendum a Bologna, gli elementi più rilevanti a mio giudizio sono tre:

a) si è confermato che la maggioranza dei cittadini vuole la scuola pubblica, avendone compreso appieno il ruolo costituzionale di presidio della democrazia e di istituzione che agisce per l’uguaglianza effettiva tra i cittadini, smascherando la mistificazione della sussidiarietà tra pubblico e privato;

b) si è affermato un protagonismo dal basso della cittadinanza che ha rimesso al centro della discussione politica il rapporto pubblico-privato e il problema del finanziamento alle scuole private, innescando analoghe esperienze in altre città italiane;

c) la reazione delle istituzioni e delle principali forze politiche rispetto all’esito del referendum ha messo in evidenza segnali preoccupanti di involuzione in senso post-democratico, di sostanziale irrilevanza del punto di vista dei cittadini. Da questo punto di vista la vicenda di Bologna è perfettamente allineata con quanto sta avvenendo a livello nazionale in tema di cambiamento della Costituzione. (vedi qui)

* * *

Dopo Bologna, Milano: verso un movimento nazionale di “Partigiani della scuola e della Costituzione”
di Giansandro Barzaghi

Bologna con il Referendum vinto sul “No” al finanziamento alle scuole private (Referendum poi negato dai “Giganti dai piedi di argilla”) ha squarciato la nebbia della palude e ha lanciato un sasso contro quel sistema integrato pubblico/privato che si inquadra bene nel governo delle larghe intese in cui vari soggetti, dalla Confindustria alla Curia, dalla Lega delle Cooperative alla Compagnia delle Opere, dal Pdl al Pd per finire alla maggioranza del Consiglio Comunale si sono impegnati per ribaltare il dettato costituzionale “senza oneri per lo Stato”. Ma per la prima volta hanno trovato una resistenza non di sparute avanguardie, ma di 50.000 cittadini bolognesi.

Da qui allora dobbiamo ripartire: dalla ripresa di una mobilitazione e di una partecipazione attiva per una Scuola Repubblicana che si fondi davvero sull’Art. 34 della Costituzione: “una scuola aperta a tutti, obbligatoria e gratuita (direi fino al diciottesimo anno di età) per cui i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Una scuola pubblica e laica “un binomio che rappresenta la più alta, praticabile, ed intenzionale concretizzazione di una cittadinanza inclusiva e non esclusiva” (Marina Boscaino su MicroMega)…

Qui ed ora bisogna scegliere. Ma per fare questo bisogna ribaltare con forza le granitiche certezze di chi mette sullo stesso piano scuola pubblica e scuola privata in ragione di una Legge, la 62/2000 del Ministro Berlinguer che ha sdoganato il concetto di sussidiarietà. Da qui il sistema integrato pubblico/privato nel quale i due soggetti, Lombardia docet, sono sullo stesso piano in concorrenza tra loro sul mercato, come è avvenuto per la sanità. Cioè la scuola come erogatrice di servizi e non più come organo costituzionale al pari del Parlamento o della Magistratura.

Anzi per loro bisogna riequilibrare il sistema alzando il livello dell’intervento del privato perché il pubblico, inteso come statale, è ancora troppo preponderante essendo più del 90% nel nostro paese. E allora bisogna screditare la scuola statale, come ricordava Calamandrei negli anni ’50, bisogna smontarla pezzo per pezzo, bisogna mandarla in malora in modo che emerga una scuola privata ordinata e magari senza stranieri e senza portatori di handicap.

Così da ridurre la scuola statale a una scuola di serie B mentre le scuole private diventano le scuole dell’eccellenza…

Quando la Ministra Carrozza ha autorizzato la sperimentazione del Liceo breve di 4 anni proprio al Collegio San Carlo di Milano ed in altre due scuole private lombarde, segnale simbolico inequivocabile, si è collocata direttamente in questa direzione, dando così un segno distintivo del suo ministero del quale non ci dimenticheremo.

Per queste ragioni in Lombardia abbiamo dato vita, come Associazione NonUnodiMeno, ad una battaglia contro la “Dote per la libertà di scelta” raccogliendo più di 10.000 firme e presentando un ricorso al Tar Regionale della Lombardia, in quanto siamo di fronte ad una palese, grave, ingiustificata, illegittima ed anticostituzionale discriminazione nei confronti degli studenti della Scuola Pubblica Statale che cozza contro il pricipio di uguaglianza sancito dall’Art. 3 della Costituzione.

Di fronte a tale estremismo ideologico di tipo integralista risulta davvero difficile capire la totale mancanza di opposizione da parte del centro-sinistra a meno che non lo si spieghi con il fatto che dal 2001 ad oggi qui in Lombardia si è anticipato il governo delle larghe intese. Non formalmente ma nella sostanza della convergenza su veri e consistenti interessi materiali.

La richiesta di abrogazione della “Dote per la libertà di scelta” in Consiglio Regionale Lombardo che avanziamo a tutte le forze politiche diventa così la cartina di tornasole per vedere chi si collocherà dalla parte della Costituzione e chi no. Staremo a vedere. (vedi qui)

* * *

Il caso lombardo: l’istruzione modello CL
di Giorgio Morale

«La Zolla è un esempio di scuola cattolica che ha fatto proprio il principio di sussidiarietà, applicato quando ancora nessuno conosceva la parola: mamma e papà, insieme, hanno cercato insegnanti ed aule per costruire insieme una scuola ed hanno lottato per il suo riconoscimento pubblico».

Queste parole «semplici» e rassicuranti sul sito de La Zolla sono una buona introduzione alla scuola di CL (Comunione e Liberazione): a monte di esse c’è la parola del fondatore don Luigi Giussani, a valle quella pratica di CL-CDO (Compagnia delle Opere) oggi ben nota in Lombardia: la costituzione di un sistema che garantisce – attraverso l’occupazione dei centri del potere politico e un far lobby che coinvolge associazioni, imprese, banche – la conquista di una posizione egemonica nei vari settori. (continua qui)

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

La ministra Carrozza e il metodo Gelmini-Tremonti: una riforma della scuola in una finanziaria

La notizia della settimana, anticipata venerdì 8 novembre da OrizzonteScuola, è questa. La diamo con il commento di Marina Boscaino che ne sottolinea tutta la gravità.

La scuola in mano al governo: il disegno di legge di cui nessuno parla

È bene che tutta la scuola stia in ascolto per provare a recuperare in breve tempo risposte plausibili ad un interrogativo che si è diffuso nelle ultime ore. Italia Oggi, OrizzonteScuola, Edscuola… riportano la notizia di un disegno di legge delega su Istruzione, Università e Ricerca presentato dal ministro Maria Chiara Carrozza durante il cdm dello scorso venerdì, che pare dovrebbe essere riesaminato nelle prossime sedute.

Nel caso la notizia fosse confermata, si tratterebbe di un disegno di legge delega, collegato alla legge di Stabilità e, in quanto tale, sarebbe certamente approvato, senza adeguata discussione su una materia incandescente… I disegni di legge collegati alla legge di stabilità normalmente sono sottratti al dibattito parlamentare

Se tutto fosse confermato, se Carrozza davvero riproponesse il testo in Consiglio dei ministri (pare che la discussione sia stata rimandata per la complessità e la vastità dei temi) si determinerebbe una esplicita dichiarazione di guerra tra governo delle larghe intese e mondo della scuola. Si tratterebbe di un atto gravissimo, non solo per la questione salariale. Si delegherebbero al governo i temi strategici dello stato giuridico; del reclutamento. E significherebbe che (nonostante l’inequivocabile e netto rifiuto della scuola al Pdl Aprea Ghizzoni e – soprattutto – nonostante le garanzie che il Pd in campagna elettorale a più riprese ha espresso rispetto ad un’ampia consultazione del mondo della scuola sulla questione della democrazia scolastica e della eventuale revisione degli organi collegiali) questo governo, di cui il Pd fa parte, e il ministro, che dal Pd proviene, imporrebbero con metodi autoritari e antidemocratici interventi che andrebbero ad attentare ai fulcri vitali del nostro lavoro, della nostra professione e professionalità, alla libertà di insegnamento, alla partecipazione, al pluralismo, alla equiordinazione dei diversi organi nel governo degli istituti scolastici.

Sarebbe una scelta suicida, incomprensibile persino per chi è abituato da anni a constatare la devastazione che intenzionalmente e trasversalmente si opera sulla scuola dello Stato. Una scelta che minerebbe quel minimo di credibilità che qualcuno di noi (i più ottimisti) ancora attribuisce al partito che avrebbe dovuto – una promessa mancata da sempre – raccogliere l’eredità di coloro che in anni lontani si sono battuti per garantire al nostro sistema scolastico il rispetto dei principi che l’hanno resa quel veicolo di pensiero divergente, di emancipazione, di crescita etica e culturale per futuri cittadini consapevoli che ancora – nonostante tutto – prova ad essere.

In seguito viene diffuso il testo della legge delega e seguono le prime dichiarazioni sconcertate di Flc Cgil, Anief, Gilda

Carrozza e il metodo Berlusconi? Annunciato e smentito: tagliare o no gli ITP?

Un articolo pubblicato su Repubblica.it il 16 novembre annnciava una nuova riforma degli istituti tecnici e professionali, a partire dal quadro orario e dalle compresenze.

OrizzonteScuola fa osservare che nello stesso articolo, poco dopo, è stato introdotto un trafiletto, che spiega che “La portavoce del ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza ha precisato che all’ordine del giorno del ministro non c’è la riforma degli istituti tecnici e professionali.”

Si afferma nell’articolo:

Il ministero sotto Maria Chiara Carrozza sta articolando una riforma che, come primo passo, deve rimuovere le ridondanze e i vuoti (entrambi) creati dalla riforma Gelmini. Con la Gelmini si è ridisegnato il quadro orario degli istituti tecnici nel nome dei tagli alla spesa riducendo drasticamente le ore di materie di indirizzo e inserendo nell’organico un numero elevato di insegnanti tecnici “in compresenza” che, in alcuni istituti, semplicemente non servono. Fanno solo lievitare i costi“.

L’articolo prosegue presentando il docente in compresenza completamente inutile e avulso dalle dinamiche della classe, la qual cosa non può sicuramente essere considerata la norma, in cui al contrario l’ITP è a pieno titolo partecipe delle attività didattiche e anzi indispensabile per una didattica laboratoriale qual è quella degli istituti tecnici.

Anche La Tecnica della Scuola parla di notizia “choc:

Ogni commento appare superfluo. Qualsiasi persona che conosce la scuola superiore italiana e la strutturazione della didattica degli istituti tecnici e professionali sa bene che le cose non stanno così.

I tagli della ministra Carrozza

Mentre il dl “L’istruzione riparte” viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Fabio Luppino prova a fare il punto sui tagli sulla scuola programmati dalla ministra Carrozza.

Tagli ci saranno con l’abbreviazione a 4 anni della scuola superiore: segnaliamo in settimana gli interventi di Vincenzo Pascuzzi e Valerio Onida.

Si risparmia sull’istruzione, a costo della sicurezza, con le classi pollaio. Un ordine del giorno del Pd impegna il governo a correre ai ripari, ma per interventi a favore della scuola mancano le risorse.

Si risparmia lasciando le scuole senza le risorse necessarie per passare al digitale, nonostante tutti i proclami e nonostante le mirabilia annunciate dalla ricerca. Secondo una indagine il 97% dei presidi italiani sa che la legge 135/2012 li obbliga ad adottare il registro elettronico, mentre il 66% valuta positivamente l’impatto della comunicazione digitale alle famiglie in termini di riduzione delle distanze tra genitori e docenti e di maggiore chiarezza e trasparenza nel rapporto. Solo il 23%, però, ricorre alla comunicazione digitale prevalente, contro il 31% di coloro che si servono ancora prioritariamente della carta e il 46% che affianca le due modalità. Ben il 72% degli istituti non avrebbe ancora provveduto a dotarsi dei registri elettronici. E questo è detto nonostante tutti i dubbi che ad esempio Federico Bertoni esprime sulla progettata operazione, che di fatto risulta un aumento della burocrazia anziché una semplificazione.

E’ un taglio fatto per motivo di risparmio la soppressione di 4 Uffici Scolastici Regionali: Friuli, Umbria, Molise, Basilicata.

Si estende la settimana corta solo per motivi di risparmio, indipendentemente dalla sua efficacia didattica.

E’ ancora aperta, dopo due anni, perché il governo non reperisce le risorse per sanarla, la questione degli insegnanti di Quota 96, a cui la legge Fornero ha impedito il diritto al pensionamento a cui avrebbero avuto diritto. I docenti di Quota 96 manifesteranno con un presidio al Miur il 19 novembre, giorno della sentenza della Corte Costituzionale.

E adesso vediamo cosa si dice degli insegnanti

L’Ocse ha pubblicato un rapporto sulle pubbliche amministrazioni dei paesi aderenti, una sfilza di dati che disegnano un pubblico impiego italiano composto da poche persone, la maggior parte pagate poco, ma con stipendi che si impennano oltre l’immaginabile per un manipolo di top manager. Gli insegnanti italiani si confermano tra i meno pagati dell’area Ocse, con lo stipendio di un insegnante dopo 15 anni di carriera pari al 56% di quello di un lavoratore di alto livello del terziario.

Nonostante le assunzioni annunciate da tutti i governi e anche da quello in carica, i dati dicono che il lavoro precario nella scuola continua a crescere.

Docenti precari che continuano a ricevere lo stipendio con mesi di ritardo.

Nella stessa situazione anche altri docenti. Dopo un anno molto impegnativo dal punto di vista lavorativo, nelle regioni in cui le procedure si sono concluse entro il 31 agosto 2013, i commissari del concorso docenti non hanno ancora ricevuto il compenso spettante per il loro lavoro.

In compenso docenti e dirigenti vengono condannati per problemi di sicurezza per colpe dello Stato che manca al suo dovere di mettere a regola gli edifici scolastici. D’altra parte succede questo: fa notizia che per l’edilizia scolastica si stanzino 10 milioni, non fa notizia che si spendano 300 milioni perché i parlamentari imparino a parlare in Italiano.

E, segno e conseguenza di un progressivo impoverimento economico e scadimento della loro considerazione sociale, aumentano i casi di docenti aggrediti da familiari di studenti (vedi anche qui).

Concludiamo parlando di giovani e studenti

Gli studenti hanno manifestato il 15 novembre in tutta Italia per il diritto allo studio e contro la precarietà.

Gli studenti dell’Udu ha rivolto alla ministra Carrozza 10 domande su temi come aumento delle tasse universitarie e diritto alo studio, riforma dei cicli, valutazione, rappresentanza studentesca, rapporto con il mondo del lavoro, il numero chiuso, il futuro dei giovani italiani, le baronie universitarie e il blocco del turn over.

Come dice Nadia Urbinati, chi governa non ascolta questi studenti.

La ragione oggi sta dalla parte dei ragazzi che, stando fuori dalle istituzioni, rivendicano la decisione di scendere in piazza perché manca l’ascolto da parte di chi vive dentro la politica praticata. Le due parti hanno quasi smesso di comunicare: ormai sono due mondi che marciano nell’indifferenza reciproca o, quando cercano di interloquire, si scontrano.

Le forze dell’ordine contro i giovani dimostranti: questi sono i protagonisti di una politica che ha smesso di svolgere la sua funzione di raccordo tra le istituzioni e l’esterno. E, interrotto il dialogo, resta la violenza e la criminalizzazione da parte di chi ha il monopolio della violenza stessa.

Da diversi anni ascoltiamo la favola della ristrutturazione dell’università e della razionalizzazione della scuola, della costruzione dell’autonomia scolastica, della “funzionalizzazione” dei programmi disciplinari alle esigenze del mercato del lavoro. L’esito è sotto gli occhi di tutti: in pochi anni più del 10 per cento in meno di risorse pubbliche all’istruzione e alla formazione e, insieme, la ridefinizione del significato del “pubblico” per comprendere in esso il privato parificato e, quindi, giustificare l’emorragia dei finanziamenti dalla scuola statale.

Invertire la marcia” chiedono gli studenti. Che significa impegnare le risorse pubbliche per il futuro del paese e farlo con equità affinché il destino dei giovani non sia predeterminato dal quartiere, dalla famiglia e dalla ragione nella quale sono nati o vivono. La scuola ha la funzione di liberare le energie, non di riconfermare privilegi, magari eliminando preventivamente dalla competizione i molti, così da poter rendere più agevole la corsa al successo di chi dispone di più mezzi. Se la scuola di un paese democratico non riesce a fare questo, chi governa ha fallito. E fallisce anche quando ci trasmette la narrazione dei vincoli europei che bloccano la ripresa, che impediscono le scelte dei governi. Hanno ragione i ragazzi: se la politica rivendica, giustamente, un ruolo guida, deve saper dimostrare di essere capace di coprirlo.

* * *

SEGNALAZIONE

Milanosifastoria

Milanosifastoria è un Progetto pluriennale per il rilancio della cultura e della formazione storico-interdisciplinare nell’area milanese, gemellato con la Festa internazionale della Storia di Bologna e aperto alla collaborazione con altre Feste (o Festival) nazionali e internazionali della Storia.

21 novembre 2013, ore 16.30-18.30, Museo del Risorgimento, Milano: Presentazione pubblica del Progetto e della sua prima edizione, nell’ambito di BookCity Milano 2013.

*

Un libro liquido su una piattaforma digitale per imparare la storia del Risorgimento

Il 21 novembre, dalle ore 9.00 presso l’istituto Cavalieri, 5 classi di diverse scuole di Milano e provincia, partecipanti al progetto “Un libro liquido su una piattaforma digitale per imparare la storia del Risorgimento“, presenteranno i propri elaborati.

La sperimentazione è stata resa possibile dalla disponibilità delle insegnanti dell’associazione disciplinare IRIS, appartenente alla Rete Ellis.

Il 21 novembre alle ore 17.00 a Palazzo Reale, a Milano, sarà presentato DidaSfera con il progetto “Storia delle Idee“, il testo rilasciato creative commons vincitore della gara Editoria Digitale.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

2 pensieri su “Vivalascuola. Senza oneri per lo Stato

  1. E’ la notizie della mattinata: il Governo fa marcia indietro sulla legge delega che aveva tra i suoi punti qualificanti rendere soltanto consultivi gli organi collegiali compreso il Collegio Docenti:

    http://www.orizzontescuola.it/news/bozza-ddl-delega-al-governo-riforma-reclutamento-e-carriera-superata

    http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=50161&action=view

    “A seguito delle notizie di stampa sul Disegno di legge delega in materia di Istruzione, Università e Ricerca, il Ministero precisa che il testo a cui si fa riferimento è da ritenersi del tutto superato”.

    E’ il risultato delle proteste del mondo della scuola?

    Di sicuro è il metodo del ventennio: lanciare il sasso, smentire, smentire la smentita, correggere, attenuare, confondere, riaffermare. Non sarebbe preferibile coinvolgere sul serio il mondo della scuola invece di fare passare riforme di grande entità nascoste in una finanziaria?

    Ed è da ripetere: “È bene che tutta la scuola stia in ascolto…”

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  2. Si segnala una dichiarazione di ieri dal ministero.

    Il sottosegretario all’istruzione Gianluca Galletti ha assicurato che, “ferma restando la necessità di un intervento legislativo, è intenzione del Ministro coinvolgere tutte le categorie interessate nel processo di formazione delle future decisioni. Nel settore della scuola, si procederà con un’ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma”:

    http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=50240&action=view

    E’ il risultato delle pronte reazioni del mondo della scuola, che ha impedito che il provvedimento passasse in sordina.

    Con il che le intenzioni di rivedere la materia sono comunque confermate… Continua a essere da ripetere: “È bene che tutta la scuola stia in ascolto…”

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