Giorgio Faletti e la ricerca del grande romanzo occidentale

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Recensione di «Fuori da un evidente destino» – di: Giorgio Faletti – Baldini Castoldi Dalai, 2006, pp. 492, € 18,90

 

Questo testo ha un prologo: un incontro pubblico avvenuto a Treviglio lo scorso 9 novembre, in cui Giorgio Faletti ha parlato di sé con Andrea Villani. L’incontro era una delle tappe del festival dei narratori italiani «Presente prossimo», organizzato da Raul Montanari in 8 biblioteche della provincia bergamasca – cominciato il 19 ottobre e in programma fino al 17 dicembre (qualche info a questo link). La tappa di Treviglio è stata organizzata in un palazzetto dello sport, e ha avuto un pubblico di 550 persone.

Tutte lì per ascoltare uno scrittore.

Ok, Giorgio Faletti non è soltanto uno scrittore. Nel suo passato c’è una carriera di attore e autore comico nel Drive In televisivo di Antonio Ricci; poi ha interpretato film; poi ha scritto canzoni, e cantandone una è arrivato secondo al Festival di Sanremo. Infine, a 51 anni compiuti, si è messo a scrivere romanzi e ha venduto milioni di copie in Italia e all’estero.

A Treviglio quasi ogni parte di cotanta carriera è stata sfiorata, ma non approfondita. Anche perché ogni appiglio, ogni ricordo, quasi ogni parola, diventavano pretesti per Faletti o per la sua spalla d’occasione per partire verso altre tangenti, altri pretesti, altre parole.

 

Io in quei giorni mi sono messo a leggere «Fuori da un evidente destino», non il primo libro pubblicato da Faletti (è il suo 3° su 6, più 2 raccolte di racconti) e nemmeno il primo letto da me (in precedenza avevo già affrontato «Io uccido»). E ho notato un miglioramento. Un’ambizione nella scrittura, un buon senso capace nei piani (se intravvedo bene quei piani) di accompagnare il senso comune oltre se stesso. E questa – girandoci bene intorno, facendo tutte le tare del caso, ecc. ecc. – è un’ambizione alta, da «intellettuale» come si sarebbe detto anche in Italia prima dell’ultimo ventennio di seconda repubblica.

Una cosa un po’ alla Stephen King, anche, cioè partire dal romanzo di genere e poi demolire il recinto per tentare di scrivere il grande romanzo americano. Nel suo caso specifico, Faletti potrebbe parlare di grande romanzo occidentale, perché nelle sue pagine ambientate spesso fuori dai confini italiani c’è il riconoscimento che tante nazioni non sono più così culturalmente definite bensì diluite in soggetti politici continentali o sovracontinentali. Un italiano, ancora per qualche decennio perlomeno, non può scrivere un romanzo cinese o africano perché ha pochi riferimenti; ma nel suo immaginario ci sono parti comuni con parecchi europei di lingua latina e anglosassone, e parecchi americani del nord e del sud – e da costoro è letto con facilità.

 

Tant’è vero che «Fuori da un evidente destino» è ambientato nel Far West, nei dintorni del Grand Canyon, e una parte dei personaggi sono indiani Navajo, di sangue puro o incrociati a vario titolo con occidentali di varia provenienza. E a furia di vedere film e telefilm, pieni di certi panorami e certi cavalli (di carne o rinchiusi nei cofani di Suv impolverati) nel corso della lettura non si ha l’impressione di far fatica a capire cosa succede.

Anche se la vicenda si dipana in due piani temporali diversi: il presente della speculazione edilizia, con un miliardario che vuol costruire un centro turistico su montagne sacre ai Navajo, e il 1871 in cui indiani ed emigranti europei cercavano un equilibrio di convivenza, ostacolati da chi prevedeva grandi arricchimenti personali al seguito del collegamento ferroviario in costruzione tra le due coste degli Usa. In questa cornice vengono commessi, oggi, alcuni omicidi, per opera di un misterioso killer capace di polverizzare tutte le ossa delle vittime. Ma l’origine degli eventi è nel passato, quando altri omicidi vennero commessi e rimasero impuniti, e uno sciamano indiano evocò una certa forza ctonica mostrandogli obiettivi di vendetta. E quella forza ctonica, oggi, non trova più in vita i suoi obiettivi bensì i loro discendenti.

Questa deriva metafisica non è un mero espediente narrativo. Contiene senso e proposta: fuori dall’«evidente destino» della razza bianca conquistatrice e dentro (o almeno più vicino) ad altri modi di pensare.

 

C’è un passaggio, poco prima del finale del romanzo, che mi pare evidenzi bene ciò che Faletti stia cercando:

 

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pp. 481-482

Dall’alto delle rocce c’erano gli occhi di mille e mille uomini che lo guardavano. Erano i padri e i loro padri e i padri dei padri fino a che la mente riusciva a tenerne il conto. Gli stessi che avevano iniziato la scalata di quella parete come ragazzi e che erano arrivati alla cima con la consapevolezza di aver imboccato la via per essere uomini.

Qualcuno non ce l’aveva fatta ed era morto. Ma il coraggio era anche quello. Era la consapevolezza che l’insuccesso fosse comunque il frutto di un tentativo. Che talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile che non partire mai. E che ogni uomo, anche quando è solo, ha comunque la sua anima come compagna di viaggio.

[…]

Sentiva con il vigore del corpo e della certezza che in ogni supporto per il piede, in ogni appiglio per la mano c’erano le tracce di uomini appesi con lo stesso intento alla stessa roccia. Erano frammenti immobili di una storia in continuo movimento, le testimonianze di un’audacia antica e all’apparenza inutile. Ma indispensabile per ogni uomo che desiderava arrivare a guardare il mondo dall’alto con occhi nuovi.

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Uno che propone questa audacia, sebbene all’apparenza inutile, non può essere fermo. È, al contrario, uno che sta seguendo una direzione precisa.

La quale direzione può essere condivisibile o meno, e può magari essere così impervia che l’autore stesso non riuscirà nell’impresa (sebbene, in una trentina d’anni di libri, forse Faletti ci si avvicinerà parecchio). Ma non è lì il punto, perché da essa può scaturire una proposta, un progetto, una discussione. Un lavoro comune per intellettuali che vogliano impegnarsi a cambiare il futuro… trascinandoci fuori da un evidente destino di devastazione.

Intanto in questo romanzo ci sono almeno due altri spunti notevolissimi: l’incipit e la caratterizzazione dei personaggi nel primo terzo di narrazione.

 

L’incipit è uno sfoggio di bravura. In poche righe il lettore è trascinato dentro la storia, e portato a spasso per una quarantina di pagine. Poi si passa ad altro, e la sensazione è come di risvegliarsi da uno stato ipnotico.

E se questa capacità Faletti ce l’ha adesso, che è all’inizio del percorso, chissà come la potrà sviluppare quando sarà molti anni più avanti.

 

La caratterizzazione dei personaggi riguarda almeno due di loro. Entrambi partivano dal paesello, dalla stessa scuola frequentata insieme da bambini, e tutto sommato sono riusciti nella vita: uno è diventato elicotterista quasi eroe di guerra, l’altra attrice famosa. Era quello che sognavano da ragazzi, e l’hanno realizzato. Ma entrambi sono in profondo disagio emotivo. L’origine della loro fortuna è stata infatti la rovina di una terza persona.

A entrambi non basta, per giustificare le proprie azioni e semmai espiare, fare al meglio il mestiere per cui hanno tradito. Potrebbero dimostrare che il loro sogno era così importante, non solo per se stessi ma anche per tutta l’umanità, portandolo alle estreme conseguenze di qualità. Rimarrebbe il peccato originale commesso ai danni di una singola persona, ma perlomeno ci sarebbe l’evidenza dell’utilità per gli altri. Uno si è suo malgrado sacrificato, ma le conseguenze sono state positive per molti… no?

Faletti sembra rispondere di no. Non è così che può funzionare. «Tutta» l’umanità comprende anche la singola persona danneggiata. E finché anche per quella non si sia trovata una soluzione, occorre impegnarsi. Non c’è un prender parte, non c’è il pessimismo di pensare che la vittoria di uno implichi per forza la sconfitta di un altro. Lo sbocco da trovare è un vincere/vincere, tutti.

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