Un omaggio teatrale a Samuel Beckett

Beckett
di Augusto Benemeglio

L’Associazione Gruppo Recital 2010 metterà in scena sabato 30 novembre 2014, alle ore 17, presso il Teatro D. Mario Torregrossa il recital “ OMAGGIO A BECKETT .GODOT E IL RUMORE DEL MARE” , scritto e diretto da Augusto Benemeglio. Si tratta di un inedito profilo di Samuel Beckett , il grande drammaturgo irlandese, che ha cambiato l’intero teatro contemporaneo scrivendo commedie come “Aspettando Godot”, “ Giorni Felici” e “ Finale di Partita”, di cui verranno proposti alcuni frammenti . Il suo è il dramma del vuoto e dell’attesa (inutile) della vita. Per certi aspetti assomiglia un po’ a certi pittori moderni come Bacon , Magritte, Ernst , Kandinskij, Klee, ma i suoi lavori hanno anche il senso delle gag dei film comici in bianco e nero di tantissimi anni fa. Niente è più grottesco del tragico, niente è più comico dell’infelicità, queste le sue massime. E tuttavia in un mondo come il nostro preoccupato unicamente del denaro e del successo a qualunque costo, desideroso soltanto di essere confermato nelle proprie volgari e egoistiche certezze, la negazione beckettiana ci costringe in qualche modo a ripartire da zero, a ripensare alla sofferenza come precondizione dell’arte e di un’autentica (laica) spiritualità, che possa dare un senso autentico alla nostra esistenza. Gli attori che daranno vita ai non facili personaggi dell’opera beckettiana sono (in ordine di apparizione): Antonella Napoletano, Roberta Zucchetti, Carlo Ninni, Fabio Pizzardi, Lucio Leo, Elisa Iannetti, Valeria Vezzil, Marcello Sardella, Giuseppe Rasi e Piero Girardi. Costumi: Emanuela Bianchi . Scenografia Luci e Fonico : Raffaele Greco. Saranno presenti Don Fabrizio Centofanti, Responsabile del Centro di Formazione Giovanile Madonna di Loreto Casa della Pace, e il prof. Pasquale Bottiglieri dell’Università Federico II di Napoli.

Intervista a Beckett

1. Gli scacchi.

Prima della rappresentazione di “Aspettando Godot” , nel 1953, in un piccolo teatro di Parigi, Beckett era virtualmente sconosciuto, e i suoi pochi libri pubblicati in trent’anni d’attività avevano avuto una vendita vicino allo zero , sembravano essere destinati a divenire oggetti da collezionisti, da topi di biblioteca . L’unico romanzo pubblicato da un editore di Parigi -città dove ormai l’irlandese viveva stabilmente – , tradotto da lui stesso in francese, Murphy, vendette 95 copie nei primi quattro anni. Insomma possiamo dire che Beckett era noto solo ai più devoti conoscitori dell’avanguardia, eppure nonostante l’oscurità della sua opera e l’oscurità della sua vita personale, solo sedici anni dopo “Godot”, -nel 1969, – gli fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
Nella fiction teatrale Beckett ed io facciamo un’intervista durante una partita a scacchi che, dopo poche mosse , con mia grande sorpresa, finisce con uno scacco matto a mio favore, pur essendo io un mediocre giocatore.

E’ inutile. Perdo sempre. “Fallor, ergo sum”. Non ho ha mai imparato a giocare, fin dai tempi di Parigi, quando andavo a trovare Joyce.

Giocavate spesso a scacchi?

Mai.

Eppure tutto il mondo da lei rappresentato nelle sue opere sembra quello degli scacchi, della razionalità meticolosa e assoluta, pur nell’assurdità delle situazioni. E non a caso una delle sue commedie s’intitola “Finale di partita” e il protagonista introduce ogni fase del suo sviluppo annunciando: Tocca a me. Precisione, innanzitutto, anche se la partita che sta finendo è la propria vita.

E’ per quello che fa delle mosse insensate . Un bravo giocatore avrebbe rinunciato fin dall’inizio, era chiaro che la partita era persa. Ma lui no. Sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile . Invece io , come ha visto, ho perso subito, non ho prolungato la pena.

2. Dante

Ma come fa lei a mettere in scena un cieco immobilizzato su una sedia a rotelle, un suo servitore, che non può mai sedersi , e che cammina con un’andatura rigida e vacillante, due bidoni della spazzatura , in un bunker a forma di cranio e non aspettarsi che il pubblico non rimanga quantomeno sconcertato , o, faccia anche peggio, come accadde con “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello , lanciando sul palco manciate di frutta verdura e uova marce e gridando improperi e all’autore, scandendo , in coro, la parola “manicomio”. E Pirandello dovette fuggirsene da una porta secondaria.

Mah!, non saprei che dire. Sa, proprio in quel lavoro , “Finale di partita” , ho scoperto l’illogicità che esiste nella conversazione realistica di tutti i giorni. Ci faccia caso, tutte le nostre conversazioni sono illogiche. Il resto ,la noia, la depressione, l’angoscia l’avevo scoperte molto tempo prima, ahimè! erano dentro di me. E il pubblico ormai mi conosce . E poi io credo che viviamo ormai da gran tempo in un mondo di alienati.

C’è stato chi ha visto nell’aristocratico astioso e incattivito Hamm Joyce , e in Clov , suo servitore e badante, lei stesso. Lei non ha nulla da dire? ( silenzio) Bene. Mi può dire almeno come trascorrevate il tempo insieme, Joyce e lei?

Parlavamo di Proust, Giordano Bruno, Vico ,di Dante, soprattutto. Joyce lo conosceva bene. Il suo primo libro, Gente di Dublino, è per esempio incorniciato da allusioni dantesche. Se ci fa caso ,il primo racconto, Sisters, si apre con un’eco dell’iscrizione di Inferno III: «There was no hope»; e The Dead, l’ultimo, termina con una visione dell’Irlanda congelata che è metamorfosi di Cocito:” Perch’io mi volsi e vidi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d’acqua sembiante”.

Anche lei non scherza con Dante . Nel suo racconto , “ Dante e l’aragosta”, c’è già tutta la sua poetica. Belacqua , figura dantesca, non riesce a buttare l’aragosta viva nella pentola, perché gli sembra una cosa orrenda; ma alla fine si limita a guardare la zia che ,sorridendo, l’ha butta nell’acqua bollente . E poi pensa: «Beh, in fondo è una morte rapida ». Al che il narratore replica l’agghiacciante conclusione con tre monosillabi:
«Non lo è».
E poi l’inferno dantesco lo ritroviamo in molti dei suoi personaggi, anzi in quasi tutti, anche in quelli come Winnie che vivono “ Giorni felici”. Cosa vuol dire con questa sua commedia? Beati siano i frivoli , gli ingenui , gli ottimisti, perché saranno sepolti vivi? Sembra una battuta alla Joyce !

3. Didì e Gogò

Non amo spiegare le mie opere , e non per presunzioni intellettualistiche, ma perché quel che hanno da dire lo dicono di per sé, non hanno bisogno di esegesi. Comunque non mi paragoni a Joyce , che è un artista che tendeva all’onniscienza, all’onnipotenza , uno che conosceva diciotto lingue , tra antiche e moderne , mentre io lavoro con l’impotenza e l’ignoranza. E poi a dirle la verità le nostre conversazioni erano fatte di silenzi, silenzi soffusi di tristezza, malinconia. Lui sedeva nella sua posizione abituale, con le gambe incrociate, il piede della gamba superiore sotto il collo di quella inferiore, e io lo imitavo; era il mio maestro, come Virgilio per Dante . Certe volte mi faceva domande tipo: “Come poteva l’idealista Hume scrivere una storia? , ed io , “E’ una storia di rappresentazioni, maestro”. E lui non rispondeva nulla. Beveva un wisky dietro l’altro e rimanevamo per lunghi tratti in silenzio senza dirci una parola.

Un po’ come fanno talora Didì e Gogò, i personaggi di “Aspettando Godot”, in cui si avverte la sua predilezione per le comiche del cinema muto e il music-hall. Senta, Maestro, ora ce lo può anche dire: chi è Godot?

Se lo sapessi lo avrei scritto. Glielo ripeto: i miei testi dicono tutto, non hanno bisogno di esegesi. Non lo so veramente chi è Godot. Forse anch’io lo sto ancora aspettando.

4. Respiro

Tutta la sua opera è percorsa dall’idea di una condizione umana segnata dalla sofferenza e dall’assenza di senso della vita stessa. La possibilità che la vita possa offrire alternative alcuna alla sofferenza – cioè l’amore o il piacere – per lei semplicemente non esiste ?

No comment.

Negli anni ’70 , lei mette in scena “Breath” , Respiro, una commedia senza attori , che dura esattamente trentacinque secondi , e si basa esclusivamente sul vagito di un neonato. Con questo respiro lei ci vuol dire che la vita è solo un respiro compreso tra il grido della nascita e quello della morte?. O che la vita è uno sbadiglio cosmico, o , meglio, comico?

No comment.

Del resto in un mondo così disperatamente negativo, con una solitudine lunare, lei non poteva aspirare altro che al “ Silenzio” . E ci è riuscito. Ha raggiunto la perfezione del suo teatro. Poi , però, ha continuato a scrivere. Perché?

Per me scrivere è solo una condanna, credetemi . Ma non mi confondete coi Molloy, Malone, Moran , l’Innominabile , ect, sono soltanto dei fantocci, non sono io. Io non voglio farmi trasportare nel carrettone delle mie creature. Questa voce che parla , sapendo di mentire , indifferente a ciò che dice , esce da me, mi riempie , schiamazza contro le mie pareti , ma non è mia , io non posso fermarla. Io sono solo un niente che sente e pena.

5. Manicomio

Caro Maestro, io credo che la sua maniera di fare arte, la sua eccezionale oserei dire mostruosa capacità inventiva , la sua magnifica scrittura ,tutta la sua opera sia al confine con i muri del manicomio e delle cure psicanalitiche . La sua opera è ossessiva, è triste, è maniacale , è folle , ma anche eccezionalmente pura. Forse è per questo che le hanno dato il Nobel , anche se la motivazione lascia perplessi.
“ Nel regno dell’annientamento , l’opera di Samuel Beckett si leva come un “Miserere” dell’umanità tutta, poiché la sua tonalità in sordina suona come una liberazione degli oppressi e conforto per coloro che sono nel bisogno”.
Lei ritiene di aver dato conforto a qualcuno?

Ma no, ma no. Io il Nobel non l’ho mai desiderato, né accettato. E’ stato un fastidio intollerabile per me; tutta quella turba di giornalisti, inseguimenti, flashes, sembravo un ricercato. Erano crudeli . Mi vennero a cercare anche in Tunisia dove m’ero rifugiato a cercare silenzio e solitudine. Io sono stato depresso da sempre e non credo di aver mai dato conforto a nessuno anzi. L’unica cura è stato il teatro, è stata la mia terapia il teatro , e io ancora oggi non capisco perché abbia avuto successo . Le confesso che non lo avrei mai immaginato.

6. Fallimento

Forse ha avuto successo per il suo gag farsesco , e quel meccanismo onirico dell’agonia che si manifesta attraverso il grottesco. Si ride per disperazione. L’arte è l’apoteosi della solitudine ? Che significa essere artista?, qual è il fine ultimo della scrittura?

Essere un artista vuol dire fallire, come nessun altro osa fallire ; questo fallimento è il suo mondo , ed evitarlo vuol dire diserzione … Più dura lo sforzo artistico più ti porta ineluttabilmente nelle profondità spirituali interiori , in cui la parola si contrae sempre di più, finché arrivi al massimo della contrazione in cui la solitudine e la profondità non sono più sopportabili, ed ecco che tutto ciò che rimane è una specie di stenografia arcaica , la “rune” della disperazione .

E tutto ciò lo troviamo in “Ceneri”, la concentrata affermazione drammatica delle difficoltà di essere uno scrittore , in cui ti chiudi sempre più nel tuo universo solipsistico. La sola realtà esterna è il rumore del mare , che non puoi tollerare ma da cui non puoi nemmeno fuggire , un basso continuo che ti tormenta. E quel rumore del mare , quella scia di violini flauti contrabbassi sabbia voci morte foglie e rumore d’ali che forma la risacca. Ma quella vita che si sta spegnendo, quella “cenere” del mare non è forse anche la nostra cenere, come ribadiscono anche Didì e Gogò?

Senti tutte le voci morte?/Che fanno un rumore d’ali? Di foglie , direi.
Di sabbia! Di foglie/ Direi piuttosto che bisbigliano/Che mormorano/
Fanno un rumore come di piume/Di foglie/Di ceneri/Di foglie/Di ceneri/
Allora andiamo?
Andiamo.
(Rimangono immobili)

16 pensieri su “Un omaggio teatrale a Samuel Beckett

  1. Grazie, Giorgina. Ci sarai vicina col pensiero. Purtroppo non sono moltissime le persone conquistate dal fascino unico del teatro beckettiano. Io personalmente ricordo di aver assistito , a Gallipoli, ad una primissima ( per quelle zone) di “Finale di Partita”, con attori di primo piano nel campo teatrale ( Tedeschi, Pistilli etc) e sentire, poche file avanti a me, il russare continuo e incessante del Sindaco della città, che era un avvocato e ritenuta persona di buona cultura. Insomma lo spettacolo lo fece lui, quella sera. Un’interpretazione davvero memorabile.
    Un abbraccio forte
    Augusto

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  2. Mi trovo costretta ad una errata corrige:
    “Godot e il rumore del mare”
    verrà messo in scena il 30 novembre 2013……… ma se vorrete anche nel 2014 !
    Grazie, Augusto, grande e unico come sempre.
    Valeria

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  3. Gentile Augusto,
    lo “spettacolo nello spettacolo” è davvero un’offesa per Beckett.
    Io ho avuto la fortina, in altri tempi, di vedere a teatro, con attori di grande pregio che tu stesso indichi e con altri di pari valore, tutte le opere del grande e non sempre compreso Beckett.
    E’ vero che non sono opere “leggere” e divertenti, ma il vero teatro deve far pensare, non solo ridere. “Finale di partita” suscita angoscia e “L’ultimo nastro di Krapp” .non è da meno. Che dire di “Giorni felici”? Ma forse “Aspettando Godot” è l’opera più nota e più spesso rappresentata anche in tempi recenti.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  4. Anche io ho un ricordo teatrale di Beckett, della tragicommedia di Waiting for Godot. La trovo davvero attuale ed emblematica della condizione dei giorni odierni.
    Un augurio di cuore per il recital, sperando di poterci essere.

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  5. Il piacere di poter offrire il mio contributo nell’ambito dell’attività teatrale di Augusto Benemeglio si concretizza soprattutto nell’indubbio accrescimento culturale che ne ricavo. Ammetto ad esempio che, nel caso di Beckett, prima di leggere questo “Godot e il rumore del mare”, il mio unico approccio con il drammaturgo irlandese consisteva nell’aver assistito alcuni anni fa a “Giorni felici”.
    Si trattava dell’evento “Roma per Giorgio Strehler”, con il quale il Teatro Eliseo riproponeva alcuni storici allestimenti del Piccolo di Milano, tra cui “Arlecchino servitore di due padroni” con Ferruccio Soleri e, appunto, “Giorni felici” con Giulia Lazzarini. Nel cercare di documentarmi un minimo sia sul testo che su quella famosa regia, lessi che Strehler aveva voluto sottolineare, senza una parola in più ma con accento gestuale, la volontà di vivere fino all’ultimo della protagonista; che i critici tedeschi avevano mostrato grande meraviglia per questo “ottimismo” conferito alla risaputa disperazione di Beckett; che lo stesso autore aveva scritto alcune righe al regista, curioso di vedere il suo allestimento. Nel leggere tutto ciò, ricordo che le mie perplessità sfioravano l’ironia, incredulo che un intero testo teatrale potesse mutare di significato solo con l’aggiunta di un gesto. Quando però vidi lo spettacolo, mi fu evidente la genialità di Beckett, il fascino claustrofobico della sua opera, ma anche la grandezza di Strehler, capace, senza apparenti variazioni, di incidere direttamente nel DNA di “Giorni felici”.
    Naturalmente, a fugare ogni dubbio riguardo alla disperazione dei suoi personaggi, pensò lo stesso Beckett con quelle poche righe scritte a Strehler: “Effettivamente, i miei personaggi, in un modo o nell’altro, vogliono sempre affermare la vita …. e questa, probabilmente, è la peggiore delle condizioni possibili”.

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  6. Cara Giorgina,
    Cara Giorgina, diceva Cesare Garboli che “sopportiamo la rivelazione di esistere solo a intervalli, in rari , misteriosi momenti…Il teatro è uno di questi momenti. Quindi sottoscrivo pienamente il tuo pensiero ( il teatro non solo deve far pensare, ma deve , in certi casi, rivelare noi stessi, quel che abbiamo nelle profondità più recondite, e portarlo alla luce, ed è questo il caso di autori come Beckett, Pinter, etc. E prima di loro Ibsen, Shaw, Cechov , Pirandello, tutti diversi l’uno dall’altro , ma tutti autori che in qualche modo ci rivelano che noi “esistiamo”.
    Un abbraccio
    Augusto

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  7. Caro Clown,
    intanto grazie per la tua preziosa entusiastica e ” faticosa” ( questo va sottolineato al massimo grado) collaborazione. Fare continuo esercizio da trapezista , o equilibrista tra ideazione scenografica, luci, fonico, non è da tutti, e farlo come lo fai tu accresce quel tasso di spettacolarità che è indispensabile all’azione teatrale dove – talora – è necessario sedurre lo spettatore fino alla riflessione, e lo si fa creando delle atmosfere ad hoc, con scenari suoni e luci , dove si canta lo spazio, e ci sono incontri, iati o fasci di luce che ci trasformano , diventano opera di magia , dove ogni pausa di buio può essere schiarimento, e lo spazio un idioma colorato, Bisogna essere artisti per fare tutto ciò.
    Grazie ancora.
    Un abbraccio
    Augusto

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  8. Cara piccola grande Pam,
    se verrai sarò ( saremo, siamo in molti a conoscerti) felicissimi. Ti prometto che vedrai almeno un frammento ( anzi sono tre) di Godot, e ci sarà la tua amica Vale, insieme a Marcello, che ti faranno …ridere e piangere.
    Un abbraccio
    Augusto

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  9. Caro Augusto,
    ti ringrazio molto perché hai scritto al posto mio ciò che penso del teatro “vero”, cioè degli autori recenti che “fanno pensare” nel senso che dici tu.
    Io torno più indietro nei secoli e affermo che da Eschilo in poi questo è il compito del teatro: farci scendere o scavare nelle profondità dell’animo per ritrovare o scoprire “ex novo” noi stessi con i nostri vizi, le virtù, i “tic”, i pregiudizi e le passioni, per raggiungere la nota catarsi aristotelica o la comprensione della vita/esistenza anche nella sua assurdità.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  10. Le opere di Eschilo rivelano una concezione etica salda e precisa di cui si è persa quasi ogni traccia nella nostra società. Nel suo periodo, ( 430-450 a.c.) Atene assumerà sempre più il ruolo di città della democrazia , baluardo della libera Grecia contro la sete di conquista dei persiani. In questa luce, il protagonista di Eschilo diventa “pienamente” tragico: non è più il mortale in balia di forze di fronte alle quali è del tutto impotente, ma l’uomo consapevole , sottoposto da un lato al dominio della necessità, dall’altro responsabile delle sue scelte, e quindi, in caso di “caduta”, pienamente colpevole. Il conflitto, come vedi, è essenzialmente etico. Oggi simili uomini – e non parlo solo di Berlusconi, sarebbe come sparare sulla crocerossa – non li trovi più da nessuna parte, almeno tra quelli che dirigono e hanno potere.
    Un abbraccio
    Augusto

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  11. Sono amareggiata di non potermi godere questo spettacolo; solo tu, Agusto, potevi incatenare argonmenti che nel Godot restano sottotraccia e donarci una riflessione non banalizzante sull’esistenza e sul vivere. Ti auguro successo anche se so se non è cibo per voraci pirana e pacifiche alici.
    Narda

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  12. Rivambio l’abbraccio, caro Augusto e ti ringrazio per la bella lezione sul teatro greco
    Sai in che cosa mi sono laureata?
    In lettere classiche con specializzazione nel teatro classico.
    Ciò che tu dici così bene era il mio “pane quotidiano”.
    Giorgina .

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  13. Cara Fattorina,
    sono contento che tu abbia – come dire? – intuito pienamente i motivi per cui ho fatto questa difficile scelta, rischiando ( per fortuna è andata bene anche in quel senso) di avere il teatro vuoto ( non puoi dare alla gente solo concetti, o costringerla a farla guardare dentro di sé , nelle profondità più recondite dove magari non è detto che ci siano solo mostri , ma anche paesaggi nuovi e straordinari, Ma è come costringerla ad andare dal dentista quando ha i denti a posto) .Devo dire d’essere stato molto aiutato dalle coreografie e dai danzatori, anche se forse erano più pirandelliane che beckettiane ( una scena in cui i personaggi si ribellano all’autore, di pura fantasia), ed anche dalla scelta ad hoc dei frammenti da recitare ( Un conto è sentirti due ore di monologo, foss’anche anche Anna Proclemer di Winnie in “Giorni Felici”, un altro averla in due spezzoni di cinque minuti l’uno). Alla fine ( e questo ti parrà incredibile), la gente si è anche divertita(sic!). Un abbraccio.
    Augusto

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  14. Cara Giorgina, sai quante volte mi è venuto in mente di fare un profilo di Eschilo, che visse a lungo anche in Sicilia ( morì a Gela) , alla corte di Ierone di Siracusa ed entrò in contatto con i circoli pitagorici, e magari parlare dei suoi personaggi, in primis Clitennestra , stupendamente delineata nella sua determinazione e nella profondità dei sentimenti… E poi ho pensato a Edipo Re e Antigone di Sofocle. Ma a parte le resistenze “feroci” da parte di tutto il mio “Gruppo” , credo che una vita sia troppo poco per poter fare tutte le cose che ci interessano , basta si è no per conoscere uno solo di questi fari dell’umanità.
    Un abbraccio
    Augusto

    "Mi piace"

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