Tre bei modi di sfruttare l’aria

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di Nadia Agustoni

La nuova raccolta di poesia di Francesco Balsamo,Tre bei modi di sfruttare l’aria (Forme Libere 2013), ha un incipit che si imprime: “dedicato a quei miracoli / detti fra noi, / quelli di cui avremo cura – / dedicato a qualcuno / che si dedica a qualcun altro…/ (9). Se alcuni versi decidono una poetica questo è uno di quei casi ed è un caso felice. Balsamo è autore colto, ma la sua cultura ci arriva filtrata dalla sensibilità di una persona che si affida alla parola senza farne un totem. Per questo le sue immagini ci raggiungono anche dove potremmo essere presi dal dubbio: “e mi parli dalla cometa delle mani” (19).

Scrittura ariosa, in cui la visionarietà non dà risposte, ma crea spazio ulteriore dove le parole, scelte con cura, conducono a un tempo che sta negli orologi, ma discosto dalle lancette, mentre il cielo sa “sillabare l’azzurro e il bianco” (20). E’ la trasparenza di cose minime che intesse il discorso di Balsamo. L’autore scrive senza drammaticità, ma lasciando la parola a un gioco apparente e a una scorrevolezza notevole dove rimane forte un non detto che non è propriamente oscuro, solo affidato alla paziente decifrazione di una grammatica che ci soccorre con le sue armonie interne. “([S]e accosto l’orecchio / un muro è un giorno di dio/…)” (27) e quel “dio” in minuscolo è forse quel significato che Antonio Porta chiamava amore di Dio. Pensare a un Dio vicinissimo e pensarlo per noi, dà una qualità nuova allo stesso sentire: “dio sonnolento / tratteggiato come un ramo / coperto dalla neve” (41).

Il gioco col tempo, in queste pagine, continua fino ad una verticalità che riesce a trovare negli oggetti e nel proprio fare la trama di un discorso:

arriviamo spesso in

anticipo

e sediamo nei quaderni.

dei giochi che fa una candela

il mio preferito

è la moscacieca dell’ora

(49)

La vita che “chiudiamo a penna” (50) ci parla di quello che non abbiamo e di quello che abbiamo: “ho troppi / grilli / in una penna”.(51) e rimane quasi il senso di qualcosa che tiene libero lo spazio, tra l’accadere e l’accettare il semplice fatto dei grilli, la loro presenza ambivalente e pensiamo al grillo di Pinocchio, grillo saggio, ma anche al cantare inesausto del grillo, il rischio di sperpero della voce, un eccesso di vita. Una poesia, scrive Balsamo, è “il compasso del no / per il cerchio del si” (56).

Se “io ci lascia”, l’io certo di sé, è perché non presiede più al fare incerto e faticoso del tempo dove servirebbe un “atlante del buio… / l’insonnia rispettosa del sonno…” (61).

L’aria è un elemento onnipresente in queste poesie, ed è un soffio oppure aria di temporale che ci avvicina a un mondo in cui “sfreghiamo una frase / con una frase…” (81) e c’è qualcosa di rarefatto in questo percorso, in queste strade e abbracci, in queste “ mappe di vie traverse” (82).

La natura e l’urbanità fanno capolino insieme “un tram di foglie…” (88) o “un sasso aperto come un libro” (90). Così il viaggio di ritorno (non sappiamo da dove per dove) è un tornare al passo che abbiamo, a una luce che è “il rosa di provincia a un estremo della carta” (94), ma senza dimenticare che la storia fa trattenere il respiro e urta sempre la pagina che scriviamo con i suoi segni “il dopoguerra ronzante di Prussia / e Germania…/ (94).

Segni naturali sono invece quelli che introducono nel libro l’accento di una fine, quell’intuizione di un termine che a tratti ci raggiunge e raggiunge l’autore quando può “(sillabarecolbaccanodegliuccelli / la mia morte) (100).

Nel tema della candela si legge invece un bisogno di chiarezza, di trasparenza, ma anche lo stesso consumarsi del fuoco che l’aria alimenta per tutto dissolvere: “ci sono riuscito / adesso la testa / è una costola dell’aria “ (111), perché staccarsi è il viaggio e rimanere presenza è “ la città di rame degli occhi” (122).

Giampaolo De Pietro nella sua postfazione al libro dà indicazioni utili a capire certe immagini di Balsamo, che è anche disegnatore e pittore. In molte poesie Balsamo ha quel tratto a matita (certi versi mi hanno fatto pensare al Milo Manara che disegna per Fellini con quella tensione tra finito e infinito) e si coglie un senso del fare nell’accezione però di homo faber.

E’ per tutto questo che le immagini evocate sembrano sparire e riprendere vita come se la parola trovasse il proprio naufragio, ma senza paura e toccando aria e terra per farsi confine, quel punto d’incontro.

 

*

gli animali invernali delle mani

che chiedono il pane dei vetri

gli animali degli inverni

delle mani

che chiedono solo

il pane dei vetri.

*

la mia vita

di spalle,

acquattata

sulla pazienza

di una vecchia sedia,

e la nuca (è la nuca),

pagina dopo pagina.

*

dal mio palmo

di bisogno

scrivo,

il bianco del non lavoro,

due soli movimenti,

con la fine fune della neve.

*

dio sonnolento

tratteggiato come un ramo

coperto dalla neve

al momento

occupa due sedie

ai due estremi di una pregheria

*

d’inverno

a nord del letto

ai due estremi del cuscino

insegue

la lepre del sonno.

3 pensieri su “Tre bei modi di sfruttare l’aria

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