Guido Michelone intervista Luigi Guelpa

Guelpa in Africa
Luigi Guelpa, quarantenne, livornese (nel senso di Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli), è da annoverare tra gli scrittori ‘sportivi’ più famosi a livello nazionale, avendo pubblicato cinque libri dagli argomenti molto particolari: ‘Un manicomio tra i pali. Portieri con la camicia di forza’ (2007), ‘Da Marrakech a Baghdad. Viaggio nel calcio di Allah’ (2008), ‘Il tackle nel deserto. L’altro volto del mondo arabo visto attraverso un pallone’ (2009), ‘L’Africa nel pallone. Taccuino di viaggio verso il mondiale sudafricano’ (2010), ‘Super Mario Balotelli. La biografia del talento più ammirato e discusso del calcio italiano’ (2013) trattano tutti, quasi in forma positivamente romanzata (o comunque non in maniera saggistica, bensì con la passione di narrare storie vere) del football in Asia o in Africa, compreso anche l’ultimo testo, dove un ragazzo di colore di umili origini è ormai un fenomeno mediatico internazionale, oltre essere un grande attaccante del Milan e della Nazionale italiana (e prima ancora dell’Inter e del Manchester City, con cui ha vinto moltissimo).

Così, a bruciapelo chi è Luigi Guelpa?

Un sognatore innamorato del suo mestiere.

Perché un libro su Mario Balotelli proprio ora?

Perché è un personaggio dispari, l’unico che può perpetuare la speranza laica del titolo mondiale.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare uno scrittore di sport?

Lo sport è il pretesto per raccontare uno spaccato di società e cultura dei popoli nei quali mi imbatto.

E in particolare di storie di sport extraeuropeo?

Adoro raccontare mondi scarsamente rivelati al grande pubblico, come l’Africa nera e il Medioriente. Territori che ho imparato ad amare nei miei viaggi.

Ma cos’è per te scrivere?

Terapia allo stato puro. La fuga dalla depressione, assieme a un buon bicchiere di Martini bianco.

Ti senti più saggista, narratore, reporter o giornalista?

Sicuramente una via di mezzo tra il reporter e il giornalista. Ma anche, come dico spesso scherzando, mi sento un domatore di parole.

Tra i libri che hai scritto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

‘Il Tackle nel Deserto’, mi ha regalato il premio Selezione Bancarella Sport e una buona notorietà. Utilissima per la mia professione da freelance.

E tra i libri che hai letto quale porteresti sull’isola deserta?

Tutti quelli di Manuel Vazquez Montalban, se poi devo sceglierne uno dico “Il Centravanti è stato assassinato verso sera”.

Quali sono stati i tuoi maestri nella cultura e nella vita?

La mia professoressa di lettere al Liceo Classico, Valeria Botti. Una donna straordinaria.
Un maestro? Vorrei essere come Daniel Auteuil, il mio attore preferito, ma anche un uomo di cui ammiro lo stile, la saggezza e la cultura.

E i giornalisti e scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Tra i giornalisti stravedo per Giulio Borrelli, un gentleman sotto tutti i punti di vista. Ho avuto la fortuna di iniziare con Fausto Biloslavo, ottimo reporter di guerra. Da maestro a collega sui fronti caldi del Medioriente e dell’Africa. Non male. Scrittori dico Vazquez Montalban, Henning Mankell, ma anche Vasco Pratolini, Pier Paolo Pasolini e Dino Buzzati.

Qual è per te il momento più bello della scrittura?

Quando cesello dopo la prima stesura. Mi illudo di essere lo scultore che tira fuori l’opera dalla materia grezza.

Come vedi la situazione della cultura a Vercelli?

Oligarchica, sequestrata da un campanilismo da cortile.

E più in generale della cultura in Italia?

Gli investimenti sono scarsi. Ci sono nazioni che sanno vendere quel poco che hanno in maniera straordinaria. Noi siamo sempre in affanno ad inseguire.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?

La storia romanzata del più grande evento sportivo di tutti i tempi, Rumble in the Jungle. Ali contro Foreman a Kinshasa, 40 anni dopo. Uscirà in primavera. Ovviamente partirò a breve per l’ex Zaire.

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