Vivalascuola. “Se non ti piace obbedire, cambia lavoro”

Presentiamo in questa puntata di vivalascuola le voci di Flavio Maracchia, Andreana Deledda, Giordano Mancastroppa, docenti fatti oggetto di sanzioni disciplinari da parte dei dirigenti scolastici perché colpevoli di aver difeso la libertà d’insegnamento dalle pretese e dall’invadenza delle prove Invalsi. E le riflessioni di Cinzia Olivieri sullo svuotamento degli organi collegiali, di Vincenzo Pascuzzi sul sistema Invalsi, di Roberta Roberti sul sentire oggi diffuso nelle scuole. Sono casi paradigmatici dell’obiettivo perseguito dagli ultimi governi: ridurre la residua democrazia nelle scuole-aziende rafforzando il potere dei dirigenti-manager. “La mia scuola è un luogo senza parole“, dice Roberta Roberti. Ed è storia che prosegue in queste settimane: prima la notizia di una legge delega rivolta a rendere solo consultivi gli organi collegiali, poi le reazioni e le proteste del mondo della scuola, poi l’annuncio del Miur: il contenuto della legge delega diffuso “è superato“: “superato“, non “negato” e non “abolito“. “È bene che tutta la scuola stia in ascolto…” (qui)

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 33)

Invalsi, sanzioni disciplinari e poteri del dirigente scolastico: un caso paradigmatico
di Giordano Mancastroppa (Scuola Corazza, Parma)

Presento questo caso, esperienza da me vissuta tra maggio e novembre 2013, per analizzare lo stato della democrazia scolastica reale, in merito al rapporto tra poteri dirigenziali ed autonomia scolastica.

Maggio 2013 – Prove Invalsi: come ogni anno, ci ritroviamo di fronte alle famose prove. Nei giorni precedenti alla somministrazione, con 21 colleghi sottoscriviamo un documento critico nei confronti delle prove e dell’influenza che queste stanno assumendo nella scuola. Il documento trova spazio sulla stampa locale.

Personalmente, trovo coerente oppormi al “sistema di valutazione Invalsi obiettando alla somministrazione e correzione delle Prove, così come tanti altri docenti in Italia. Il Dirigente Scolastico mi consegna un ordine di servizio che mi ordina di tabulare le prove.

Io obietto, non eseguendo l’ordine di servizio.

Giugno 2013 – La memoria difensiva: Di fronte alla contestazione di addebito disciplinare del Dirigente, produco una memoria difensiva molto articolata, con l’aiuto di colleghi e sindacalisti, che hanno collaborato in tutt’Italia, grazie alla rete creatasi in questi anni.

La sanzione disciplinare: Nonostante la mia memoria difensiva porti una decina di argomenti che giustificano la richiesta di archiviazione del procedimento, allegando anche quantità di situazioni in cui Dirigenti Scolastici hanno operato in questo senso, il Dirigente della mia scuola mi consegna il 27 giugno la sanzione disciplinare.

Gli interventi pubblici e le lettere di protesta: Di fronte alla sanzione disciplinare senza motivazioni a sostegno e senza spiegazioni rispetto alle evidenti contraddizioni presenti nelle scuole italiane, produco una serie di dichiarazioni su stampa e lettere pubbliche.

Il caso viene ripreso anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata dalla sen. Gambaro, sollecitata dal sindacato GILDA.

Settembre 2013 – L’intervento dell’ASAPA: Evidentemente la visibilità pubblica di un docente “obiettore INVALSI” dà molto fastidio ai dirigenti scolastici della Provincia di Parma, che approvano un documento all’unanimità all’interno dell’assemblea dell’ASAPA (Associazione delle scuole autonome di Parma) e diffondendolo poi attraverso un’intervista del Presidente sulla stampa locale.

L’approvazione della lettera e le dichiarazioni pubbliche ci paiono assolutamente sconcertanti, per vari motivi:

  1. I Dirigenti scolastici si coalizzano in modo corporativo, uscendo in modo assolutamente discrezionale dai loro compiti di rappresentanza.
  2. Nel loro intervento, i dirigenti scolastici richiamano al rispetto delle leggi, quando è chiarissimo che queste leggi sono molto contraddittorie ed applicate in forme totalmente discrezionali nelle varie scuole
  3. Viene utilizzata un’associazione di scuole autonome come organo para-sindacale di rappresentanza e difesa collettiva dei Dirigenti scolastici.
  4. Nel documento si attacca in modo assolutamente personale il docente, accusandolo di “fare il martire” e di interpretare in modo scorretto la libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione.

La richiesta di intervento da parte degli organi istituzionali: A questo punto chiediamo ai Dirigenti dell’USR Emilia-Romagna e dell’UST di Parma un incontro o un pronunciamento pubblico sulle contraddizioni emerse e sul ruolo dei Dirigenti Scolastici in questi attacchi pubblici, rispondendo nel contempo all’ASAPA sui contenuti del loro intervento.

La stampa non pubblicherà mai la lettera, né riceveremo mai risposta. Anche l’FLC-CGIL di Parma si esprime attraverso un documento approvato dal direttivo provinciale, sollecitando chiarezza nel merito.

La risposta del dott. Versari: A fine ottobre finalmente arriva una risposta da parte del Dirigente dell’USR Emilia-Romagna, dott. Versari, che sostanzialmente si lava in modo pilatesco le mani.

Con riferimento alla nota del 30/6/2013…, con cui la S.V. solleva eccezioni in merito al provvedimento disciplinare irrogato alla S.V. medesima dal Dirigente scolastico della direzione didattica in oggetto, si comunica che ogni vizio di carattere procedurale e di merito concernente l’irrogazione della predetta sanzione potrà eventualmente essere rilevato esclusivamente nelle competenti sedi giudiziarie

Nessun accenno né nessuna risposta in merito all’intervento pubblico dell’ASAPA, nessuna risposta in merito alla difformità di comportamento dei Dirigenti sulla correzione delle Prove e sulla loro obbligatorietà vs. retribuzione, ecc.

Le scuole sono autonome ed i Dirigenti hanno completa autonomia, è la risposta.

Annessi e connessi: Nel frattempo, il Dirigente della mia scuola non mi rinnova nell’incarico di vicario e si rifiuta di assegnarmi incarichi nella gestione multimediale, in modo assolutamente immotivato. Sugli incarichi di gestione multimediale retrocederà soltanto di fronte alla minaccia di cause legali e alla mobilitazione di buona parte dei colleghi.

Che riflessioni trarre da questa catena di eventi:
Il dissenso è visto come un pericolo. Di fronte alla protesta o alle prese di posizione pubbliche, gli argomenti non contano più nulla: conta soltanto la minaccia all’ordine costituito. Non importa se tale ordine non è supportato da una legislazione coerente e da ragioni valide nel campo didattico e pedagogico.

  • I dirigenti scolastici si sentono attaccati e reagiscono con autoritarismo e spirito corporativo. Tanto poco si sentono tutelati dai loro organismi superiori, tanto più attaccano i loro sottoposti, facendo vedere chi comanda.
  • Le autorità istituzionali (USR, UST, Ministero in senso ampio) si tengono ben alla larga dal fare chiarezza, preferendo appoggiarsi all’autonomia dirigenziale, come alibi.
  • Pochi docenti si rendono conto del pericolo di un sistema che non prevede forme di equilibrio e di gradi di appello, di fronte a sanzioni disciplinari o abuso di potere. Un sistema che incardini nel Dirigente Scolastico chi emette l’accusa e chi eroga la sanzione, senza possibilità di appello ad un organo superiore, contiene enormi pericoli, per la discrezionalità e le possibili distorsioni e ritorsioni che tutto ciò permette.
  • Nonostante alcune sentenze indichino che i poteri Dirigenziali nel campo scolastico non possono eccedere alcuni livelli, vi è un enorme pericolo dietro l’assoluta personalizzazione dell’autorità e dei suoi aspetti sanzionatori.
  • Attualmente i ricorsi contro provvedimenti dirigenziali sono possibili soltanto in sede giudiziaria (giudice del lavoro, giudice di pace, TAR, ecc.). I costi di tali procedimenti e la loro tempistica rendono pressoché proibitiva tale strada per la maggior parte dei docenti, se non attraverso un patrocinio legale da parte di un sindacato che ne assuma i costi ed i rischi.

Riflessioni finali: Non saranno certo né le sanzioni disciplinari, né gli obblighi di servizio a far trionfare l’INVALSI nella pratica pedagogica, né a decretarne il suo annullamento.

Vi saranno modifiche sostanziali dell’attuale quadro scolastico solamente quando si salderanno le “buone pratiche”, l’analisi critica e la coscienza collettiva di docenti e genitori, inserite in decisioni politiche coerenti.

Purtroppo i segnali che provengono dalla politica, attraverso l’approvazione frettolosa del sistema nazionale di valutazione e la proposta di legge delega avanzata la scorsa settimana in merito alla governance scolastica, vanno in direzione assolutamente contraria a quanto da noi auspicato.

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La mia scuola è un luogo senza parole
di Roberta Roberti

Insegno da 22 anni nelle scuole superiori. Ho avuto la fortuna di incontrare tante persone che mi hanno aiutata a crescere come insegnante. Fra queste, sicuramente devo annoverare alcuni presidi, uno in particolare, che mi hanno aiutata a comprendere il senso profondo del mio mestiere e il valore della relazione didattica. Con loro mi sono spesso scontrata, talvolta in modo duro. Ma quella dialettica serrata aveva una sua ragion d’essere, visto che si condivideva l’idea che il confronto ci avrebbe portato ad agire nel migliore dei modi per un obiettivo comune: fare una buona scuola e occuparci del benessere degli alunni e di tutta la comunità educante.

La sensazione più evidente che provo oggi camminando nei corridoi della mia scuola è di un luogo senza parole. L’afasia è figlia della rassegnazione prodotta da anni e anni di riforme, provvedimenti, annunci, minacce e tagli che hanno indotto nei docenti, negli studenti e nei genitori la netta sensazione che qualunque decisione sia già stata presa prima ed indipendentemente dal loro parere.

Non è una sensazione piacevole, perché fa sentire inutili, disarmati, e crea in ciascuno la tensione tipica di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perso tutto e il massimo che può fare è tirare avanti amareggiato e deluso. Insomma, non esattamente il clima ideale per un luogo d’apprendimento.

E’ paradossale che a fronte di una corsa all’oggettività, si lasci tanto spazio all’arbitrio: arbitrio dell’InValSi, arbitrio del ministero, arbitrio dei dirigenti. Ma se noi ci comportassimo allo stesso modo in classe coi nostri studenti, che cosa ci direbbero?

In questa situazione gli organi collegiali, che dovrebbero essere garanzia di una dialettica democratica all’interno delle nostre scuole, sono ovviamente in una crisi drammatica. Studenti, docenti e genitori non possono che constatare quotidianamente che ormai le scelte sono state già fatte altrove e le votazioni o i pareri richiesti sono assolutamente inutili ai fini di un possibile cambiamento. Ciò che resta dei decreti delegati è solo un simulacro della democrazia, un esercizio ipocrita che vorrebbe rendere tutti complici di un disastro annunciato, la crisi della scuola pubblica italiana.

I dirigenti scolastici portano le questioni in collegio docenti e chiedono di votarle. Ma il voto è evidentemente e soltanto una pura formalità: a fronte di un qualsiasi guizzo d’orgoglio, la risposta è che la scuola è obbligata a fare certe cose e seguire certe direttive. Allora perché votare? Perché avvallare con la mano alzata decisioni prese altrove contro le quali non è possibile agire alcuna reale autonomia di scelta?

Lo stesso accade nei consigli d’istituto, dove i rappresentanti eletti da studenti, docenti e genitori si ritrovano a prendere atto di decisioni calate dall’alto, presentate come ineluttabili, imposte d’arbitrio talora giocando sulla mancanza di conoscenza delle normative in continuo ed inarrestabile cambiamento, talora sullo spauracchio del commissariamento, che farebbe finire la scuola su tutti i giornali, producendo cattiva pubblicità.

Ci si sente così impotenti di fronte a questioni che stanno snaturando la scuola: i test InValSi, i BES, la dematerializzazione con il registro elettronico, il dimensionamento degli edifici scolastici, tanto per fare qualche esempio, sono imposizioni alle quali non abbiamo modo di opporci, neppure se si dimostra palesemente che producono danni irreversibili alla qualità della scuola. Insomma, bisogna obbedire. E il dirigente si fa portavoce di questa necessità. Credere, obbedire, combattere: in che cosa non si sa, di volta in volta ce lo diranno e a noi semplicemente converrà adeguarci, altrimenti…

Altrimenti cosa può accaderci? Non lo sappiamo. In questa atmosfera kafkiana, la legge non c’è nella sua dimensione equa e oggettiva, esiste piuttosto l’arbitrio, la discrezionalità nell’interpretare il groviglio di norme che la creatività ministeriale produce senza sosta, spesso in contrasto le une con le altre, tanto per non farci annoiare mai e lasciarci nel dubbio sempre di più.

I contenziosi tra docenti e dirigenti sono un esempio eclatante di quanto questa situazione sia voluta: i dirigenti sono difesi dall’avvocatura di Stato, i docenti devono invece pagarsi un legale che li accompagni all’udienza in tribunale. I sindacati sono paralizzati dalla stessa afasia, aggravata dal fatto che si ritrovano spesso a dover rappresentare le due controparti contemporaneamente. Ma si è mai visto un Marchionne iscritto alla Fiom come i suoi operai?

Ed è veramente triste realizzare quotidianamente che i dirigenti scolastici, specie quelli di nuova generazione, figli dei quiz tarati sulla scuola modello Berlinguer-Moratti-Fioroni-Gelmini-Profumo-Carrozza, più realisti del re applicano normative e circolari a prescindere. Sono insensate? Pazienza. Ipse dixit.

Vedono nei docenti e nei genitori non un sostegno prezioso, ma degli antagonisti pericolosi, che potrebbero mettere in dubbio la validità delle direttive e opporsi alla loro applicazione pedissequa e acritica, magari contrastante con lo spirito di altre norme appena applicate. L’importante è che non si accendano i riflettori su di loro dimostrandoli disobbedienti o quantomeno incapaci di imporre nella propria scuola-azienda la logica del politico di turno.

Prova ne sia che persino a fronte di semplici richieste di chiarimento al ministero sull’interpretazione autentica di normative contrastanti, quali ad esempio quelle relative alle questioni InValSi, la reazione dei dirigenti è quasi isterica, come se l’attacco fosse rivolto personalmente a loro e la richiesta di chiarimenti non fosse piuttosto da appoggiare al fine di evitare il ripetersi infinito di contenziosi che minano la convivenza, la collaborazione e il clima sereno che dovrebbe caratterizzare qualunque luogo di apprendimento, educazione e formazione.

E’ ipocrita lamentarsi della crisi della scuola italiana e poi impegnarsi in ogni modo per provocarla, privandola della democrazia. Non c’è apprendimento senza relazione e dunque se la scuola diviene un luogo senza possibilità di relazione, significa tristemente che è esclusa anche qualsiasi possibilità di apprendimento.

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La scuola non è una caserma. (vedi qui)

Quando il potere, come la pioggia, arriva dall’alto
di Andreana Deledda

Sono passati 4 giorni da quando la distruzione e la paura sono diventate le padrone incontrastate della mia terra sarda e della mia sardità. Sono stati anche giorni di riflessione, e la metafora con quello che sta succedendo nella scuola è arrivata in modo “naturale”.

Sì, in questi giorni ho riflettuto tanto sulla condizione di noi piccoli umani e sulla nostra stoltezza, sulla nostra incapacità di prendere in mano le redini del nostro destino, sulla nostra scarsa consapevolezza e sulla nostra mancanza di coscienza. La pioggia di questi giorni, ma soprattutto la devastazione che ha portato, così come l’ingresso dei test Invalsi nella scuola, non sono un castigo divino, ma solo il risultato delle nostre azioni o se vogliamo del nostro non agire nella giusta direzione.

La mia storia con i test Invalsi inizia molti anni fa. Credo fosse il 2001 e i famigerati test erano solo un minuscolo embrione al quale era stato dato il nome di Progetto Pilota. Da tempo nella mia scuola si dibatteva sulla necessità di una valutazione più oggettiva, a causa del “cuneo” che ogni anno si registrava tra i giudizi dati ai bambini alla fine della scuola elementare e quelli elaborati dai colleghi della scuola media per gli stessi alunni l’anno successivo.

Noi semplici maestre eravamo accusate di essere di manica larga, di essere troppo psicologhe, di osservare i bambini da troppe angolazioni, di trovare troppe giustificazioni nella valutazione finale. “Bisogna trovare un criterio comune” si diceva. “In tutta Europa si va in questa direzione, dobbiamo allinearci, trovare un sistema obiettivo”. Ipnotizzati dall’obiettività e non dall’obiezione. E via tutti a cercare questionari, a calcolare punteggi, meglio se già calcolati da altri.

Sballottati dalla corrente valutativa, non abbiamo opposto resistenza, ci siamo lasciati trasportare dal flusso, abbiamo accolto il “pilota Invalsi” a braccia aperte e da lui ci siamo fatti guidare. Noi come sabbia del deserto e lui come pioggia che arriva copiosa dal cielo. Non ci siamo resi conto che quella pioggia avrebbe portato solo distruzione, lasciando gli insegnanti e la scuola ad annaspare come pecore in mezzo all’alluvione. “Dobbiamo fare questi test, avremo delle risposte precise al nostro operato, potremo trovare nuove strategie di lavoro, correggere il tiro, migliorare la mira”.

Fu così che iniziammo a sentirci abili cacciatori e finimmo per essere prede. La cosa più triste è che fui proprio io la referente di quel progetto. Io attaccai, per giorni, etichette adesive ai fascicoli, io compilai gli elenchi dei bambini, aprii e chiusi pacchi per benino. Sì, sono stata davvero brava e obbediente.

Il primo campanello d’allarme suonò quando i colleghi decisero che bisognava barare, suggerire, aiutare i bambini a rispondere alle domande, soprattutto a quelle di matematica. Far bella figura era diventata la cosa più importante. Al diavolo se i bambini diventavano l’inconsapevole strumento in mano agli adulti. Se poi qualcosa non va, se l’allarme “alluvione” non viene recepito, basta fare lo scaricabarile. Quando a settembre il Ministero rimandava indietro i dati delle varie classi, un brivido correva lungo la schiena dei docenti riuniti in collegio. Come fiumi in piena, i sentimenti di imbarazzo e i commenti correvano furiosi, per poi perdersi, col tempo, nell’indifferenza.

In seguito ci fu solo il silenzio, in attesa, poveri illusi, di suggerimenti da parte del ministero… dopo 12 anni rimbomba ancora quel silenzio! Ma il tempo è maestro, e col tempo è tornato a galla anche il naturale istinto di ribellione. Nel 2010 il no ai test Invalsi è stato fermo, deciso, senza tentennamenti di nessun genere. Ordini di servizio rifiutati, nessun procedimento disciplinare, visita degli ispettori regionali, nessuna sanzione. Ho riparato all’errore iniziale con altri rifiuti, soprattutto quando mi son sentita dire dalla DS di allora “Se non ti piace obbedire agli ordini, cambia lavoro. Mi trovavo forse in una caserma? Io non volevo essere un militare. Era meglio cambiare lavoro, farò l’insegnante, pensai.

Sì, fare l’insegnante è un gran bel lavoro, ha i suoi aspetti molto positivi. L’insegnamento è libero, come la pioggia che arriva dal cielo. La scuola rimuove tutti gli ostacoli, come fa un fiume in piena.

A pensarci bene, però, deve essermi sfuggito qualcosa. Infatti, lo scorso anno la DS, col procedimento disciplinare (per essermi rifiutata di somministrare i test Invalsi ad una sola bambina presente in classe, con dichiarazione del genitore che chiedeva di svolgere la normale attività didattica) mi ha accusato di grave insubordinazione. Ho rifiutato un ordine che arrivava dall’alto, come la pioggia. Un simile reato merita una sanzione esemplare! Invece mi sono ritrovata fra le mani una piccola busta gialla e un ridicolo avvertimento scritto. Forse la DS, dall’alto del suo potere, ha voluto dimostrarmi la sua benevolenza, proprio come la pioggia di questi giorni, che non ha danneggiato la mia casa e i miei affetti più cari.

Avrei voluto che la stessa sorte fosse toccata ad alcuni bambini della mia scuola che, incolpevoli, in questi giorni hanno perso tutto ciò che avevano: giocattoli, colori, zaini, vestiti, casa. Sì, ho riflettuto tanto in mezzo a questa tragedia. Mi sono chiesta quale ruolo abbia ancora l’istituzione di cui faccio parte. Poi, però, mi son tornate in mente le parole della Dirigente Scolastica durante l’ultimo collegio dei docenti di fine giugno 2013, quando in preda a un delirio di onnipotenza ha esclamato: “Io sono l’Istituzione”.

Sì, deve essermi sfuggito qualcosa. Ciò che succede fuori e dentro la scuola deve servire di lezione, per farci capire che siamo noi gli artefici del nostro destino. Che a piombarci addosso, dall’alto, sia il potere dei DS o la pioggia, poco importa. E’ arrivata l’ora di una nuova consapevolezza, di una nuova coscienza. Solo gli stolti non imparano dai propri errori. Nel 2001 ho commesso un errore, perciò non mi resta che dire “MEA CULPA” e sperare che dall’alto torni a cadere una pioggia più leggera e clemente.

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Valutazione esterna e di sistema. Perché l’Invalsi è tutto da rifare
di Vincenzo Pascuzzi

Mettiamo subito le mani avanti. Nei confronti della valutazione esterna, non esiste né una contrarietà preconcetta e pregiudiziale, né tanto meno paura. Questo perché chi critica le prove Invalsi se lo sente spesso rinfacciare. “Chi ha paura della valutazione nelle scuole?” titolava Paolo Sestito qualche mese fa (lavoce.info – 12.2.2013). Nessuno ha paura di una valutazione esterna seria, ma si contestano sia la validità e l’utilità dei test a scelta multipla – o quiz a crocette – finora usati dall’Invalsi, sia le modalità operative dell’Istituto di Villa Falconieri.

È però anche vero che “la scuola per anni è vissuta senza valutazione ed ha funzionato benissimo. Avevamo una scuola elementare d’eccellenza e il suo [di Profumo] predecessore Gelmini l’ha rovinata cancellando i moduli e le compresenze” come osserva il d.s. Eugenio Tipaldi (“La mania di valutazione” – tecnicadellascuola.it – 6.3.2013). Perciò bisognerà monitorare i costi e il rapporto costi-benefici.

Veniamo al titolo, alla valutazione esterna e all’Invalsi da rifare, cioè da reinventare, riprogettare, ricostruire dalle fondamenta.

Anche il nome va cambiato: l’acronimo attuale, che appare logorato e irritante, va sostituito per una questione di immagine. Però niente Invalsi 2.0, infatti non si tratta di un upgrade, ma di una modifica più profonda e sostanziale. Serve un nome del tutto nuovo, diverso: potremmo chiamarlo, chessò… “Valentina“. Anzi, poiché di Istituti di valutazione ce ne dovrebbero essere almeno due – come viene proposto di seguito – potremmo chiamarli uno “Valentina” e l’altro “Francesco”.

L’Invalsi, ora autoreferenziale, autoritario, dispotico, poco trasparente, dovrebbe essere utilmente sostituito da almeno due enti rilevatori, indipendenti fra loro oltre che dal Miur, e che operino separatamente per consentire il confronto e la verifica dei loro risultati. Un po’ come gli Istituti demoscopici che sono più di uno e che effettuano sondaggi di vario tipo.

Finora l’Invalsi ha infiltrato gradualmente il sistema istruzione con una strategia precisa e identificabile. Dapprima le timide prove campionarie, poi divenute censuarie e imposte per legge, fino all’incestuoso ingresso nella valutazione di terza media. Le progressive sperimentazioni dall’esito positivo scontato in partenza. Altra modalità ricorrente: gli annunci effettuati un anno prima per attività messe a regime l’anno successivo, in modo da spiazzare sia le possibilità di confronto che le proteste. Con questi passi lenti, cauti e felpati, l’Invalsi conta di conquistare anche l’esame di maturità a partire dall’a.s. 2014-2015.

Più cha all’edera, l’Invalsi può essere paragonato al… ficus strangolatore australiano (v. ficus watkinsiana).

L’attuale approccio fiscale, inquisitorio, da redde rationem, quasi l’Invalsi fosse uno sbirro o un gendarme, va sostituito da un approccio amichevole, fraterno, collaborativo. Non più prove imposte, coatte, censuarie, all’unisono cioè nelle stesse date e in orario scolastico, ma ricominciare con prove campionarie e con il consenso dei docenti e degli alunni interessati. E prove per tutte le materie e che facciano riferimento agli argomenti svolti e alle valutazioni interne dai docenti. Mai più solo quiz a crocette!

Prove da effettuare con le sole risorse assegnate all’istituto rilevatore e non con le odiose servitù gratuite imposte alle scuole e che i d.s. scaricano disinvoltamente sui docenti. Prove i cui risultati possano essere riferiti a livelli di sufficienza-insufficienza, in sostituzione dei poco significativi riferimenti ai valori medi. Niente più confronti, né riferimenti – folkloristici e da tifoseria calcistica – fra province, regioni, nord, sud, centro, nord-est, isole. Deve essere chiaro che non è in atto nessun campionato fra scuole o regioni, non c’è nessuna classifica da scalare, nessun orgoglio campanilistico da difendere, nessuna gogna da assegnare!

Tanto meno gli Invalsi possono rappresentare la “formula per cacciare i docenti incapaci come ha equivocato ingenuamente un preside modenese. Dalla misurazione degli apprendimenti non si può passare semplicisticamente a giudicare, valutare, premiare o punire i singoli insegnanti. Non sussiste epistemologicamente un tale criterio di causa-effetto.

Bisogna strappare e gettar via questo assurdo copione, accantonare il rituale pseudo-agonistico con inclusi i politici che tifano per le loro città o regioni!

Cosa c’è da cambiare, oltre la denominazione e le prove. Vediamo alcuni aspetti rilevanti.

Deve essere superata la endemica situazione di commissariamento dei vertici dell’Istituto, va ridotto il precariato cronico (anche 15 anni) dei collaboratori, non è opportuno il ri-utilizzo di dirigenti pensionati del Miur.

Miur e ministro devono definire, meglio concordare con gli interessati coinvolti, dei precisi protocolli di comportamento relativi a dette prove di valutazione esterne, non si possono lasciare questioni sospese rimettendole all’iniziativa, alla discrezione interpretativa, comportamentale e caratteriale dei presidi. Se dovessero sorgere contrasti o incomprensioni tra preside e docenti, non possono essere rimessi al giudizio del preside stesso, che avrebbe il duplice ruolo di parte in causa e giudice monocratico di se stesso!

La valutazione esterna poi non deve essere ristretta e confinata ai soli risultati del rapporto insegnamento-apprendimento ma deve comprendere anche le condizioni in cui detto rapporto viene effettuato: consistenza numerica delle classi (v. classi-pollaio), dotazioni della scuola (edifici, strutture, …), quanti docenti di ruolo e quanti precari, ed altri ancora.

La valutazione esterna deve riguardare ed esprimersi anche su tutto il sistema scuola, sulla sua organizzazione gerarchica, burocratica e procedurale sia centrale che periferica valutandone l’efficacia e i costi, compresi quelli sopportati da studenti, famiglie e personale scolastico. Bisognerebbe individuare pochi, semplici e significativi parametri indicatori del livello di organizzazione e burocrazia. Questi potrebbero riguardare:

a) il numero di addetti alle funzioni burocratiche (cioè coloro che non risulltano coinvolti direttamente nell’interazione didattica);

b) il loro costo complessivo e quello unitario medio;

c) la normativa già esistente o prodotta (quante circolari);

d) il tempo e il numero di passaggi e autorizzazioni occorrenti per completare una certa procedura significativa.

Un esempio attuale è costituito dall’accorpamento di alcuni USR: Veneto e Friuli; Marche e Umbria; Abruzzo e Molise; Puglia e Basilicata. Quanto pensa di risparmiare lo Stato? È stato valutato il costo del trasferimento in un’unica sede? È stato anche valutato il maggior costo (in spostamenti e tempo) a carico di chi deve svolgere pratiche presso un USR più lontano? Si può escludere che a fronte di un risparmio teorico di 100 euro per il Miur, poi non ci sia una maggiore spesa complessiva 200 euro a carico degli italiani? Insomma il risparmio ipotizzato sulla carta verrà monitorato periodicamente e in seguito confermato, o smentito, da parametri significativi, oppure no?

P.S. Un cenno a recenti vicende ministeriali e governative. Solo pochi giorni fa (15 novembre), la scuola è stata come investita da un vento siberiano, gelido e atroce. La notizia di “una legge delega – presentata da Carrozza al CdM l’8 nov. – che, bypassando il dibattito parlamentare e il confronto con i sindacati, punterebbe a riformare radicalmente il mondo della scuola e il rapporto di lavoro dei docenti“.

Si è subito diffuso l’allarme, poi sono venute decise le reazioni e le prese di posizione. Il ministro Carrozza, da Shanghai, ha dovuto fare marcia indietro e smentire. Così:

Miur: Disegno di legge delega, testo che circola è superato. A seguito delle notizie di stampa sul Disegno di legge delega in materia di Istruzione, Università e Ricerca, il Ministero precisa che il testo a cui si fa riferimento è da ritenersi del tutto superato” (18 novembre).

La trappola, scoperta in tempo, non è scattata! Ma il testo della legge delega è stato solo superato e non ritirato. Ne verrà proposto uno diverso ancora come legge delega oppure proseguirà come ddl normale come ha dichiarato il sottosegretario Gianluca Galletti (21 nov.)?

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L’obbedienza è un vizio al quale cedere fa sempre molto comodo (don Lorenzo Milani)

Il dovere di un rifiuto
di Flavio Maracchia

Qualche tempo fa la preside della mia scuola, con l’apparente noncuranza che hanno tutte le velate minacce, mi disse che ormai mi sarebbe convenuto mettere da parte le proteste e le lotte. Ero diventato un papà. Questo doveva fare di me un uomo responsabile e previdente. Magari il suo era solo un consiglio spassionato. A me, chissà perché, suonò piuttosto come un avvertimento.

Suonava più o meno così: non mi fare arrabbiare, che non ti conviene. Riga dritto, che devi portare il pane a casa. Le risposi con un verso di Paolo Conte (dubito però che lei cogliesse il collegamento). Dissi che se questo era un mondo di adulti, avremmo finito per sbagliare da professionisti. Poi aggiunsi che una logica rudimentale come la sua, a mio giudizio, offendeva la memoria di Paolo Borsellino. In classe ne avevamo parlato a lungo. Borsellino sarebbe stato un papà migliore se non si fosse fatto ammazzare?

Così, con la stessa naturalezza con la quale quel giorno avevo ritagliato la foto di Paolo Borsellino per attaccarla dietro la cattedra, continuai le mie lotte nella scuola. L’obiezione di coscienza all’Invalsi arrivò a maggio. Seguirono un provvedimento disciplinare e la riprovazione di quasi tutti i miei colleghi.

Chiamato in causa nel corso di un collegio docenti di fine anno presi la parola, ma non per ribadire la mia posizione nei confronti di quella pericolosa pagliacciata che risponde al nome di test Invalsi. Cercai piuttosto, nel disinteresse generale di un collegio distratto e con la testa già sotto l’ombrellone, di esprimere un parere pù generale. Qualunque sia la disposizione di legge o la direttiva del proprio superiore, ogni uomo deve rispondere innanzitutto a se stesso. E se l’ordine che gli viene impartito è in contrasto con la propria coscienza, ha il dovere di opporre un rifiuto. Un rifiuto netto, senza badare troppo alle conseguenze a cui si va incontro. Non possono essere la paura, una valutazione di convenienza o la semplice obbedienza, il motore della nostra condotta. L’obbedienza non è una virtù. Vedere alla voce don Milani.

A questo ripenso oggi, in un momento in cui si è accesa la polemica intorno alla sepoltura di Erich Priebke. Il fatto di aver eseguito degli ordini non può essere un’attenuante. Mai. Soprattutto quando l’ordine è quello di uccidere.

La legge dell’obediencia debida, che provò a scagionare i criminali della dittatura argentina, sollevandoli dalla colpa di aver torturato, ucciso e fatto sparire trentamila persone, fa ribrezzo. Dichiarare che non è punibile per i delitti commesi chi li ha compiuti in virtù dell’obbedienza dovuta, equivale a cercare di sottrarsi al giudizio della storia.

La legge dell’obbedienza dovuta, anche se dopo 18 anni dalla sua promulgazione, fu dichiarata incostituzionale. Giustamente. Perché delle proprie azioni si è sempre responsabili. Si è scelto, ci si è schierati. Se non si è opposto un rifiuto i motivi possono essere tre. Ugualmente condannabili. O sei pavido, perché hai soggezione dell’autorità e paura della sua punizione. O magari sei astuto e pensi al tuo tornaconto. Oppure, e forse è anche peggio, una coscienza non sai neanche cos’è.

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Governance scolastica e “nuovi” poteri del dirigente
di Cinzia Olivieri

Organi collegiali: senza poteri
Il ministro Carrozza, nella sua replica del 23 giugno 2013 davanti alle Commissioni riunite (VII) di Camera e Senato sulle linee programmatiche, aveva preannunciato l’inserimento di una norma di delega nell’ambito del disegno di legge sulle semplificazioni per un nuovo testo unico in materia di istruzione, prevedendo “uno specifico criterio” per una riforma degli organi collegiali, dovendosi tener conto del nuovo assetto della “governance” del sistema di istruzione per effetto dell’autonomia e delle modifiche costituzionali del titolo V nonché delle nuove competenze della dirigenza con particolare riguardo alla gestione del personale.

Effetto pausa estiva, avevamo forse poco colto l’importanza dell’annunzio, finché nella riunione del Consiglio dei Ministri dell’8 novembre è stato anticipato appunto l’avvio dell’esame di un disegno di legge per il “per il conferimento al Governo di un’ampia delega al riassetto e alla codificazione delle disposizioni vigenti in materia di istruzione, università e ricerca.

Tra le materie oggetto dei decreti legislativi da adottare entro nove mesi dall’entrata in vigore della legge delega: riforma del reclutamento del personale docente; contabilità delle istituzioni scolastiche; reti di scuole; stato giuridico e trattamento economico del personale della scuola, nonché “organi collegiali della scuola, con mantenimento delle sole funzioni consultive e superamento di quelle in materia di stato giuridico del personale e di quelle rientranti nelle materia di competenza regionale”. Questi i principi e criteri direttivi espressamente desunti dalla Legge 59/97.

Tuttavia, dopo appena qualche giorno, il 18 novembre è stato pubblicato sul sito del MIUR un laconico comunicato stampa con il quale si dichiarava che quel testo del disegno di legge delega era superato… ma superato come? Superato” non significa certo “abbandonato ma solo che dobbiamo aspettarci contenuti diversi, non si sa entro quali limiti.

Per fare chiarezza è stata quindi presentata una interpellanza parlamentare urgente nella quale si evidenziava che il mantenimento delle sole funzioni consultive implica sostanzialmente una rinuncia al “principio democratico della collegialità, introdotto con il Dpr 416/74, e priva di fatto di potere gli organi collegiali con il conseguente trasferimento di ogni capacità decisionale all’esclusiva volontà del dirigente, chiedendosi di precisare il senso di tale superamento in merito al quale si esprimeva seria preoccupazione.

Il 21 novembre ha risposto il sottosegretario Gianluca Galletti, il quale non ha di fatto fornito indicazioni circa i futuri contenuti ma ha assicurato che si procederà con un’ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma.

Quanto sarà ampia questa consultazione e quali soggetti giuridici coinvolgerà?

Siamo all’epilogo della “partecipazione scolastica”
Ma davvero gli Organi Collegiali compromettono i poteri del dirigente o piuttosto il vero problema è che essi non sono mai stati visti come opportunità di condivisione ma quale indebita interferenza?

Non dovrebbe sorprenderci quanto sta accadendo dal momento che il Testo unificato della PDL 953 poi diventato DDL S3542, che sembrava lo scorso anno ormai prossimo all’approvazione (assegnato in commissione in sede legislativa evitando l’iter parlamentare), prevedeva che il consiglio dell’autonomia adottasse il POF, approvasse il programma annuale ed il conto consuntivo, deliberasse il regolamento di istituto e designasse i componenti del nucleo di autovalutazione, il tutto previa necessaria proposta del dirigente, con ciò svuotando di fatto l’autonomia decisionale degli Organi Collegiali.

Se vi aggiungiamo che le procedure di selezione della rappresentanza, sempre secondo questo progetto di legge, dovevano essere rimesse agli statuti di ogni istituzione (che non si sa come elaborati e/o da chi proposti) ed il numero dei consiglieri ridotto sensibilmente (anche sino alla metà di quello attuale), è ben chiara la misura dello svuotamento della rappresentanza.

Siamo dunque all’epilogo della “partecipazione scolastica” avviata con i “Decreti Delegati” (Dpr 416/74)?

Già l’art. 21 della L 59/97, che ha introdotto di fatto l’autonomia scolastica, ed ai principi della quale legge è dichiarato ispirarsi la legge delega, in verità prevedeva la delega legislativa per una riforma da emanarsi “entro un anno” ma, come si legge sin nella risposta del maggio 2003 dell’allora sottosegretario Aprea a una interrogazione parlamentare in merito alla situazione degli organi collegiali territoriali ed è stato ribadito il 13 giugno 2013, 10 anni dopo, dal sottosegretario Rossi Doria in riscontro all’interrogazione dell’On. Coscia, nessuna riforma è stata fino ad ora portata a termine mentre le elezioni per il rinnovo dei consigli scolastici distrettuali e provinciali non sono state più indette.

Continuava invece, prorogata di anno in atto, la vita del CNPI, estremo baluardo degli organi collegiali territoriali, finché il 31 dicembre 2012 è scaduta anche l’ultima proroga.

Ed invero, proprio la sentenza del Tar Lazio del 3 ottobre, a seguito del ricorso presentato dalla FLC CGIL, che ha ordinato al Ministro di emanare, entro 60 giorni dalla comunicazione di tale provvedimento l’ordinanza di cui all’art. 9 del Dlgs 233/99 per il rinnovo di tale organo motiva l’urgenza di un intervento legislativo.

Sarebbe comunque inverosimile applicare il Dlgs 233/99, oggettivamente mai entrato in vigore da 14 anni, il quale presupporrebbe peraltro l’istituzione anche degli altri organi collegiali territoriali previsti: consigli scolastici locali e regionali (di cui però non si fa cenno in sentenza) per i quali non sono stati mai interamente definiti gli ambiti.

Non disturbare il conducente
Riguardo invece l’adeguamento della “governance” alle “ampie competenze attribuite alla dirigenza scolastica circa la gestione del personale”, occorre premettere che le funzioni attribuite agli organi collegiali dal dlgs 297/94 non hanno mai implicato alcuna reale ingerenza in merito, costituendo piuttosto opportunità di condivisione su tematiche che toccano anche gli interessi di studenti, famiglie e docenti (si pensi ai criteri di formazione delle classi o di assegnazione dei docenti).

Le compromettono per caso i criteri generali che il consiglio di istituto indica in alcune materie di collettivo interesse (art. 10 Dlgs 297/94) – non dimentichiamo che i decreti delegati considerano la scuola come comunità – o forse i poteri propositivi del collegio dei docenti – peraltro presieduto dal capo di istituto (art. 7 Dlgs 297/94) –, rispetto ad entrambi i quali il dirigente procede comunque in autonomia (art. 396 Dlgs 297/94)?

Qual è quindi l’interferenza, se il citato articolo 21 della L 59/97, conferendo la qualifica dirigenziale ai capi di istituto, indicava tra i principi ispiratori della riforma che i “nuovi” compiti e prerogative dei dirigenti dovessero essere affidati “nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici”?

Ed invero tale affermazione è stata testualmente ribadita tanto dal regolamento dell’autonomia prima (art. 16 dpr 275/99) quanto dall’art. 25 del dlgs 165/01 poi (che ha appunto disciplinato le funzioni dirigenziali e le responsabilità e competenze connesse).

Naturale chiedersi dunque per quale motivo ed in che modo gli organi collegiali dovrebbero adeguarsi ai nuovi poteri dirigenziali, se le stesse norme che li hanno disciplinati ne prevedono il rispetto delle competenze.

Organi Collegiali già svuotati
Intanto qualche cambiamento già è avvenuto.

Ad esempio, si sono trasformate le competenze contabili ed il consiglio di istituto non “delibera” più il bilancio di previsione predisposto dalla giunta esecutiva (art. 21 DI 28 maggio 1975), ma “approva” il programma annuale predisposto stavolta dal dirigente (art. 2 DI 44/01).

Si sono poi ridotte le competenze della Giunta esecutiva, della quale neanche è più richiesto il parere per l’approvazione del conto consuntivo, per effetto delle funzioni e dei poteri del dirigente nella attività negoziale (art. 32 DI 44 01)

Manca invece una chiara definizione delle “responsabilità in ordine ai risultati” e dall’Invalsi sembra esclusa qualsiasi valutazione relativa all’esercizio dell’attività dirigenziale. E mentre in realtà ancora non appaiono chiari modalità, utilità ed effetti di tale valutazione sul sistema di istruzione nazionale e delle singole scuole, l’Invalsi non solo adesso concorre alla valutazione degli studenti al termine del primo ciclo, ma tali prove, com’è noto, hanno costituito occasione di esercizio del potere disciplinare del dirigente in conseguenza delle contestazioni di studenti e del rifiuto dei docenti alla loro somministrazione ovvero la tabulazione e correzione.

Peraltro, per effetto del mancato rinnovo degli organi territoriali, svuotati delle componenti elettive, le competenze dei consigli scolastici provinciali in materia di provvedimenti disciplinari nei confronti di docenti sono state rimesse esclusivamente dalla L 176/07 alla dirigenza (degli uffici scolastici e dell’istituto in relazione alla tipologia di sanzione: dalla sospensione al trasferimento per incompatibilità ambientale).

Tuttavia, nonostante le mutate competenze del dirigente, questi, anche nelle citate proposte di legge, conserva la presidenza del collegio dei docenti, ai quali è riservato piuttosto “il compito e la responsabilità della progettazione e dell’attuazione del processo di insegnamento e di apprendimento” (art. 16 dpr 275/99), che esula dalle funzioni dirigenziali in materia di organizzazione e di gestione delle risorse.

Formulare proposte condivise
C’è ancora tempo per formulare una proposta condivisa, ma occorre riunire le forze e farle coese verso un comune obiettivo di necessario collegamento ed opportuna informazione.

Occorrerebbe anche cambiare l’attuale sistema di audizione, rapportato a criteri di rappresentatività, in gran parte svincolati dal collegamento con la base e che non riconosce parola alla rappresentanza eletta ma senza nome, passando ad un reale modello di consultazione dal basso in coerenza con i principi dell’autonomia e di maggiore prossimità al cittadino.

Il futuro è incerto, ma qualche indizio chiaro ci viene da quanto premesso e dalle recenti proposte. Anche l’accezione “governance (che ha reso desueta quella di “organi collegiali”), sostantivo aziendalistico-imprenditoriale, che sta a significare il “complesso di strutture, regole e strategie” che sovraintendono alla guida di una azienda è indicatore della strada intrapresa e di chi solo sarà al governo.

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SEGNALAZIONE


“Gli Asini” numero 18, ottobre/novembre 2013

Valutazione e meritocrazia nella scuola e nella società

Valutare – attività umana essenziale a ogni vero processo formativo, democratico, scientifico, culturale – significa in ultima istanza giudicare, criticare, prendere posizione. E in certi casi anche sancire un merito. Ma se abbiamo deciso di analizzare e sottoporre a critica con un numero speciale della rivista queste due categorie ormai penetrate in ogni ambito del discorso educativo è perché la ricaduta e gli effetti che esse hanno sul nostro sistema di istruzione e sulla pratica di insegnanti ed educatori svelano un avvenuto pervertimento del loro significato originale.

Valutazione e merito sono un esempio di quei concetti di plastica propri di una cultura allo sbando, che garantiscono il consenso perché “dicono” una cosa ma ne “fanno” un’altra. Promettono la cancellazione dei privilegi nel nome della neutralità della tecnica, ma li consolidano selezionando sulla base di criteri che poco hanno a che vedere con la libera crescita degli individui e molto con la necessità di incasellarli in ruoli predefiniti.

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MATERIALI

I test Invalsi e i presidi-manager o presidi-sceriffi
di Vincenzo Pascuzzi

Ecco la “formula” per cacciare i docenti incapaci. Sì, proprio così! Questo è il titolo incredibile, ridicolo più che assurdo, assegnato da ilsussidiario.net di domenica scorsa, 3 novembre, alla lettera-articolo di un preside di buona volontà, il modenese Giuliano Romoli.

L’articolo è esplicito e chiarissimo. Leggiamo: “All’origine dei vuoti di preparazione degli alunni ci sono necessariamente inadempienze del sistema scolastico a livello di singolo insegnante o di istituto” (sic!), però i presidi hanno le mani legate, non possono provvedere, non è come “Alla Fiat (dove) un ingegnere incapace, che fa danni, verrebbe immediatamente licenziato”.

A individuare i “vuoti di preparazione degli alunni”, e quindi i docenti incapaci, provvede ovviamente l’Invalsi. Ma “Le prove Invalsi servono solo se il sistema ha la possibilità di riformarsi e migliorarsi, se no buttiamo via i soldi…“.

Perciò il cerchio si può chiudere dando ai presidi altro potere: quello di licenziare su due piedi gli incapaci. Così – si intuisce – i presidi-manager (o presidi-sceriffi, o ducetti, secondo altri) sistemeranno una volta per tutte la scuola, in tempi brevi e a costo zero o quasi!

Si capisce che, secondo l’autore della lettera pubblicata, non esiste nessuna ombra di dubbio sulle capacità professionali, tecniche, morali, ecc., ecc. di TUTTI i presidi. Nessun preside rientra nella categoria degli incapaci, per cui è inutile cercare anche la eventuale “formula” gemella per cacciare i presidi incapaci! Non serve! Altra rassicurante certezza è costituita dai test Invalsi: esatti, precisi, scrupolosi, affidabili come e più dei cronometri svizzeri! Graditissimi a tutto, proprio tutto il mondo della scuola! Tanto che tutto il mondo ce li invidia!

Anche il paragone con la Fiat è azzeccatissimo, istruttivo, edificante. Infatti non è assolutamente vero che Marchionne “a Pomigliano vuole fare una nuova auto alimentata a sangue di operaio” (vedi “Sole a catinelle” di Checco Zalone), né che sia in atto il tramonto della Fiat (vedi “Marchionnemente” de Il Fatto Quotidiano e “Il gigante è al tramonto” di Wall Street Italia), né che le vendite siano in calo di quasi il 9% in ottobre. (vedi qui)

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Le minacce e le sanzioni agli alunni e ai docenti per il no all’Invalsi offendono la scuola e la democrazia
di Polibio

Dopo l’esagerazione dei “quiz a crocette” obbligatori dell’Invalsi, che hanno invaso le scuole italiane, ecco il diluvio delle “minacce” di procedimenti disciplinari e delle sanzioni disciplinari inflitte dai presidi ai docenti e agli studenti (magari nell’afflizione di non poterle infliggere anche alle famiglie degli studenti) che hanno detto “No” alla correzione delle prove Invalsi (i docenti) e che (gli studenti), oltre a non aver partecipato alle prove, hanno contestato il sistema dei “quiz a crocette” e hanno dimostrato, se hanno partecipato, le irregolarità e le copiature, tali e così macroscopiche da poter essere oggetto del rigore delle inchieste della trasmissione televisiva “Report” condotta da Milena Gabanelli e anche, per le esilaranti espressioni satiriche (ironiche e mordaci) che sono state utilizzate dagli studenti, di una delle puntate di “Nel Paese delle Meraviglie” di Maurizio Crozza.

Prove che debbono essere svolte in quanto obbligatorie a norma di legge, e i docenti delle classi interessate debbono consentirne lo svolgimento, ma non possono essere sostituiti da nessun altro docente se sono in sciopero, e comunque non hanno il dovere, trattandosi di un’attività che non rientra nella funzione docente, di correggerle, né di impegnarsi al di là dell’orario di servizio.

E invece sono stati impegnati e “utilizzati, per alcuni giorni, addirittura in orario pomeridiano e serale, nello svolgimento di attività non dovute, essendo l’unica attività da svolgersi, ma non di loro competenza, quella di impacchettare i fogli di rilevazione degli apprendimenti (cioè delle “prove” per “quiz a crocette”) e della griglia di correzione e inviare le buste che li contengono all’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

Minacce di punizione assolutamente inammissibili e punizioni da ritenersi illegittime perché in contrasto con il principio di libertà di espressione, qual è la protesta nei confronti di un modello di valutazione ritenuto lesivo e mortificante; e non soltanto da parte degli alunni, perché è ampiamente nota la posizione contraria di organizzazioni sindacali, di docenti, di alunni delle scuole secondarie superiori e dei genitori degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. In ogni caso, le reazioni repressive, da parte di chiunque attivate, nei confronti dei docenti e degli studenti, con minacce e addirittura con sanzioni disciplinari, sono inaccettabili.

Comunque, fanno parte, oltre che dei paradossali atteggiamenti (tra i quali l’intraprendenza di pensare che il fondo d’istituto sia il proprio conto corrente dal quale prelevare e magari accontentare gli amici, l’irrogazione di sanzione disciplinare senza sentire in sua difesa il lavoratore “incolpato” addirittura ingiustamente), degli arbitrari comportamenti messi in atto da quei presidi-padroni che in definitiva sono stati condannati dalla magistratura del lavoro per mobbing, per sanzioni disciplinari anche di notevole entità inflitte su fatti inesistenti (addirittura, che hanno comportato il trasferimento per incompatibilità ambientale o il licenziamento) e per una lunga serie di fatti in violazione di norme di legge e dei diritti dei lavoratori (tra i quali i comportamenti antisindacali). (vedi qui)

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I sindacati: “Scuole come caserme”

di Salvo Intravaia

Da qualche mese, per prendere una sanzione disciplinare da parte del capo d’istituto basta davvero poco. L’ultimo caso, denunciato dalla Gilda degli insegnanti sembra assurdo.

Nelle scuole – dichiara il coordinatore nazionale, Rino Di Meglio – si respira un clima da caserma. Qualsiasi opposizione al dirigente scolastico può essere considerata come mancanza di rispetto e venire quindi sanzionata. Secondo la riforma Brunetta – continua – i docenti dovrebbero ubbidire e basta, anche perché contro le sanzioni disciplinari occorre rivolgersi al giudice del lavoro“.

Fino a pochi mesi fa erano i Consigli di disciplina provinciali o nazionali a stabilire le sanzioni nei confronti degli insegnanti.

Perfino la riforma Gentile, in piena epoca fascista, prevedeva un organismo disciplinare collegiale per tutelare la libertà di insegnamento“, aggiunge il sindacalista. Secondo la Gilda, una insegnante in servizio in regione meridionale “è stata punita dalla dirigente scolastica” con tre giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione per “aver trasformato in una barchetta di carta il foglio con cui le era stato notificato un ordine di servizio che la docente aveva già eseguito“.

Il caso di questa collega – commenta Di Meglio – è soltanto una delle situazioni aberranti che si stanno verificando dopo che la riforma Brunetta ha attribuito ai dirigenti scolastici uno spropositato potere disciplinare non bilanciato da adeguati organi di controllo. Quanto accaduto a questa insegnante – conclude Di Meglio – dimostra la necessità di introdurre meccanismi che limitino i poteri eccessivi assegnati ai dirigenti e tutelino il lavoro dei docenti“.

Ad inasprire le sanzioni nei confronti del corpo docente è stato il decreto legislativo 150 del 2009, conosciuto anche come decreto Brunetta, che ha modificato la normativa sul procedimento disciplinare nei confronti di tutto il personale scolastico. Lo scorso 8 novembre, sul sito del ministero dell’Istruzione è stata pubblicata la circolare sulle “Indicazioni e istruzioni per l’applicazione al personale della scuola delle nuove norme in materia disciplinare introdotte dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150“.

Le sanzioni, al momento, restano quelle previste dal Testo unico sull’istruzione. Ma il potere di irrogarle passa ora nelle mani del dirigente scolastico. Dopo la “contestazione di addebito” e “lo svolgimento del procedimento“, il capo d’istituto prende una decisione che il lavoratore può appellare soltanto davanti al giudice. Finora le cose sono andate in maniera diversa. Il preside poteva infliggere soltanto “l’avvertimento scritto“. Tutti gli altri provvedimenti (censura, sospensione dal servizio e destituzione) venivano irrogate dal Consiglio di disciplina provinciale, (per gli insegnanti della scuola dell’infanzia, primaria e media) o da quello nazionale per i prof del superiore. (vedi qui)

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A Torino dirigente scolastico condannato per comportamento antisindacale

Dopo mesi di azioni e comportamenti finalizzati a disattendere gli impegni di contrattazione da parte del dirigente scolastico dell’istituto, le RSU dell’ITIS Natta e le organizzazioni provinciali FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola hanno depositato presso il Tribunale di Torino, sez. Lavoro, un ricorso per attività antisindacale.

Il dirigente scolastico ha violato gli impegni previsti dal contratto di istituto vigente per l’anno scolastico 2010-2011 in materia di programmazione degli incontri; inoltre questi risulta inadempiente per quanto concerne l’obbligo di fornire la documentazione richiesta (in materia di informazione preventiva). A questo si aggiunge la scelta del dirigente di adottare in maniera unilaterale un “contratto integrativo” per l’anno 2011-2012 senza che questo fosse oggetto di una discussione e di un confronto in sede di contrattazione di istituto. Tale scelta ha comportato la palese violazione dell’art. 6 del CCNL.

Il giudice considerato l’art.28 della L.300/70 (Statuto dei Lavoratori) dichiara, in data 3/7/2012, l’antisindacalità delle condotte del dirigente scolastico e:

sospende l’efficacia del contratto di istituto adottato unilateralmente

ordina al dirigente di consegnare ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali la documentazione più volte richiesta, e di effettuare la convocazione della delegazione sindacale in data concordata tra le parti per avviare la trattativa sulla proposta di contratto integrativo per l’anno 2011-2012, nonché di affiggere il decreto per 30 giorni nell’albo dell’istituto.

Inoltre, condanna il dirigente al pagamento delle spese.

Questa sentenza è molto importante non solo perché ribadisce il ruolo della rappresentanza sindacale e della contrattazione nell’istituzione scolastica come viene regolato dal CCNL, ma anche perché costituisce un pronunciamento significativo in una situazione che ha visto i lavoratori  sottoposti ad una continua tensione con ricadute pesanti sulla condizione di lavoro. (vedi qui)

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Le visite ispettive del DS in classe durante l’ora di lezione sono legittime?
di Lucio Ficara

Vi è mai capitato di subire, durante l’ora di lezione e davanti alla vostra scolaresca, la visita del dirigente scolastico, che, con fare ispettivo, indaga sul vostro operato professionale?

Ebbene, bisogna sapere che un comportamento del genere, compiuto dal dirigente scolastico, dal suo vicario o da qualsiasi altro collega è del tutto illegittimo. A tal proposito, bisogna specificare che è il metodo dell’irruzione in classe, durante l’attività lavorativa, ad essere illegittima e non certamente l’intervento del DS nel merito di una data questione, che invece è sempre auspicabile per la ricerca della verità.

Infatti l’art. 6 della legge 300/70 è molto chiara al riguardo, affermando che le visite personali di controllo sul lavoratore sono vietate fuorché nei casi in cui siano indispensabili ai fini della tutela del patrimonio aziendale, in relazione alla qualità degli strumenti di lavoro o delle materie prime o dei prodotti. In tali casi le visite personali potranno essere effettuate soltanto a condizione che siano eseguite all’uscita dei luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore.

Questa norma di legge tutela il docente dalle visite inaspettate del dirigente scolastico, che arriva in classe per mettere in difficoltà il docente di fronte agli allievi. Cosa fare in questi casi? Non bisogna perdere la calma ed invitare garbatamente il dirigente ad un confronto, in presidenza al termine delle lezioni.

Il rispetto dell’art. 6 della legge 300/70 è assolutamente importante, perché se non operato, potrebbe sfociare, se la visita di controllo dovesse offendere l’onorabilità e la dignità professionale del docente, in un reato di natura penale, con tutte le conseguenze del caso. (vedi qui)

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Permessi retribuiti docenti, è sufficiente l’autocertificazione. Cosa (non) deve fare il Dirigente Scolastico

La decisione del Giudice del Lavoro di Sciacca (Agrigento) – Il giudice ha voluto ripercorrere la giurisprudenza in merito, citando le sentenze del Tribunale di Monza del 12.5.2011, del Tribunale di Lagonegro del 4.4.2012, e il parere dell’Aran “Qualora un insegnante a tempo indeterminato abbia fruito, previa domanda, di un giorno di permesso retribuito ex art. 15 comma 2 del CCNL 2006 09, autocertificando i motivi personali e familiari causa dell’assenza, il Dirigente scolastico non può valutare nel merito le ragioni dell’assenza, dovendosi piuttosto limitare ad un controllo di tipo formale circa la presentazione della domanda e l’idoneità della documentazione a provare le ragioni poste a base della domanda“.

Se l’art. 15 del Ccnl stabilisce che alcuni permessi possono essere documentati “anche mediante autocertificazione, il dirigente non ha il diritto di chiedere ulteriore documentazione ed il dipendente non è tenuto a fornire altro. Precisato questo, nessuno vieta al dirigente di svolgere per proprio conto indagini approfondite, assumendosi – ovviamente – tutte le responsabilità del caso.” (vedi qui)

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Legge delega: “superata”, non “negata” e non “abolita”

Riassumendo: c’è l’anticipazione, venerdì 8 novembre, da parte di Italia Oggi, OrizzonteScuola, Edscuola, dell’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, di un disegno di legge delega su Istruzione, Università e Ricerca presentato dalla ministra Maria Chiara Carrozza, per intervenire senza dibattiro parlamentare e senza coinvolgimento delle parti interessate, su alcuni punti fondamentali per la scuola – stato giuridico, salari, riforma degli organi collegiali.

Viene diffuso il testo della legge delega e seguono le prime dichiarazioni sconcertate di giornalisti, associazioni, sindacati come Flc Cgil, Anief, Gilda

Il 18 novembre il Governo fa marcia indietro con un breve comunicato:

A seguito delle notizie di stampa sul Disegno di legge delega in materia di Istruzione, Università e Ricerca, il Ministero precisa che il testo a cui si fa riferimento è da ritenersi del tutto superato”.

Viene sottolineato il termine: “superato“, non “negato” e non “abolito“. Associazioni scolastiche come l’Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica esprimono preoccupazione per “l’insistenza di quel dispositivo sulla linea di continuità inaugurata dal pdl Aprea-Ghizzoni“. Pertanto è il caso di ripetere: “È bene che tutta la scuola stia in ascolto…” (vedi qui). Ed il minimo che si possa fare è chiedere al governo, come fa Lucio Ficara, “chiarezza ed onestà politica ed intellettuale“.

Rassicurazioni minacciose

Prove di democrazia. Rassicurazioni giungono il 21 novembre dal sottosegretario all’istruzione, Gianluca Galletti, che nella risposta alla Camera a un’interpellanza in tema di riordino normativo del settore e di delega legislativa ha assicurato che

Il Governo non ha alcuna intenzione di ledere le prerogative del Parlamento… ferma restando la necessità di un intervento legislativo, è intenzione del Ministro coinvolgere tutte le categorie interessate nel processo di formazione delle future decisioni. Nel settore della scuola, si procederà con un’ampia consultazione prima di presentare un disegno di legge di riforma“.

Che è quello che avevano chiesto alcuni sindacati, come la Flc-Cgil, Gilda e l’Anief.

Tempi duri per l’università. Il sottosegretario Galletti conferma però che la ministra Carrozza intende proporre un ddl che riguarderà la materia universitaria, consultabile qui. E si tratta di un progetto molto preoccupante, a giudicare da quello che viene detto da Alessandro Ferretti:

si delega al governo “l’introduzione di incentivi e sanzioni basati sui risultati della gestione”… La valutazione e i finanziamenti non verranno infatti usati per riequilibrare le differenze, ma per accentuarle tramite la competizione; i fondi per gli incentivi verranno dai proventi delle sanzioni… Il risultato sarà quello di accelerare ulteriormente la distinzione in atenei di serie A e di serie B

è prevista “l’incentivazione di finanziamenti privati, anche con maggiore libertà di spesa” e “la semplificazione del finanziamento privato di posti di docente”: le politiche di ricerca e didattica saranno quindi (ancor più di adesso) orientate a venire incontro a ciò che è più gradito ai potenziali investitori

Per le tasse studentesche è prevista una revisione del tetto massimo, e la clausola di invarianza finanziaria fa pensare che non sarà una revisione al ribasso

sul reclutamento: il ministro è delegato a ridurre il “numero di figure” di ricercatori, introducendo “maggiore flessibilità nella selezione“…

Ovviamente, neanche un euro in più è previsto

Il governo e la scuola: poche idee, ma confuse: l’importante è tagliare

E’ chiarissima l’assoluta mancanza di chiarezza del governo sulla politica scolastica, come commenta Reginaldo Palermo:

In materia di politiche scolastiche il Governo sembra sempre più in affanno. Dopo la difficile conversione in legge del Decreto 104 è circolata la notizia che il Governo stava preparando una legge delega in materia di istruzione per la revisione delle norme sugli organi collegiali e sullo stato giuridico del personale.

A distanza di poche ore il Ministero ha subito chiarito che il testo della legge delega che sta circolando è ampiamente superato…

Nel pomeriggio del 18 novembre, però, le agenzie di stampa hanno parlato di una possibile nuova spending review che coinvolgerà anche la scuola.

Due sono i temi ai quali il Ministero dell’Economia si sta interessando: le dimensioni delle scuole e l’organico del sostegno.

Non sappiamo con esattezza cosa voglia dire intervenire sulle dimensioni delle scuole, ma è strano che il Governo non ricordi che su questa materia nel DL 104 è stato scritto che regole e criteri devono essere concordati con la Conferenza unificata.

E sul sostegno? Non ci si ricorda che l’articolo 15 del DL 104 prevede un piano per la trasformazione in organico di diritto dei posti di sostegno in organico di fatto?
Francamente viene da commentare che le idee sono davvero “poche, ma confuse”!

E OrizzonteScuola commenta:

Se tali temi di intervento saranno confermati in termini di tagli, ci troveremmo in una situazione a dir poco paradossale, se si considera che grazie al Decreto istruzione (appena trasformato in legge) si attuerà un piano straordinario di immissioni in ruolo per il sostegno…

Come tagliare con la spendig rewiew. Le successive notizie confermano che sarebbero nel complesso 32 i miliardi da recuperare tra il 2014 e il 2016 e che la spending rewiew prevede tagli consistenti anche per la scuola.

Tagliare 800 scuole. Con il “dimensionamento il governo intende tagliare altre 800 scuole, con relative dirigenze e Dsga: si tratterebbe del 10% degli istituti. Secondo l’Anief siamo di fronte a una ipotesi impraticabile che porterebbe ulteriori disservizi: già oggi ci sono dirigenti scolastici costretti a gestire 5 istituti; preoccupa poi l’aumento del carico di lavoro del personale Ata, che negli ultimi tre anni ha già perso 47.000 posti.

Come tagliare con i BES. Relativamente ai tagli al sostegno, si precisa l’intenzione del governo che degli studenti con disabilità si facciano carico i docenti curriculari (questa sarebbe l’obiettivo dei BES: tagliare 11.000 posti di docenti di sostegno) lasciando ai docenti specializzati i casi “particolari” che richiedono specifiche competenze, come d’altra parte molti nel mondo della scuola sostengono da tempo.

Tagli con la Legge di Stabilità. Questi tagli si aggiungono a quelli già previsti dalla Legge di Stabilità in discussione in parlamento: blocco contrattuale e degli scatti stipendiali, che costerà ai docenti ben 3.348 euro, mentre ai dirigenti circa 6.000 e agli Ata 2.400; blocco dell’indennità di vacanza contrattuale, secondo alcune interpretazioni fino al 2017; rateizzazione del Tfr, che sarebbe corrisposto in due rate per gli importi superiori ai 50.000 euro.

Tagli degli ITP? Un articolo pubblicato su Repubblica.it il 16 novembre annunciava una nuova riforma degli istituti tecnici e professionali, che avrebbe portato al taglio delle compresenze degli ITP. definiti nell’articolo come una presenza inutile e costosa. La notizie veniva smentita da una portavoce del ministro dell’Istruzione, è bastata però a fare sorgere interrogativi sulle intenzioni della ministra anche su questo tema e a fare registrare interventi di docenti e sindacati.

Proteste di studenti e sindacati

Occupazioni nelle scuole. Contro la legge di stabilità e per il diritto allo studio, contro la condizione precaria delle strutture scolastiche, dopo le manifestazioni della scorsa settimana, si moltiplicano le occupazioni di scuole in tutta Italia.

Sciopero il 25 novembre. Per lunedì 25 novembre 2013 è indetto uno sciopero generale che coinvolgerà diversi settori tra cui la scuola e l’università dalla Confederazione sindacale Usi e dall’Organizzazione sindacale Slai Cobas.

Manifestazione il 30 novembre. Il 30 novembre Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda Unams manifestano per chiedere di cambiare la legge di stabilità ed eliminare il blocco dei contratti, per la stabilizzazione del personale precario e la revisione della riforma Fornero.

La riforma del 4 x 5

E’ stato reso noto dalla Flc Cgil, che critica la “politica del fatto compiuto” da parte della ministra, il Decreto di sperimentazione sulla riduzione di un anno del ciclo secondario, che autorizza tre scuole secondarie statali a sperimentare il percorso a 4 anni anziché 5 della scuola secondaria: IIS Majorana di Brindisi, ITE Tosi di Busto Arsizio, IS Anti di Verona.

Sull’argomento segnaliamo l’analisi di Pino Patroncini, che, oltre al taglio di 46.000 posti di lavoro previsti dall’operazione, ricorda che:

solo circa il 72% dei giovani arriva al traguardo di quella che una volta si chiamava maturità (contro l’85% che ci viene richiesto dall’Europa), solo un 45% prosegue all’università (un 45% che è già in calo con la crisi e che già l’anno successivo si riduce al 36% per via degli abbandoni), solo un 20% si laurea (contro una media europea del 35%,una media OCSE del 34% e una richiesta dell’UE di arrivare nel 2020 al 40%) e dove i famosi ITS, alternativi all’università, accolgono all’incirca 2.500 alunni quando altrove analoghi percorsi in altri paesi europei viaggiano nell’ordine delle centinaia di migliaia di alunni (in Francia sono 300.000!).

E osserva che

Riducendo di un anno il percorso senza compensazioni si rischia solo di ridurre di circa un migliaio di ore la formazione di almeno il 27% dei nostri diciannovenni!

Problemi di ordinaria amministrazione

Sul fronte del precariato. I sindacati denunciano: le 11.000 immissioni in ruolo autorizzate lo scorso settembre dal ministro Carrozza non bastano. Il precariato è in aumento. I supplenti non ricevono lo stipendio a fine mese. Intanto la Commissione Europea dà l’ultimatum al nostro Paese sul trattamento economico dei precari: 60 giorni di tempo per rispondere circa la differenza di trattamento stipendiale tra i precari di lunga data e gli insegnanti di ruolo, che viola la normativa dell’Unione Europea. Uno dei tanti casi di disparità di trattamento tra i lavoratori è il caso del non pagamento delle ferie non godute per i precari della scuola introdotto con la Legge di Stabilità, che addirittura rende operativa questa norma retroattivamente. Ulteriori caos è aggiunto da illegittimità del Miur nelle assunzioni.

Sicurezza nelle scuole. Nel giorno della XI Giornata Nazionale della sicurezza scolastica, Cittadinanzattiva si fa promotrice di unainiziativa legale: un ricorso al Tar del Lazio contro il ministero dell’Istruzione, dopo che questo ha sostenuto di non essere “l’amministrazione che possiede le informazioni sull’anagrafe dell’edilizia scolastica”. L’amministrazione ammette di non possedere le informazioni sugli stati di rischio di oltre 40.000 plessi scolastici: dal Ministero solo improbabili giustificazioni, ma così si lede il diritto alla trasparenza degli atti varati dalla Pubblica Amministrazione e quello dei cittadini ad avere informazioni certe.

Scatti pagati con Fondo d’Istituto. Il 22 novembre il Ministro dell’Istruzione ha dato comunicazione ai sindacati dell’avvenuta certificazione dei risparmi derivanti dai tagli (120 milioni di euro per il solo 2012), che confluiranno nel pagamento degli scatti di anzianità. Il resto verrà dal taglio del Fondo di istituto per il quale è già pronta la bozza che stanzierà 985 mln di euro (il 50% del totale) da distribuire alle scuole.

Un altro rimando per Quota 96. La Corte Costituzionale con udienza pubblica del 19 novembre ha sentenziato che dovrà studiarsi per bene il caso del personale della scuola il cui diritto acquisito al pensionamento è stato bloccato dalla legge Fornero e quindi una decisione viene rimandata ulteriormente. Probabilmente tra un mese la sentenza.

L’Italia conviene solo ai politici. Dall’indagine “A chi conviene l’Italia?“, elaborata dal Club dell’Economia in collaborazione con il Censis, emergono tutta l’amarezza e il disincanto degli italiani. La maggior parte degli italiani ritiene che il nostro Paese non sia più adatto a giovani, precari, disoccupati e laureati. Vivere in Italia ormai conviene solo ai politici, ai sindacalisti e alla finanza globale.

Però abbiamo l’Invalsi. Mentre la Flc Cgil denuncia le condizioni allarmanti della scuola, in particolare in alcune regioni del Paese, l’Invalsi annuncia il calendario dei test della primavera del 2014 e le novità per il 2014-2015. Altre novità nella conduzione dell’istituto sono attese dalle dimissioni del presidente Paolo Sestito.

Le riforme, bisogna saperle fare

Per concludere con qualcosa di propositivo, riportiamo, sul macro-tema delle riforme, la constatazione di Benedetto Vertecchi:

Si continua a evocare sempre più stancamente l’esigenza di riformare il sistema educativo. Ma credo che parlare di riforma non produca più alcun coinvolgimento emotivo in chi dovrebbe fruirne (sarebbe meglio dire subirne) gli effetti. Nelle scuole, come nelle università, la parola si è desemantizzata. Non si associa a riforma l’idea di un progresso nell’educazione, ma solo quella di interventi pasticciati che – se attuati – possono ulteriormente complicare il compito educativo…

Occorrono decisioni semplici ed essenziali, che sono immediatamente comprese se si inseriscono in un quadro nel quale la conoscenza abbia scacciato le assonanze: per esempio, vogliamo prendere atto che nei paesi industrializzati la scuola è sempre più l’ambiente dell’esperienza educativa e per questo estende la sua azione a gran parte della giornata?

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

10 pensieri su “Vivalascuola. “Se non ti piace obbedire, cambia lavoro”

  1. Pingback: Vivalascuola. “Se non ti piace obbedire, cambia lavoro” | Chimidice -Video e documenti dal mondo...

  2. Pingback: La mia scuola è un luogo senza parole « La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

  3. Condivido il fatto di aver dedicato questa puntata ai dirigenti. La mia teoria è che, in un’epoca in cui il potere è sempre altrove (lontano da noi e inattingibile) buona norma sarebbe cominciare a prendersela con quelle che sono le più prossime (vicine a noi e raggiungibili) emanazioni di quel potere. I dirigenti devono decidere da che parte stanno: o dalla parte della loro scuola o dalla parte del Ministero, della burocrazia cieca, dell’obbedienza supina. Se stanno dalla parte dell’obbedienza supina (e quasi tutti si collocano in quel comodo angolo) allora sono nemici di classe (in tutti i sensi).

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  4. 1) Dei dirigenti che – consapevoli o meno – usano l’Invalsi come grimaldello forse sperando di essere poi ricompensati dal Miur avevo già parlato in ottobre nella nota:
    “Dal maestro edenico di Malala al maestro dannato da Invalsi”
    http://www.idocentiscapigliati.com/2013/10/dal-maestro-edenico-di-malala-al.html

    2) C’è un aspetto strategico e pericoloso verso cui sta scivolando la scuola: il ribaltamento dei ruoli e dell’importanza fra didattica e burocrazia (o casta). La valutazione è attività e prerogativa essenziale e “pregiata” del docente, se ne viene espropriato, la didattica diventa serva e sguattera della burocrazia. E l’Invalsi diventa, per la didattica, il caporale, o il sergente, o il “pappone” (scusate il paragone che è bruttissimo, ma tecnicamente rende l’idea).

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  5. La battaglia sugli organi collegiali mi sembra sacrosanta e purtroppo attuale.

    C’è un aspetto, però, a mio avviso strettamente collegato alla reale autonomia degli organi collegiali e indipendenza rispetto al DS, che non capisco perchè non venga attaccato frontalmente e in maniera più esplicita.

    Mi riferisco alla facilità di controllo dei suddetti organi collegiali che un qualsiasi DS, e senza far ricorsi ai nuovi poteri coercitivi, può agevolmente assicurarsi dotandosi di una cricca – foraggiata a vario titolo – con cui svuotare di contenuto qualsiasi organismo, imponendo decisioni già prese nelle “vicepresidenze” con l’unica preoccupazione di “farle passare al più presto”.

    Se poi riesce a controllare la RSU (anche questa, cosa tutt’altro che impossibile..), il suo (o loro) strapotere non ha limiti. E ben si guardano dal fare cose che potrebbero dispiacere agli USR …

    Sappiamo che dopo una certa sentenza del consiglio di stato che consente loro di scegliersi i collaboratori, questa strategia è molto praticata (complice anche il progressivo impecoronimento); inoltre il terrore delle singole scuole di perdere studenti le ha trasformate in tante scuole private in cui chi si permette di soffermarsi a riflettere è un egoista disfattista.

    Non si tratta pertanto solo di difendere la scuola della costituzione, ma anche di ripristinare alcuni aspetti fondanti, come la lealtà tra colleghi e tra singole istituzioni scolastiche, “privatizzati oramai nell’animo”. Una degenerazione ben più sottile e difficile da contrastare.

    Cordiali saluti e vivo apprezzamento.

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  6. Pingback: Governance scolastica e “nuovi” poteri del dirigente « Edscuola Press

  7. perchè nessuno dice che il decreto Carrozza prevede l’assunzione di 145 dirigenti ministeriali con compiti di controllo delle prove invalsi.

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  8. Pingback: In attesa della Costituente « Edscuola Press

  9. Siamo lieti di dare una buona notizia.

    Si conclude positivamente una delle storie raccontate in questa puntata di vivalascuola, quella del maestro Giordano Mancastroppa. Gli è stata cancellata la sanzione comminata per il rifiuto di Tabulazione delle Prove INVALSI:

    http://www.rknet.it/lascuolasiamonoi/index.php?mod=read&id=1452842839

    Grazie a Giordano e a tutte/i coloro che ancora ci ricordano che la scuola pubblica è un bene comune e che la libertà d’insegnamento è un irrinunciabile diritto costituzionale.

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