Murakami e Wada e i ritratti (in jazz)

murakami JAZZ copertina
Un nuovo libro giapponese dall’incontro fra un romanziere e un pittore

di Guido Michelone

Murakami è oggi forse il maggior scrittore giapponese, anche in Italia noto per i quattro romanzi Norwegian Wood, L’arte di correre, Kafka sulla spiaggia, 1Q84 (tutti usciti da Einaudi), ma soprattutto è da sempre risaputa la sua passione per il jazz, su cui spesso imbastisce interi libri come A sud del confine a ovest del sole, in parte autobiografico, partendo da una canzone di Nat King Cole; grazie alla gestione di un jazz club per diversi anni (e ancor prima frequentando da studente negli anni Sessanta i bar della città di Kobe dove si possono ascoltare unicamente dischi di jazz), senza mai considerarsi un esperto, arriva a cogliere a fondo la bellezza del sound di ogni improvvisatore alla tromba, al piano, alla chitarra, al sax, alla voce, alla batteria, al contrabbasso.
Ecco allora, per Murakami, un nuovo libro interamente sul jazz, libro che non è critica, biografia, saggistica, musicologia, diaristica, sociologia, ma semplicemente una raccolta di duplici ritratti di 55 jazzisti. Duplici nel senso che c’è il ritratto scritto e quello pittorico, il primo di Murakami e il secondo di Wada. E senza nulla togliere al pittore (che riesce a sintetizzare alla perfezione il volto o il corpo del jazzman in questione, soprattutto quando inforca lo strumento, rielaborando o stravolgendo foto notissime) l’artefice di questo testo verbo-visivo è senza dubbio il romanziere.
Per ogni jazzman, accanto a una rapidissima biografia (spesso frettolosa) e alle copertine in bianco e nero dei long-playing discussi, il volume presenta a tutta pagina le immagini a vivaci colori di Wada e soprattutto i ritratti letterari: Murakami qui dunque non fa critica né giornalismo né tantomeno musicologia o jazzologia, ma sceglie di evocare i momenti di un brano ascoltato o di tradurre verbalmente le sensazioni provate a un concerto o di rimando all’ascolto del microsolco, magari a casa in poltrona, mentre sorseggia un whisky o una birra.
Concretamente questi ritratti in jazz, risalenti al 1997, nascono quindi a quattro mani: 55 dipinti a olio del grafico Wada Makoto, riguardanti primi piani di grandi solisti, orchestrali, cantanti, da Jelly Roll Morton a Eric Dolphy (praticamente il meglio del meglio dal 1920 al 1980, grosso modo), in uno stile fra pop-art e neo-espressionismo, trovano un pendant letterario nelle parole di Murakami, al quale spetta la scelta dei personaggi, in quanto non solo fine conoscitore ma soprattutto rigoroso collezionista di album in vinile.
Detto così parrebbe qualcosa di superficiale e impressionistico, ma la prosa dell’Autore intrisa di lirismi, analogie, slanci, metafore, è profonda e seducente, al punto da inventare un linguaggio nuovo per comunicare ai lettori (e agli ascoltatori) una poesia del suono che si chiama jazz. Per le statistiche, infine, Murakami e Wada ritraggono dieci sassofonisti e dieci cantanti, nove pianisti, sette trombettisti, cinque band leader, tre batteristi e tre chitarristi, due contrabbassisti, un trombonista, un flautista, un vibrafonista, un compositore e un quartetto.

Murakami Haruki e Wada Makoto, Ritratti in jazz, Einaudi, Torino, pagine 239, euro 19.50.

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