Provocazione in forma d’apologo 256

Benché avesse una bella famiglia, una bella casa e un buon lavoro, l’uomo non era felice. Anzi, si può dire che per quanto all’indietro si spingesse coi ricordi, felice non era stato mai. Gli era sempre bastato posare lo sguardo o anche solo il pensiero sul suo piede sinistro per essere invaso dalla furia.
Eccolo lì l’estraneo, il nemico! Beninteso, quel piede non aveva nulla di speciale, ed era sanissimo. Bella forza, si diceva l’uomo, quell’escrescenza aliena viveva e prosperava a dispetto ed a spese di lui, del corpo che sentiva suo. Nondimeno, immaginando ciò che gli avrebbero risposto e come lo avrebbero poi trattato, della questione non aveva mai fatto parola con nessuno, in particolar modo con i medici. Sentiva che la cosa doveva risolverla lui stesso, quando l’esasperazione fosse giunta al colmo, quando avesse trovato i mezzi giusti e l’occasione buona si fosse presentata. Finalmente le tre condizioni si verificarono insieme, e lui non si lasciò sfuggire il momento propizio.

Approfittando di un’assenza sufficientemente lunga dei familiari, seduto davanti a un ampio recipiente dove aveva sistemato dei pani di ghiaccio secco che si era procurati, vi ci tuffò il piede sinistro e attese. Attese ad occhi chiusi, con voluttà: non sentiva dolore, pregustava le gioie di una nuova vita, quella vera.
Per risparmiare particolari ovvi e irrilevanti, i familiari alla fine giunsero e lo trovarono ancora in quella posizione e in quello stato; orripilati e increduli lo portarono di corsa all’ospedale, dove si tentò inutilmente di salvare l’arto; amputazione, rieducazione, protesi; persino un programma di sostegno psicologico al quale si assoggettò disciplinatamente. Quindi il ritorno a casa, e gradatamente alle occupazioni solite.
Tutti lo guardavano perplessi o peggio ma lui niente, era contento come una pasqua, quell’esistenza saltellante era proprio quella che aveva sempre sognato, finalmente se stesso, finalmente intero.
Ma non visse per sempre felice e contento, la pasqua non durò all’infinito.
Dopo qualche mese cominciò ad avvertire l’antica inquietudine, punteggiata da accessi di rabbia. E una mattina facendosi la barba davanti allo specchio mise a fuoco, comprese: eccolo lì l’estraneo, il nemico: eccolo dove con somma astuzia si era sempre nascosto, stando in bella evidenza! Il suo naso, anzi, “quel” naso! Solo il ribrezzo per il piede sinistro aveva potuto deviarlo tanto a lungo dalla constatazione di quell’evidenza palmare. Però questa volta non si alterò, non si scompose: ormai per esperienza sapeva, come compiaciuto si disse, che per tutto il rimedio si trova.

15 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 256

  1. Cara Elisabetta,
    più che altro un’orrida storia vera alla quale ho impiantato un finale per vedere se attecchiva.
    Riabbraccio,
    Roberto

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  2. Screditare qualcuno per i nostri demeriti è di gran lunga più facile che incontrare la consapevolezza delle proprie azioni e riconoscere qualche possibile errore; dopo di che la soluzione è pronta in tasca.

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  3. Gentile robysda,
    è così; inoltre c’è da considerare la dialettica fra interno ed esterno: sovente ciò che consideriamo al di fuori di noi (con tutte le conseguenze del caso) non lo è affatto; e viceversa.
    Un saluto,
    Roberto

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  4. Cara Giorgina,
    in effetti i ricordi sono diversi, mescolati con un po’ di malizia.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  5. Caro Roberto,
    certamente sono diversi i ricordi e soprattutto le conseguenze di certe scoperte.
    Che cos’ha il (mio) naso? Una volta nato questo rovello, è finita!
    Poi ciascuno prende le decisioni che vuole.
    Un caro saluto a te
    Giorgina

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  6. Cara Giorgina,
    ovviamente il naso può giocare d’anticipo, e prima d’essere sloggiato andarsene con le sue gambe.
    Risaluto,
    Roberto

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  7. Cara Giorgina,
    “poi” di naso ne resterà ben poco a tutti, ora chi ne ha un bell’esemplare se lo tenga ben stretto.
    Risaluto,
    Roberto

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  8. Caro Roberto, ancora una volta mi hai salvato! Stavo giusto giusto realizzando quanto, negli ultimi tempi, abbia sempre più spesso posato lo sguardo sullo specchio accompagnato dal pensiero “eccolo lì l’estraneo, il nemico!” .
    Un caro saluto.
    M

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  9. Caro Matteo,
    sustine et abstine: sopporta il nemico e ed astieniti dal farlo fuori, potrebbe tornarti utile 😉
    Un abbraccio,
    Roberto

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