Fuori dalla scena

Berlusconi è fuori dal Parlamento – ed era ora – ma non dalla politica e dalle relazioni che la condizionano. Continuerà infatti a comprare uomini e decisioni istituzionali, inevitabile dark side della democrazia, per cui dieci opportunisti o venduti conteranno più di nove elettori liberi e consapevoli. I soldi sono determinanti per vincere le elezioni, e sono determinanti i media che egli possiede e controlla da trent’anni, e che nessuno riesce a togliergli nemmeno in parte. I programmi “intelligenti” e di “svago” delle sue reti e di quelle Rai hanno martellato nelle generazioni il mantra che si può vivere senza cultura, disinteressandosi di tutti e di tutto introflessi solo sui propri piaceri. Basta essere furbi e spregiudicati, o avere un corpo attraente e qualche abilità non sempre nobile. Ha ridotto l’Italia in un paese dei balocchi, la dispersione scolastica è una delle conseguenze (circa 35.000 studenti delle medie inferiori e superiori fuori usciti dal sistema scolastico nell’anno scolastico 2011/2012).
Chi non ha valori solidi e competenze minime non solo non può scegliere, subendo le scelte e gli accadimenti dall’esterno, ma può condizionare negativamente l’azione delle istituzioni (paralizzate per anni dai suoi problemi giudiziari), col proprio voto, danneggiando gravemente sé stesso e gli altri.
La situazione economica e sociale italiana è anche il frutto di questa deriva per nulla casuale. Non bastano la consapevolezza e la rettitudine di una parte della società, se una buona parte di essa ha dato forfait e non è in grado di dare il minimo apporto per un cambiamento migliorativo, per lenire la sofferenza di milioni di italiani. La cultura si conferma perciò una priorità, ad azione lenta, con salto di generazioni.

6 pensieri su “Fuori dalla scena

  1. “Non bastano la consapevolezza e la rettitudine di una parte della società, se una buona parte di essa ha dato forfait e non è in grado di dare il minimo apporto per un cambiamento migliorativo, per lenire la sofferenza di milioni di italiani. La cultura si conferma perciò una priorità, ad azione lenta, con salto di generazioni”.

    Ricordo una mia docente universitaria -la storica dell’Asia Enrica Collotti Pischel – che si arrabbiò durante una sessione di esami: ci disse „a che cosa serve snocciolare a memoria date e numeri quando non si sa che Hitler ammazzò sei milioni di ebrei?“
    Ecco, io penso ad una cultura che serva ad aprire la mente, il cuore e l’anima per incamminarci lungo i sentieri della sensibilità e della fraternità, per salvarci dalla schiavitù degli idoli, dell’indifferenza, dell’appiattimento , e, nella sofferenza, dal buio che indurisce o toglie speranza.
    Grazie sempre, Giovanni.

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