Bamboccioni? No, arresi. E cocciuti nella loro resa.

 
di: Guido Tedoldi

Recensione de «La resa», romanzo di Fernando Coratelli – Gaffi, 2013, pp. 410, € 16,90
 
Questo romanzo racconta l’oggi di una generazione, quella dei trenta-quarantenni, e racconta l’oggi di una città, Milano. E lo fa con la ragion veduta dell’autore, Fernando Coratelli, che è nato nel 1970 e parla delle persone che conosce e che incontra nella vita di tutti i giorni, nel posto che frequenta ogni giorno. Per farlo ci impiega un tot di pagine, in molte delle quali sembra che i componenti della generazione raccontata vogliano realmente impegnarsi per cambiare il mondo – per quanto possibile in meglio a seconda delle sensibilità personali di ognuno. Invece, quando si arriva alla fine… si realizza ciò che fin dal titolo era evidente. Si arrendono tutti. E nel caso in cui qualcuno continui a combattere, be’, non se la passa tanto bene.

Ci provano tutti, eh. Non è quello il problema. Soprattutto se trovano un motivo per scatenare l’energia vitale che dopotutto hanno – per questioni anagrafiche ma anche per competenze professionali, cultura, buona salute. Quel motivo sono gli attentati dell’11 giugno, ovvero 4 bombe fatte esplodere da kamikaze islamici in vari punti della città. Tra i personaggi ce ne sono 4 che si salvano, per motivi fortuiti e indipendenti dalla loro volontà: Tommaso, antiquario, Agata, dirigente di una banca d’affari, Teresa, avvocata e Andrea, faccendiere.

A pagina 65 si ritrovano sopravvissuti, e quasi tutti pervasi da stupore energizzante. A pagina 410 la loro voglia di cambiare il mondo in meglio, affinché vengano meno le ragioni per le quali i terroristi di mezzo mondo fanno sfracelli, è già esaurita (e non è ancora agosto, il mese delle ferie). Ognuno prosegue nella propria vita precedente, ma avendo compiuto dei passi in avanti che li pone in condizioni migliori rispetto a prima. Tommaso è politicamente confuso avendo visto la pochezza dei partiti di sinistra nell’ultimo ventennio, ma il suo negozio di antiquario non risente della crisi. Agata poteva fondare una Ong per andare a rompere le scatole agli imperialisti americani nei campi profughi del Medio oriente, ma ha verificato sul campo che in certe Ong l’ipocrisia è grande. E quindi prosegue la sua carriera nella banca, sulle ali di un contratto che farà ricca lei e non solo. Teresa aveva pensato di aprire uno studio legale proprio, dedito alle cause civili, ma dopo aver difeso con successo un parlamentare del centro destra le si aprono le porte del Parlamento. In cui entrerà sotto insegne politiche in cui non ha mai creduto, ma insomma, dopo pochi mesi potrebbe emigrare nel gruppo misto e poi passare a sinistra, sempre che le convenga. Andrea poteva diventare un marito fedele e buon padre di famiglia, grazie a un contratto di lavoro che aveva trovato in pochi istanti. Ma non ce la fa, la sua natura è un’altra e per assecondarla fa il malavitoso.

 

Tommaso lo dice a metà libro:

 

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pp. 218-219

Vedi, Teresa. (Ha la voce raspata e lenta).

Sì, dimmi. (Ribatte lei a velocità doppia e squillante).

Non so se siamo capaci di cambiare il corso delle cose. La nostra generazione è incapace.

Quali cose? Quale generazione?

Le cose che dici tu, la generazione mia, tua, quella dei più giovani.

Ah. (Delusa). E tu cosa credi?

[…]

In tutto quello che è successo ieri, mi sento satellite e non pianeta. Non ho opinioni né verità, né nuovi propositi. Noi siamo sconfitti in partenza, siamo molli, ci lasciamo guidare dai nostri genitori, siamo eterni ragazzi.

Anche tu credi che siamo dei «bamboccioni»? Secondo te è come se non fosse successo niente?! Noi non siamo in grado di cambiare niente?

Forse.

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Anche se fino alla fine, nella sua confusione, Tommaso non sembra del tutto convinto. Più convinto è un giornalista di Repubblica, Fabio. Il quale racconta la «verità vera» delle ragioni geopolitiche e dei maneggi di servizi segreti deviati e no, di politicanti corrotti e no, di terroristi consapevoli di esserlo o invece soltanto accusati. Ma tanto poi le indagini sono svolte in maniere così becere (dall’una e dell’altra parte) che ogni verità smette di essere vera l’attimo dopo essere stata definita, e anzi proprio perché definita: poiché tale processo è partigiano e fiacco, e non consente di portare a termine niente come si deve.

Arrendersi a questo stato di cose? È ripugnante. Ma forse consente di sopravvivere emotivamente, e di vivere bene (perlomeno dal punto di vista economico) dentro al sistema – proprio perché il sistema non cambia.

Tommaso sa tutto questo. Ma, poco oltre la metà del libro prende una decisione:

 

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p. 249

Tommaso tace e inspira. Guarda le ragazze che affollano la piscina. Non vuole partecipare a questa discussione, anzi, da quando Milano è caduta vittima degli attentati terroristici, gli sembra di aver perso la coscienza politica. È precipitato in un disinteresse generale, in una resa incondizionata all’inevitabile. Se qualcuno fino a pochi giorni prima davanti a Tommaso avesse fatto questo stesso discorso, lui lo avrebbe aggredito verbalmente dandogli del menefreghista, dell’attentatore sociale, del vile individualista causa dei mali occidentali. Ora è lui a essere disorientato.

Ora preferisce tacere.

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Eppure.

Sarà così, ma.

Cioè.

Coratelli dice tutto questo in un modo distaccato. Che c’è e non c’è. Letto da un’altra angolazione il libro non racconta politica o terrorismo, questione generazionale o altri temi così pubblici. Racconta invece storie di sesso, private. Alcune sono anche storie d’amore, ma appena virano su quel versante succede regolarmente qualcosa che le fa deragliare – per cui tornano a essere al massimo storie di sesso. Chi entra nel letto di chi, chi sente parlare qualcuno e intanto smania, chi si sente tradito e soffre in silenzio, chi tradisce e non gliene frega niente, ecc.

Per mantenere questi due registri senza essere didascalico, Coratelli ricorre a un montaggio da fiction statunitense (in stile «24», telefilm interpretato da Kiefer Sutherland e girato da Joel Surnow e Robert Cochran con la tecnica dello «split screen», ovvero con lo schermo dell’attenzione che si sdoppia, paf, si triplica, paf, torna unico, paf, a scansioni di pochi secondi ovvero di poche righe). Ne deriva un ritmo serrato, con tanti eventi contemporanei che non perdono questa caratteristica sebbene raccontati, fatalmente, in successione. Il mondo di Coratelli è una specie di eterno presente interpretato da miliardi di persone nello stesso momento – e raccontabile tutto.

 

Funzionale alla scelta di montaggio delle scene è la scelta di non scrivere il parlato dei personaggi tra virgolette, che per quanto quasi istantanee da leggere portano via millisecondi di tempo – e dopo tante pagine rallenterebbero troppo. Per cui via, flusso, flusso, cinetica folgorante; se serve lentezza, c’è modo di ottenerla e Coratelli domina quel modo.

Fare così è, mi pare, un segnale. Forse addirittura di più: è la dichiarazione di una poetica. Mette un segnale nel gran mare delle storie possibili e dei modi possibili di raccontarle. E un invito a sviluppare.

Non propriamente un segnale di resa, nonostante tutto.

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