diventare Fabrizio

fabrizio centofanti
di Antonio Sparzani

Voglio parlare di Diventare se stessi di Fabrizio Centofanti (Effatà editrice, 2013, 173 pagine, € 12), perché è un libro che mi ha preso per mano e mi ha condotto alla fine senza permettermi di distrarmi e nello stesso tempo senza mai darmi un punto fermo, a cui attaccarmi; sì, qualche frase isolata buttata lì senza parere, ma che dice molto più di quel che sembra, e invece un continuo inseguimento di sé, mai davvero raggiunto. Sono passati otto anni da quando lessi Alla cieca, di Claudio Magris (Garzanti, 2005), ma questo libro di Fabrizio me l’ha fatto ricordare. Con tutte le differenze del caso, naturalmente, anche rispetto alla mole del lavoro, ma anche in quel caso, arrivato furiosamente alla fine, mi chiesi perché non andava avanti, perché non mi trasportava ancora un po’ più in là.

Tra le righe Fabrizio parla della sua adolescenza, di una problematica giovinezza, della vocazione sacerdotale, della figura di don Mario Torregrossa ― il parroco di S. Carlo da Sezze di Acilia (RM), che il 24 novembre del 1996 fu gravemente ustionato per opera di uno squilibrato ― che per la vita di Fabrizio ebbe un’importanza vitale, ma ne parla con uno stile e una leggerezza davvero uniche. Sono 84 capitoli, ciascuno di una pagina, una e mezza, lampi di delirio nei quali lo scavo nella memoria del proprio passato è continuo, spudorato e impietoso.

Apro a caso e vi copio qui il cap. 26:

Il marinaio
L’adolescenza è un magma di sensazioni senza capo né coda: vuoi essere tutto e non sei nulla. Resti il bambino timido con la paura di sbagliare, e nello stesso tempo ti scopri una specie di playboy di cui s’innamorano tutte le ragazze; stacanovista, curvo sui libri un pomeriggio intero, e studente cui basta niente per distrarsi: un libro di racconti lasciato lì per caso, la copertina glamour con la donna che ti guarda sorridendo, il film di Zorro che comincia tra poco alla TV. Sei sempre lo stesso, e cambi ogni minuto. Adesso vai da Massimo, il compagno di classe che abita di fronte a casa tua; seduti al tavolo rotondo, scrutate un rettangolo di cartone rigido, con un perimetro di caselle colorate e otto percorsi interni, grigi, di forma disuguale. Devi decidere gli obiettivi che hai intenzione di raggiungere: Soldi, Fama e Felicità; attribuire a ognuno un valore numerico, in modo che la somma sia sessanta. Un guaio per te, che prendi sul serio pure i giochi. Scegliere tra le carriere, poi, è ancora più penoso: astronauta? politico? attore? marinaio? Professore universitario: è questa, per uno come te, la strada più indicata per ottenere la dose giusta di fama e di felicità. Già ti vedi nei corridoi della Sapienza, con l’ordinario che ti stringe la mano e Alexandra che ti squadra con l’espressione da regina egizia, sempre abbronzata, l’aria complice di chi è uscita con te la sera prima, nelle vie del centro, ascoltando rapita il Romeo e Giulietta di Tchaikovsky. Non lo conoscevo. Non mi dire! Lo trovo straordinario. Sorride; non capisci mai se sia il momento di piazzare la frase galeotta, o se saresti fulminato dallo sguardo aristocratico e la vedresti uscire, offesa, dalla macchina. Non è come le altre: ha scritto libri, tenuto lezioni in aula magna, conosce professori prestigiosi, anche parigini, e tu pensi di poterla conquistare con un semplice Tchaikovsky? È l’unica capace di tenerti in soggezione: non trovi il coraggio di farle una carezza, di avvicinare le labbra alle sue labbra regali. Pensa se, poi, lo riferisse al titolare: ci ha provato, direbbe, in via Ripetta; mi ha sussurrato a tradimento, con l’occhio di triglia: non senti qualcosa pure tu? Ma io gli ho riso in faccia; ci vuol altro per una come me. Il professore ti osserva in modo strano: dice che sì, sognare è bello, ma bisogna pestare, pestare; e a te vengono in mente la cicala, il cedro, l’orario di lavoro, e ti chiedi se al mondo esistano davvero i trenta punti di felicità che hai scelto come tuo obiettivo. Massimo ti guarda con aria rassegnata, coi dadi in mano, che sta cercando di passarti da mezz’ora. Ho cambiato idea, gli dici, voglio fare il marinaio.»

È fatto di brandelli di esperienza del corpo vivo dell’autore, questo libro, che non cerca applausi, non ammicca, si piazza lì davanti a te lettore e dice, beh, a me è successo così, e a te, lettore, cosa succede, qual è la tua storia, ti ricordi come sei diventato quello che sei adesso?
Fabrizio ha scritto molto, basta guardare qua, perché mi pare abbia la scrittura nel sangue, così come ha nel sangue la capacità di relazione, e riesce forse a conciliare, cioè a trovare il tempo sia per la scrittura che per il suo defatigante lavoro di parroco, perché pratica entrambi con la stessa stupefacente intensità.

[pubblicato su Nazione Indiana, il dicembre 2013]

8 pensieri su “diventare Fabrizio

  1. Diventare Fabrizio? La vedo dura se non si ha il suo stesso cuore. Si può provare ad essere più veri e spontanei, a conoscersi di più davanti allo specchio dell’anima e offrirsi alla vita così come si è, cercando di tirare fuori il meglio di noi. questo libro è un bell’aiuto.

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  2. Ho letto questo libro on-line, assaporandone pagina su pagina e stamattina ho avuto anche l’opportunita di comprarlo. La sensazione e’ stata quella di leggere prima e acquistare poi, un pezzo anche della mia storia personale. I libri di Fabrizio Centofanti sembrano scritti non solo per il lettore ma con il lettore che, di fatto ,si sente piacevolmente considerato, rispettato, amato.

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  3. A proposito dell’ultimo capoverso di questa bella recensione, si è dibattuto a lungo, “nell’ambiente”, sulla conciliabilità di due vocazioni per altrettante attività entrambe totalizzanti; di come, a seconda dei casi, del punto di osservazione, delle personali aspettative di ognuno, l’una possa essere avvertita come detraente per l’altra. Se i fedeli lamentano la mancanza del dono dell’ubiquità, non di meno il lettore soffre se la pubblicazione della pagina del romanzo non è quotidiana oppure (e questo è un vero dispiacere) se non trova più la superiore presenza di Fabrizio nel mondo virtuale dei social network.
    Oggi, questa disputa mi appare quanto mai sterile. Secondo me, Fabrizio non ha bisogno di conciliare nulla, non smette alcuna veste per indossarne un’altra a seconda dell’occasione e del tempo di cui dispone. Da persona assolutamente fuori dal comune, ha semplicemente inventato un nuovo modo di svolgere il proprio ruolo.
    Ne deriva una considerazione finale, forse in disaccordo con il vero significato del libro di cui si parla. La sensazione che certi miracoli possano avvenire solo se, diventando se stessi, si scopra di essere Fabrizio.

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  4. Ringrazio Antonello per la splendida recensione, scritta a cuore aperto, Riccardo per l’altrettanto splendida prefazione e voi che avete apprezzato “certi miracoli” che nascono dall’aprirsi senza riserve, nella verità.

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