3. Cristo Re

da qui

Oggi va meglio. Ho imparato un po’ alla volta a digerire gli alti e i bassi, come fosse risuonata dentro, anche nei momenti disperati, la formula dell’amore sponsale: prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; come se Dio cominciasse a predispormi a un’avventura, a un cambio continuo di scenari, un balenare di luci subito seguito dalle tenebre più fitte, perché gira e rigira la vita è un vorticare incessante sulle montagne russe degli eventi.
Solo in seminario regnava una calma piatta ed irreale, un tempo liquefatto tra lezioni accademiche, pranzi e cene nel grande refettorio, preghiere tormentate davanti all’ostensorio della cappella grande, in cui un Gesù dalla faccia tonda e bianca attirava su di sé ogni dubbio e oscurità, e la mia mente vagava senza sosta, pensando al mio amico sacerdote, ancora sofferente per l’ictus ed esposto a ogni rovescio del destino. Appena ne avevo l’occasione, mi mettevo in fila alla cabina telefonica, in attesa di sentirne la voce che diceva bene, tutto bene, ed io tornavo a scendere e salire gli scaloni col cuore sollevato, fino alla fila della sera dopo.
Era strano coricarsi nella stanza spoglia senza dargli il saluto della buonanotte, cedere al sonno senza avergli chiesto: hai preso le pillole? facciamo l’insulina? Perché il tempo, a casa, era scandito dalle mille incombenze dell’assistenza sanitaria e misurato in base alla distanza tra l’assunzione del farmaco per l’ulcera e il test elettronico della glicemia. Per anni ho continuato mentalmente a compiere quei gesti, anche quando lui non non c’era più, e il vuoto si riempiva in modo meccanico di ovatta, di ricette, di chiamate ai medici per chiedere lumi sulle dosi da applicare. Insomma, calma piatta solo in apparenza, mentre dentro era tutto un saliscendi di montagne russe, un risalire faticoso, sbuffante e sferragliante, fino al giorno in cui mi dissero di stare faccia a terra nel presbiterio di San Pietro, e le mani rugose di un papa polacco si posarono sul capo che ancora ripassava le compresse da dividere tra la sera e la mattina, ancora tratteneva il fiato in attesa del responso sul diabete (trecento, trecentocinquanta, lo vedi che sei matto? la finisci di strapazzarti tanto?), e tutto correva tumultuosamente verso il ventiquattro novembre del millenovecentonovantasei, quando alle sette e cinquanta, nella solennità di Cristo Re, accadde qualcosa che avrebbe cambiato, ancora una volta, la mia vita.

8 pensieri su “3. Cristo Re

  1. “e tutto correva tumultuosamente verso il ventiquattro novembre del millenovecentonovantasei”

    “Oggi non è che un giorno qualunque
    di tutti i giorni che verranno,
    ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno
    dipende da quello che farai oggi.”

    Ernest Hemingway

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  2. La chiamata, un mistero da compredere, dove “la ragione è una scogliera sull’infinito” dove il Signore separa il figlio dalla madre, dal mondo, dalle cose effimere e da quelle sante, e invita in una dimensione nuova, una formula nuziale “nel dolore e nella malattia, nel bene e nel male “, solo Dio, unicamente Dio, non più altri, quanto meno sè, per poter essere di tutti. Non è un incontro facile quello col divino, ammirabile Amore, si presenta alle volte come a Giacobbe a Penuel, in una misteriosa lotta, un passaggio dalla notte all’aurora quando si è finalmente benedetti. E’ la via segreta segnata a creature privilegiate, chiamate nella sofferenza alla immedesimazione a Gesù crocifisso, una via difficile dove “il cuore rimonta più che mare” e l’orgoglio è spezzato, annientate le certezze dell’intelletto e i desideri del cuore in una proposta assoluta, nell’assoluto mistico amore di Cristo.
    “Da quando si ferì il mio cuore/ un gemito solo lega i miei giorni”e sensi e anima anelano a chi è il gaudio del Paradiso che sublima lo spirito, spesso, senza che questo lo sappia.

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  3. Il tempo non si ferma, scorre leggero, lui, negli affanni della vita, nella speranza riposta in una telefonata e una preghiera necessaria, fra la solitudine della notte e la forza di cambiare pagina ogni volta che sembra di aver raggiunto l’irraggiungibile; non sappiamo cosa scriverà domani, per noi figli di un’attesa eterna che sogna il miracolo senza fine.

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  4. Il saliscendi era già evidente, al limite della sostenibilità. Eppure, quel giorno, il giro sulle montagne russe ha iniziato ad amplificarsi e moltiplicarsi. Un susseguirsi di salite infinite e discese impossibili.
    Ma l’uomo che uscirà dal lunghissimo percorso iniziato quell’ultima domenica di novembre e concluso alla fine di dicembre di alcuni anni dopo, scriverà:
    “… ho deciso di ripartire dal poco: la gioia rarefatta del caffè dell’una e mezzo, la sfumatura di un richiamo, il giornalaio che mi sorride la mattina. La vita eterna è un dettaglio di cui si torna a notare l’esistenza. Ho avuto un angelo, al mio fianco: un po’ alla volta, sentirò ancora il suo frullare d’ali, la scia di vento, l’eco della voce inconfondibile.”
    Ecco. Se dalla giostra non si può scendere, perché essa è la vita, forse si può almeno giungere, più o meno illesi, più o meno integri, alla stazione delle montagne russe. E chissà che, prima poi, non capiti finalmente un po’ di zucchero filato.

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  5. Chiedo scusa per questo attacco di infantilismo e se faccio scendere il livello dei commenti, ma a me questo post ha fatto venire in mente una canzone che cantavo da bambina, precisamente: Pim Pam. Il perché non lo so proprio.

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  6. Essere consapevoli della propria vita per affrontare ruolo di nostra crescita con amore, gioia, pazienza, fede. Perché tutto che ci capità nella vita ha suo senso.

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  7. “Per anni ho continuato mentalmente a compiere quei gesti, anche quando lui non c’era più, e il vuoto si riempiva”

    Un dettaglio che colpisce nella delicatezza di questa pagina. Fa pensare a come nel cuore delle relazioni ci sia una specie di ritualità naturale, spontanea, quasi a voler dare corpo a un filo invisibile, per rafforzarlo nei momenti di assenza, distacco, nel gira e rigira incessante di una vita che può riservare l’imprevedibile.
    In fondo, la fede non è anche un po’ questo, portarsi sempre dentro la memoria dell’amore al punto da trasformarla in gesti, per sé e per gli altri?

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  8. Oggi ho riletto ancora questa pagina, non so perchè, ma mi fa star bene… ritrovo il dolore e l’amore, i momenti dell’ “I care” fatti e ricevuti, il pensiero disperante e quello sublimato dal guardare in alto… tutto questo e molto di più.

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