Vivalascuola. Sì alla scuola dell’infanzia statale!

A volte i principi s’incontrano con i bisogni concreti e non possono essere elusi. Succede oggi nel caso della scuola dell’infanzia. I principi dell’art. 33 della Costituzione s’incontrano con i bisogni reali delle famiglie. La crisi economica rende più difficile sostenere le quote richieste dalle scuole private, che in alcune città godono una situazione di monopolio, allora si fa pressante la richiesta della istituzione di scuole dell’infanzia statali. Questo ci dicono l’esito del referendum di Bologna e varie iniziative in corso in varie città d’Italia. In questa puntata di vivalascuola Silvia Bodoardo, Francesco Cappelli, Antonia Guerra, Bruno Moretto, Carlo Salmaso, Antonia Sani, Sergio Tamborrino ci parlano della situazione a Torino, Milano, Bari, Bologna, Padova, Roma, Firenze.

Scuola dell’Infanzia 2013
di Antonia Sani

Terminavo l’articolo sulla Scuola dell’Infanzia, scritto circa un anno fa per “Viva la Scuola”, con un augurio al Comitato Art. 33 bolognese di vincere la battaglia referendaria.

Un anno è trascorso e la vittoria ha sorriso ai coraggiosi cittadini bolognesi che si sono impegnati con una tenacia indescrivibile nell’avventura del referendum scuola dell’Infanzia pubblica vs. scuole dell’Infanzia private. Il 26 maggio si sono pronunciati a favore della scuola comunale e statale 50.517 cittadini, pari al 59% degli 86.000 votanti. La maggioranza di essi ha dunque affermato di ritenere che il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine sarebbe meglio garantito se i fondi comunali attualmente stanziati per le scuole paritarie private venissero invece investiti nelle scuole comunali e statali.

A questo limpido esito di un referendum, sì consultivo ma inequivocabile, il Comune di Bologna ha negato ogni attenzione. Il sindaco ha ribadito di essere stato eletto per tutelare il “sistema integrato” e il 29 luglio u.s. il Consiglio Comunale ha confermato a maggioranza (PD e PDL) i finanziamenti alle scuole private; non è stato accolto dalla maggioranza un o.d.g. di SEL, 5 Stelle e Gruppo misto, che recependo il risultato del referendum propone di azzerare in 3 anni tali contributi…

Da rilevare che al PD, erede di quel PCI bolognese in prima linea nella difesa dei diritti sociali dei cittadini, deve essere del tutto sfuggita la mappa del voto zona per zona correlata al reddito, che conferma il forte sostegno alla scuola pubblica di tutte le zone popolari

E’ evidente che la vicenda del referendum bolognese – pure vittorioso – non può essere considerata in sé promotrice di un’inversione di tendenza nelle istituzioni locali, ma la sua eco e l’importanza nel contesto nazionale sono state enormi. Principalmente per due ragioni.

La prima la definirei un sorta di “scossa” sulle coscienze addormentate, o per meglio dire, indifferenti. Bologna in pochi mesi è diventata il modello di qualcosa di accessibile a tutti in nome di un diritto da rivendicare, diritto del quale nella quotidianità si stentava a rendersi conto. Il fatto che la scuola dell’Infanzia non sia obbligatoria quasi assolveva agli occhi dei genitori il Comune dall’obbligo di garantirla…

Sono stati compiuti passi avanti nella formazione critica di cittadini che per la prima volta si sono resi conto di ciò che significa “Il diritto allo studio comincia a 3 anni”, della differenza tra la Scuola dell’Infanzia (scuola istitutita con la Legge 444/68) e i servizi socio-educativi (es. Asili Nido).

Nelle riunioni in cui si sono esaminati i materiali prodotti dal Comitato Art. 33 di Bologna si è discusso – spesso per la prima volta – di laicità, della libertà e del pluralismo che la scuola pubblica garantisce a fronte del progetto educativo delle scuole private, libere di deciderlo per la libertà che la Costituzione riconosce loro, ma “senza oneri per lo Stato”… Un ‘espressione un po’ criptica, questa, per i non addetti ai lavori, ma che sta entrando – dopo Bologna – nel linguaggio abituale di molti cittadini…

A Bari si è formato un Comitato Art. 33, e uno è nato anche a Roma, dove ci si riunisce per studiare la possibilità di una proposta di delibera comunale di iniziativa popolare per interrompere i finanziamenti alle scuole private dell’Infanzia rivolgendoli all’apertura di nuove sezioni pubbliche.

La seconda ragione è rappresentata dal fatto che gli approfondimenti cui abbiamo fatto riferimento sono approdati su un terreno più erto e scosceso, che finalmente comincia a dimostrarsi accessibile non solo ai giuristi. Il quadro che ci si presenta contempla oggi 3 tipi di scuole dell’Infanzia: statali, comunali, private.

La scuola statale sta lentamente prendendo il sopravvento, soprattutto – ci dicono i dati Istat – nelle regioni settentrionali; diminuiscono quasi ovunque le scuole comunali, restano praticamente stabili le scuole private in numero superiore alle scuole comunali in diverse località del meridione.

Le ristrettezze dei bilanci comunali offrono uno scenario contraddittorio: non si è in grado di aprire nuove sezioni, si erogano contributi alle scuole dell’Infanzia private, non si pretende dallo Stato l’attuazione del suo impegno costituzionale dal momento che la scuola dell’Infanzia è divenuta “scuola”. Emblematico è il caso di Bologna, dove lo Stato la scorsa estate ha rifiutato al Comune la concessione di 10 sezioni statali.

Noi non ci stanchiamo di ripetere quello che era uno slogan degli anni ’70 “Scuola dell’Infanzia, finanziata dallo Stato, programmata dalle regioni, gestita dai Comuni”. Questo noi dobbiamo continuare a chiederlo e ad additare questo percorso come il solo in grado di realizzare in tutto il territorio nazionale il principio cosituzionale dell’uguaglianza delle opportunità.

Le scuole dell’Infanzia pubbliche sono in numero insufficiente; a questo dato di fatto è necessario porre rimedio, superando il dualismo scuola statale-scuola comunale, incomprensibile per molti genitori. La stessa ISTAT riaggrega i dati dei due tipi di scuole nel quadro finale, separandoli dai dati delle scuole private, mentre a causa di quell’espressione “Enti e privati” contenuta nell’art. 33 della Costituzione, le scuole comunali nel bilancio dello Stato sono considerate nello stesso capitolo delle scuole private!!!!

Da ultimo, la ventata di consapevolezza sollevata dal referendum di Bologna ha fatto balzare in primo piano la causa prima di finanziamenti impropri alle scuole private, definite “paritarie”, vale a dire la Legge 62 del 2000. Se prima di questa legge i Comuni in regime di convenzione supportavano le scuole private adducendo motivazioni che andavano dall’essere “Ente” e non “Stato”, dalla presenza di scuole private che già svolgevano “un servizio”, con la Legge 62 i finanziamenti sotto varia forma alle scuole private – e non solo dell’Infanzia – sono divenuti una regola. Nel 2014 i finanziamenti statali alle scuole paritarie ammonteranno a 494 milioni di Euro.

Senza oneri per lo Stato” è stato il titolo del bel Convegno di Milano del 26 ottobre. L’iniziativa che si sta sviluppando in varie città per contestare i finanziamenti comunali alle scuole private dell’Infanzia deve avere come orizzonte ultimo l’abrogazione di questa legge e l’assunzione da parte dello Stato della totale responsabilità della scuola dell’Infanzia, superando l’assurda dicotomia tra sezioni statali e comunali.

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Dopo il referendum bolognese contro i finanziamenti alle scuole dell’infanzia paritarie private
di Bruno Moretto

Il 26 maggio 2013 86.000 cittadini bolognesi (pari al 30% dell’elettorato) si sono recati alle urne per votare su un referendum che chiedeva agli elettori di scegliere quale fosse l’uso migliore delle risorse comunali di oltre un milione di euro che ogni anno (dal 1995) vengono erogate a favore delle scuole dell’infanzia private diventate poi paritarie con la legge n. 62 del 2000.

Il quesito così recitava:

Quale fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritare a gestione privata ritieni più idonea per assicurare il diritto costituzionale all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?

a) utilizzarle per le scuole comunali e statali

b) utilizzarle per le scuole paritarie private

50.517 elettori pari al 59% hanno votato per il trasferimento dei fondi a favore delle scuole comunali e statali dimostrando che la maggioranza dei cittadini continua a ritenere, come sosteneva Calamandrei, che la Scuola della Repubblica è l’organo Costituzionale che fornisce la linfa vitale perché la nostra Costituzione possa funzionare e rendere fruibile il diritto all’uguaglianza di tutti i cittadini.

E’ stata una grande vittoria delle istanze di partecipazione e democrazia che resterà per sempre nella memoria dei bolognesi che con il loro voto hanno sconfitto l’arroganza della maggioranza delle forze politiche (dal PD al PDL alla Lega), della classe dirigente (sono intervenuti per sostenere i finanziamenti pubblici ai privati quasi tutti gli ultimi i ministri dell’istruzione da Berlinguer alla Moratti, dalla Gelmini alla Carrozza), della Chiesa (era intervenuto a favore della scuola privata anche il cardinal Bagnasco) e di tutti i poteri forti dalla Confindustria alla Lega delle Cooperative.

Il Comitato articolo 33 di Bologna che ha promosso il referendum comunale dello scorso 26 maggio e che era formato da 400 cittadini sostenuti da 15 fra associazioni e Comitati (vedi http://referendum.articolo33.org/#blank ) ha mosso la sua azione in base ad alcune considerazioni.

Il Comitato ha ritenuto che l’aspetto più eclatante dell’attacco alla scuola della Repubblica si rintracciasse nella mancata risposta statale e comunale alla richiesta di scuola dell’infanzia pubblica.

L’attacco alla scuola primaria e secondaria attraverso la politica dei tagli per più di 10 miliardi in 7 anni ha comportato una dequalificazione dell’offerta, lo smantellamento del tempo pieno e delle sperimentazioni superiori, la creazione di classi sempre più affollate, la diminuzione dei posti di sostegno, il venir meno delle figure addette all’alfabetizzazione degli immigrati.

L’attacco più grave è però stato alla scuola dell’infanzia dalla quale prima lo Stato e poi i Comuni stanno cercando di disimpegnarsi per lasciare il posto ad un sistema integrato (ai sensi della Legge 62/2000 del Ministro Berlinguer) che intende utilizzare la scuola privata paritaria a pagamento e di tendenza come sostitutiva di quella pubblica.

Lo Stato non risponde da anni alle richieste di nuove sezioni inoltrate dalle scuole e dai Comuni, questi ultimi invece di investire nuove risorse per coprire l’aumento demografico, in particolare nel centro nord, stipulano convenzioni con le scuole materne paritarie private erogando risorse consistenti al fine di dirottare le domande di scuola pubblica verso tali scuole.

Ciò sta comportando in tutta Italia la creazione di liste d’attesa che penalizzano soprattutto le fasce più disagiate della popolazione.

Anche a Bologna, la città che aveva inventato negli anni 60 la scuola dell’infanzia e il tempo pieno (la scuola completa come veniva chiamata allora), negli ultimi anni si è allargata la lista fino ad arrivare al culmine lo scorso anno con ben 412 esclusi.

Anche quest’anno, nel quale il Comune ha dovuto rispondere in qualche modo all’esito del referendum, gli esclusi assommano ancora a 196. Un centinaio dei posti in più sono però a gestione indiretta da parte di cooperative di educatori che non garantiscono un’offerta pari a quella scolastica.

Il Comitato ha valutato che mettere in discussione per la fascia d’età 3-5 il diritto primario all’istruzione pubblica garantito dall’art. 33 c. 2 e 34 c. 1 della Costituzione significa innescare una deriva che inevitabilmente coinvolgerà tutte le fasce d’età.

Non è un caso ad esempio che il MIUR sta cercando quest’anno di inserire nella scuola superiore il modello di un liceo di 4 anni.

Non solo si vìola il “senza oneri per lo Stato dell’art. 33 c. 3 della Costituzione, ma addirittura l’obbligo di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi, posto a fondamento del diritto costituzionale ad un’istruzione laica, gratuita e democratica.

Il secondo aspetto riguarda lo stretto collegamento esistente fra la negazione dei diritti primari e la crisi che sta impoverendo fasce sempre più ampie di popolazione. E’ evidente che dietro al disimpegno dalla scuola pubblica c’è l’applicazione della dottrina liberista del taglio del welfare pubblico, c’è l’idea di scaricare sui cittadini il costo dei diritti (all’istruzione come alla salute) finora garantiti dai paesi europei.

La scuola statale e comunale in gran parte d’Italia è gratuita dai 3 ai 18 anni mentre la scuola privata paritaria, nonostante le decine di miliardi pubblici di cui ha beneficiato a partire dall’approvazione della Legge di parità del 2000, continua ad essere a pagamento. Le 27 scuole private bolognesi ricevono fra contributi statali e comunali 2,4 milioni di euro all’anno da più di 10 anni e continuano a far pagare rette che vanno da 200 a 900 euro al mese.

I cittadini bolognesi hanno ben compreso tutto questo, tanto è vero che i risultati migliori nel referendum si sono avuti nelle zone più popolari.

Gli elettori di quartieri come Navile o San Donato che storicamente hanno sempre votato il PCI e ora il PD hanno disubbidito alla richiesta pressante del partito e addirittura del Sindaco votando contro il finanziamento alle scuole private con percentuali fino al 74%.

In pratica le zone con reddito medio più basso sono state quelle con la maggior percentuale di voti a favore della scuola pubblica e il sostegno al finanziamento ai privati è stato maggioritario proprio nei quartieri più ricchi.

Non a caso durante la campagna abbiamo spesso usato lo slogansenza diritti siamo tutti più poveri”.

La terza idea forte del Comitato è stata quella di fare dell’esperienza bolognese un modello nazionale. Per questo è stato costruito l’appello “Bologna riguarda l’Italia” che ha raccolto più di 10.000 firme fra le quali quelle di Stefano Rodotà (presidente onorario del Comitato), di Gino Strada, di Andrea Camilleri e di tanti altri esponenti del mondo della cultura italiana (vedi sempre il sito di art. 33).

Le notizie che stanno sorgendo, da Milano a Roma, da Torino a Bari, altri Comitati art. 33 che sollevano il tema dell’uso delle risorse locali per la scuola dell’infanzia, confermano che la battaglia per l’applicazione della Costituzione avrà fra le questioni fondamentali la garanzia del diritto all’istruzione e il recupero dei fondi pubblici dirottati a favore delle scuole private.

L’esito del referendum solleva poi altre problematiche. Il Consiglio comunale a cui lo Statuto assegna l’obbligo di esprimersi sull’oggetto del referendum entro 3 mesi dal voto ha votato lo scorso 29 luglio la riconferma dei finanziamenti con un odg sostenuto compattamente (a parte un’astensione) da PD, PDL, Lega e Centro democratico.

SEL e Cinque stelle (le altre due forze presenti in Consiglio comunale) che già avevano sostenuto il referendum hanno votato per l’accoglimento della volontà popolare.

Nella storia italiana sono numerosi i casi di non accoglimento degli esiti dei referendum. Mai però si era arrivati al punto che un organismo di governo votasse palesemente contro il voto popolare.

Anche a Bologna si sta imponendo fra le forze politiche l’idea autoritaria e dirigista che impronta la politica governativa e che tende a ridurre sempre più lo spazio politico di partecipazione dei cittadini riservando il confronto e le decisioni a una casta autoreferenziale.

Molteplici sono gli esempi a partire dalla TAV in Val di Susa.
Esemplare è anche la vicenda della modifica in corso in Parlamento dell’art. 138 della Costituzione che deroga alle procedure di garanzia previste per le modifiche costituzionali in nome di urgenze istituzionali dettate dalla volontà “efficientistica” del Presidente della Repubblica e del Governo di superare il sistema parlamentare.

Ritengo che occorra colmare questo vuoto politico attraverso gli strumenti di iniziativa popolare previsti nel nostro ordinamento costituzionale: leggi popolari, referendum consultivi e abrogativi, petizioni che siano in grado di collegare la difesa dei principi costituzionali alla lotta per l’esercizio dei diritti primari messi in discussione dalla attuale gestione politica della crisi economica e sociale.

Se ciò non accadesse gli spazi democratici e la deriva autoritaria travolgerà i diritti di tutti e ci porterà definitivamente nella barbarie individualista e nella guerra fra i poveri.

Da parte del Comitato bolognese continua la vigilanza attiva sulle politiche comunali e la volontà di approfondire il tema della sussidiarietà in ambito scolastico che sarà al centro di un convegno nazionale in fase di organizzazione insieme con il Coordinamento nazionale per la Scuola della Costituzione per i mesi di febbraio-marzo.

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Regione Veneto: un mondo a parte…
di Carlo Salmaso

Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali in particolare; qui in Veneto, per quanto riguarda le scuole materne, non c’è un’alternativa agli istituti privati e in ogni caso non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa, ci va bene la realtà che c’è già. Noi difendiamo le scuole paritarie, non ci interessa più il servizio statale, considerato che è mancato in quasi un secolo di storia del Veneto ”.
(Luca Zaia, governatore della Regione Veneto, 27 dicembre 2012)

Parlare di scuole paritarie e dei relativi fondi stanziati per farle funzionare nella nostra regione significa scontrarsi con una realtà che probabilmente non ha uguali nel resto d’Italia.

I presupposti per poter cercare di capire cosa succede vanno cercati cronologicamente negli ultimi 15 anni.

  • 21 marzo 2000: viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il testo della Legge n° 62Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione“: fortemente voluta dall’allora ministro Berlinguer, apre la strada all’equiparazione fra scuole statali e private.
  • 23 gennaio 2001: viene pubblicato nel Bollettino Ufficiale della regione Veneto il testo della Legge n° 1Interventi a favore delle famiglie degli alunni delle scuole statali e paritarie”: battendo tutte le altre regioni il Veneto cerca per primo di adeguarsi ai nuovi dettami della parità.

Il titolo dato a questa legge è un vero e proprio falso in atto pubblico, dato che esclude dall’accesso al buono gli studenti delle scuole statali. Nel regolamento di attuazione della legge (di competenza della giunta regionale) si pone infatti un limite minimo di 300.000 lire per spese di iscrizione o rette di frequenza, in altre parole chi spende meno di questa cifra per iscriversi non può neppure presentare domanda! In questo modo vengono automaticamente esclusi tutti coloro che frequentano scuole pubbliche, dove le spese di iscrizione (anche includendo i contributi volontari quasi ovunque richiesti) non raggiungono neanche lontanamente la soglia fissata.

Quando poi si va a vedere gli alunni di quali scuole private possono presentare domanda, si scopre che sono comprese proprio tutte: paritarie, legalmente riconosciute, autorizzate, ecc. compresi i diplomifici. Le fasce di reddito arrivano a 80 milioni (di vecchie lire) netti, che, grazie al meccanismo di esenzioni e maggiorazioni, possono arrivare fino a 140/150 milioni di reddito.

Un ultimo dato. Gli studenti della scuola pubblica (elementare, media e superiore) in Veneto all’epoca erano 490.000; quelli delle scuole private 24.300: ai primi (frequentanti scuole con convitto o educandati) sono andati 178 milioni, mentre ai secondi sono andati 17 miliardi e 300 milioni: mediamente 360 lire ad ogni studente della scuola statale e 700.000 lire ad ogni studente delle paritarie!

  • Giugno 2001: di fronte a questa palese ingiustizia e alla saldatura di interessi tra destra e gerarchie cattoliche, rappresentate dal voto favorevole della Margherita, alcune forze politiche e sindacali (PRC, Comunisti Italiani, Verdi, SDI), Lavoro società/Cambiare rotta CGIL, ed associazioni (Comitato scuola e Costituzione, Coordinamento Genitori Democratici, Associazione per la scuola della Repubblica, Coordinamenti studenteschi vari) decidono che l’unica strada da tentare sia quella del referendum abrogativo.

Il dibattito coinvolge anche le Reti di scuole che si sono create nel Veneto contro le politiche scolastiche del governo, i sindacati di base Cobas, RDB, CUB e Legambiente.

Non fu facile, dopo la pausa estiva e a scuole appena riaperte, riannodare in così poco tempo la rete dei contatti e avviare l’intera macchina organizzativa.

La raccolta di firme inizia ufficialmente nell’agosto 2001 e, nei mesi successivi, con centinaia di banchetti ne vengono raccolte più di 35.000 (30.000 il numero minimo richiesto per avere diritto al referendum).

La scelta della destra fu il silenzio sul referendum, la chiesa cattolica, per voce dei suoi vescovi e parroci, delle sue associazioni e dei suoi giornali (finanziati dalla Regione) invitò a non andare a votare.

Il 6 ottobre 2002 si svolse il referendum: il quorum non venne raggiunto (votò mediamente il 21,15% degli aventi diritto), anche se i SI presentarono una percentuale schiacciante, 93,5%.

Tabella referendumUn dato preoccupante fu la assoluta sottovalutazione di questo referendum (il primo sui buoni scuola) sul piano nazionale, sia a livello politico che sul fronte dei media: nessuno spazio significativo di informazione e commento sui quotidiani nazionali, nessuna presa di posizione forte da parte dei leader nazionali dei partiti promotori, lo stesso per quanto riguarda le forze sindacali.

Non si capì che questo poteva essere un test significativo della volontà di svuotare sempre più il voto di significato: il fatto che non arrivassero a casa i certificati, in presenza della decisione della maggioranza di non informare i cittadini sulla scadenza elettorale, incentivò un astensionismo che non fu scelta politica, ma ignoranza.

Con il passare degli anni le risorse che la regione Veneto ha destinato al cosiddetto “Buono-Scuola” sono andate via via aumentando, senza modificare la franchigia legata alle spese di iscrizione o rette di frequenza, che oggi ammonta a 200 €.

Ma la distorsione maggiore rispetto ai dettami costituzionali dell’articolo 3 (È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana) e dell’articolo 33 (La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato) è senza dubbio legata alle scuole dell’infanzia.

Anche in questo caso le ragioni vanno cercate cronologicamente: il Veneto è stato fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso un feudo della “balena bianca”, l’allora Democrazia Cristiana, rimpiazzata nel tempo da Margherita, Popolari, PDL, Lega…ma anche dall’attuale PD.

La presenza capillarmente diffusa in tutte le provincie della regione (con la parziale esclusione della sola Venezia, contraddistinta dalla forte concentrazione operaia di Mestre e Marghera) ha fatto sì che due delle principali leggi di riforma scolastica (la n° 444 del 1968 che istituiva la scuola materna statale e la n° 870 del 1971 che introduceva il tempo pieno nelle scuole elementari e medie) venissero completamente disattese.

Molto più comodo (e politicamente fruttuoso) indirizzare le necessità delle famiglie verso le parrocchie, diffusissime in tutta la regione: asili gestiti dalla chiesa nascono un po’ ovunque e la copertura del tempo pomeridiano per gli alunni del primo ciclo scolastico viene delegata ai “patronati” (gli oratori annessi ad ogni parrocchia).

L’effetto prodotto risulta duplice:

  • la richiesta di attivazione di classi a tempo pieno appare insignificante se paragonata con quella di alcune regioni limitrofe (in primo luogo Lombardia ed Emilia Romagna); la loro necessità diventerà evidente solo a partire dalla fine degli anni novanta, ma ormai il danno è fatto.

I genitori sono arrivati a prendere consapevolezza del problema negli ultimi due decenni: in questo periodo diventa pressante la richiesta di attivazione di classi a tempo pieno e, in controtendenza con il resto d’Italia, tale richiesta riuscirà ad affermarsi parzialmente proprio nel periodo “gelminiano”, con risultati sorprendenti in alcune provincie (a Padova in tre anni, dal 2009 al 2011 la presenza di classi a tempo pieno passa dal 25% al 70%).

  • La regione e lo stato si disinteressano volutamente dell’istituzione di scuole dell’infanzia statali nel territorio della regione: attualmente sui 581 comuni del Veneto, solamente 298 hanno la presenza di almeno una sezione di scuola dell’infanzia statale.

Questo fa sì che, nella ripartizione degli alunni frequentanti, la situazione per l’anno scolastico 2012/13 sia risultata la seguente:

Tabella alunni scuola infanziaDa aggiungere a questi dati che la stragrande maggioranza delle scuole paritarie risulta legata alla chiesa cattolica; gli ultimi dati forniti dall’USR del Veneto, risalenti all’anno scolastico 2011/12, danno infatti questa suddivisione:

Tabella percentuali infanzia paritarie

Ricapitolando: le scuole dell’infanzia nel Veneto sono per il 34% statali e per il 66% paritarie; fra le paritarie le comunali sono solamente il 7%, le restanti sono a vario titolo private, nella stragrande maggior parte dei casi a carattere religioso.

La regione Veneto finanzia in modo massiccio le scuole dell’infanzia, in base alla Legge Regionale n° 23 del 1980 e ai suoi successivi aggiornamenti:

Quattro milioni e mezzo di euro in più che si aggiungono ai 16 milioni e mezzo già stanziati per un finanziamento totale di 21 milioni di euro per il 2012: è lo sforzo straordinario per le scuole dell’infanzia paritarie annunciato dall’assessore alle Politiche sociali della Regione Veneto Remo Sernagiotto lo scorso 27 dicembre durante una conferenza stampa a Palazzo Balbi a cui hanno partecipato anche don Edmondo Lanciarotta, delegato per le scuole e le università della Conferenza episcopale triveneta e Nicola Morini, presidente della Fism di Rovigo e membro della Fism del Veneto.

«Negli ultimi anni – ha detto Sernagiotto – gli importi complessivi dedicati alle scuole d’infanzia paritarie sono saliti. Nel 2009 venivano erogati 11.980.000 euro, cifra in linea con gli anni precedenti. Dal 2010, con la nuova giunta Zaia i contributi sono saliti: 14,5 milioni nel 2010, 15 milioni nel 2011 e, sinora, erano 16,5 milioni per il 2012. Ora, grazie al Fondo Nazionale della Famiglia introdotto con la recente Legge di Stabilità, sono arrivate cifre aggiuntive alle Regioni.

Al Veneto sono toccati 8 milioni di euro e abbiamo deciso di stanziarne 4,5 milioni come quota aggiuntiva straordinaria per le scuole dell’infanzia paritarie».

Il prossimo anno, però, si tornerà ai 14,5 milioni di euro del 2010: le cifre aggiuntive rispetto a questa soglia stanziate nel 2011 e 2012 derivano appunto da contributi straordinari che nel 2013 non saranno purtroppo disponibili. E quindi il problema del finanziamento alle scuole paritarie si riproporrà tra un anno tale e quale…

«In realtà – hanno infine precisato Sernagiotto e il presidente della Regione Luca Zaia – avremmo voluto destinare alle scuole d’infanzia paritarie dei fondi ulteriori alienando degli immobili di proprietà della Regione ma l’operazione non è riuscita e non abbiamo potuto andare oltre».
da Gente Veneta del 5 gennaio 2013

Tanto per dare un’idea di come si ripartiscono questi fondi prendiamo ad esempio la provincia di Padova: le scuole paritarie finanziate sono in tutto 209; di queste solamente 10 sono comunali (tutte presenti nel comune di Padova), mentre le rimanenti sono private.

Man forte alla regione viene fornita anche dall’ANCI (l’associazione dei comuni italiani) del Veneto che nel luglio del 2012 si spinge fino a consigliare convenzioni con le scuole dell’infanzia paritarie e a predisporre un modello di convenzione da stipulare fra comuni e istituti paritari privati per “proporre ai propri cittadini dei servizi con elevati standard su tutto il territorio regionale, senza discrepanze significative tra comuni”.

I comuni, inoltre, per limitare l’esborso legato alla necessità di istituire scuole dell’infanzia comunali, sobillano i genitori e cercano di farli combattere dalla loro parte (cioè dalla parte delle scuole paritarie private…): vedi qui il testo di un volantino esemplare.

Ma quanti fondi arrivano complessivamente alle scuole paritarie, tenendo presente che oltre al contributo regionale dobbiamo conteggiare anche quelli versati dai comuni e quelli che arrivano dallo stato?

Per rispondere a questa domanda ci aiutiamo con i dati forniti dalla FISM del Veneto (Federazione Italiana Scuole Materne), la potente organizzazione che raggruppa le scuole paritarie dell’infanzia.

Abbiamo visto che i 21 milioni di euro stanziati per l’anno scolastico 2012/13 dalla regione ricadono complessivamente su circa 91.500 studenti: ciò equivale in media a circa 230 € per alunno.

La FISM Veneto ci informa poi che, mediamente, a ciascun alunno arrivano 360 € come contributo dai comuni e 550 € come contributo dallo Stato: in totale, quindi, per ogni alunno una scuola paritaria riceve circa 1.140 €.

La somma totale relativa a tutto il Veneto di questi contributi arriva a circa 110 milioni di euro annui.

La domanda che sorge spontanea è: ma con tutti questi soldi, versati periodicamente da almeno 30 anni, quante scuole dell’infanzia statali si sarebbero potute costruire?
E di questa situazione si sono mai resi edotti i cittadini?
Il governatore Zaia è così sicuro che se le cose fossero maggiormente note gli abitanti della sua regione continuerebbero a pensare che “non c’è un’alternativa agli istituti privati e in ogni caso non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa, ci va bene la realtà che c’è già”?

Con il referendum di Bologna del 26 maggio qualcosa è cambiato a livello nazionale, sia per quanto riguarda l’informazione, sia per quanto riguarda la consapevolezza in tema di parità scolastica dei cittadini: solo seguendo la via maestra indicata in quel contesto potrà esserci la speranza che un giorno, in tema di diritti all’istruzione, il Veneto non sia più un mondo a parte.

* * *

A Torino: un appello al Consiglio Comunale
di Silvia Bodoardo

Lo Stato Italiano prevede all’art. 33 la possibilità di istituire scuole paritarie, ma senza oneri per lo Stato. Allo Stato compete dettare le norme sull’istruzione ed istituire scuole statali di ogni ordine e grado (per almeno 8 anni l’istruzione è obbligatoria e gratuita).

Le scuole gestite da soggetti diversi dallo Stato (Province, Comuni, Parrocchie, Congregazioni, Società, privati) sono da sempre qualificate come «non statali» nell’ordinamento italiano.

Oggi la regione Piemonte stanzia dei finanziamenti sul diritto allo studio, grazie alla legge 28 del 2007. Tale legge supera la legge 10 (nota come legge Leo), che introduceva i buoni scuola, che venivano sostanzialmente elargiti solo per le famiglie frequentanti le scuole paritarie, grazie ad alcuni parametri che di fatto non rendevano possibile tali assegnazioni ai frequentanti le scuole pubbliche statali. Con tutti i limiti più volte evidenziati dalla Consulta per la Laicità delle Istituzioni, la legge 28 è riuscita a finanziare anche le famiglie frequentanti le scuole pubbliche statali e soprattutto ridurre l’abbandono scolastico ed intervenire sull’edilizia scolastica.

Il Comune di Torino gestisce numerose scuole materne in modo diretto e attiva convenzioni con altri enti. In particolare con la FISM che si pone la finalità di una

educazione integrale della personalità del bambino in una visione cristiana dell’uomo, del mondo e della vita”.

Tali scuole sono gestite da enti, parrocchie o associazioni senza fini di lucro. Le modalità di funzionamento sono stabilite da norme statali, dal regolamento di ciascuna scuola e dalla convenzione sottoscritta con il Comune. Percentualmente il numero di scuole paritarie in convenzione eguaglia quelle statali (27 e 28% rispettivamente), mentre le scuole gestite direttamente dal comune sono il 41 % del totale (v. tabella).

Tipo

numero scuole

Posti

percentuale sui posti

Comunali

82

8.759

41

Statali

56

5.949

28

Paritarie – Convenzionate

56

5.864

27

Paritarie non Convenzionate

17

857

4

Totale

211

21.429

 

Il Comune di Torino ha stanziato (stanziamento appena rinnovato) 3.250.000 euro come contributo alle 56 scuole dell’infanzia convenzionate.

La Scuola è un’istituzione laica, come previsto dalla nostra Costituzione (art. 33 e 34), ed è proprio in un momento di crisi quale l’attuale, che le risorse devono essere esclusivamente indirizzate al sostegno della scuola pubblica statale, valorizzandola in quanto risorsa fondamentale per costruire il futuro delle nuove generazioni, per l’integrazione e perché la scuola, come la nostra società, è plurale e tutti hanno lo stesso diritto allo studio indipendentemente della loro estrazione sociale, colore o credo.

A Torino, in virtù del diritto di tutte le bambini e dei bambini di ricevere un’istruzione ed un’educazione libera, laica, uguale per tutti, si sta preparando un appello rivolto al Consiglio Comunale della Città di Torino per chiedere che i consiglieri si esprimano in modo chiaro ed inequivocabile rispetto alla volontà di stanziare ancora fondi per le scuole private paritarie, FISM in particolare, invece di volere arricchire la propria offerta educativa. Fatto che ha portato a finanziare scuole quali la Faà di Bruno venuta alla cronaca cittadina per avere organizzato, e per fortuna poi ritirato, la serie di incontri di chiaro impianto omofobo “Scuola per genitori” per “proporre una riflessione complessiva sulla bellezza della famiglia naturale minacciata dall’ideologia gender“.

Come si scrive nell’appello suddetto, si ribadisce che l’art. 33 della Costituzione (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”) garantisce la libertà per chiunque, portatore di qualsiasi visione del mondo o ideologia, di istituire scuole private. Non è in discussione tale libertà costituzionale, bensì il fatto che scuole private (o private paritarie) di impronta ideologica o religiosa, fondate su valori che contrastano in parte o in toto con i valori costituzionali di laicità e di non discriminazione, possano accedere a finanziamenti pubblici (che la Costituzione comunque vieta espressamente in qualsiasi circostanza, anche se il Parlamento nel 2000 ha ritenuto che tale articolo costituzionale fosse di fatto non più in vigore).

E’ molto importante che il Consiglio Comunale valuti il fatto che chi riceve tali finanziamenti non offre di fatto un’educazione di qualità o perlomeno della stessa qualità delle scuole gestite dalla Città di Torino e che i genitori si aspetterebbero in virtù del convenzionamento. È infatti ben noto che le scuole paritarie private accolgono solo pochissimi bambini con disabilità, per esempio.

Nelle scuole dell’infanzia comunali, nell’anno scolastico 2011/12, i bambini con certificazione erano 238; in quelle convenzionate erano 17. Inoltre nelle scuole di infanzia comunali sono presenti 2 insegnanti ogni 25 bambini, mentre in quelle paritarie c’è solitamente un solo insegnante ogni 28 bambini. Si capisce così anche come i costi per tali scuole siano inferiori rispetto alle strutture pubbliche, ma ci chiediamo se davvero la città che si pregia di essere “città dei bambini e delle bambine” desideri finanziare un sistema educativo che non premia la qualità e non garantisce eguali diritti per tutte/i. Inoltre le famiglie frequentanti tali strutture si accollano ulteriori costi aggiuntivi come riportato nelle seguente tabella che confronta i costi per le famiglie:

Tipo

iscrizione

ristorazione

riscaldamento

stima costo totale annuo (quota massima)

Comunali

secondo ISEE da min. 30 euro max. 120 euro una tantum

secondo ISEE da min. 34 euro a max. 151  euro al mese

0

1630

 

Statali

0

secondo ISEE da min. 34 euro a max. 151  euro al mese

0

1510

 

Paritarie – Convenzionate

40

178

220

2040

 

Paritarie non Convenzionate

—-

—-

—-

—-

 

Nell’appello si chiede inoltre che il Consiglio si esprima sulla opportunità di indire un referendum consultivo sul tema del finanziamento alle scuole paritarie non dipendenti da enti pubblici, il cui testo chiediamo possa essere redatto con le associazioni prime firmatarie di questa richiesta. A Torino infatti, i referendum consultivi possono solo essere indetti esclusivamente dal Consiglio comunale stesso. Ed è a tale proposito dell’istituto del referendum, che si chiede anche che si avvii un processo di riscrittura dello Statuto della Città di Torino in modo che i cittadini possano promuovere liberamente un referendum consultivo.

Tale appello sarà firmato dalle principali associazioni torinesi e da liberi cittadini

In parallelo, si sta anche valutando come muoverci a livello nazionale sulla legge 62, che è chiaramente anticostutizionale. È piuttosto difficile affrontare il percorso di un referendum nazionale che richiede il raggiungimento del quorum per essere considerato valido. Per questo sembra meglio iniziare a pensare ad una legge di iniziativa popolare che sostituisca la legge 62.

La speranza è quella di ricreare quella fantastica rete nazionale tra associazioni e realtà locali che partorì la legge per una buona scuola e la campagna iscrizioni ai tempi della riforma Moratti.

* * *

A Milano: estendere equità, inclusione, trasparenza, intervento statale
intervista a Francesco Cappelli, assessore all’istruzione del Comune di Milano

Assessore Cappelli, ci può illustrare la situazione delle scuole dell’infanzia nella città di Milano?

A Milano la situazione della scuola dell’infanzia presenta una realtà molto diversa da quella di altre città, ad esempio Bologna, dove la presenza della scuola comunale è largamente minoritaria. Milano è l’unica città italiana in cui per il 70% le scuole dell’infanzia sono comunali. I bambini frequentati le scuole dell’infanzia comunali sono infatti circa 22.000, a fronte di circa 7.000 che frequentano le scuole paritarie private e circa 2.000 che frequentano le scuole statali.

La situazione è diversa per gli asili nido, dove abbiamo posto solo per circa 10.000 bambini, tant’è vero che c’è una forte lista d’attesa, cosa quasi assente per le scuole dell’infanzia. Questo è il vero problema. Di asili nido c’è una forte carenza, in coincidenza con un grande bisogno riguardante una parte socialmente rilevante della popolazione.

In Consiglio Comunale, in fase di discussione del Bilancio 2013, è stato approvato un emendamento che prevede la riduzione di 600.000 euro dei fondi da destinare alle scuole dell’infanzia paritarie private. Una riduzione che si aggiunge all’azzeramento di contributi a pioggia (550.000 euro) fino allo scorso anno erogati, e porta a oltre un milione di euro il taglio effettuato quest’anno: 1.150.000,00 euro sui 3.150.000,00 erogati sino al 2012. A quali linee si ispirerà, al rinnovo della convenzione per il 2014, la politica dell’amministrazione per le scuole comunali per l’infanzia?

Nella firma per il rinnovo della convenzione per il 2014 con le scuole paritarie private bisognerà tenere conto da una parte della legge di parità, dall’altra dei principi ineludibili per una buona amministrazione di equità, inclusione e trasparenza.

Una maggiore equità si potrà realizzare mettendo fine ai contributi a pioggia. I parametri potrebbero essere simili a quelli validi per le scuole comunali, che attualmente prevedono: con un reddito ISEE inferiore a 6.000 euro la gratuità della retta, con un reddito ISEE inferiore ai 2.000 euro la gratuità anche della mensa. E’ probabile comunque che sia ragionevole un adeguamento di questi criteri alle condizioni attuali anche per le scuole comunali.

In una prospettiva di inclusione si potrebbe chiedere alle scuole paritarie private di garantire forme di integrazione del servizio erogato dalle scuole comunali, ad esempio la disponibilità ad accogliere bambini che non trovassero posto nelle scuole comunali a condizioni simili a quelle praticate nelle nostre scuole. Il nostro obiettivo è arrivare all’equilibrio massimo possibile fra domanda e offerta.

Compresa la disponibilità ad accogliere bambini portatori di handicap e bambini stranieri, che percentualmente sono poco presenti nelle scuole private?

Certamente, d’altra parte nelle piccole scuole di parrocchia il servizio è abbastanza inclusivo e questo avviene già.

Un altro requisito importante è la trasparenza. Bisognerà arrivare a verificare che ci sia il bisogno effettivo di un contributo. E’ importante uscire dallo schema contributo uguale consenso, per intervenire solo in caso di un bisogno accertato e al fine preciso di permettere lo svolgimento di un’attività necessaria in un quadro di integrazione di risorse.

Una precisazione comunque è doverosa: che la convenzione riguarderà soltanto le scuole paritarie private senza fini di lucro.

La Regione Lombardia, mentre conferma la cifra di 30 milioni di euro destinata alla “dote scuola per la libera scelta”, che è destinata solo alle scuole private, nel nuovo bilancio preventivo riduce il sostegno al reddito trasmesso ai Comuni da 23 milioni a 5 milioni di euro. Non pensa che sarebbe il caso di aprire un contenzioso con la Regione?

Qualche forma di sostegno indiretto siamo riusciti a ottenerlo, ad esempio il contributo alle Province per il trasporto degli studenti disabili, per il resto vedremo di esercitare le forme di pressione possibili.

E rispetto allo Stato, che non si assume la responsabilità di istituire “scuole statali per tutti gli ordini e gradi” come previsto dall’articolo 33 della Costituzione, non pensa che sarebbe il caso di aprire un contenzioso?

Lo Stato dà un contributo per le scuole dell’infanzia, naturalmente molto esiguo, ma noi stiamo cercando di spingere lo Stato ad aprire nuove sezioni di scuole dell’infanzia, soprattutto nei territori più deprivati di questo servizio, ferma restando la responsabilità del Comune per quanto riguarda le strutture. Di fatto ogni anno vengono aperte 5/6 nuove scuole dell’infanzia statali e con questa politica la percentuale di scuole dell’infanzia comunali potrà abbassarsi ed estendersi l’intervento statale. Così riusciremo a liberare risorse per operare nuove assunzioni per le nostre scuole, come stiamo già facendo quest’anno con l’assunzione di 105 educatori per le scuole materne e dell’infanzia.

Non pensa che affinché lo Stato assuma maggiore impegno rispetto alle scuole dell’infanzia potrebbe giovare una saldatura fra l’azione istituzionale degli amministratori più sensibili e l’azione dei movimenti di genitori e cittadini che richiedono una corretta applicazione dell’articolo 33 della nostra Costituzione?

Ritengo senz’altro che una azione politica fedele alla Costituzione non possa prescindere dall’azione dei movimenti a sua difesa, in un quadro però di conoscenza e di approfondimento delle realtà in gioco, fuori da posizioni meramente ideologiche, che purtroppo sono ancora presenti in parti anche diversamente orientate del fronte delle opinioni e degli schieramenti.

* * *

A Firenze: scrutare con attenzione nei bilanci degli enti locali
di Sergio Tamborrino

Con la legge regionale 54 dello scorso 14 ottobre, il Consiglio regionale della Toscana ha deliberato un finanziamento di euro 1.500.000 a favore delle scuole dell’infanzia paritarie, pubbliche e private. Il provvedimento ha carattere di straordinarietà e, proprio per la sua straordinarietà, apre la porta alle più diverse interpretazioni.

La data così sospettosamente vicina alle elezioni primarie del Partito Democratico autorizza l’ipotesi di un “regalo” a taluni settori dell’elettorato in chiave di lotta interna al partito per la nomina del segretario, ipotesi peraltro irrobustita da un’apertura di credito nei confronti della Federazione Italiana Scuole Materne da parte del presidente Rossi dello scorso 30 marzo, nel corso del quale annunciava l’idea di un tavolo permanente tra la Regione Toscana e gli operatori della scuola paritaria e la necessità di un modello di integrazione diverso su cui la Regione è già al lavoro.

In alternativa, la disponibilità all’ascolto sollecito delle lamentele che giungono dal versante confessionale

«… Ci sono scuole che rischiano la chiusura perché le famiglie non hanno i soldi per pagare le rette. Questo riguarda non solo la scuola cattolica, ma anche per esempio gli asili nido costruiti dal privato sociale..

sono indizio solido di una condivisione, relativamente alle politiche di intervento in materia scolastica, con i partigiani del sistema integrato e della libertà di scelta delle famiglie, da parte della Regione Toscana, pronta a recepire, già nel 2002 con la propria legge 32, tutte le aperture della legge di parità.

Infatti fra gli interventi della Regione per promuovere lo sviluppo dell’educazione, dell’istruzione, dell’orientamento, della formazione professionale e dell’occupazione, troviamo anche quello che si ispira all’obiettivo di

«… sostenere lo sviluppo qualitativo dell’offerta di istruzione, pubblica e paritaria, contribuendo a rendere effettivo il diritto all’apprendimento per tutti, anche attraverso la flessibilità dei percorsi…»

Fatta questa distinzione fra le due ipotesi, possiamo rintracciare una convergenza di fondo che lega la decisione dell’assemblea regionale alle tesi della ministra Carrozza, pronunciate in sede di audizione dinanzi alle due Commissioni Istruzione di Senato e Camera lo scorso 14 giugno. Nonostante le aperture di credito di cui ha goduto al momento della sua nomina, la ministra esordiva sorprendentemente con un paio di sfondoni sfuggiti a politici e commentatori.

«Infatti, come stabilito dalla legge 62 del 2000 il sistema pubblico di istruzione è composto dalle scuole statali e dalle scuole paritarie. L’intero finanziamento verso le 13.657 scuole paritarie italiane consiste di 500 mln di euro circa, pari all’1,2 % della spesa relativa alle scuole statali, a fronte di una platea di 1.042.000 alunni che rappresenta il 12% della popolazione scolastica. Occorre salvaguardare il carattere plurale del nostro sistema di istruzione attraverso misure volte a tutelare la qualità e l’inclusività anche delle scuole pubbliche paritarie.»

Ora la Legge 62 all’articolo 1 primo comma parla del sistema nazionale dell’istruzione, che è cosa ben diversa dal sistema pubblico dell’istruzione. Questo slittamento lessicale non è dovuto alla fretta, come potremmo supporre con qualche indulgenza, perché lo ritroviamo nelle dichiarazioni del sottosegretario Gianluca Galletti in un’intervista in occasione del dibattito televisivo trasmesso da Canale 5 relativo al referendum di Bologna. Né la ministra ha mai indicato le norme di riferimento per il sistema pubblico di istruzione.

Di sfuggita osservo che sempre nel primo comma dell’articolo 1 della Legge 62 vi è l’inciso:

«fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione»

vale a dire fermo restando che:

«La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

che chiarisce bene qual è il compito della Repubblica e che i decisori politici devono assolvere.

Aggiungo poi l’altro aspetto della pluralità. L’ultimo periodo:

«Occorre salvaguardare il carattere plurale del nostro sistema di istruzione attraverso misure volte a tutelare la qualità e l’inclusività anche delle scuole pubbliche paritarie.»

lascia intendere un’idea di pluralismo come sommatoria di scuola di tendenza per cui, se intendo bene, nel caso domani alcuni studenti del Corano chiedessero l’istituzione di una madrasa, pur nel rispetto di quelle prescrizioni a cui sono soggette le scuole paritarie previste dal quarto comma dell’articolo 1 della legge 62, dovremmo consentire, coerentemente a questa idea di pluralismo, non solo l’apertura di questa scuola ma anche l’accreditamento del sistema pubblico dell’istruzione!

Ora il pluralismo culturale è sancito e tutelato dalla Costituzione per le scuole dello Stato che devono garantire la piena libertà di insegnamento ed è un’idea irriducibile alla sommatoria di scuole diverse di tendenza. Esso costituisce un arricchimento culturale per tutti e può esserlo, come dichiara di ritenerlo la ministra Carrozza, se si coniuga con il confronto e la reciproca apertura.

Al contrario, sempre la nostra Costituzione riconosce alle scuole paritarie, e lo ribadisce anche la legge 62 al terzo comma dell’articolo 1, la prerogativa di essere di tendenza, a sancire non solo la completa diversità ma la reciproca alterità fra libertà di insegnamento a fondamento della libertà di apprendere dello studente e della studentessa e la pluralità delle scuole di tendenza che offrono ciascuna un orientamento preciso senza confronto.

La scelta del Consiglio regionale toscano è di sostenere, sia pure in modo diversificato, i redditi ISEE fino a 30.000 euro, una soglia cospicua e significativa che lascia presumere un tentativo di favorire quella fascia di cittadini che hanno scelto la scuola statale, ma si trovano lungo la linea di demarcazione fra scuola statale e privata per varie ragioni: ideologiche, per la libertà di scelta; pratiche, per le opportunità delle scuole private in tema di orario e organizzative; opportunistiche, per la presenza nelle classi delle scuole statali di troppi bambini stranieri o portatori di handicap. Ed è un tentativo di frenare l’emorragia di questi anni dalla scuola privata legata alla crisi economica. Un sostegno finanziario favorisce il salto e il ritorno e alleggerisce la spesa pubblica in una spirale distruttiva della scuola statale.

Se abbiamo così ristabilito un po’ di chiarezza intorno alla pluralità, vernice ideologica per mascherare operazioni politiche poco nobili, mi sembra del tutto incongruo costituzionalmente, cioè dal punto di vista della Costituzione, e politicamente, continuare a tacere quella esclusione «senza oneri per lo Stato».

E lo è a maggior ragione perché manca una ricognizione sistematica e dati precisi per quantificare l’entità delle risorse assegnate alle scuole private. Sempre la ministra, nell’audizione del 14 giugno, indicava in 500 milioni l’ammontare dei finanziamenti, ma a quella cifra mancano almeno i 230 milioni dell’emendamento Rubinato in uno degli ultimi provvedimenti del governo Monti.

Uno dei compiti che ci attende è quello di scrutare con attenzione nei bilanci degli enti locali per cercare i tanti rivoli e, insieme, provare a decifrare le direzioni, gli orientamenti degli amministratori locali, in tema di istruzione, relativamente all’allocazione delle risorse e ai sottesi principi cui si ispirano, misurando le distanze dai valori costituzionali e individuando i nodi critici che preludono alla rottura dei legami sociali che la nostra Carta ha contribuito a costruire.

* * *

A Bari: contro una privatizzazione ramificata, graduale, sistematica
di Antonia Guerra

Nel rumore di fondo che costituisce il dibattito del Paese il tema della scuola scompare o interessa solo a un gruppo ristretto di addetti ai lavori, ad eccezione di qualche scandalo che fa notizia o di qualche annuncio governativo che fa propaganda. Nel frattempo la crisi, culturale oltre che economica, trascina con sé ciò che resta del sistema pubblico dell’istruzione. E’ un processo costante e graduale, sul quale si sono cimentati con accanimento sia a destra che a sinistra.

La privatizzazione si realizza in modo ramificato e con modalità non sempre esplicite, ma graduali, sistematiche e coerenti. Ogni provvedimento fa parte di un unico processo di spoliazione di risorse e di energie, di spazio fisico e culturale della scuola pubblica in favore di interessi privati e di una concezione privatistica del sapere.

Se si trattasse solo di un semplice dirottamento di fondi il danno sarebbe grave ma non devastante. In realtà, ad essere stravolto è il ruolo stesso che la Costituzione assegna alla scuola: l’istruzione, da diritto fondamentale della persona, è ridotta a “servizio” cui attingere al mercato del sapere.

A Bari, un po’ di anni fa, un sindaco di centrodestra manifestò l’intenzione di chiudere tutte le sezioni di scuola dell’infanzia comunali, i cui costi venivano considerati troppo onerosi per il civico bilancio: più economico finanziare le scuole private. Questa intenzione provocò una diffusa reazione popolare: le mamme e le insegnanti, riunite in un comitato, difesero la scuola pubblica e il progetto fallì.

Cambiato l’orientamento politico della nuova amministrazione, si accese la speranza che la rinascita della città sarebbe partita dalla scuola: l’azzeramento dei finanziamenti alle scuole private e il pieno impiego delle risorse nelle scuole statali e comunali sarebbe stato un doveroso risarcimento alla comunità, in termini di miglioramento delle strutture, ampliamento dell’orario scolastico, conciliazione dei tempi della scuola con quelli delle famiglie.

Non è andata così.
Le scuole private paritarie godono tuttora di finanziamenti comunali, in aggiunta alle generose elargizioni statali e regionali. Si tratta di milioni di euro, sottratti alla scuola pubblica e destinati alle private, in contrasto con il dettato costituzionale e con ogni forma di giustizia sociale.

Come in altre città, anche qui da noi si è formato un Comitato “Art. 33” (per la verità è la riedizione di un altro comitato dello stesso nome formatosi ai tempi della “Legge di Parità” del governo Dalema, mai sufficientemente criticata e da abrogare): ci incoraggia l’esperienza di Bologna, ancorché sbeffeggiata dall’amministrazione bolognese, e la presa di parola dei territori, che auspichiamo preluda alla generalizzazione della mobilitazione.

Di fronte all’oggettivo impoverimento delle strutture pubbliche ci appare ancora più miope la scelta del Sindaco di Bari di confermare anche quest’anno i 500.000 euro di finanziamenti comunali alle scuole private paritarie, nonostante il parere contrario di gran parte della popolazione e dello stesso assessore in Giunta.

Gli interessi privati fanno la voce grossa e trovano ascolto a Palazzo di Città, anche quando reclamano l’acquisizione di scuole per destinarle a funzioni del tutto diverse da quelle scolastiche.

E’ il caso della scuola “San Nicola” nel centro storico di Bari. I padri domenicani vogliono farne la sede del museo nicolaiano, e pazienza se così si priva quel quartiere disagiato dell’unica struttura pubblica presente. Di fronte alla reazione della Dirigente Scolastica, del corpo insegnante e dei cittadini, il Sindaco ha deciso di optare per una soluzione soft: cedere ai domenicani una parte dell’edificio per allocarvi un enorme altare d’argento. Anche un bambino capisce che si tratta di un primo passo verso la dismissione.

In un altro quartiere della città un altro comitato di genitori, dell’istituto comprensivo “Mazzini-Modugno”, sta lottando per la restituzione di alcuni spazi ceduti dal Comune all’attigua parrocchia: vorrebbero ampliare i laboratori della loro scuola. Non ci sono ancora riusciti.

Due anni fa fu la volta di un’altra scuola storica della città, situata in un quartiere popolare, la scuola primaria “Carlo Del Prete”: durante l’estate girò voce che l’edificio dovesse essere ceduto alla Circoscrizione per allocarvi i propri uffici: i bambini e le bambine sarebbero stati “spostati” in altro plesso. Solo la tenace mobilitazione delle insegnanti e delle famiglie e l’apporto di alcuni artisti e operatori sociali hanno scongiurato, per il momento, tale eventualità.

L’obiezione dei fautori di una diversa destinazione d’uso è che si sono liberati spazi negli edifici scolastici, i quali risulterebbero sovradimensionati a causa dell’aumento del numero degli alunni per classe e degli accorpamenti di istituti. Dunque, oltre al danno la beffa.

E’ utile sottolineare che spesso si tratta di edifici di pregio, assai appetibili sul mercato. Non sarebbe invece il caso di riprogettare la fruibilità delle strutture a beneficio dei bambini e delle bambine che le frequentano?

E’ scandalosa la disinvoltura e il cinismo con cui si maneggiano queste questioni: ogni scuola che si svuota è un pezzo di cultura che si perde.

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 I RIFERIMENTI

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 33)

La scuola materna statale… accoglie i bambini nell’età prescolastica da tre a sei anni… L’iscrizione è facoltativa; la frequenza gratuita. (Legge 18 marzo 1968, n. 444)

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MATERIALI

Regione Lombardia: presidio contro i fondi pubblici alle scuole private

La Giunta Maroni taglia il Diritto allo Studio di tutti gli studenti mentre eroga 30 milioni di euro alle Scuole Private.

A Milano, il 5 dicembre, studenti e associazioni hanno tenuto un presidio davanti alla sede della Regione Lombardia per consegnare le oltre 15000 firme raccolte contro tale discriminazione e per il rispetto dell’Art. 33 della Costituzione della Repubblica. (vedi qui)

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Mobilitazione contro il finanziamento alle scuole dell’infanzia private

Il 12 novembre il Consiglio Comunale di Milano ha approvato lo stanziamento di 1,6 milioni di euro alle scuole materne paritarie. Inizialmente il contributo previsto era di 2,2 milioni. La differenza sarà riservata agli interventi per la salute mentale, anch’essi inizialmente tagliati. (vedi qui)

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Davvero non sapevamo cosa fare di 1,6 milioni di euro?
Barbara Borlini, qui

Il ceto medio in crisi spesso sceglie il privato perché la qualità delle materne comunali è messa a dura prova. Pochi soldi. Decine di scuole in attesa di manutenzione. Nuove sezioni apertea scapito delle sale nanna, degli spazi per la psicomotricità. Pre e post scuola garantiti a scapito delle ore di compresenza. Compresenze al minimo, a scapito della qualità della didattica. Scuola estiva nel mese di luglio garantita solo alle famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. Case vacanza – valvola di sfogo per le famiglie che la vacanza via da Milano non se la possono permettere – tagliate. Davvero non sapevamo cosa fare di 1,6 milioni di euro che verranno regalate alle private l’anno prossimo?

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Dopo Bologna, Milano: verso un movimento nazionale di “Partigiani della scuola e della Costituzione”
di Giansandro Barzaghi

Bologna con il Referendum vinto sul “No” al finanziamento alle scuole private (Referendum poi negato dai “Giganti dai piedi di argilla”) ha squarciato la nebbia della palude e ha lanciato un sasso contro quel sistema integrato pubblico/privato che si inquadra bene nel governo delle larghe intese in cui vari soggetti, dalla Confindustria alla Curia, dalla Lega delle Cooperative alla Compagnia delle Opere, dal Pdl al Pd per finire alla maggioranza del Consiglio Comunale si sono impegnati per ribaltare il dettato costituzionale “senza oneri per lo Stato”. Ma per la prima volta hanno trovato una resistenza non di sparute avanguardie, ma di 50.000 cittadini bolognesi.

Da qui allora dobbiamo ripartire: dalla ripresa di una mobilitazione e di una partecipazione attiva per una Scuola Repubblicana che si fondi davvero sull’Art. 34 della Costituzione: “una scuola aperta a tutti, obbligatoria e gratuita (direi fino al diciottesimo anno di età) per cui i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Ma per fare questo bisogna ribaltare con forza le granitiche certezze di chi mette sullo stesso piano scuola pubblica e scuola privata. (vedi qui)

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Tutti i finanziamenti delle private
di Bruno Moretto

Per il 2014 sono stati previsti con la Legge di Stabilità rispettivamente le cifre di 274 e 220 milioni (alle scuole paritarie).

Per inquadrare compiutamente l’esborso pubblico occorre però evidenziare le sovvenzioni che con leggi e modalità diverse provengono da regioni e comuni. Molti Comuni erogano risorse proprie per le scuole dell’infanzia private che spesso sono molto maggiori di quelle statali. Esemplare il caso del comune di Cernusco sul Naviglio che eroga ben 300.000 euro a favore di un’unica scuola materna privata.

A ciò si aggiunge la giungla dei contributi regionali e comunali per il diritto allo studio che in base alla legge 62 dovrebbero essere di pari importo per gli studenti delle scuole statali e non statali.

Mettendo insieme tutte le voci di finanziamento pubblico si stima a livello nazionale una cifra di circa un miliardo e mezzo di euro annuali per il 10% degli studenti frequentanti le scuole private. (da qui)

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Il sistema scolastico integrato pubblico-privato è in contrasto con la Costituzione
di Corrado Mauceri

Il sistema integrato pubblico-privato è in palese contrasto con la Costituzione perché viola anzitutto il diritto di tutti di accedere alla scuola statale e perché la Costituzione afferma in modo chiaro che l’istituzione di scuole private deve essere “senza oneri per lo Stato”. Dobbiamo però domandarci: perché, se la Costituzione lo esclude, un tale modello di sistema scolastico è diffusamente realizzato anche da quelle forze politiche che si dichiarano rispettose della Costituzione (il PD anzitutto) e si considera persino una soluzione di buon senso perché consentirebbe anche un risparmio di risorse pubbliche? (vedi qui)

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Ma siamo certi che privato è meglio?
di Lucio Ficara

Secondo una ipotesi di riforma, bisognerebbe dare l’opportunità, alle scuole che lo desiderino, di crearsi una gestione totalmente autonoma e autoreferenziale. Questo dovrebbe essere consentito in quanto lo Stato ha fallito nella gestione centralizzata delle scuole, dimostrando tutta la sua incapacità gestionale.

Queste opinioni ricalcano precisamente il programma politico sulla riforma della scuola della vecchia Forza Italia, poi trasferita nel PDL ed oggi rientrata nei due tronconi del Nuovo Centrodestra e della rinata Forza Italia.

Si tratta della stessa idea politica che l’Aprea sta adottando per la scuola lombarda, laboratorio politico di una nuova configurazione giuridica del sistema scolastico riformato. Sarebbe la fine della scuola pubblica e la proliferazione di migliaia di scuole gestite da fondazioni private.

Ma siamo proprio certi che i privati gestirebbero le scuole meglio di quanto non abbia fatto finora lo Stato?

Qualche dubbio, vista la situazione della gestione privata dei trasporti locali in Italia, sorge spontaneo ed è ovvio fare delle giuste considerazioni. Non si correrebbe il rischio di un reclutamento viziato da forme di clientelismo o nepotismo, così come è emerso dall’inchiesta delle assunzioni dell’Atac di Roma?

Si rammenta che anche l’Atac adottò forme di assunzione diretta, che si vorrebbero adottare anche per le scuole, con lo squallido risultato che ad essere assunti sono stati generi, nipoti, segretarie e mogli di assessori. Forse si vuole replicare questi cattivi esempi, che non sono unici, ma usuali nel nostro Paese, anche per il settore della conoscenza? (vedi qui)

* * *

SEGNALAZIONE

Appello del Coordinamento Nazionale per la Scuola della Costituzione

Il temuto “collegato” alla Legge di Stabilità 2014, che delegava il Governo a legiferare per il riordino e la semplificazione della disciplina in materia di istruzione, università e ricerca, è stato dalla stessa ministra Carrozza definito superato.

Nello specifico, per quanto riguarda la scuola, si prevedeva la riforma organica del reclutamento dei docenti, la modifica dello stato giuridico e del trattamento economico del personale della scuola, la cancellazione effettiva degli Organi Collegiali ridotti a una mera funzione consultiva.

Abbiamo motivo di credere che questa improvvisa virata sia il frutto della pronta reazione del mondo della scuola, una sorta di tam tam su reti e Fb, una chiamata a raccolta partita dai tanti movimenti costantemente vigili che si sono immediatamente allertati.

Ma la certezza che non si debba proprio ora tirare i remi in barca è confermata da altri scogli connessi alla Legge di Stabilità, come la prevista “razionalizzazione della spesa” nel triennio 2015-17 che colpisce ancora una volta pesantemente la scuola statale nell’esercizio della sua funzione formativa, mentre i finanziamenti alle scuole private per il solo 2014 ammontano a 494 milioni di euro.

Per valutare la gravità di quanto ci sovrasta e confrontare opportune strategie di opposizione contro improvvise ricadute di nuovi penalizzanti provvedimenti sulle nostre scuole, il Coordinamento invita associazioni, movimenti, forze politiche e sindacali, docenti, studenti, genitori, personale amministrativo delle scuole che si riconoscono nella difesa della democrazia scolastica a un incontro mercoledì 11 dicembre (ore 15.30-18-30) presso la Sala della Mercede, via della Mercede 55, Roma (zona San Silvestro-Tritone).

(Trattandosi di sede istituzionale si raccomanda a chi intende partecipare di inviare tempestivamente il proprio nominativo per il pass alla mail del Coordinamento: coordnazscuolacostituzione@gmail.com).

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Ritorna la legge delega

Il 6 novembre ecco riapparire la delega al Governo che inizialmente era apparsa come collegato alla Legge di Stabilità. In seguito alle reazioni di sindacati e associazioni il testo era stato definito dal MIUR come superato, ed infatti eccolo riapparire con qualche modifica nel ddl 958 (decreto semplificazione): nel mirino di sono ancora gli organi collegiali e la democrazia scolastica già abbastanza maltrattata.

Come dicono Marina Boscaino e Corrado Mauceri:

Il motivo di tale accanimento è evidente e chiaro: lasciare ai dirigenti scolastici carta bianca sul governo della scuola significa fare di ciascun istituto scolastico la mano esecutiva del Miur. Significa sottrarre la vita della scuola, le decisioni che vengono assunte nei vari settori (da quello relativo alla didattica alla determinazione dei criteri generali, alla entrata dei privati negli istituti scolastici, alla gestione dei fondi scolastici) a procedure democratiche e condivise.

Significa depotenziare quel poco di vigilanza democratica ancora esistente e accogliere senza ostacoli il Pensiero Unico anche nel luogo del pluralismo.

L’intervento cade proprio nel momento in cui Carrozza annuncia una Costituente della scuola, che così si annuncia come una delle tante consultazioni “di facciata”. Sui temi della legge delega e della democrazia nella scuola il Coordinamento nazionale per la Scuola della Costituzione invita a un incontro l’11 dicembre a Roma.

Aspettando la “CostituenteOrizzonteScuola propone un bilancio dei primi 7 mesi della ministra Carrozza.

I dati Ocse-Pisa 2012

Migliorano i risultati ma sono inferiori alla media. Sono stati presentati a Roma al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca i risultati dell’Indagine Ocse Pisa 2012 che misura le competenze dei quindicenni in matematica, scienze e lettura. Nelle conclusioni riguardanti i dati italiani leggiamo fra l’altro:

L’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’OCSE in matematica (si colloca tra la 30esima e 35esima posizione), in lettura (tra la 26esima e 34esima) e in scienze (tra la 28esima e 35esima) rispetto a 65 Paesi ed economie che hanno partecipato alla valutazione PISA 2012 degli studenti quindicenni… tuttavia l’Italia è uno dei Paesi che ha registrato i maggiori progressi nei risultati di matematica.

Punti deboli della scuola italiana. Le conclusioni fotografano alcuni vizi tipici della scuola italiana:

In Italia, le scuole con una maggiore popolazione di studenti svantaggiati tendono ad avere meno risorse rispetto alle scuole con una popolazione più favorita di studenti.

In media, in Italia le scuole lamentano un’infrastruttura materiale insufficiente.

L’Italia registra una variabilità nei risultati ottenuti tra diverse scuole superiore alla media: ciò significa che due studenti che frequentano due istituti scolastici differenti ottengono spesso risultati di livelli molto diversi.

La percentuale di studenti che ha dichiarato di essersi assentata da scuola è tra le più alte di tutti i Paesi e le economie che partecipano all’indagine PISA… La mancanza di puntualità e le assenze ingiustificate incidono negativamente sui risultati degli studenti.

In quasi tutti i Paesi e in quasi tutte le economie, gli studenti meno favoriti sotto il profilo economico e sociale non solo ottengono un punteggio inferiore in matematica, ma mostrano anche un minor impegno, sono meno decisi e meno motivati, e hanno meno fiducia in se stessi.

Altri punti deboli del sistema d’istruzione italiano li mette in rilievo Vittoria Gallina:

Il sistema italiano risulta meno equo di quanto vorrebbe e dice di essere. Sappiamo che altrove inclusione e equità sono diventate realmente promotrici di competenze, ma qui da noi non è ancora successo.

Solo il 65% degli studenti del secondo anno della scuola secondaria superiore frequenta la classe ‘giusta’ per la propria età… l’orientamento si riduce a una serie di azioni di facciata, senza tradursi in una pratica didattica

Salvo Intravaia invece smentisce alcuni luoghi comuni:

I migliori alunni sono nelle scuole pubbliche e non nelle private.

Il primato delle ragazze sui ragazzi viene messo in discussione dall’indagine.

L’uso delle tecnologie per la didattica non sembra favorire l’apprendimento. Nelle scuole dove la maggior parte degli studenti usa internet durante le ore di lezione i risultati deludono le aspettative, laddove invece internet non si usa affatto o si usa col contagocce le cose vanno meglio.

Il divario Nord-Sud. Uno dei dati che fa più discutere è il divario dei risultati tra Nord (a Trento i risultati migliori) e Sud. La FLCGIL parla di segregazione socio-economica alla base delle cause dei risultati negativi e pone in rilievo che:

Le scuole poste in aree svantaggiate hanno difficoltà ad attrarre gli insegnanti migliori…

I Paesi che hanno più successo operano in modo da mettere i migliori insegnanti nelle scuole socialmente svantaggiateLa competizione non è un buon fattore

I dati del Sud centrali anche nell’analisi della Gilda degli insegnanti:

Il Sud sconta maggiormente la politica dei tagli e i risultati del rapporto Ocse-Pisa ne sono la dimostrazione scientifica. Invece di utilizzare risorse in progetti inutili, bisogna investire di più sugli insegnanti.

Anche l’ANIEF denuncia l’abbandono del Sud con “tempo pieno quasi assente, tagli di risorse, mancanza di orientamento e di lotta alla dispersione“. E ci fornisce la ricetta “Per cambiare il trend servono anche l’obbligo formativo fino a 18 anni e una seria riforma dell’apprendistato.”

Il sottosegretario Marco Rossi Doria rassicura:

Il divario esiste e ne siamo consapevoli. Infatti ci stiamo lavorando.

Di chi è il merito? Altro tema di discussione è il merito di questo lieve miglioramento delle prestazioni degli studenti italiani.

Andrea Schleicher, presidente del programma Ocse, afferma che l’Italia grazie ai tagli ha imparato a spendere meglio i soldi. Anche per il Miur non è la quantità dei fondi destinati alla scuola che determina il successo, ma come si spendono questi soldi. L’Italia, si afferma, ha infatti tagliato almeno 3 miliardi di euro negli ultimi 5 anni e ha migliorato ugualmente i risultati. L’onorevole Centemero di Forza Italia addirittura ne attribuisce il merito alla “riforma Gelmini“. Ma, come osserva la redazione di OrizzonteScuola,

Se così fosse, come è possibile che i miglioramenti non sono ugualmente distribuiti su tutto il territorio?

Salta subito all’occhio come il Meridione continui ad avere risultati sconfortanti, pari a quelli della Romania. Forse i tagli, che come sappiamo si sono concentrati soprattutto al Sud, tutto sto gran bene non ci pare abbiano fatto.

Ma non è facile dare una risposta al perché di questo miglioramento. La CISL Scuola invita a evitare la corsa ad aggiudicarsi il merito:

Considerato che nel periodo preso in esame (2003-2012) si sono avvicendati quattro diversi governi (il quinto, quello attuale, non entra ovviamente nella partita) va consigliata cautela a chiunque volesse intestarsi in esclusiva il merito politico di un miglioramento…

Se proprio se ne vuole indicare un artefice indiscutibile, questo è il lavoro che hanno svolto le nostre scuole, nonostante lo abbiano fatto in condizioni sempre più difficili e pesanti.

Anche per la UIL Scuola occorre

riconoscere e valorizzare il lavoro di quei tanti insegnanti che con passione e competenza stanno facendo sforzi straordinari, considerando che, per i tagli subiti, l’Italia è ai primi posti insieme ad Islanda e Messico.

Reginaldo Palermo avverte:

L’apprendimento è un fenomeno molto molto complesso. Ridurre tutto al rapporto ore di scuola/investimenti- apprendimento può essere fuorviante.

Pasquale Almirante ricorda il

paradosso della educazione, dove il successo nei risultati si lega ad una insoddisfazione generalizzata

e pone la domanda

Meglio bravi ma infelici o scarsi ma gioiosi?

4 al posto di 5 = – 80.000 docenti, – 2,5 anni di scuola

Il 4 dicembre, rispondendo a una interrogazione di Ecologia e libertà sulla sperimentazione che vuole la riduzione di un anno del percorso di studi, la ministra Carrozza ha chiarito che le sperimentazioni, che riguardano 6 scuole statale e tre paritarie, sono state autorizzate perché stati ritenuti validi i progetti presentati dalle scuole e perché rispondono a un adeguamento agli standard europei al fine di anticipare di un anno l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Il Ministro ha voluto specificare che la sperimentazione non è stata pubblicizzata appunto perché si tratta “solo” di una sperimentazione.

Gianna Fregonara, moglie del premier Letta, non ha dubbi: sul Corriere della Sera scrive:

A scuola c’è un anno di troppo“.

Farebbe la felicità dei ragazzi… Piace ai professori universitari e agli imprenditori” scrive Gianna Fregonara insieme a Orsola Riva, che registra la contrarietà degli insegnanti: però non si chiede il perché di questa contrarietà.

Essa è dovuta a considerazioni didattiche, alla conoscenza degli alunni e alla consapevolezza di ciò che attende i giovani:

Fingono di non sapere, questi “Soloni”, che i giovani di cui straparlano poiché non hanno santi in paradiso se uscissero un anno prima dalla scuola andrebbero a ingrossare le file dei disoccupati.

E’ dovuta al fatto che la scelta del ministero è dovuta ancora una volta a motivi di cassa: il taglio di un anno di scuola comporterebbe un risparmio di spesa strutturale di 3 miliardi di euro e un taglio degli organici di almeno 80 mila cattedre.

Sulle modalità di effettuazione della sperimentazione Elena Fortunato è andata a sentire i dirigenti di due scuole coinvolte, il “Majorana” di Brindisi e il “Carlo Anti” di Villafranca di Verona. Il dirigente del “Majorana” parla di una “riorganizzazione del tempo-scuola“:

Il monte orario totale resta invariato. Per capirci, se prima avevamo 27 ore a settimana al biennio e 30 ore a settimana al triennio, nel liceo a quattro anni si fanno fin da subito 36 ore a settimana.

E come saranno scelti gli studenti che parteciperanno alla “sperimentazione“:

Opteremo per l’organizzazione di due settimane di orientamento in cui i ragazzi potranno partecipare a tutte le attività didattiche e rendersi conto da soli se il percorso è adatto ai loro bisogni e ai loro ritmi.

E’ chiaro il commento di DP OrizzonteScuola:

Si sperimenta su studenti eccellenti e in classi da 25 alunni. Vi piace vincere facile!

Comunque Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale e sociale alla Bicocca, ha dubbi sulla sensatezza di un anticipo di una scelta per la vita:

Caricare su un tredicenne (e sui suoi genitori) il peso della scelta del proprio destino è sbagliato: come si fa, a quell’età, a scegliere il liceo coreutico o sportivo?

La sua idea è quella di un primo ciclo di cinque o sei anni, poi quattro anni di media unica con latino per tutti “perché aiuta a ragionare e imparare l’italiano“, infine tre anni di superiori.

Numeri della scuola e della società

Aumenta la povertà. Intanto i dati ci dicono che in Italia le persone a rischio povertà balzano verso il 30%: oltre 18 milioni di persone sono a rischio esclusione sociale.

Un’Italia sciapa e malcontenta. Il 47° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese parla di una Italia “sciapa e malcontenta” che non aspira più a nulla, si trascina tra “furbizia generalizzata” e “immoralismo diffuso“. Ne esce male anche la situazione dell’istruzione: il 21,7% della popolazione italiana con più di 15 anni ancora oggi possiede al massimo la licenza elementare.

Ricerca al palo. Per quanto riguarda la ricerca, nella classifica Eurostat l’Italia si conferma al 18° posto nell’Europa a 27. Nelle università continua lo stato di agitazione.

Promossi i docenti, bocciate le strutture. Reso pubblico anche il rapporto Almadiploma 2013 con l’indagine condotta su 48.000 diplomati nel luglio scorso. Promossi i docenti, bocciate le strutture scolastiche e le attività di orientamento. E c’è la conferma delle disparità di risultato legati alle differenze socio-culturali delle famiglie.

Scuole sicure tra un secolo. Difatti la metà delle scuole italiane non ha l’agibilità. Più del 70% non possiede il certificato prevenzione antincendi. A detta di Erasmo D’Angelis, sottosegretario alle Infrastrutture:

Non abbiamo ancora l’anagrafe dell’edilizia scolastica, anche se è prevista fin dal 1996. I dati ricevuti da alcune regioni risultano ancora parziali e incompleti. Ci sono discrepanze inoltre sul numero degli edifici scolastici.

Con questo ritmo saremo in sicurezza tra un secolo.

Blocco di stipendi e scatti. In questo quadro viene confermato nella Legge di Stabilità il blocco di stipendi e scatti dei docenti fino al 2015, con il rischio assai concreto è che lo stop si allunghi fino al 2016-2017.

Fondo d’Istituto x scatti. Per pagare gli scatti stipendiali 2012 ancora tagli al Fondo d’Istituto, di cui sono stati stanziati i 4/12.

Ancora irrisolta la questione di Quota 96. La Ragioneria ritiene inidonea la richiesta di copertura finanziaria per il pensionamento dei docenti di “Quota 96” rimasti in servizio a seguito del passaggio alla riforma Fornero.

Allarme sostegno. Arrivano allarmi sui tagli al sostegno fatti passare attraverso le direttiva sui BES.

Precari non pagati. Protestano i supplenti senza stipendio da mesi.

I precari: abilitati e abbandonati. La ministra conferma la volontà di non permettere l’inserimento nelle graduatorie a esaurimento di 40.000 docenti che hanno frequentato i TFA e sono stati reputati idonei al concorso a cattedra. Cui si aggiungono altri 70.000 prossimi iscritti ai PAS. Edoardo Ricci per i docenti abilitati con TFA ordinario confuta le argomentazioni della ministra. Commenta l’Anief:

Lo Stato prima li forma e poi li abbandona.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Per il nuovo anno scolastico
Un fascicolo della Flc Cgil su organici, dimensionamento, nuovo codice di comportamento e altre materie.

Indicazioni utili di Orizzonte Scuola su contratti, assunzioni, calendari.

Su ForumScuole una pagina dedicata al DL n. 104/2013 L’istruzione riparte.

Da TuttoScuola Sei idee per rilanciare la scuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

10 pensieri su “Vivalascuola. Sì alla scuola dell’infanzia statale!

  1. Pingback: Regione Veneto: un mondo a parte… « La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

  2. Questi articoli che pretendono che tutta la scuola sia statale mettono i brividi. Vi è lo stesso statalismo autoritario e accentratore che da sempre è proprio di chi odia la libertà: comunismo, fascismo, nazismo ecc. Forse gli autori sono abituati a vivere di rendite parassitarie statali. W l’anarchia, W la libertà, W la scuola privata autogestita.
    Luciano Aguzzi

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  3. A me mettono i brividi la prepotenza, il menefreghismo e l’opportunismo di chi fa passare i propri privilegi per libertà. La scuola dell’infanzia statale è gratuita, la scuola privata e autogestita ha un costo, anche alto. Chi la vuole autogestita si autogestisca tutto, anche il portafoglio come dice la Costituzione, per i comuni mortali lo Stato garantisca la scuola per tutti come dice la legge.

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  4. In effetti nessuno contesta al signor Luciano Aguzzi di fare o di scegliere per i suoi figli la sua scuola privata autogestita, dal momento che la Costituzione stabilisce che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

    Il problema sorge quando, come in alcune zone d’Italia, ad esempio in gran parte del Sud e a Bologna, predomina la scuola dell’infanzia privata, con i costi che essa comporta e con l’educazione spesso di parte che vi viene impartita: allora la situazione s’inverte, la scuola scelta da alcuni viene imposta ai più.

    Per questo è doveroso che lo Stato estenda l’applicazione di una sua legge, la 444/68, senza nulla togliere alla facoltà dei privati di istituire le loro scuole.

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  5. Io purtroppo non ho mai goduto di privilegi. Chi ritiene che la scuola statale sia gratuita e quella privata costosa, non sa quel che dice. La scuola statale costa più del doppio, anche se anziché pagarla direttamente al gestore la si paga con il 60% di tasse che gravano sulla ricchezza prodotta in Italia. Le scuole migliori esistenti al mondo sono quelle «pubbliche» a gestione privata , dove il rapporto costi/rendimenti è di gran lunga più efficiente che in Italia.

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  6. Non posso scrivere un commento più lungo e articolato perché la finestrella «lascia un commento» dopo poche righe mi sfugge via e non mi permette di continuare. Non so se è un difetto del mio pc o del blog. Ma il concetto è chiaro. Se invece di pagare obbligatoriamente la scuola statale con tasse esosissime, potessimo pagare direttamente la nostra scuola, avremmo un servizio migliore, meno costoso e più libero.

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  7. Non è un problema di contabilità, ma politico.

    Sta allo stato decidere se spendere i suoi soldi per spese militari o per le scuole per tutti: e la legge dello stato parla chiaro: l’Italia ripudia la guerra e istituisce scuole di ogni ordine e grado.

    Lo Stato ha deciso di investire i suoi soldi nella scuola per tutti perché è compito dello Stato garantire un servizio ai cittadini, e le scelte devono essere tanto più chiare in tempi di crisi economica.

    Semmai il discorso è un altro: che il servizio fornito dallo Stato deve essere di qualità, che non abbia nulla da invidiare alla scuola privata.

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  8. Inoltre, è tutto da dimostrare che con la scuola privata avremmo un servizio migliore, meno costoso e più libero.

    L’esperienza mostra il contrario: che in Italia le privatizzazioni hanno peggiorato il servizio, aumentato i costi e sono state l’occasione per pratiche corrotte.

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  9. Pingback: Scuola dell’infanzia | Scuola pubblica

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