Il Baluardo

varenna

di Stefanie Golisch

Il Baluardo è un belvedere sopra il lago di Como: da lì si vede esattamente quel punto, il culmine di Bellagio, in cui i due bracci del lago si uniscono per formarne uno solo. Mr. Reginald Simpson aveva scoperto qualche mese prima il Belvedere, per puro caso, nessuno in quel paesino, Varenna, gliene aveva fatto cenno, qui non c’era l’uso, fra pescatori, piccoli artigiani e donne di servizio, di andare a passeggio. Non si aveva il tempo e tanto meno il desiderio, di scoprire le bellezze paesaggistiche dei dintorni e immedesimarsi in esse.
Ma proprio il tremore e la devozione di fronte ad una natura incommensurabile per l’uomo e l’affascinante idea di perdervisi totalmente, rappresentavano la ragione profonda per la quale Mr. Simpson, un uomo possente alla fine dei cinquanta, con i capelli completamente bianchi e la tendenza, sfortunatamente presente gia’ dalla piu’ tenera giovinezza, alla mancanza di respiro, si era ritirato a Varenna.
Una strana inquietudine, del tutto inspiegabile per un uomo di razionalita’ superiore quale lui riteneva di essere, si era impadronita di lui, da quando un giorno, per puro caso, aveva letto di quella localita’ in vecchie cronache di viaggio. Un certo Sir William Blackworth, ammiraglio in pensione e botanico per passione, riferiva in esse dell’esistenza di rare piante e di certi scorci sul lago di Como, che egli, nello stile convenzionale della propria epoca, definiva lovely e in alcuni casi eccezionali more than lovely. Simpson aveva per mesi strenuamente cercato di combattere il sentimento, nascente in lui contro la sua volonta’, di un vago nostalgico desiderio, ma alla fine, con sua stessa sorpresa, vi si era abbandonato e si era del tutto inaspettatamente ritirato dai suoi affari alla termine dell’anno millenovecentotrentuno. Non aveva ne’ moglie ne’ figli, i suoi genitori erano morti da tempo, e dunque un’offerta oltremodo favorevole aveva dato la spinta decisiva alla vendita della sua fiorente attivita’ di importazione di frutti tropicali. Reginald Simpson, stabilitosi a Varenna nella tarda estate del millenovecentotrentadue, era un uomo ricco e indipendente. Non doveva rendere conto a nessuno al mondo, nessun obbligo limitava la sua liberta’ personale, la decisione sul modo in cui avrebbe potuto utilizzare il tempo che gli restava dipendeva esclusivamente dai suoi calcoli. E tuttavia proprio per una persona che per l’intera vita aveva lavorato duramente, per una persona che non aveva mai attribuito il minimo valore alle questioni private, ai sentimenti, alle sensazione, ai vaghi presentimenti, non risultava affatto facile rispondere alla domanda: Che cosa vuoi veramente tu? In breve, Simpson non lo sapeva, senza in realta’ ammettere il proprio smarrimento. Non lo seppe fino al momento in cui, in un piovoso pomeriggio domenicale, per puro caso gli cadde di nuovo nelle mani quel diario di viaggio di Blackworth. che aveva rappresentato l’inizio della sua improvvisa inquietudine – di questo se ne ricordo’ subito. Tutto in lui si opponeva a credere ad una specie di predestinazione, ma in questo momento il dado fu tratto, non c’era piu’ alcuna possibilita’ di ritorno. Simpson lo avvertì molto chiaramente, e sebbene l’enigmatica certezza della sua irrevocabile decisione di abbandonare l’Inghilterra fosse profondamente inquietante, d’altra parte egli si sentiva anche come sollevato da un peso.
Nonostante la sistemazione dei suoi interessi non fosse stata compiuta in quel modo coscienzioso e previdente, con cui egli per tutta la sua vita aveva gestito i suoi affari – peraltro con estremo successo – lui era perfettamente consapevole, anche se non sarebbe stato in grado di motivarne ragionevolmente il perche’, di quello che avrebbe dovuto fare. Gia’ il giorno successivo inizio’ con i preparativi, durante i quali si dispiego’ ancora una volta tutta la pienezza del suo naturale talento organizzativo. Fu proprio, si potrebbe dire, la summa di tutta la sua vita e della sua esperienza negli affari, che gli fece prendere tutte quelle misure per quel viaggio nell’incerto, che egli temeva così tanto e verso il quale d’altra parte segretamente anelava, come se si trattasse di un’amante lontana. Nel mese di maggio dell’anno millenovecentotrentadue tutto era finalmente pronto, egli si imbarco’ in direzione di Genova. Avrebbe trascorso l’estate all’ Hotel des Anglais a Bellagio, tutto il resto si sarebbe poi sistemato.
Reginald Simpson, del tutto inconsueto per un inglese della sua classe sociale e della sua professione, non era mai stato all’estero prima d’allora. Aveva sempre voluto evitare le spiacevolezze del viaggio, e, come del resto era stato da sempre usanza della sua famiglia, aveva preferito trascorrere l’estate in campagna. Come uomo d’affari s’intendeva molto bene di frutti tropicali, ma non aveva mai visto gli alberi sui quali essi crescevano. Le sue conoscenze della flora mediterranea erano di natura puramente teorica. Naturalmente egli sapeva che era il sole del Sud a far maturare i frutti, rendendoli una merce redditizia, ma non aveva mai sentito quel sole sulla propria pelle, e percio’ il suo arrivo a Genova sul far dell’estate fu un’esperienza a dir poco sconvolgente, che avrebbe occupato i suoi pensieri, o meglio: la sua fantasia per tutta la stagione. Sia a Nervi – aveva trascorso sul mar ligure i primi giorni dopo il suo arrivo – sia a Bellagio, dove, dopo un complicato viaggio, si era finalmente stabilito per l’estate in due eleganti e spaziose stanze, venne irresistibilmente attratto fin dal primo giorno dalla natura esuberante. E mentre i suoi conterranei trascorrevano le prime ore del pomeriggio per lo piu’ giocando a bridge nel salone opportunamente oscurato, egli di solito si accomiatava in fretta appena terminato il pranzo, per intraprendere da solo una lunga passeggiata nei boschi sopra Bellagio, oppure per fare una gita in battello a Menaggio. Talvolta si faceva portare a Varenna da una barca di pescatori, che in ogni ora del giorno e della notte trasportava le domestiche, le serve e le donne di cucina dai piccoli villaggi ai grandi alberghi di Bellagio. Portando sempre con se’ la sua amata lettura, la cronaca di viaggio di Sir William Blackworth, si metteva a seguirne le tracce, salendo sopra Varenna. Seduto nell’erba sul suo fazzoletto dispiegato, confrontava le descrizioni del libro con quello che egli stesso stava vedendo in quel momento. Il tono arido, le serie di aggettivi sempre uguali e l’eterno more than lovely, con cui l’anziano ammiraglio rendeva ogni panorama simile al precedente, suscitavano in lui una crescente avversione, e all’improvviso si ritrovo’ a non capire piu’ che cosa lo avesse una volta tanto affascinato in quella lettura. D’altra parte, lui stesso sarebbe stato difficilmente in grado di tradurre in parole cio’ che nei giorni sereni si dispiegava davanti ai suoi occhi, e nei momenti di smarrimento, proprio in quegli attimi, nei quagli avvertiva con raccapriccio che i limiti dell’io a lui noto improvvisamente si ampliavano, diventando stranamente diafani, allora era nuovamente riconoscente nei confronti del rispettabile Blackworth per la sacra oggettivita’ del suo stile, e si vergognava di se stesso. Sì, ultimamente Mr. Reginald Simpson si vergognava a volte di se’, o ancora peggio: semplicemente non si riconosceva piu’. Gia’ dopo poche settimane di soggiorno a Bellagio gli sembrava che il suo passato si stesse allontanando sempre di più, come se non appartenesse più a se stesso, ma a un estraneo. Reagiva meccanicamente alle domande sulla sua vita passata rivoltegli dagli ospiti dell’hotel, rispondeva raramente o addirittura per niente alle lettere che gli pervenivano maniera inversa alle sue doti innate, per apprendere la lingua italiana; all’’Hotel des Anglais ebbe presto la nomea di spirito solitario ed eccentrico. Gli altri non lo capivano, ma poiché lui non faceva nulla che potesse dare pretesto – peraltro gradito – ad un minimo di pettegolezzo, presto si perse l’interesse per questo strano ospite, e secondo i costumi del suo paese venne lasciato alla fine in pace.
Così l’estate passò, senza che Simpson, uomo per il quale la puntualità e il senso del dovere stavano sopra ogni altra cosa, quasi se ne avvedesse. Un mattino notò con grande stupore le numerose valigie nella hall di ingresso, che stavano ad indicare la partenza di molti degli ospiti. La sala da pranzo si era visibilmente svuotata nel corso delle ultime settimane di agosto, e soltanto ora egli si ricordò improvvisamente della sua primigenia intenzione: trasferirsi a Varenna prima dell’autunno. Ma poiché fino a quel momento non aveva intrapreso il benché minimo sforzo per porre in atto il suo piano, era quasi già disposto ad abbandonarlo, allorché un caso fortunato gli venne inaspettatamente in soccorso. Un uomo della sua età, inglese come lui e stabilitosi a Varenna già da alcuni anni, giunto in visita all’hotel una domenica, e con il quale, contrariamente alle sue abitudini, si era messo a conversare dopo cena, gli aveva raccontato di una piccola villa sul lago, che da poco era di nuovo disponibile per essere affittata. Una coppia inglese era vissuta lì fino a poco tempo prima, e il proprietario, un rinomato fabbricante di seta di Como, un elegante uomo di mondo, che era stato molto soddisfatto dei suoi inquilini, l’avrebbe volentieri affittata di nuovo ad un inglese di rango e di corrispondenti mezzi, oltretutto ad un prezzo relativamente modesto; anche il personale di servizio sarebbe stato subito disponibile. Simpson ascoltò con estrema attenzione, prese appuntamento la settimana seguente per visitare la villa, e nel momento in cui l’ebbe vista, tutti i sogni che non aveva mai osato sognare presero forma. Nell’arco della stessa giornata si trovarono, nella migliore armonia, tutti gli accordi necessari, e verso la fine della seconda settimana di settembre egli poté trasferirsi a Varenna, dopo l’intervento di schiere di artigiani e di serve che in brevissimo tempo avevano rimesso a nuovo e ripulito nel modo più bello ed elegante Villa Camilla; ora dipendeva solo da lui rendere abitabile un sogno.
Trascorse insonne la prima notte nel suo nuovo domicilio. Pensieri e sensazioni assolutamente caotici, immagini stridenti che ferivano il suo tatto e la sua discrezione abituali, improvvise, enigmatiche ispirazioni e vaghi, alquanto spaventosi presentimenti affollavano la sua insonnia nei colori più violenti, da ogni parte provenivano ululati, tonfi e tuoni, sconosciute voci agitate gli opprimevano l’udito, e come spesso avveniva negli ultimi mesi, Reginald Simpson, che nel corso della sua vita di quasi sessantenne aveva sempre goduto di un sonno profondo e senza sogni, venne assalito da una sconfinata vergogna di se stesso. Mentre ancora doveva assistere impotente a come il suo io, fino a quel momento dominatore incontrastato, improvvisamente cadeva vittima di fantasmagorie debordanti, si vergognò, e fu questa strana contemporaneità di percezioni, che in realtà si sarebbero dovute escludere a vicenda, a portarlo quasi sull’orlo della follia, così almeno gli sembrò nelle prime ore del mattino. Giunte le sei, non sopportò più di stare a letto. Si alzò e uscì in giardino, indossando soltanto la sua lunga vestaglia color borgogna. Si sedette su una graziosa panchina di ferro battuto, appoggiata al muretto che dava sul lago e tentò di mettere ordine nei suoi pensieri. L’aria fresca gli fece bene, e mentre il suo sguardo scivolava sul lago, che in quella mattina sembrava essere rinato di fronte a lui, sentì i fantasmi della notte che se ne andavano uno dopo l’altro, e improvvisamente riuscì di nuovo a vedere se stesso con quell’immagine che gli occhi del mondo si erano fatta di lui: un uomo d’affari di successo giunto alla ben meritata pensione. Uno che si era ritirato di sua spontanea volontà, per poter vivere d’ora in poi seguendo soltanto le proprie passioni. Una gioiosa fiducia si impadronì di lui mentre si costringeva a pensare a sé nella maniera più convenzionale possibile; attorno alle sette si era completamente ristabilito; si alzò, andò in cucina e ordinò alla cuoca nel suo italiano stentato una ricca colazione all’inglese.
Fu in una delle settimane seguenti che, durante una delle sue lunghe passeggiate nei boschi, per caso scopri il Baluardo, e poiché nessuno gli aveva mai indicato quel punto panoramico, la bellezza di quella vista straordinaria lo colpì con inusitata violenza.
Inutilmente si era dato da fare nelle settimane trascorse per scoprire le tracce di passioni nascoste, ma l’idea di immergersi nella natura, munito di retino per farfalle, o di un vascolo per le ricerche botaniche, oppure di una cassetta di acquarelli, alla fine non riuscì a convincerlo. Questi passatempi non erano fatti per lui, esattamente come il bridge pomeridiano all’ Hotel des Anglais – lui, Reginald Simpson, non aveva affatto in mente di ammazzare il tempo – ma questo gli divenne chiaro solo a poco a poco. E mentre egli guardava, nella mite luce di un pomeriggio della fine di settembre, i bracci del lago, che con un movimento ininterrotto si univano a formarne uno solo, improvvisamente comprese la causa profonda della sua presenza in questo luogo. Egli capì di essere giunto a Varenna per fermare il tempo. I have to stop the running of time, mormorò a se stesso, the running of time –
Da questo momento non passò più giorno in cui, per lo più di pomeriggio, non salisse al Baluardo e non vi dimorasse a lungo. A Lecco si era comprato un cannocchiale, una vera meraviglia di tecnica ottica, con l’aiuto del quale perlustrava i dintorni, con una sistematica pedanteria che era tipica della sua natura. Nulla oramai gli era nascosto, e il paesaggio straniero divenne nel corso dell’autunno millenovecentotrentatre il fulcro di tutti i suoi sentimenti e di tutte le sue sensazioni. Strane sensazioni, doveva ammetterlo, ispirazioni inusuali e inquietanti, che tuttavia da lungo tempo non lo agitavano più come all’inizio. L’Inghilterra era lontana, e il fatto che lui un tempo avesse commerciato frutti tropicali – oltretutto con successo – presto gli sembrò una sorta di leggenda, anche se doveva richiamare alla sua memoria che il suo stato attuale sarebbe stato del tutto impensabile senza quei precedenti, e in tal modo, quando il suo sguardo dietro il cannocchiale si fermava sulle cime dei cipressi che segnavano il confine del parco di Villa Monastero, trovava una qualche pace.
Giunse l’inverno, le passeggiate giornaliere divennero più brevi e alla fine si interruppero del tutto, e Simpson si chiuse in casa, trascorrendo i pomeriggi nel suo cosiddetto studio. Là sedeva alla finestra, il manuale di italiano sulle ginocchia, avvolto in una coperta a quadri, facendo una cosa che aveva accuratamente evitato nel corso di tutta la sua vita: riflettere. Rifletteva su se stesso e su come tutto fosse avvenuto. Gli tornavano nella memoria piccoli episodi, insignificanti avvenimenti della sua infanzia che pensava di avere del tutto dimenticato, la sua facoltà di ricordare li aveva custoditi per lui come se avesse saputo che un giorno sarebbero esistiti questi pomeriggi.
Verso le cinque si faceva di solito servire il tè, talvolta gli faceva visita quel signore che aveva agito da intermediario per Villa Camilla, si parlava di cose insignificanti, gettando di tanto in tanto uno sguardo dalla finestra sul lago. La vista, anche quando le nuvole erano basse, era sempre lovely, e stranamente i due signori, nel momento in cui usavano quell’espressione del tutto convenzionale, per la frazione di un secondo avvertivano la propria malinconia – e quella dell’interlocutore. E sebbene Reginald Simpson, così almeno tentava di convincere se stesso, avrebbe potuto rinunciare senza problemi alle visite del suo conoscente, la sua compagnia gli era d’altra parte non sgradita; in tal modo trascorse l’inverno.
Quando giunse la primavera, riprese da un giorno all’altro le abitudini dell’estate precedente; non passava pomeriggio in cui egli non salisse, quasi in preda ad un imperativo interiore, al Baluardo, per rimanerci per lunge ore. In quelle settimane era stato preso dalla passione per l’ornitologia; con l’aiuto del suo cannocchiale cercava di distinguere gli uccelli in base al loro volo e di indagare le loro abitudini; lo aiutava un manuale riccamente illustrato che aveva studiato durante i lunghi mesi invernali. Fu proprio in queste settimane che ebbe la sensazione di avere finalmente trovato la sua vera passione. Ma un pomeriggio, mentre seguiva pazientemente il volo di una poiana, gli accadde di vedere due persone in una minuscola radura sotto lo stretto sentiero, un uomo e una donna, che evidentemente si erano dati appuntamento di nascosto. E per quanto sapesse bene che in tali circostanze la buona educazione impone discrezione, fingendo di non aver visto nulla, non riuscì a distogliere lo sguardo, al contrario, mise a fuoco l’obiettivo, sempre più a fuoco, finché ebbe nel suo mirino i due corpi così chiari e delineati, che nessuno dei loro movimenti pieni di eccitazione gli poté rimanere celato. Rimase immobile, e fu in quel pomeriggio che il suo interesse per il mondo degli uccelli scomparve, tanto rapidamente quanto era nato. Anche l’ornitologia, se ne rese conto, come tutte le supposte passione degli esseri umani, non era altro che un mero pretesto. I’m a man without passions, disse a se se stesso a bassa voce, distorcendo il suo viso in una strana smorfia, THE man without passions …
I due giorni seguenti trascorsero senza che accadesse nulla di particolare, ma il terzo giorno la coppia sconosciuta apparve improvvisamente alla stessa ora; Simpson mise accuratamente a fuoco il cannocchiale, e la sua fatica fu riccamente ricompensata, poiché in quel pomeriggio divenne testimone di una scena che non aveva mai osservato prima, una scena che non avrebbe mai ritenuto possibile anche nei suoi sogni più arditi. Quello che dall’alto del Baluardo si offriva ai suoi occhi azzurro pallido, stretti come fessure dietro il freddo obiettivo, non era un atto d’amore in senso letterale, non aveva nulla a che vedere con l’usuale devozione di una donna nei confronti del suo amante segreto, bensì era una lotta; sì, sotto gli occhi increduli di Reginald Simpson la tranquilla radura alta sopra il lago si era andata in pochi secondi trasformando in un campo di battaglia sanguinoso. E per quanto egli potesse essere, nonostante l’avanza età, inesperto in questioni di questo tipo, questa volta comprese subito – e rabbrividì. Rabbrividì non da ultimo anche di fronte a se stesso, poiché, in qualità di osservatore silenzioso della scena, era d’un tratto diventato complice di un segreto oscuro, della cui esistenza non aveva mai avuto il più pallido presentimento. Si ritrasse spaventato, lasciò cadere il cannocchiale, il suo respiro era irregolare, voleva nello stesso tempo sapere e non sapere, si sfregava gli occhi, sì, in realtà voleva sapere: riprese perciò il cannocchiale e attraverso l’obiettivo indifferente poté osservare per un intero pomeriggio i due corpi che si intrecciavano annodandosi, respingendosi di volta in volta con gesti brutali e colpendo il volto con la mano, vide bocche spalancate mordere spalle e mani, come per baciarsi follemente, li vide leccarsi tutto il corpo, strapparsi i capelli e infine penetrarsi in un modo così impudente e svergognato, che Reginald Simpson avrebbe voluto urlare sopra gli alberi in fiore fino alla valle un forte e percettibile Stop it! Così si richiamavano i bambini alla ragione, così si riprendevano le redini di un gioco sfrenato e troppo esaltato, così si ristabiliva l’ordine naturale delle cose, dopo aver riconosciuto che in quel momento esse stavano deragliando dai giusti binari. Vagamente si rammentò degli interminabili pomeriggi della sua infanzia, dei vestiti di sua madre tutti chiusi da innumerevoli pizzi, si ricordò di tutto quello che gli era stato proibito pensare e a cui di conseguenza non aveva mai pensato, e all’improvviso capì con l’assoluta sicurezza di un sonnambulo di essere stato tradito. Era stato trattenuto dal tè pomeridiano, dalle serate musicali in famiglia, dalle partite di cricket e di volano, dai frutti tropicali, dai prezzi e dai bilanci annuali, e lui, senza mai opporre la minima resistenza, si era lasciato trattenere. Mai – e ciò gli sembrava in quel momento la cosa più incomprensibile di tutte – ci aveva riflettuto sopra, mai si era posto una sola domanda, aveva divorato quell’immensa insignificanza che gli era stata servita per tutta la vita, a dire il vero molto ben presentata su vassoi d’argento, in abiti bianchi e in tiepidi giardini d’inverno. L’aveva divorata come un cannibale, un mangiatore di uomini, che divora i suoi simili senza battere ciglio, che divora se stesso, pulendosi accuratamente la bocca con un tovagliolo di damasco dai colori pastello e mormorando con cortesia rivolto alla padrona di casa: very good, indeed!
Reginald Simpson lasciò cadere il suo cannocchiale. Gocce di sudore imperlavano la sua fronte, involontariamente gli occhi gli si chiusero e le mani si tesero in cerca di aiuto verso l’albero presso il quale si trovava. Il tagliente enough!, con il quale sua madre era solita porre fine senza ammettere replica ad ogni conversazione a lei sgradita, gli risuonò aspramente nelle orecchie, moltiplicandosi nello spazio di un secondo per penetrare nei suoi più intimi recessi come eco impazzita del fallimento, una maledizione che minacciava di scuotere definitivamente i suoi nervi; la vista gli si scurì, sentì il riso stridente e crudele di sua madre, ed ecco che fu come se gli si aprissero gli occhi, ed ecco fu trascinato a terra. Fece ancora in tempo a sentire il tonfo del suo corpo pesante sul nudo suolo; gli balenò il pensiero che avrebbe dovuto stendere il suo fazzoletto, ma che a questo punto era troppo tardi, e quindi si sarebbe sporcato i vestiti e – per molte cose oramai era troppo tardi.
Il Baluardo si fece silenzioso. Reginald Simpson barcollò e perse i sensi, e allorché fu ritornato in sé, si era già fatta sera. Di primo acchito non riuscì a ricordarsi che cosa fosse accaduto, solo a poco a poco gli si fece chiarezza, si alzò lentamente e, con la schiena appoggiata a quell’albero, nel quale aveva cercato nei primissimi momenti appoggio dalla sua caduta, tentò, con il cuore in tumulto, di ripercorrere col pensiero gli strani avvenimenti di quel pomeriggio.
Sono svenuto, pensava, nulla di grave, può succedere, benché non mi sia mai capitato prima d’ora. Evidentemente sono caduto e mi sono sporcato i vestiti, è ora di rimettere tutto a posto. Certamente a casa mi aspetteranno, può essere che la cuoca sia in ansia per me. Questo pomeriggio ho visto, è fuor di dubbio, delle cose mostruose, ma forse mi sembrano mostruose solo perché non ho mai visto nulla di simile prima d’ora. Capisco, naturalmente, mia madre voleva solo proteggermi, non aveva alcuna cattiva intenzione, oppure, ecco, voleva uccidermi, uccidermi …
I suoi pensieri inquieti seguivano più meno questo corso, barcollavano, sprofondavano in pozzi profondi dai quali tentavano faticosamente di uscire, poi si appisolavano per un breve momento, ma subito si strofinavano gli occhi brucianti risvegliandosi stupiti e sfioravano il cuore palpitante, solo per alzarsi di nuovo. Svolavano, slittavano, cadevano, si rialzavano, si arrampicavano temerari sulla cima del più alto cipresso e guardavano dall’alto, le fila si confondevano, lo sguardo di Reginald si offuscava, il suo cuore batteva all’impazzata, ma il suo disorientamento ormai non lo intimoriva più. Ora avrebbe voluto distruggere tutto intorno a sé, ma poi si metteva a ridere di se stesso. Pensò che in fondo la cuoca non gli dispiaceva, poi gli venne in mente una ragazza che forse – ma chi poteva più dirlo? – aveva amato quando era un ragazzo di diciassette anni. Pensò alle giovani prostitute dei bordelli eleganti di Londra, ma non riusciva a ricordarsi nessuno di quei volti, nessuno di quei nomi. Pensò a sua madre che l’avrebbe voluto uccidere e che quasi ci sarebbe riuscita. Poi sentì che le stilettate nella regione del cuore diventavano sempre più lancinanti, avvertì una schiuma biancastra che si raccoglieva agli angoli della bocca e un muco sottile che gli colava ininterrottamente dal naso. I suoi occhi si aprivano e si chiudevano a intervalli irregolari, immagini violente e sfrontate impazzavano dentro di lui senza controllo. La luna sorse sopra il lago, ed egli dovette pensare a Sir William Blackworth, a quel grande sconosciuto, senza il cui contributo egli non avrebbe forse mai scoperto il Baluardo, sentì nascere in sé un sentimento di gratitudine, e l’incondizionata dedizione al destino immutabile lo riempì di una tenerezza, di cui egli non aveva mai sospettato l’esistenza, visto che fino a poco prima non aveva realmente vissuto. Un sentimento di gioia selvaggia, mai provato fino a quel momento, penetrò il suo essere, era una sensazione straordinaria, una gioia innominabile, indescrivibile, la parola magica che gli esseri umani non potevano pronunciare, era il velo e il segreto stesso, era il compimento, la cosa più terrificante, era come venir risucchiato tutto intero. Sudore freddo imperlava la sua fronte, i denti gli battevano senza posa, il suo polso era in tumulto, ancora una volta i suoi occhi si aprirono, la luna brillava alta nella sua tentatrice pienezza sopra il lago, poi il suo petto si contrasse in tremende convulsioni, si sentiva sempre più oppresso, no, non esisteva più alcun dubbio, sua madre aveva davvero voluto ucciderlo, lui, l’unico figlio, ma non c’era riuscita. Lui, Reginald Simpson, aveva alla fine smascherato le terribili intenzioni di lei, ci era arrivato da solo, avevano voluto imbrogliarlo, ma lui aveva dimostrato a tutti, alla fine anche a se stesso, che non ce l’avevano fatta ad ucciderlo.
Riusciva a malapena a respirare, era come se la testa gli dovesse scoppiare per il selvaggio attacco del cuore che gli si stava spezzando. Ancora una volta tentò di alzarsi, ancora una volta tentò di gettare uno sguardo sul lago, ancora una volta tentò di sorridere, lovely, udì sussurrare accanto sé da una voce sconosciuta, more than lovely, ma un dolore smisurato lo trascinò via; lo trovarono il giorno successivo.

Traduzione Rossana Colombo

7 pensieri su “Il Baluardo

  1. le madri uccidono, con gli orli e i pizzi delle loro sottovesti, con gli abbracci stretti, con l’odore… il tuo Stefanie è uno specchio e insieme lago, in cui sproffondano I narcissi e annega la psyche…6 una mente lunare

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  2. grazie per questi momenti di lettura davvero avvincente e ricca di insegnamenti umani e descrittivi, è un racconto da…bere d’un fiato e a piccoli sorsi, ma tutto.

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