Francesco Accattoli, Lunga un anno

accattoli

di Alessio Alessandrini

La raccolta Lunga un anno, Sigismundus editore, di Francesco Accattoli, colpisce già per la realizzazione estetica del prodotto, si tratta infatti di un fascicolo di cartoline, 19 per l’esattezza, dove i testi del poeta e le illustrazioni della pittrice Linda Carrara si alternano e donano all’intera raccolta un’aura particolare, preziosa e pregevole. Davvero un lavoro ben fatto. Ovviamente l’involucro sarebbe poca cosa se non avesse lo stesso pregio e la stessa consistenza del contenuto che il lettore attento troverà davvero delizioso in molte sue parti. Con questa plaquette, la terza del nostro, Accattoli dimostra, in primo luogo, che la buona poesia non ha bisogno di canzonieri lunghi, che una ventina di testi possono creare un unicum perfetto, in secondo conferma di aver trovato un proprio stile originale, un sentiero privato di parola che gli si addice e che lo rende riconoscibile. L’uso di un verseggiare aspro, il ricorso ossessivo al correlativo oggettivo, l’accostamento di un linguaggio aulico a quello del quotidiano, rappresentano evidentemente gli elementi caratteristici del suo poetare. L’azzardo di citare Dante, d’altronde, conferma la validità del percorso e dà una chiave di lettura a tutta la silloge. Sono andato a ricercare il contesto della citazione, le rime petrose, (la prima se non erro) dichiarano la vocazione del poeta anconetano verso un cantare lontano da ogni chiaroscuro romantico, da una liricità melensa e da una soavità nostalgica, per accogliere una parola che, invece, è sicuramente dura, amara (termine che ritroviamo spesso in queste liriche) e non teme accostamenti azzardati e spiazzanti, (penso alla foglia di prezzemolo tra i denti, o al sorbetto al limone che non piace).

A rendere il tutto ancora più speciale vi sono cinque poesie in dialetto che si inseriscono appieno nell’economia della raccolta e come fari guidano la lettura, sono tra le cose più belle e intense che Accattoli ha fatto, traspirano di un io sentito, si ascolta la sua voce e questo è un bene perché non appaiono forzate e retoriche, anzi sono davvero come vagiti di una lingua madre. Poesie faticose, mi ha confessato, ma che hanno una rara bellezza. Da apprezzare su tutte quelle liriche dove Accattoli scandaglia l’intimità casalinga, anche queste le credo difficili perché scoprono maggiormente il nervo del dolore, ma presentano anche un io disarmato, colloquiale, affabile che non bleffa e che non si vergogna di esprimere le debolezze e le contraddizione del vivere e del vivere insieme. Mi fanno venire in mente certe liriche di Mario Luzi sulla vita di coppia. Ma anche un certo Giudici e una levità tutta estranea alla nostra tradizione che richiama il verseggiare prosastico ma quanto mai lirico di Billy Collins; si leggano, a tal proposito, la bellissima lirica 13, oltre a quella conclusiva, la 19, superlativa con un finale davvero ispirato.

La poesia di Accattoli regge su un sentimento di precarietà e liquefazione da combattere a tutti i costi. Questa lotta contro quello che se ne va è fatta con il mastice della parola, egli ricerca il marmo, la cicatrice sulla pelle, ne delinea i contorni del fiore, e prova a non farla andare via inchiodandola in una serie di immagini potenti e a volte visionarie, (bellissimi i versi in cui descrive le atmosfere cittadine: il cantiere, i viali di alberi solitari, il porto etc).

Un termine che può essere assunto come semantema guida, è sicuramente “pelle”, ritorna diverse volte, anche nelle poesie in dialetto, è quella pelle che si è lacerata e che si sta rimarginando che Accattoli ha voluto cantare e lo ha voluto fare attraverso un verseggiare che non fosse vaga consolazione, elegia pura e semplice, ma piuttosto fosse davvero marmo, ghiaccio su cui sostare e curare le ferite. Una pelle apparentemente calzata a pennello sul sé ma che riesce a mostrarsi, invece, nella sua totalità, nudità e interezza universale, quella dell’uomo con le sue debolezze e malcelate viltà ma così dura da resistere alla tentazione, tutta contemporanea, di lasciarsi evaporare.

Raccolta da leggere e rileggere ancora.

*

Lunga un anno

Se pure la scia
compie un esodo annuale
restassero bene attenti i loro nomi
ad affiancarsi, a mitigarsi delle pene
da interni condominiali.
Ci vogliono due lenti,
bifocali,
ad una lo spazio,
per un millimetro alla volta,
ad una la rotta nitida
del dolore, da guardare, bene,
bene nell’ampiezza della cornice,
con gli alberi e i passanti e la luce
di traverso. Ci ricordano quelle cose
che resistono soltanto,
l’afrore delle muffe, il muschio dei cortili;
e invece seguitiamo la corsa delle grondaie,
premendo lo sterno
levando lo sguardo
oltre le lenzuola del terrazzato.
Siamo stati all’ombra troppo tempo,
ci dolgono le articolazioni,
a noi la pelle si stringe addosso.
Passa il sole
in un angolo morto dello sguardo,
ognuno dal suo lato
vede la presenza dell’altro,
la linea di contorno di se stesso,
e riflesso nel lucido delle scale
si tinge il corrimano di singoli bagliori.
Peccato che a noi piacciano i plurali.

Come vento e candela

E allora questo
é stato il gesto più normale
lasciarsi come vento e candela
posare altrove la sostanza
delle mosse programmate,
altrove il fiuto per le occasioni
buone, oppure saputo interpretare
per avere ancora tempo, questione di ore.
Ecco, la prece é pronunciata,
si levano i convenuti,
l’odore della cera bruciata rimane,
come il vento che l’ha sciolta, e non sa
per dove uscire. Ecco,
qui s’invocano i perdoni,
a darli non sono i buoni, sono
solo i meno disgraziati.
A questo servono le figure
dipinte alle pareti, a loro
chiediamo di recitare la parte
che manca, la muta delle foglie
incallite, la compassione.

Scialìmo/ Perdiamo consistenza

Vorìa avecce ‘l core come ‘l tua,
sbiadì le facce, scolorìlle
a furia de sfregacce i polpastrelli.
Ce facevane i soldati al fronte,
sa le ‘rsomije de le fidanzate
tra ‘na guardia ‘mbrumbulìda e ‘na corona
de schioppettade. E adè che piòe
pure chì de fronte – stago fermo ‘ncora io,
spetto ‘l gambio, o che te storni –
adè che piòe
e piòe, sa i culori ‘rmasi ‘ntatti – ‘na bugìa
c’ha ditto ‘l monte – guasi scolo
gioppe ‘l muro de confine,
tra lo sfaldo e le betoniére.
Scialìmo. E ‘nte l’umido l’impronta
non se tòje né se smorcia.

[Vorrei avere il cuore come il tuo/ sbiadire i volti, scolorirli/ a furia di sfregarci i polpastrelli/ Ci facevano i soldati al fronte/ con le fotografie delle fidanzate/ tra una guardia intirizzita e una corona/ di schioppettate. E adesso che piove/ pure qui davanti – sto fermo anche io,/ aspetto il cambio, o che torni indietro –/ adesso che piove/ e piove, con i colori rimasti intatti – una bugia/ c’ha detto il monte – quasi scolo/ giù per il muro di confine/ tra l’asfalto e le betoniere./ Perdiamo consistenza. E nell’umido l’impronta/ non si toglie né si spegne.]

*

Francesco Accattoli, Lunga un anno. Sigismundus, 2013. 

*

L’immagine è di Linda Carrara.

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