Le lezioni di comicità di Matteo Andreone

lezioni di comicvità COPERTINA
di Guido Michelone

Incontro con l’attore, regista, drammaturgo, della risata
Il suo nuovo libro a Roma il 19 dicembre

Così, a bruciapelo chi è Matteo Andreone?
Sono un formatore d’azienda con un passato recente (che ogni tanto ritorna) di attore, autore, regista e docente di teatro. Ho iniziato a studiare teatro alla fine degli anni ‘80, frequentando il Centro Teatro Attivo di Milano poi, negli anni successivi, ho lavorato per diverse compagnie teatrali italiane prendendo parte, come autore, attore e regista, a svariate produzioni. Dal 1996 mi sono avvicinato al mondo del cabaret e della stand-up comedy. Nel 2001 sono tra i fondatori dell’Accademia Nazionale del Comico, per la quale ho diretto la sede di Milano fino al 2013. In Accademia ho avuto la fortuna di collaborare con la maggior parte degli attori e autori comici italiani e contribuito a formare decine di giovani leve, oggi diventati molto popolari.

Lei è anche molto noto come didatta
Dal 2005 mi occupo di formazione e sviluppo delle risorse umane, utilizzando l’umorismo applicato alle relazioni sociali e alle dinamiche professionali. Dal 2008 sono membro dell’International Society for Humor Studies, fondazione americana che finanzia ricerche sull’umorismo con sede presso la Holy Names University di Oakland (CA), scrivo e pubblico, in collaborazione con Rino Cerritelli, saggi sull’intelligenza umoristica applicata che presento in diverse università (Lugano, Hong Kong, Boston, Kracovia). Nel 2012 ho pubblicato il mio primo libro sull’umorismo d’impresa, scritto a quattro mani sempre con Cerritelli, intitolato Una Risata Vi Promuoverà (Rizzoli Etas, Milano 2012).

Una definizione più personale?
Al di là dei nomi, delle date e delle informazioni logistiche, sono più che altro un amante dell’espressione umana, in qualsiasi forma e linguaggio si incarni. L’umorismo mi piace semplicemente perché ne ho confidenza: lo uso da sempre come codice preferito per interpretare la realtà e come stile privilegiato per comunicare. Amo il teatro comico perché da piccolo, invece di Rivera, Mazzola e Bettega, la domenica mi portavano a vedere Jerry Lewis, Eduardo De Filippo e Marcel Marceau. Inevitabile che i miei eroi diventassero questi ultimi. I film della commedia all’italiana hanno fatto il resto.

Ha appena pubblicato un libro: ce ne parla?
Il libro si chiama Lezioni di Comicità ed è uscito il 31 ottobre per Dino Audino, una casa editrice romana specializzata in manualistica per il cinema e il teatro. Si tratta di una guida pratica rivolta a chiunque, per mestiere, per cultura o per semplice curiosità, sia interessato a capire meglio cosa ci sia dietro a questa cosa misteriosa che chiamiamo comicità. C’è un po’ di teoria, parecchie battute originali, molti esempi e un sacco di esercizi utili per allenare la propria creatività umoristica e scoprire un proprio linguaggio comico. Non ho però voluto scrivere un libro solo per attori ma, anzi, l’ho concepito proprio come un manuale per tutti, utile a sviluppare la competenza umoristica che non si pensa di avere e che invece è necessaria per gestire al meglio le relazioni umane. Mi piacerebbe che chiunque, leggendolo, scoprisse che comici si nasce ma che, in un modo o nell’altro, lo siamo nati tutti. Basta un poco di allenamento. Il libro, che sarà presentato ufficialmente a Roma giovedì 19 dicembre, ha l’introduzione di Claudio (Greg) Gregori, del duo comico Lillo e Greg e molti interventi, tra i quali quello di Antonio Rezza e di Maurizio Lastrico. Ognuno di loro ha dato le proprie opinioni in merito all’arte del comico.

Ci racconta ora il primo ricordo che ha di una situazione comica?
Ho sempre riso molto di più per le situazioni reali, per ciò che accade spontaneamente nella vita di tutti i giorni, che per la comicità preconfezionata dei comici. Malgrado il lavoro che faccio (o forse proprio per questo) devo confessare che raramente rido per uno sketch, per la battuta di un monologhista o per una barzelletta. La situazione reale è molto meglio, stimola il mio umorismo e mi consente di scoprire da solo cosa ci possa essere di comico nella realtà e di ridere quando, come e se voglio. Le situazioni comiche ci circondano da quando nasciamo, sono tutto ciò che succede, le persone che vediamo, le parole che sentiamo. Sta a noi, e al nostro senso dell’umorismo più o meno allenato, coglierle. I miei primi ricordi di qualcosa di comico risalgono alla prima infanzia e, piuttosto che a ciò che accadeva, sono infatti relativi a ciò che mi inventavo osservando la realtà. Dietro a ogni faccia che vedevo cercavo di immaginare una storia assurda, dietro a ogni parola un secondo significato. Insomma, cercavo il comico e lo trovavo trasformando la realtà in gioco.

Dunque, il suo primo ricordo?
Se devo comunque identificare il primo ricordo di una situazione comica, devo ripensare a tutte le volte che ho fatto (oppure ho visto fare) qualcosa per la prima volta. Mi ha sempre fatto tremendamente ridere l’inadeguatezza di chi si cimenta per la prima volta in un’operazione. Anche la mia, ovviamente. Parlare, camminare, mangiare con le posate, andare in bicicletta, giocare a football, nuotare, sciare, imparare l’inglese… tutte le situazioni nelle quali, quando vi ci si trova per la prima volta, non si è all’altezza (io, ma anche i miei parenti, amici o compagni) mi facevano tremendamente ridere. L’infanzia è stata uno spasso. Ridevo fin troppo. Crescendo poi, e diradandosi le situazioni di inadeguatezza, tutto è stato meno divertente. Sarà forse per questo motivo che non ho mai smesso di cercare nuove esperienze nelle quali mettermi alla prova. Mi piace sentirmi inadeguato. Mi fa ridere da matti.

Quali sono dunque i motivi che l’hanno spinta a diventare un comico?
Non mi definirei un comico, non nel senso con cui è comunemente identificata la figura del cabarettista o dell’attore brillante. Certo, ho lavorato in un sacco di spettacoli di teatro comico e ho scritto per decine di cabarettisti, ai quali ho anche fatto la regia, ho collaborato con tanti autori e attori, noti e meno noti, italiani e stranieri, tuttavia continuo a sentirmi un outsider dell’ambiente. Per esempio non sopporto più trasmissioni come Zelig o Colorado Café oppure Striscia la Notizia, le trasmissioni comiche più popolari del momento, perché le considero degradanti e diseducative (parlo di educazione alla percezione comica). Le loro risate finte anestetizzano i gusti del pubblico e gli tolgono la facoltà di capire da solo se una cosa faccia ridere o no. Addirittura detesto i comici che sprecano il loro talento per fare le pubblicità del caffè o dei telefonini. Insomma, io penso di essere un purista della comicità ma sono sicuro che molti miei amici comici mi considerano semplicemente un rompiscatole.

Però lei è a tutti gli effetti un artista della comicità
Comunque mi sono avvicinato al teatro comico e al cabaret perché li ritenevo linguaggi più congeniali al mio modo di vedere la vita e di esprimermi. Erano i primi anni ’90, gli anni del Teatro Elfo Porta Romana di Bruni e De Capitani e del primo Zelig, di Paolo Rossi e Giobbe Covatta e quel mondo strano, notturno, un po’ border-line, popolato di sperimentatori nell’arte come nella vita, di attori dalla grande cultura e dall’alto tasso alcolico, mi affascinava. Oggi le cose sono molo cambiate, o forse sono cambiato io, in ogni caso non mi sento un comico come lo sono, ad esempio, le macchiette di Colorado Café.

Mi piace il suo modo di prendere alla larga le domande, riprendiamo dunque il discorso?
Fatta questa debita premessa, torno alla domanda. Mi sono avvicinato al comico per due motivi, entrambi legati alla necessità: per vivere e per sopravvivere. Per vivere poiché fin da subito ho capito che attraverso l’affinamento del senso dell’umorismo avrei potuto reagire meglio a ciò che mi faceva più paura (l’inadeguatezza, l’abbandono, la solitudine, la morte). Per sopravvivere perché l’attore comico, mediamente, guadagna molto di più dell’attore drammatico.

Ma cos’è o chi è un comico?
La lingua italiana non ci viene per niente in aiuto. In italiano diciamo che qualcosa o qualcuno “è” comico, dandogli valore di qualità, oppure che “fa” il comico, intendendolo come un’azione. In ogni caso per noi la parola resta sempre comico. In lingua inglese è molto più semplice: l’essere vivente “che fa ridere” suo malgrado è ridicolous, chi ci riesce intenzionalmente è humorous, chi invece lo fa su un palcoscenico o dietro una cinepresa è un comedian, un commediante. Insomma, in Italia comico è un aggettivo ma è anche un mestiere.

E dal suo punto di vista?
Dal mio punto di vista comico è chiunque riesca, in un dato momento, a far ridere intenzionalmente, indipendentemente dal ruolo che rivesta o dal mestiere che eserciti. Chi invece decide di farlo per mestiere allora può scegliere se essere un attore, un disegnatore, un cantante, uno scrittore, ecc… Se lo stile è quello comico, il linguaggio può essere multiforme, ed è chiaro che si debba evolvere con l’evolversi del pensiero umano. Così, se lo sberleffo era stile tipico di una comicità antica, per definire l’appartenenza a una casta, a un contesto sociale, a una tribù, e la satira contro il potere, utile a difendersi da dittature più o meno palesi, tipica di una comicità moderna, la comicità attuale non può che essere sempre più ispirata all’autoironia. Quindi non è più vera (se mai lo è stata) o, comunque, non più attuale la figura del comico triste, che davanti al pubblico sprizza gioia da tutti i pori e in privato è buio e scontroso. Certo, può capitare, perché per fare dell’umorismo il comico ha bisogno di guardare in faccia al tragico… e per guardare in faccia al tragico non deve e non può in alcun modo negarlo, sminuirlo, alleggerirlo, non deve insomma essere assertivo, positivo, ottimista, pena l’indebolimento della sua forza umoristica.

Cosa deve fare un vero comico di questi tempi?
Per me, un comico oggi deve essere innanzi tutto capace di grande autoironia. Per usare una metafora, il comico è una sorta di demiurgo che mostra agli altri membri della collettività che il fuoco non fa paura, laddove per fuoco si intendono i problemi, i guai, i difetti. La sua è una grande responsabilità, quella di dimostrare che ciò che ci fa paura, in realtà, può anche essere deriso. Nei suoi difetti vediamo i nostri, i suoi problemi sono gli stessi che abbiamo noi, i suoi fallimenti potrebbero riguardare anche noi.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associa alla comicità?
Potrà sembrare un paradosso ma la comicità ha bisogno di difficoltà, ostacoli, fallimenti, incongruenze. Totò affermava di conoscere a memoria la miseria, e che la miseria è l’autentico copione della comicità. Diceva che “Non si può far ridere, se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza… e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza degli impresari”. Ecco, se cito Totò è perché sono pienamente d’accordo con lui. L’umorismo nasce come forma di reazione alla tragedia della vita e, nello stesso tempo, attraverso la risata, come senso evoluto che consente agli uomini di relazionarsi tra di loro per irridere le avversità.

Storicamente quando la gente ha più voglia di ridere?
Non a caso i momenti storici e le comunità ove si è riso di più, sono quelle in cui maggiori erano le avversità da affrontare e maggiore la sofferenza nell’affrontarle. Tra le “fortune” dei comici del passato c’è stata quella di avere a disposizione del “buon materiale”. I grandi comici del secolo scorso hanno davvero fatto i conti con la miseria, la guerra, la fame, la solitudine… e hanno saputo riderci sopra. Più di recente stessa operazione l’ha fatta Benigni, con il film La Vita è Bella, parlando con rispetto ma con umorismo di un male assoluto come quello dei campi di concentramento. Certo, generare umorismo su una di queste tragedie è più difficile ma più efficace, anche comicamente, di fare qualche battuta sulla suocera, sulla Salerno-Reggio Calabria o sulla coda in posta.

Tra gli spettacoli che ha fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
Quattro sono gli spettacoli che, per le persone con cui li ho fatti, per la loro riuscita e qualche altra cosa di indefinibile che non saprei identificare, mi sono rimasti nella mente, nel cuore e nel bagaglio di esperienze che mi porterò per sempre dietro. A loro continuo ancora oggi a rifarmi ogni volta che incontro un momento di difficoltà o di calo di ispirazione, come a dirmi: “Eddài, sei quello che ha fatto quella cosa la, non puoi non essere in grado di fare questa qui, ora”. Il primo è stato tanti anni fa: si trattava di una commedia di Woody Allen, dal titolo M., con il Gruppo Teatro Esperimento di Borgosesia. Io interpretavo una specie di dottore pazzo. Me lo ricordo perché, in seguito, non credo di essermi mai più divertito così tanto nel preparare un personaggio. Il secondo lo feci qualche anno dopo, a Milano, con la regia di Alberto Ferrari. Si trattava di Caligola di Albert Camus, interpretavo un senatore stralunato, personaggio che, ricordo, quando preparai mi fece divertire come mai più mi è capitato. Il terzo si intitolava invece Il Cappello Cinese, spettacolo di cui ero anche autore e regista, musicato da Cesare Picco e recitato da me e Luca Bertucci. Grande esperienza, gran musica e, permettetemi, grande interpretazione. Il quarto, infine, è Wstawac!, con la Regia di Silvano Tombini Robichon e mia, le musiche composte e dirette personalmente dal vivo da Ennio Morricone e l’interpretazione di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Bello perché siamo riusciti ad abbinare il comico e il tragico dando a entrambi uguale dignità e mantenendone la forza.

Quali sono stati i suoi maestri nell’arte di far ridere?
Ci sono due categorie di maestri: consapevoli e inconsapevoli. Tra i primi naturalmente ci metto Johnny Melville, l’attore scozzese che tenne a Vercelli, negli primi anni ’80, due stage di mimo e clown. Avevo 14 anni e fu la mia prima vera esperienza con qualcosa di più evoluto di una scenetta da saggio scolastico. Se pensi che il gruppo di allievi era formato da persone come Carlo Macrì, i fratelli Carlone e Mario Sgotto, che costituivano la prima formazione della Banda Osiris, Roberto Sbaratto, Carmelino Antona, Rita Marchiori, Franco Gabotti e tanti altri, puoi capire quale esperienza deflagrante fu per me. In seguito, frequentando il C.T.A. di Milano, ho avuto l’occasione di lavorare con Dario Fo, Alberto Ferrari, Narcisa Bonati, Gianni Mantesi, Pino Pirovano, Maurizio Nichetti. Altrettanto importanti per la mia formazione sono stati alcuni compagni di viaggio che, insieme a me, stavano muovendo in quegli anni i primi passi, tra tutti Ale e Franz, Carlo e Simone, il regista Marco Rampoldi.

E successivamente?
Quando mi sono avvicinato al cabaret, ho avuto la fortuna di incontrare numerosi attori e autori comici con cui ho collaborato. Da Pongo a Diego Parassole, da Leonardo Manera a Paolo Migone, da Raul Cremona a Renato Trinca, da Rino Cerritelli ai romani fratelli Morini, ognuno mi ha lasciato qualcosa di utile per formare e migliorare il mio stile di scrittura e di recitazione. Negli ultimi anni gli artisti da cui ho più imparato sono stati anche gli amici che mi hanno aiutato a completare il libro con i loro interventi: Claudio Gregori (il “Greg” del duo Lillo e Greg), il performer romano Antonio Rezza e l’attore comici e cabarettista genovese Maurizio Lastrico. Nell’ambito della ricerca devo invece dire grazie a due tra le massime autorità mondiali sull’argomento: Giovannantonio Forabosco, psicologo psicoterapeuta di fama internazionale e Salvatore Attardo, docente di Scienze Sociali alla University Commerce (Texas).

Ma, oltre quelli consapevoli, esistono anche maestri del suo inconscio?
Certo, non meno importanza hanno avuto per me i maestri inconsapevoli, quelli che, al di là di ogni tecnica e ogni ispirazione artistica, per primi hanno avuto grande influenza sul mio modo essere e di vedere la vita. Sono stati tanti, tutti gli allievi che ho avuto nel corso degli anni, i quali mi hanno fatto scoprire tante volte l’umorismo nel momento stesso in cui nasce e mi hanno insegnato che la comicità passa attraverso strade sconosciute e prende le forme più diverse e inaspettate. Uno dei miei maestri inconsapevoli lo ringrazio anche nell’ultima pagina del libro: si tratta di mio nonno Andrea, che per primo, tanti anni fa mi ha insegnato “l’arte di ridere e l’arte di far ridere”.

E gli attori che l’hanno maggiormente influenzata o coinvolta?
Chiunque sia nato in Italia e si occupi di comicità, deve in un modo o nell’altro fare i conti con i modelli forniti dalla Commedia dell’Arte e dalle maschere che ne sono state protagoniste. Modelli antichi ma resi attuali nel secolo scorso dai grandi attori della commedia all’italiana, a cominciare da Totò: inesauribile fonte di ispirazione scenica e letteraria. Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi ma anche Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Peppino De Filippo, Gino Cervi e Fernandel (che era francese… ma non si notava) hanno creato, dai primi anni ’50 alla fine dei ’70 (dai Soliti Ignoti al primo Amici Miei), un bestiario di personaggi (e di nuove maschere come Fantozzi) dai quali non si può prescindere, se si è italiani e si vuole fare comicità o anche solo parlarne. Di loro ho sempre ammirato la capacità unica, ereditata appunto dalla commedia dell’arte, di generare una comicità irresistibile partendo da situazioni di disagio, se non di disperazione: la povertà, la solitudine, la fame, la malattia, la guerra, la morte. Questo tipo di comicità, che a partire dal primo dopoguerra è scaturita anche dall’incrocio tra l’esperienza neorealista dei cineasti e quella attoriale del grande spettacolo di varietà, è ancora oggi quella che più amo.

Ha citato gli italiani: e tra gli stranieri?
Ho però anche sempre amato la comicità del cinema muto americano, lo slapstick di Chaplin, di Keaton e Laurel & Hardy. Cose che chi ha la mia età si ricorda senz’altro di aver visto la domenica pomeriggio o la sera. prima di cena. Fortuna che le nuove generazioni purtroppo non possono condividere. In periodi più recenti ho imparato molto dalla comicità inglese, assurda e di situazione, di Peter Sellers, di Marty Feldman e dei Monty Python e dalla comicità ebreo-americana di Groucho Marx (Harpo no, lo detestavo), Jerry Lewis, Walter Matthaw, Woody Allen, Mel Brooks e Gene Wilder.
Negli ultimi anni sicuramente molti comici mi hanno emozionato, coinvolto e ispirato, a partire naturalmente da Benigni e Troisi, veri eredi della commedia all’italiana ma anche i grandi comici americani come Robin Williams o John Belushi.

E nell’ambito del cabaret?
Devo molto (forse per vicinanza geografica) ai comici milanesi degli anni ‘60 e ’70, dai più storici come Dario Fo, Giorgio Gaber, I Gufi, fino alle due generazioni che ha ruotato intorno Derby Club di Milano, il locale più rappresentativo del cabaret italiano. Sto parlando di Jannacci, Cochi e Renato, Felice Andreasi e Lino Toffolo, attori cui devo molto non perché li abbia conosciuti ma semplicemente perché è grazie alla loro influenza se ho intrapreso un certo percorso artistico.

Qual è per lei il momento più bello nel comico?
Sarebbe banale dire che il primo obiettivo per un comico è quello di far ridere. Ma è proprio la realtà, talvolta, a essere banale. Non possiamo farci niente. Ci sono comici che sostengono di essere felici quando procurano benessere al proprio pubblico. Non credeteci. Voglio dire, certo, il benessere del pubblico è una cosa buona e importante… ma non è la principale, non è che un effetto collaterale, anzi, una premessa. Il vero fine del comico è il benessere personale. E chi non capisce come possa ottenerlo con una semplice risata da parte del pubblico, vuol dire che non ha mai provato l’esperienza quasi orgasmica di riuscire a strappare un sorriso al prossimo. Per dirla in altre parole: “ridere” è bello, benefico e appagante… ma “far ridere” lo è molto ma molto di più. è per ottenere la risata della gente che il comico osserva per mesi, studia, si prepara, lavora, beve, fuma, mangia e chiacchiera con i suoi collaboratori, che inizialmente corrispondono ai suoi amici, quindi crea, scrive e produce. Infine prova davanti al pubblico.

Quindi sta dicendo che il pubblico è fondamentale per un comico?
Il pubblico è insieme l’ispiratore, il regista e il referente finale di tutto suo il lavoro. Quando si crea un monologo o un personaggio, il pubblico offre spunti e idee di partenza, quando si allestisce e si prova lo spettacolo, il pubblico stabilirà tempi, modi e stile, quando infine si va in scena, il pubblico decreta il successo o l’insuccesso dell’intero percorso. Il successo è la premiazione di tutto il lavoro svolto. Il pubblico ride della stessa cosa su cui il comico ha riso mesi prima, quando la osservata. è, come dire, una sorta di risata in differita. Il comico sa esattamente dove e quando il pubblico riderà. E ne prova piacere. C’è però un momento preciso in cui tutto diventa addirittura sublime, che rappresenta, secondo me, il momento più bello del mestiere del comico. Per descriverlo rubo le parole che ha usato Maurizio Lastrico nel suo intervento nel libro: “La cosa che da più godimento è la risata in un punto non previsto. In quell’attimo di sorpresa diventi spettatore di te stesso, e hai il conforto che sei funziona più della tua razionalità”.

Come vede la situazione del teatro, dello spettacolo, della cultura in generale in Italia?
La forte corrente di pensiero, dominante negli ultimi anni, secondo cui “di cultura non si mangia”, ha cancellato poco a poco l’immagine di noi stessi nella quale potevamo ben riconoscerci e ha lasciato un vuoto di idee e prospettive che sarà difficile da riempire daccapo. Non so se si sia trattato di un progetto preciso, di un’operazione portata a termine con lucida meticolosità, oppure se la cosa sia stata casuale, fatto sta che la cultura italiana fatta di arte, letteratura e spettacolo, è stata in pochi decenni quasi annullata. Secondo Pasolini ha fatto più danni il consumismo negli ultimi vent’anni piuttosto che il fascismo in quelli precedenti… e il fatto che dicesse queste cose nel 1975 mette i brividi. Oggi la situazione non è certo migliorata, anzi. Per quanto riguarda la comicità purtroppo il discorso non cambia, da molti anni in Italia c’è un’omologazione al comico televisivo che inevitabilmente livella verso il basso sia la produzione sia la cultura del pubblico. Programmi con battute ripetitive, personaggi da villaggio turistico e risate registrate hanno fatto perdere al pubblico la facoltà di comprendere cosa, per ognuno, è davvero comico da cosa no.

Cosa stai progettando per l’immediato futuro?
Da gennaio 2014 ho deciso di concedermi un anno di pausa dall’attività artistica e di ritirare momentaneamente nell’armadio gli abiti di autore, attore, regista e docente di cabaret e teatro comico. Sento la necessità di un intero anno sabbatico per potermi dedicare alla ricerca. Il futuro più prossimo sarà quindi dedicato alla promozione del libro: inizieremo a Piacenza il 25 novembre e Lugano il 28, poi saremo a Torino l’11 dicembre e Milano il giorno dopo, quindi a Roma il 20 dicembre, per poi proseguire da gennaio fino alla primavera prossima. Nel frattempo vorrei intensificare l’attività di formatore in ambito professionale, applicando l’umorismo nel mondo del lavoro. A questo proposito stiamo sperimentando in questi mesi un metodo applicativo che ho teorizzato insieme a Rino Cerritelli (autore di Terapia dell’Umorismo, Editore Carocci, Roma 2013) e che presenteremo nel 2014 all’Università di Utrecht, nel corso del convegno annuale dell’International Society for Humor Studies. Per me il 2014 sarà un anno di viaggi, di studio e, spero, di scoperte e di crescita personale: dopo quasi 15 anni di docenza ho proprio il bisogno di tornare a essere un allievo.

Cfr. Matteo Andreone, Lezioni di Comicità, Dino Audino Editore, Roma 2013.

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